Francesca Coin: Il crepuscolo delle promesse. Note sull’economia politica della gratuità

| 1 Settembre 2017 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamo dalla Società italiana di Storia del lavoro, giugno 2017 

In Italia è in corso il più massiccio processo di sostituzione di forza lavoro retribuita con forza lavoro non pagata dell’epoca recente. Si tratta di un processo creato per molti versi ex lege che fa ricorso alla figura del volontario per aggirare i vincoli di bilancio e i blocchi alle assunzioni nel settore pubblico. Nel pubblico, uno dei più colpiti è il settore dei beni culturali, ma più propriamente bisognerebbe parlare di una pratica che si estende dai beni culturali ai settori della ricreazione, dell’assistenza sociale, della protezione civile e della sanità. È probabile che nei prossimi mesi saremo in grado di osservare la straordinaria entità di questa sostituzione, che a regime dovrebbe fare del lavoro non retribuito un obbligo per molte fasce della popolazione. Il dato preoccupante è la rapida accelerazione della legislazione funzionale a tale processo, che solo negli ultimi mesi ha trovato attuazione nella legge delega n. 106/2016 che rende il servizio civile volontari universale, mentre si postula di renderlo obbligatorio; nella Legge Minniti-Orlando, che tra le altre cose prevede l’introduzione del lavoro volontario per i migranti; nell’alternanza scuola-lavoro prevista all’interno della legge 107 del 2015 (“La Buona Scuola”), che a regime dovrebbe prevedere periodi di stage presso aziende per un milione e mezzo di studenti; nella riforma del welfare che trasforma il sussidio di disoccupazione in una sorta di “patto di servizio” che prevede l’accettazione di stage e tirocini in cambio della possibilità d’accesso all’indennità di disoccupazione; per non citare tutte le disposizioni di legge meno recenti, in base alle quali l’amministrazione pubblica può servirsi di prestazioni erogate a titolo gratuito previa stipula di apposite convenzioni (legge 266/1991).

Dal punto di vista del discorso pubblico, si tratta spesso di volontari: individui mossi nella loro attività da finalità di coesione, solidarietà o integrazione sociale. Non mi interessa in questa sede riprendere il tortuoso dibattito sul terzo settore. Piuttosto mi interessa come, all’interno di questo variegato settore dell’economia sociale, il desiderio di qualificazione o integrazione sociale venga messo a valore da enti pubblici come lo Stato, le Regioni, le Province autonome, gli enti locali. Non sono stati in pochi, in questi anni, a osservare come sia cambiata la composizione occupazionale negli enti pubblici e a evidenziare una crescita tendenziale dell’esternalizzazione e della precarietà al loro interno. Il punto che mi preme sottolineare è come il volontariato, insieme agli stage, ai tirocini, al servizio civile e ai lavori di pubblica utilità, che nel loro complesso non riguardano solo il pubblico ma anche il privato, costituisca una delle modalità attraverso le quali la pubblica amministrazione può sopperire ai blocchi nel turnover in quella che appare una sostituzione di professionalità specializzate con personale non pagato.

Il discorso sul lavoro gratuito si radica in queste contraddizioni, come obiettivo di un numero crescente di riforme strumentali, negli intenti dichiarati, a favorire la cittadinanza attiva e la partecipazione, e all’interno delle quali la gratuità viene presentata come un’opportunità di acquisire nuove competenze. Nel contempo, la gratuità può essere vista come epilogo stesso del processo di precarizzazione – il processo iniziato da Treu nel 1997 e terminato con il Jobs Act, per capirci – che non a caso proprio nel 1997 vedeva introdotto in Italia non solo il lavoro precario ma altresì lo stage, inteso come attività formativa in nessun modo riconducibile a un rapporto di lavoro di tipo subordinato e che pertanto esclude lo stagista dalla retribuzione, dai contributi previdenziali e dalle tutele. Il lavoro gratuito, in questo senso, appare a un tempo l’epilogo dello scorso trentennio e il banco di prova delle sue narrazioni – il momento nel quale la promessa neo-liberale di crescita e occupazione si estrinseca nel dilagare del lavoro non pagato.

In un contesto come quello italiano, dove i vincoli posti dal patto di stabilità interno e esterno hanno imposto ingenti tagli alla spesa pubblica, il lavoro gratuito ha consentito di mantenere in vita l’effetto performativo della promessa neo-liberale legittimando aspettative di una prossima ripresa fatta di crescita e innovazione, coprendo, nei fatti, tutti quei buchi prodotti dai tagli al personale e dal blocco del turn-over mentre garantiva una parvenza di normalità. Laddove lo stato taglia, il lavoratore non pagato agisce una normalità fittizia facendosi carico dei costi e delle responsabilità disattese. È in questo modo, senza troppe illusioni, che sono andate avanti le cose in questi anni nel settore pubblico, attraverso un ricorso straordinario al lavoro non pagato nelle università, nella pubblica amministrazione o nella sanità, in un processo che, in questi mesi, pare subire una rapida accelerazione.

L’obiettivo di questo breve scritto è portare l’attenzione sulla centralità del lavoro gratuito al mercato del lavoro contemporaneo, in un processo fatto di bandi pubblici, esternalizzazioni o semplicemente “spirito di servizio”, che esternalizza gradualmente una serie di professionalità su personale non pagato, mentre il graduale venire meno del welfare familiare, quei risparmi che consentivano ai figli del “ceto medio” di agire la gratuità, trasforma l’economia politica della promessa in cimitero di speranze incalzato dalla disillusione. Ha fatto non a caso clamore in queste settimane il caso degli scontrinisti, “volontari” della Biblioteca Nazionale di Roma che i primi di maggio hanno deciso di denunciare le proprie condizioni di lavoro con una lettera pubblica. Gli scontrinisti sono lavoratori “volontari” della Biblioteca Nazionale di Roma reclutati dal Ministero per il Beni Culturali (Mibact) attraverso l’associazione Avaca, che per molti anni hanno svolto 4 ore al giorno di lavoro per cinque giorni a settimana adempiendo a tutti i doveri tipici di un rapporto di lavoro subordinato – seguendo l’ufficio prestito, il servizio accoglienza, la distribuzione del materiale librario nelle sale di lettura, i servizi di magazzino e in altri uffici. La loro condizione lavorativa, in questo senso, coincideva solo formalmente con il volontariato. Negli effetti il loro lavoro rifletteva le regole del lavoro subordinato, regolato da turni settimanali e da regolare richiesta di ferie, salvo che la retribuzione mensile era limitata ai 400 euro di rimborso spese. Nel caso degli scontrinisti, la vulnerabilità economica ha cessato di fare da propellente alla docilità essenzialmente a causa dell’insostenibilità delle condizioni di lavoro – per essere pagati i lavoratori si trovavano spesso a raccogliere gli scontrini che rimanevano a terra nella caffetteria accanto, in un’umiliazione quotidiana priva di prospettive che erodeva le fondamenta stesse della speranza di regolarizzazione usata a legittimazione della gratuità.

La storica dell’arte Antonella Gioli scriveva qualche anno fa che

«il ricorso al volontariato aggrava la già critica situazione occupazionale. Semplicemente, toglie un posto di lavoro, che sia di un tecnico o meno, restauratore o custode, contravvenendo a uno spirito di giustizia e solidarietà, soprattutto se svolto da persone in pensione. Certo, in molti casi è l’unico modo per garantire l’apertura di chiese e monumenti, ma è un ricatto che paghiamo troppo caro. […] Ancora più inquinante, è la pratica di riconoscere un rimborso spese variamente motivato ai volontari, o meglio all’associazione di volontariato: se la prestazione è pari a quella che darebbe il professionista, allora è sfruttamento; se è di livello inferiore dà come risultato un costo comunque, un posto di lavoro perso, un servizio peggiore. Soprattutto, ancor più del volontariato gratuito, il volontariato mezzo pagato svaluta il lavoro, la competenza anche specialistica formata con lo studio».

In pochi anni, la diffusione del lavoro non pagato ha creato precisamente questa situazione: una situazione di competizione al ribasso nella quale diverse professionalità sono state poste improvvisamente fuori mercato mentre giovani studenti si trovavano sempre nella stessa condizione: mesi di lavoro gratuito, grandi complimenti, nessuna retribuzione e poi un nuovo stage.

La protesta degli scontrinisti e il loro immediato “licenziamento” – la richiesta via sms con cui l’associazione Avaca chiedeva loro di non presentarsi più in biblioteca, talvolta dopo più di dieci anni, giacché un volontario non si può licenziare – è simbolica, da questo punto di vista, non solo di tutte quelle forme di lavoro non pagato mascherate da volontariato che abitano l’amministrazione pubblica a mezzo della stipula di convenzioni. Essa va letta anche come il sintomo di un’analisi dei costi e benefici che infine cessa di credere alle promesse di qualificazione per giudicare il lavoro gratuito come una violenza nascosta dalla mistificazione. L’incapacità di essere validati dal mercato del lavoro con una normale retribuzione non è, alla lunga, solo fonte di inadeguatezza, senso di colpa o frustrazione, ma altresì di un processo di disillusione nel quale le promesse su cui la gratuità cerca di presentarsi come legittima cessano di essere accettate. In questo contesto il punto centrale si rivela essere non tanto, come abbiamo detto varie volte in questi mesi, quali motivazioni spingano ad accettare un lavoro non pagato, perché sempre più spesso questa pare essere, purtroppo, una scelta non data. Il punto è come si legittima la gratuità e viceversa cosa la rende illegittima: cosa trasforma l’accettazione della gratuità in una successiva sottrazione? È questa la domanda che probabilmente tenderà a caratterizzare i prossimi mesi. Il punto, in questo senso, diventa denudare la mistificazione del lavoro non pagato.

Sin dagli anni Settanta la gratuità pare sempre fondarsi sulla mobilitazione di speranze e aspettative, come se per molti versi il fulcro stesso della legittimazione del lavoro non pagato dipendesse dalla capacità di intercettare speranze e desideri che paiono altrimenti preclusi nella società. La straordinaria componente degli affetti, denunciata già a suo tempo dal movimento femminista, è centrale nel lavoro non pagato la cui legittimità riposa precisamente nella capacità di mobilitare un immaginario sociale capace di compensare temporaneamente i sacrifici imposti dalla dis-retribuzione. In molti casi, nei casi in cui il lavoro gratuito prende la forma di stage e tirocini, Servizio Civile o Alternanza scuola-lavoro, l’offerta di lavoro gratuito prende spesso le sembianze di un’opportunità di formazione, a suggerire che il lavoro non pagato non è, alla maniera marxiana, il motore dell’estrazione di plusvalore o dello sfruttamento, bensì il prezzo da pagare per accedere a nuove competenze e opportunità nel mercato del lavoro.

L’intero impianto discorsivo si forgia sulla supply economics, in base alla quale è lavorando sull’offerta che si ottiene una domanda – è questo l’assunto fondamentale della promessa di occupabilità su cui fa leva la legittimazione del lavoro gratuito. Di fatto, basta sfogliare un qualunque rapporto AlmaLaurea per capire come il lavoro gratuito sia profondamente inadeguato a rispondere ai problemi di un contesto come quello italiano, nel quale la struttura produttiva viene erosa anno dopo anno come complessa risultante di squilibri intra-europei e di “Quarta rivoluzione industriale”. I 47.500 volontari del Servizio Civile che andranno a operare nel settore dei Beni Culturali, piuttosto che nei campi della sanità, della protezione civile, della ricreazione e dell’assistenza sociale, a 3,60 euro all’ora, non acquisiranno competenze capaci di traghettarli verso un lavoro tutelato ma banalmente contribuiranno a ridurre le tutele nelle professioni esistenti, finendo altresì per sostituire figure professionali come quella degli educatori museali o dei paleontologi, degli storici dell’arte o degli archivisti come ripetuto allo sfinimento dai professionisti che operano nel settore dei Beni Culturali.

La disposizione a lavorare gratuitamente non risolve il problema della disoccupazione, ma evidenzia la resilienza della mistificazione su cui si regge la gratuità, in una specie di negoziazione continua tra le speranze mobilitate dalla promessa e i sacrifici materiali che quella impone. Interessante, in questo senso, cercare di capire in quale modo la gratuità tenta di intercettare i desideri e le speranze del corpo sociale. Nella legge Minniti-Orlando, per esempio, il lavoro non pagato viene presentato come uno strumento di integrazione. Pur accolta criticamente dal Consiglio Italiano dei Rifugiati (Cir) per il quale lo status di rifugiato non può dipendere dal suo impiego in lavori socialmente utili, il problema non è tanto che tale proposta sia incompatibile con le normative nazionali o internazionali ma che tale proposta sia compatibile con l’opinione diffusa per la quale il diritto d’asilo equivale non a un diritto bensì a una concessione per ripagare la quale è necessario pulire le strade e i giardini pubblici, come se si trattasse di rimuovere, con il lavoro gratuito, un pregiudizio generalizzato.

La domanda è: fino a che punto il rapporto tra i costi e i benefici della gratuità sarà considerato legittimo? Sino a che punto la mobilitazione di un immaginario di promesse riuscirà a compensare la nuda percezione della violenza del lavoro non pagato? È a queste domande che bisognerà prestare attenzione nei prossimi mesi, mentre le riforme introdotte negli ultimi mesi entreranno a regime. Perché la straordinaria mistificazione del lavoro non pagato non intende nascondere solo lo sfruttamento, come scriveva Silvia Federici, ma una violenza ancora più sottile: la decisione di escludere interi gruppi sociali dalle condizioni stesse per la sopravvivenza

 

Category: Economia, Economia solidale, cooperativa, terzo settore, Vite, lavoro, non lavoro delle donne

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About Francesca Coin: Francesca Coin è sociologa e ricercatrice presso l'Università "Cà Foscari" di Venezia. Si occupa di lavoro, diseguaglianze e movimenti sociali. Durante gli anni dell'amministrazione di George W. Bush viveva ad Atlanta, dove insegnava «Race and Ethnic Relations» alla Georgia State University, nella terra di MLK e dei movimenti neri. Ha lavorato per diversi anni con i campesinos e i migranti agricoli, dal Messico all'India, cosa che l'ha avvicinata nel tempo alle questioni del debito e della terra, e alle culture indigene, tra shamanesimo e bramacharia. Dal 2008 si occupa in particolare di conoscenza: studia il rapporto tra la conoscenza e il mercato, tra il pensiero neoclassico che guida le riforme dell'istruzione e la pedagogia. Autrice de «Il Produttore Consumato» (2006), è tra i portavoce nazionali della Rete 29 Aprile, il movimento di ricercatori che difende l'Università come bene comune. Tiene corsi di «Sociologia delle Migrazioni e delle Culture» a Cà Foscari e alla Cà Foscari Harvard Summer School. Ha un blog su Il Fatto Quotidiano, è nella redazione della rivista Loop e di Roars: Return on Academic Research.

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