Joseph Stiglitz e Paul Krugman: Perché votare no al referendum in Grecia.

| 30 Giugno 2015 | Comments (0)

 

 

 

Due premi Nobel per l’economia a favore del NO al referendum in Grecia

1. Paul Krugman: Voterei no al Referendum in Grecia

testo di Marina Zenobio da  popoffquotidiano.it del 29 giugno

 

Il Nobel per l’economia Paul Krugman (nella foto con Tsipras), molto critico sulla gestione dell’Ue rispetto alla crisi economica e che già nel 2012 immaginava l’uscita della Grecia dall’euro, ha oggi preso posizione netta con un articolo pubblicato sul The New York Times riguardo il referendum convocato da Alexis Tsipras affiché il popolo greco decida se accettare o no le richieste dei creditori, ossia se restare o no nell’Eurozona. Krugman pensa che i greci dovrebbero votare “no” e invita l’esecutivo di Siryza a preparasi ad uscire dall’euro.

Nel suo articolo Grece over the brink (La Grecia sul bordo dell’abisso), Krugman parte dal presupposto che la creazione dell’euro è stato “un grande sbaglio”, perché è nato senza l’unità fiscale e bancaria che, a giudizio del Nobel per l’economia, erano condizioni indispensabili per il suo successo. Da qui sostiene che comunque finora le istituzioni europee siano riuscite ad evitare il collasso del sistema, ora la situazione della Grecia ha portato a “ciò che appare come un punto di non ritorno”. Ciò considerando dichiara che “La Grecia dovrebbe votare no al referendum, e il governo greco deve preparasi, se necessario ad uscire dall’euro”.

Una presa di posizione che giustifica precisando che “Tutto ciò che ho sentito sull’irresponsabilità greca è falso” e che l’attuale situazione di collasso dell’economia greca “ha molto a che vedere con l’euro”, il quale mantiene tesa e rigida l’economia ellenica. Perché, afferma Krugman “La Grecia ha tagliato le spese, ha già ridotto le pensioni, ha già aumentato le tasse e ha già applicato le misure di austerità imposte da Bruxelles senza che tutto questo abbia permesso al paese di uscite alla crisi”. Il Nobel ricorda che altri casi di recessione, come quelle dell’Islanda o del Canada, hanno potuto usufruire della svalutazione della moneta, opzione che la Grecia non ha avuto.

 

Tre ragioni per votare “no”

Krugman conclude il suo articolo riportando che la troika ha presentato alla Grecia un’offerta che a malapena si differenzia dalle politiche applicate negli ultimi cinque anni il cuo obiettivo era o è quello di fal fallire il governo di Siryza. “E’, o pretenderebbe essere, un’offerta che Tsipras però non può accettare perché distruggerebbe le sue ragioni politiche di esistere”, sostiene Krugman aggiungendo che il proposito della troika è di mettere il primo ministro fuori dal governo, “cosa che accadrà se i greci, per paura del confronto con la troika, voteranno sì al referendum”.

Per Paul Krugman ci sono almeno tre ragioni per votare “no”:
“La prima: più austerità significa entrare in un vicolo cieco. Dopo cinque anni di austerità la Grecia sta peggio di prima. La seconda: il temuto caos dell’uscita della Grecia dall’euro è già passato. Con le banche chiuse e il capitale sotto controllo, non ci sono molti più danni da fare. La terza: cedere all’ultimatum della troika rappresenterà l’abbandono di qualsiasi pretesa della Grecia ad essere indipendente”.

Poi una stilettata alla troika: “Non dobbiamo credere che i membri della troika sono solo tecnocrati che spiegano ai greci ignoranti ciò che devono fare. Tali sedicenti tecnocrati sono di fatto dei fantasiosi che non hanno rispettato nulla di ciò che sappiamo di macroeconomia, e che hanno sbagliato in tutto ciò che hanno fatto”. “E’ ora di mettere fine a tutto questo. In caso contrario la Grecia vivrà una austerità e una depressione senza fine” conclude Paul Krugman.

 

 

2. Joseph Stiglitz: A favore del no al referendum greco

articolo di Marina Zenobio  su popoffquotidiano.it del  30 giugno 2015

Dopo Paul Krugman, un altro premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz (nella foto con Varoufakis) , se fosse greco voterebbe no al referendum con cui domenica prossima la Grecia dovrà decidere se accettare o no le condizioni imposte dall’Unione europea per restare nell’Eurozona. “Un voto per il sì significherà per la Grecia una depressione quasi infinita. Un voto per il no aprirebbe almeno la possibilità la Grecia, con le sue forte tradizioni democratiche, possa riprendere le redini del proprio destino”, scrive Stigliz in un articolo pubblicato su The Guardian aggiungendo che il programma imposto al paese dalla troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) cinque anni fa “ha provocato la riduzione del 25% del Pil greco. Non ricordo nessuna depressione così deliberata e con conseguenze così catastrofiche: la percentuale di disoccupazione giovanile in Grecia ha superato il 60%”.

“E’ sorprendente che la troika continui a negare le responsabilità delle sue azioni o ammettere le sue cattive previsioni e modelli. Ma ciò che è ancora più sorprendente è che i leader d’Europa non hanno imparato nulla. La troika continua ad esigere dalla Grecia un surplus primario del 3,5% entro il 2018” chiarisce Stiglitz. Per il professore docente presso la Columbia University (Usa), i leader europei “stanno finalmente rivelando la vera natura della disputa sul debito, e la risposta non è piacevole: è sul potere e la democrazia più che su denaro e economia”.

Joseph Stiglitz ricorda poi uno dei miti che riguarda la crisi greca: “Praticamente nulla dell’enorme quantità di denaro prestato alla Grecia è arrivato veramente a destinazione. Quel denaro è servito per pagare i creditori del settore privato, comprese le banche tedesche e francesi. In Grecia è arrivata una miseria, ed ha pagato un prezzo molto alto per preservare i sistemi bancari di questi paesi”.

E ancora una volta non si tratta di denaro, spiega Stiglitz, “si tratta di utilizzare le ‘scadenze’ per costringere la Grecia ad accettare l’inaccettabile. Non solo le misure di austerità ma anche le politiche regressive e punitive. E mi domando perché l’Europa fa questo? A gennaio i cittadini greci hanno votato per un governo che si impegnava a porre fine all’austerità. Se il governo stesse semplicemente rispettando il mandato elettorale già avrebbe rifiutato la proposta”.

Stiglitz continua scrivendo di voler dare ai greci l’opportunità di riflettere su questo tema. “Questa preoccupazione per la legittimità popolare è incompatibile con la politica dell’Eurozona, che non è stato mai un progetto molto democratico. La maggior parte dei governi non hanno chiesto l’approvazione popolare per consegnare la propria sovranità monetaria alla Bce. Quando in Svezia lo hanno fatto, gli svedesi hanno detto no. Avevano capito che la disoccupazione sarebbe cresciuta se la politica monetaria del paese fosse stata stabilita sulla base di una banca centrale focalizzata sull’inflazione. L’economia avrebbe sofferto perché il modello economico dell’Eurozona si basa su rapporti di forza con i lavoratori svantaggiati “.

Stiglitz sostiene che “molti leader europei vogliono vedere la fine del governo di sinistra del primo ministro Alexis Tsipras. Dopotutto è scomodo e molto avere in Grecia un governo che si oppone a quelle politiche che tanto hanno fatto per aumentare la disuguaglianza in molti paesi avanzati, e che è impegnato a limitare lo sfrenato potere della ricchezza. Molti leader europei credono di riuscire così a far cadere il governo greco, attraverso le intimidazioni e l’accettazione di un accordo che contravverrebbe il suo mandato elettorale”.

Il professore considera infine le conseguenze del “sì” e del “no” al referendum. “Entrambe le opzioni comportano rischi enormi. Il sì significherebbe una depressione quasi infinita. Forse un paese impoverito potrebbe alla fine ottenere la remissione del debito; forse con una economia bruciata la Grecia potrebbe alla fine ottenere l’aiuto della Banca mondiale. Ma tutto questo accadrebbe nei prossimi 10 o 20 anni. Il no almeno aprirebbe la possibilità che la Grecia, con le sue forti tradizioni democratiche, riprenda le sorti del suo destino. I greci avranno l’opportunità di dare forma ad un futuro che, anche se non sarà così prospero come in passato, è molto più promettente che la smisurata tortura del presente”.


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Category: Economia, Osservatorio Europa

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About Joseph Stiglitz: Joseph Eugene Stiglitz ( 1943) è un economista e saggista statunitense. Premio Nobel per l'economia nel 2001. Attualmente insegna alla "Graduate School of Business" presso la "Columbia University". Stiglitz ha rivestito ruoli rilevanti nella politica economica: ha lavorato nell'amministrazione Clinton come Presidente dei consiglieri economici (1995 – 1997) e presso la Banca Mondiale è stato Senior Vice President e Chief Economist (1997 – 2000), prima di essere costretto alle dimissioni dal Segretario del Tesoro Lawrence Summers. La sua produzione teorica e tecnica si è occupata soprattutto di microeconomia: il contributo più famoso di Stiglitz riguarda lo screening, una tecnica usata da un agente economico che voglia acquisire informazioni - altrimenti private - da un altro. È per questo contributo alla teoria delle "asimmetrie informative" che ha condiviso il premio Nobel con George A. Akerlof e A. Michael Spence. In linea con le sue pubblicazioni tecniche, Stiglitz è l'autore di "Whither Socialism", un libro divulgativo che fornisce un'introduzione alle teorie circa il fallimento economico del socialismo nell'Europa dell'est, il ruolo dell'informazione imperfetta nei mercati e le concezioni erronee su quanto sia realmente libero il mercato nel sistema capitalista-liberista. Nel 2002 pubblica "Globalization and Its Discontents" ("La globalizzazione e i suoi oppositori", Einaudi), dove analizza gli errori delle istituzioni economiche internazionali – e in particolare del Fondo Monetario Internazionale – nella gestione delle crisi finanziarie che si sono susseguite negli anni novanta, dalla Russia ai paesi del sud est asiatico all'Argentina. Stiglitz illustra come la risposta del FMI a queste situazioni di crisi sia stata sempre la stessa, basandosi sulla riduzione delle spese dello Stato, una politica monetaria deflazionista e l'apertura dei mercati locali agli investimenti esteri. Tali scelte politiche venivano di fatto imposte ai paesi in crisi ma non rispondevano alle esigenze delle singole economie, e si rivelavano inefficaci o addirittura di ostacolo per il superamento delle crisi. Stiglitz afferma che il Fondo Monetario Internazionale, perseguendo il cosiddetto "Washington consensus", non protegge le economie più deboli né garantisce la stabilità del sistema economico globale, ma fa in realtà gli interessi del suo "maggiore azionista", gli Stati Uniti, a discapito di quelli delle nazioni più povere. Le argomentazioni di Stiglitz sono particolarmente degne di attenzione perché provengono da un economista inserito nelle istituzioni finanziarie internazionali, e contribuiscono a spiegare perché la globalizzazione ha generato l'opposizione dei movimenti sociali che hanno organizzato le proteste di Seattle e Genova. Nel 2011 appoggia e partecipa al movimento Occupy Wall Street. Ha preso ufficialmente le distanze dai movimenti no-euro ed anti-europeisti, tra cui Front National, Fratelli D'Italia, che in vista delle elezioni europee del 2014 spesso lo citavano come fonte autorevole.

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