Florence Jaumotte e Carolina Osorio Buitron (FMI): Declino dei sindacati e aumento nelle disuguaglianze nei redditi

| 21 Marzo 2015 | Comments (2)

 

 

Riceviamo da Lisa Dorigatti la traduzione di questo testo scritto da due economiste senior  del Fondo Monetario Internazionale

 

 

L’aumento delle disuguaglianze nei redditi è legato al declino dei sindacati. Lo dice il Fondo Monetario Internazionale in un paper in uscita prossimamente e firmato da due senior economists dell’organizzazione, Florence Jaumotte e Carolina Osorio Buitron (http://www.imf.org/external/pubs/ft/fandd/2015/03/pdf/jaumotte.pdf). Le due autrici sostengono che esiste una forte evidenza del fatto che tassi più bassi si sindacalizzazione siano correlati con un aumento della fetta di reddito che va al 10% più ricco della popolazione. Nel periodo 1980–2010 tale quota è aumentata di circa 5 punti percentuali nelle economie avanzate e secondo Jaumotte e Buitron “il calo della sindacalizzazione spiega circa la metà di tale aumento”. Il meccanismo che spiega questa correlazione si basa sulla riduzione del potere dei lavoratori: una riduzione della partecipazione dei lavoratori ai sindacati riduce il loro potere contrattuale e sposta la bilancia della distribuzione del reddito a favore dei più ricchi, ossia i detentori del capitale. Di conseguenza, il reddito prodotto annualmente si concentra ai livelli più alti della scala salariale, aumentando le diseguaglianze.

Non è la prima volta che istituzioni tradizionalmente assai lontani dal movimento operaio riconoscono il ruolo fondamentale giocato dalle organizzazioni sindacali nel promuovere una redistribuzione della ricchezza. Qualche mese fa, Nicholas Kristof, giornalista del New York Times per sua stessa ammissione sospettoso nei confronti dei sindacati, ha affermato di essere stato in errore nella sua visione negativa. In particolare, il giornalista riconosce il ruolo delle organizzazioni sindacali nel ridurre le diseguaglianze nella società americana. Del resto, analisi che evidenziano la relazione fra la riduzione dei tassi di sindacalizzazione e l’aumento delle diseguaglianze non sono certamente mancate negli ultimi anni (si vedano, ad esempio, gli articoli di Bruce Western e Jake Rosenfeld sull’American Sociological Review (http://asr.sagepub.com/content/76/4/513.abstract) o di Jonas Pontusson sul British Journal of Industrial Relations (http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/bjir.12045/abstract)). In un contributo del 2011, la stessa OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, aveva riconosciuto che la riduzione del numero di lavoratori iscritti al sindacato contribuisce a un aumento delle diseguaglianze (http://www.oecd.org/els/soc/dividedwestandwhyinequalitykeepsrising.htm). La rilevanza di questo contributo, tuttavia, non sta solo nell’organizzazione da cui tale contributo emana, quel Fondo Mondiale Internazionale, promotore di quelle politiche neoliberali tanto ostili alle organizzazioni sindacali, ma anche nelle conclusioni politiche che le due autrici traggono dalle proprie analisi. Secondo le due economiste, infatti, una delle politiche da adottare per ridurre le diseguaglianze riguarderebbe proprio la “riaffermazione di quelle norme che permettono ai lavoratori che vogliono di contrattare collettivamente”. Detto in altri termini, il rafforzamento delle organizzazioni sindacali.

Questa inedita presa di posizione da parte dell’FMI è una novità che smentisce clamorosamente le posizioni avanzate da molti economisti (e condivise dalla maggior parte degli opinionisti) secondo cui le organizzazioni sindacali sarebbero un ostacolo alla crescita economica e, in ultima istanza, anche alla redistribuzione della maggior ricchezza prodotta. L’analisi si aggiunge alla precedente autocritica dell’FMI (http://www.imf.org/external/pubs/cat/longres.aspx?sk=40200.0) in tema di politiche di austerity che aveva mostrato gli effetti deleteri di tali politiche sull’economia. Come anche in quel caso, resta tuttavia alquanto improbabile che una nuova e differente analisi produca un cambio di linea politica. Osservazione, questa, che ci deve ulteriormente far interrogare sulle condizioni che sostengono quella che Colin Crouch ha definito la “strana non-morte” del neoliberismo.

Traduzione del testo ( http://www.imf.org/external/pubs/ft/fandd/2015/03/pdf/jaumotte.pdf)

 

La disuguaglianza è aumentata in molte economie avanzate a partire dagli anni Ottanta, soprattutto a causa della concentrazione del reddito ai livelli più alti della distribuzione. Le misure della disuguaglianza sono aumentate in maniera considerevole, ma lo sviluppo più eclatante è il grande e costante aumento della quota di reddito totale che va al 10 per cento più ricco della popolazione che guadagna di più – un fenomeno solo parzialmente catturato dalla più tradizionale misura della disuguaglianza, il coefficiente di Gini (vedi figura 1). Il coefficiente di Gini è una misura riassuntiva che stima la differenza media di reddito fra gli individui nella distribuzione della ricchezza. Prende il valore zero se la ricchezza di un Paese è egualmente distribuita fra i suoi abitanti e di 100 (o 1) se una persona dispone di tutto il reddito.

Mentre un po’ di disuguaglianza può aumentare l’efficienza, rafforzando gli incentivi a lavorare e investire, ricerche recenti suggeriscono che alti livelli di disuguaglianza sono associati a livelli più bassi di crescita economica e a una crescita economica meno sostenibile nel medio termine (Berg e Ostry, 2011; Berg, Ostry, e Zettelmeyer, 2012), anche nelle economie avanzate (OCSE, 2014). Inoltre, una crescente concentrazione del reddito nella parte superiore della distribuzione può ridurre il benessere di una popolazione, se permette alle persone che guadagnano di più di manipolare il sistema economico e politico in loro favore (Stiglitz, 2012).

Le spiegazioni tradizionali dell’aumento della disuguaglianza nelle economie avanzate fanno riferimento a fattori quali il cambiamento tecnologico (il cosiddetto skill biased technological change, ndr) e la globalizzazione, che hanno aumentato la domanda relativa di lavoratori qualificati, beneficiando chi guadagna di più rispetto alla media. Ma la tecnologia e la globalizzazione favoriscono la crescita economica e c’è poco che i politici possono o sono disposti a fare per invertire queste tendenze. Inoltre, mentre i Paesi ad alto reddito sono stati colpiti in modo simile dal cambiamento tecnologico e dalla globalizzazione, la diseguaglianza in queste economie è cresciuta a diverse velocità e ordini di grandezza.

Di conseguenza, la ricerca economica si è recentemente concentrata sugli effetti dei cambiamenti istituzionali, con la deregolamentazione finanziaria e la diminuzione dell’aliquota marginale massima sul reddito personale spesso citati come i più importanti contributi alla crescita della  disuguaglianza. Al contrario, il ruolo svolto dalle istituzioni del mercato del lavoro – come la riduzione del tasso di sindacalizzazione e del salario minimo rispetto al reddito mediano – ha caratterizzato in maniera meno prominente i dibattiti più recenti. In un documento di prossima pubblicazione guardiamo proprio a questa parte dell’equazione.

Esaminando le cause della crescita delle disuguaglianze, ci focalizziamo sul rapporto tra le istituzioni del mercato del lavoro e la distribuzione del reddito, analizzando l’esperienza delle economie avanzate a partire dal 1980. La visione più comunemente accettata è che i cambiamenti nella sindacalizzazione o nel salario minimo interessano i lavoratori a basso e medio salario, ma è improbabile che essi abbiano un impatto diretto sui percettori dei redditi più alti.

Mentre i nostri risultati sono coerenti con precedenti affermazioni sugli effetti del salario minimo, abbiamo trovato forte evidenza che la riduzione della sindacalizzazione è associata all’aumento della quota di reddito ai più ricchi nelle economie avanzate durante il periodo 1980-2010 (per esempio, si veda Tabella 2), mettendo quindi in discussione le idee sui canali attraverso i quali la densità sindacale influenza la distribuzione del reddito. Questo è l’aspetto maggiormente innovativo della nostra analisi, che pone le basi per ulteriori ricerche sul legame fra l’indebolimento dei sindacati e l’aumento della disuguaglianza.

 

Cambiamenti al vertice

La ricerca economica ha messo in luce diversi canali attraverso i quali i sindacati e il salario minimo possono influenzare la distribuzione dei redditi a livelli bassi e medi, fra cui la dispersione

dei salari, la disoccupazione e la redistribuzione. Nel nostro studio, tuttavia, consideriamo anche la possibilità che sindacati più deboli possono portare a quote maggiori di ricchezza per i percettori di redditi più alti e formuliamo ipotesi per spiegare questo fenomeno.

I principali canali attraverso cui le istituzioni del mercato del lavoro possono influenzare le diseguaglianze di reddito sono i seguenti.

 

Dispersione salariale

si crede che sindacalizzazione e salari minimi possano ridurre la disuguaglianza aiutando a equalizzare la distribuzione dei salari, e la ricerca economica lo conferma.

 

Disoccupazione

Alcuni economisti sostengono che, mentre sindacati più forti e un salario minimo più elevato riducono la disuguaglianza dei salari, essi possono anche aumentare la disoccupazione mantenendo i salari al di sopra dei livelli consoni al mercato e portando quindi a una maggiore disparità di reddito. Ma il sostegno empirico per questa ipotesi non è molto forte, almeno per quanto si osserva nelle economie avanzate (vedi Betcherman, 2012; Baker et al., 2004; Freeman, 2000; Howell ed altri, 2007; OCSE, 2006). Per esempio, in una review di 17 studi, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha trovato che solo 3 di questi confermano l’associazione tra densità sindacale (o copertura della contrattazione) e aumento della disoccupazione complessiva.

 

Ridistribuzione

sindacati forti possono indurre i politici a impegnarsi per una maggiore redistribuzione mobilitando i lavoratori a votare per i partiti che promettono di ridistribuire il reddito o spingendo tutti i partiti politici a farlo. Storicamente, i sindacati hanno svolto un ruolo importante nell’introduzione di fondamentali diritti sociali e del lavoro. Al contrario, l’indebolimento dei sindacati può portare a meno redistribuzione e maggiore disuguaglianza di reddito netto (cioè, la disuguaglianza di reddito dopo le imposte e trasferimenti).

 

Potere contrattuale dei lavoratori e quote di reddito ai livelli superiori

Una riduzione della sindacalizzazione può aumentare la quota di reddito ai livelli superiori, riducendo il potere contrattuale dei lavoratori. Naturalmente, la quota di reddito ai livelli superiori è meccanicamente influenzata da ciò che accade nel parte inferiore della distribuzione del reddito. Se la riduzione della sindacalizzazione riduce i guadagni per i lavoratori, aumenta necessariamente la quota del reddito dei dirigenti aziendali e i rendimenti per gli azionisti. Intuitivamente, l’indebolimento dei sindacati riduce il potere contrattuale dei lavoratori relativamente ai detentori di capitale, aumentando la quota di ricchezza che va al capitale – che è più concentrato nella parte superiore della distribuzione del reddito rispetto a quella derivante da salari e stipendi. Inoltre, sindacati più deboli possono ridurre l’influenza dei lavoratori sulle decisioni aziendali che beneficiano i percettori dei redditi più alti, come la dimensione e la struttura delle retribuzioni dei dirigenti.

Per studiare il ruolo della sindacalizzazione e del salario minimo nella crescita della disuguaglianza, abbiamo usato tecniche econometriche su un campione che comprende tutte le economie avanzate per le quali sono disponibili dati relativi agli anni dal 1980 al 2010. Abbiamo esaminato il rapporto tra le varie misure di disuguaglianza (quota di reddito al 10% più ricco, indice Gini dei redditi lordi, indice Gini dei redditi netti) e le istituzioni del mercato del lavoro, introducendo diverse variabili di controllo. Le variabili di controllo riguardano altri importanti fattori che influenzano la disuguaglianza, come la tecnologia, la globalizzazione, la liberalizzazione finanziaria e le aliquote marginali sul reddito personale.

I nostri risultati confermano che il declino della sindacalizzazione è fortemente associato con l’aumento della quota di reddito per i livelli superiori. Nonostante sia difficile stabilire l’esistenza di nessi causali, il calo della sindacalizzazione sembra essere un fattore chiave per spiegare questo fenomeno. Questa constatazione vale anche dopo aver tenuto conto dei cambiamenti nel potere politico, delle variazioni nelle norme sociali in materia di disuguaglianza, dei cambiamenti nella distribuzione settoriale del lavoro (come la deindustrializzazione e il crescente ruolo del settore finanziario), e degli aumenti dei livello d’istruzione. La relazione tra la densità sindacale e il coefficiente Gini sui redditi lordi è parimenti negativa, ma un po’ più debole. Questo potrebbe essere causato dal fatto che l’indice Gini sottostima gli aumenti delle disuguaglianze nella parte superiore della distribuzione del reddito.

Abbiamo anche trovato che la riduzione della sindacalizzazione è associata con meno redistribuzione del reddito e che le riduzioni dei minimi salari aumentano la disuguaglianza complessiva in maniera notevole.

In media, il calo della sindacalizzazione spiega circa la metà dell’aumento di 5 punti percentuali della quota di ricchezza per il 10 per cento più ricco. Analogamente, circa la metà dell’aumento dell’indice Gini relativo ai redditi netti è guidato dalla riduzione della sindacalizzazione.

 

Nuove piste di ricerca

Il nostro studio si concentra sulla sindacalizzazione come misura del potere contrattuale dei lavoratori. Al di là di questa semplice misura, più ricerca è necessaria per indagare quali aspetti della sindacalizzazione (per esempio, la contrattazione collettiva, l’arbitrato) hanno maggiori effetti e se alcuni aspetti possono essere più dannosi per la produttività e la crescita economica.

Se l’aumento della disuguaglianza causato dall’indebolimento dei sindacati è un bene o un male per la società rimane poco chiaro. Mentre l’aumento della quota del reddito ai redditi più alti potrebbe riflettere un aumento relativo della loro produttività (diseguaglianza buona), la retribuzione dei top earners potrebbe essere maggiore del loro contributo alla crescita economica, riflettendo ciò che gli economisti chiamano “estrazione di una rendita” (disuguaglianza cattiva). La disuguaglianza potrebbe anche danneggiare la società, consentendo ai redditi più alti di manipolare il sistema economico e politico.

In questi casi, ci sarebbero buoni motivi per un’azione da parte dei governi. Tale azione potrebbe includere una riforma nel sistema di corporate governance che dia a tutte le parti interessate (lavoratori, dirigenti e azionisti) voce nelle decisioni sulla retribuzione dei manager; una migliore

definizione delle retribuzioni legate ai risultati, soprattutto nel settore finanziario; e una riaffermazione di quelle norme del lavoro che permettono ai lavoratori che lo vogliono di contrattare collettivamente.

 

 

 

Category: Economia, Lavoro e Sindacato, Osservatorio internazionale

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About Lisa Dorigatti: Lisa Dorigatti si laurea nel 2010 presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bologna con una tesi dal titolo “Sindacati in rinnovamento. Le strategie organizing dei sindacati tedeschi”. Frequenta poi il corso di dottorato in Studi sul Lavoro all'Università di Milano, addottorandosi nel 2014. Attualmente è assegnista di ricerca presso la stessa università. I suoi interessi di ricerca riguardano le relazioni industriali comparate, la crisi e le strategie di rinnovamento delle organizzazioni sindacali e le trasformazioni delle strutture produttive e dell'organizzazione del lavoro

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  2. Avatar Paolo ha detto:

    Uno degli articoli più interessanti degli ultimi mesi. Le idee erano già condivise da molti di noi, ma è singolare che arrivi proprio dal FMI.
    Grazie per condivisione e traduzione.

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