Federico Quadrelli: Populismo. Origine, definizioni e narrazioni

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Nelle scienze politiche e sociali ci sono molti concetti che vengono spesso abusati e usati in modo strumentale e talvolta anche propagandistico. Uno dei più noti e mal interpretati è certamente quello di populismo, usato più come una “clava retorica” contro avversarsi politici o come strumento di delegittimazione, che non come categoria analitica. In questa breve riflessione cercherò di tracciare l’origine del fenomeno “populismo” e di mettere in evidenza alcune delle principali – e controverse – definizioni proposte nel tempo da politologi e sociologi che se ne sono occupati. Lo scopo è di contribuire a fare chiarezza nel dibattito attuale offrendo un tentativo di analisi critica che non resti al livello dello scontro politico e/o giornalistico.

 

1. Origini

Mentre non esiste accordo tra esperte ed esperti su “che cosa sia il populismo” né su come possa essere definito e comunemente accettato dalla comunità scientifica, un accordo – di massima – su quale possa essere l’origine storica, sociale e politica del fenomeo c’è1.

Il fenomeno populista sarebbe comparso parallelamente nell’ottocento nella Russia zarista e negli USA, democrazia in via di sviluppo. In Russia, in realtà, il movimento noto come narodničestvo – che in Italia è associato al populismo, derivando la parola russa da “narod”, ossia “popolo” – nasce su spinta degli intellettuali russi che volevano perorare le cause dei contadini, sfruttati e poveri allo stremo, e quindi nella sua sostanza non è propriamente “populista”. Di contro, quello che si ha negli USA a fine ottocento è a tutti gli effetti un movimento che nasce dal basso, che mette insieme i contadini e le classi sociali più disagiate, che le interpella e mobilita, e che attira le critiche e l’orrore delle classi più agiate e benestanti. La parola “populist” è un neologismo che si ispira alla parola latina “populus”, e viene “inventata” negli USA nel 1891 per definire gli appartenenti a un nuovo partito, nato per contrapporsi ai due già esistenti (i democratici e i repubblicani) e che portava il nome di “People’s Party (PoP) nel Kansas (cf. Frank, 2020:9).

Il movimento che si stava piano piano diffondendo negli USA era tutt’altro che razzista, xenofobo o nazionalista, così come si è soliti pensare quando si parla – oggi, sbagliando – di populismo2. Il PoP aveva una piattaforma politico-ideologica progressista, molto simile a quella dei partiti laburisti: sosteneva la lotta contro i privilegi di industriali e banchieri, auspicava un massiccio intervento dello Stato nelle questioni economiche (cosa che poi accadrà con il New Deal di Roosvelt), contrastava il suprematismo bianco in voga nel sud e tra i democratici, sostenendo il bisogno di mettere insieme bianchi e neri nella battaglia politica, poiché erano uniti già in quella per i diritti (cf. Frank, 2020:45). In pratica, l’opposto di quanto oggi molti intendono affermare quando usano l’aggettivo “populista”.

Nella dettagliata e ricca analisi storica di Thomas Frank sul PoP sono numerosi i riferimenti bibliografici che riportano passaggi dei manifesti politici e programmatici del terzo partito americano e le feroci opposizioni da parte dei democratici e dei repubblicani, sfociate, a volte, anche in repressioni sanguinose ed omicidi. Erano altri tempi, per carità, ma l’origine storica e politica del fenomeno populista è assai distante dalla ricostruzione più recente, così come dalle sue manifestazioni, oggi essenzialmente – ma non solo – associate alle destre nazionaliste e xenofobe.

La prima leadership forte espressa dal PoP, per concorrere al ruolo di Presidente degli Stati Uniti d’America, è quella di William Jennings Bryan (1896), un uomo con eccellenti doti retoriche, che è a ragione un prototipo originale di leader populista. Riprendo un passaggio del discorso tenuto nel 1896 in occasione della sua nomination, citato da Frank (2020:55):

“[w]e are fighting in the defense of our homes, our families, and prosperity (…) We have petitioned, and our petitions have been scorned; we have entreated, and our entreaties have been disregarded; we have begged, and they have mocked when our calamity came (…) We beg no more; we entreat no more; we petition no more. We defy them.”

Qua emerge credo chiaramente l’essenza del Populismo, ossia la contrapposizione noi/loro, dove “noi” è in questo specifico caso un popolo oppresso e stremato, che ha provato ogni cosa per “farsi sentire” e dove “loro” è una classe dirigente – la élite – che ha ignorato e anzi schernito quelle istanze. Quelle elezioni saranno perse dal PoP, e quell’esperienza politica si concluderà, ma lascerà da lì in avanti un’impronta indelebile alla politica statunitense, specialmente rispetto ad alcune battaglie, come quella legata alla richiesta d’abbandonare lo standard dell’oro per quello dell’argento, cosa che accadrà molti decenni dopo, in un clima completamente diverso.

Questa è, in sostanza, l’origine del fenomeno e della parola “populist”/”populista”. Una storia che nasce e si sviluppa negli USA, per una voglia di riscatto da parte di esclusi e non da parte di un gruppo d’intellettuali illuminati, come era stato il movimento in Russia, e, soprattutto, che cresce all’ombra dell’affermazione contenuta nel preambolo della Costituzione “We the People”, nell’idea di una democrazia il cui governo è, nelle parole di Abraham Lincoln doveva essere “of the People, by the People and for the People”. Insomma, la quint’essenza del populismo si potrebbe dire.

 

2. Definizioni

L’esperienza storica, si è visto, è più complessa e ricca di sfumature di quanto non si possa pensare. Se è vero che la parola inglese “populist” nasce in quel dato momento storico per descrivere un gruppo d’appartenenti a un dato movimento politico, è anche vero che, come ogni cosa che riguarda la società, i valori, la cultura, la politica e via dicendo, i fenomeni mutano nel tempo e nello spazio e dunque, ciò che poteva essere valido nella fine dell’Ottocento, non lo è più a metà Novecento e meno che mai lo è oggi. Tuttavia, come il passaggio citato nel precedente paragrafo esprime, esiste un filo conduttore, un quid che consente di ridurre ai minimi termini il concetto.

Lo sforzo accademico e dunque teorico, di analisi, riflessione e poi definizione del fenomeno “populismo”, ha inizio ufficialmente con il convegno organizzato dalla London School of Economics and Political Science (LSE) nel maggio del 1967, a cui fa seguito la prima e più importante pubblicazione sul tema (1969) in cui Isaiah Berlin parla dell’ormai famoso “complesso di Cenerentola”3 nella discussione su che cosa è il populismo.

Nel corso dei decenni la discussione accademica si è via via raffinata. Così, oggi, abbiamo una quantità di scritti sul populismo – saggi, articoli, analisi, ricerche, libri – impressionante. Così come

esistono numerose e spesso contrastanti definizioni del fenomeno. Parallelamente si è andata sviluppando anche una discussione di carattere giornalistico che ha contribuito a “politicizzare” il concetto, ormai divenuto strumento per aggredire e denigrare un avversario, sia esso di destra o di sinistra. Il tono è sempre “peggiorativo” e “negativo”. Dare a qualcuno del populista è di fatto, per molti, un’offesa.

Così, sono state proposte definizioni di populismo di vario tipo: un atteggiamento demagogico ed opportunistico per Taggart (2000) o addirittura una patologia (2002); un discorso (politico) come vera essenza della politica per Laclau (2005), uno stile di comunicazione per Kazin (1995) e Moffit (2016), l’ombra stessa della democrazia, che quindi non esisterebbe al di fuori di questo sistema, per Canovan (1999), o una sorta di “parassita” per Urbinati (2019) e infine, un’ideologia (cf. Canovan, 2002; Meny e Surel, 2002; Mudde, 2004). La lista delle prospettive, posizioni, sarebbe molto più lunga. Tutte queste visioni/definizioni evidenziano alcuni elementi comuni che ritornano, guarda caso, alle parole di William Jennings Bryan, ossia, la contrapposizione tra “popolo” ed “élite”. Questa contrapposizione è mossa da ragioni politiche ed etico-morali, per cui, la contrapposizione ruota attorno a un’idea di riscatto di oppressi verso gli oppressori.

La definizione che più di ogni altra fino ad oggi proposta mette insieme in modo molto semplice, chiaro ed esaustivo questi elementi è certamente quella del politologo olandese Cas Mudde, che sintetizza in poche righe quella che indico come “definizione minima di populismo”, ossia:

(…) thin-centered ideology that considers society to be ultimately separated into two homogenous and antagonistic groups, ‘the pure people’ versus ‘the corrupt elite,’ and which argues that politics should be an expression of the volonté générale (general will) of the people (Mudde, 2004:543).

Tolto il riferimento alla “thin-centered ideology”, ossia all’ideologia leggera che si ispira alle teorizzazioni di Freeden (1996) sullo studio delle ideologie, che per alcuni autori non è condivisibile (cf. Aslanidis, 2015), il resto è difficilmente criticabile. Anzi, anche i suoi critici poi ne riconoscono la solidità e chiarezza esplicativa. In sostanza la contrapposizione – il conflitto – è tra una popolo “puro”, quindi eticamente e moralmente “pulito” ed “innocente”, versus delle élites “corrotte”, dunque approfittatrici e cattive. L’azione dei populisti per Mudde è ideologica, e ruota attorno a questa dicotomia, che è la costante che si porta dietro il populismo dalla sua nascita “politica”, come si è detto. Ma c’è di più: l’azione dei populisti segue la logica “pars pro toto” come ha spiegato Müller (2016), ossia si fanno interpreti della volontà generale, loro parlano per il popolo e sono il popolo. Gli altri no.

 

3. Narrazioni

I populisti devono alimentare una determinata narrazione. Affinché la loro azioni politica acquisti senso agli occhi del grande pubblico, affinché sia capace di coinvolgere e mobilitare ampie masse, deve essere capace di proporre narrazioni. La retorica populista si è evoluta, ovviamente, nel tempo. Come ci ricorda Judis (2016) ha acquisito anche forme/colori diversificati. Il populismo americano del PoP aveva una base progressista, di riscatto sociale delle classi disagiate e dunque, una netta contrapposizione basso vs alto, che per Judis è tipica del populismo di sinistra. Il populismo europeo delle destre, invece, che abbiamo iniziato a conoscere bene negli ultimi 20 anni almeno è, invece, triadico, ossia muove contro l’alto e allo stesso tempo contro il basso, ossia, è anti-elitario ed escludente, sulla base di caratteristiche sociali, religiose o etniche.

Così, emerge evidente quanto il ruolo della narrazione sia importante per l’esistenza stessa del populismo (cosa per altro importante anche per altri movimenti politici, poiché la narrazione è parte del mondo della politica, come direbbe Laclau). Così come emerge chiaramente che non esiste una sola narrazione ma molte: quella del populismo sostenuto da Mouffe (2018), per esempio, è un populismo di sinistra militante che vuole raggiungere l’emancipazione delle classi meno abbienti contro lo strapotere esercitato dai nuovi plutocrati; quella del populismo propugnato dall’ AfD

tedesca, dal Front National francese o dalla Lega di Matteo Salvini attacca le elite “sovranazionali”, come l’UE o i governi “tradizionali”, ma difendendo le categorie dei grandi industriali o del ceto produttivo, per esempio, prediligendo la narrazione xenofoba e razzista, quindi escludente, per cui i migranti che arrivano “rubano il lavoro” agli autoctoni, generando, così, un sentimento di risentimento e rabbia su cui fanno leva per le campagne elettorali.

La narrazione è dunque un elemento fondamentale della politica in generale, e del populismo in particolar modo. In questo senso è molto rilevante l’analisi proposta da Moffit sullo stile politico, sulle forme della comunicazione. Questo è particolarmente vero per i leader populisti, anche se questo spingerebbe più nella direzione del concetto di “demagogia”, che non di “populismo” che, come si è provato a spiegare, ha una base diversa e ha forme più articolate. Ciò non significa che un populista possa essere anche un demagogo.

 

4. Riflessioni conclusive

In conclusione, le origini del fenomeno populista son ben rintracciabili nel tempo, così come la sua evoluzione, articolata e multiforme, nel tempo e nello spazio. Lo sforzo accademico per trovare una definizione “calzante” non ha raggiunto – se mai raggiungerà – un punto di arrivo. Nonostante tutto, esiste una definizione, quella di Mudde, che offre un quadro complessivo esauriente e chiaro, che mette in rilievo gli aspetti centrali e minimi del fenomeno populista.

Il dibattito politico e giornalistico ha di fatto contaminato anche lo spazio della riflessione accademica, tanto che il concetto “populista” è usato più come clava contro gli avversarsi che come categoria analitica. Anche nel mondo della politologia alcuni autori si sono lasciati andare ad analisi e riflessioni politicizzate, per cui il populismo è presentato come una minaccia, una catastrofe o una malattia, dipingendo scenari apocalittici (cf. Mounk, 2018). In questo senso è molto appropriata la critica, a tratti sarcastica, di due importanti politologi inglesi, Goodwin e Eatwell (2018), che hanno evidenziato proprio questa carenza di oggettività da parte anche del mondo accademico.

Ciò che mi sembra inoltre importante sottolineare è che questo fenomeno nasce in contesti diversi, ma in uno stesso periodo, quello dello sviluppo industriale ed economico, ossia, quel periodo in cui esplodono ricchezza per alcuni, sempre pochi, e disuguaglianze per tutti gli altri. Mentre in Russia la volontà di sostenere la causa degli agricoltori veniva dall’alto – gli intellettuali, negli USA nasceva dal basso, attraverso la coalizione di gruppi discriminati per l’etnia (gli afro-americani) e schiacciati da debiti e sfruttamento (i contadini bianchi).

In sostanza, l’emergere del fenomeno populista mi pare si possa affermare ha coinciso con l’esplosione dell’ingiustizia sociale. Se nel settecento francese questa esplosione ha poi raggiunto il suo apice in una rivoluzione, armata e violenta, con le teste dei nobili e del re rotolanti dal patibolo, in un contesto “democratico” – seppur limitato – come quello USA, questo disagio si è trasformato in mobilitazione dal basso, in una battaglia politica, pacifica. In questo senso sembra che la suggestione di Canovan sia assolutamente pertinente: il populismo come ombra della democrazia, ossia, come fenomeno che nasce ed esiste proprio nella democrazia stessa.

Le versioni contemporanee di populismo di sinistra, come in Grecia e in Spagna, rispondono ancora a questa logica. Quelle più diffuse di destra, molto più di successo dal punto di vista elettorale come in Italia, Austria, Polonia, Ungheria ed Olanda; seguono anch’esse l’onda della protesta che si origina dal bisogno di riscatto, di rinnovamento e di lotta all’ingiustizia sociale, ma indirizza questa energia non tanto contro le strutture di potere che generano queste ingiustizie, bensì contro determinati gruppi etnico-sociali, a cui viene addebitata la “colpa”. Alla base della loro azione sta quindi un’ideologia escludente, nativista e ultranazionalista, che ha come obiettivo politico la ri-definizione del popolo, secondo precisi criteri “culturalisti”, in completa opposizione rispetto a quello che è invece un populismo come quello descritto da Mouffe (2018) che è internazionalista ed inclusivo, mirante all’espansione del popolo, al di là di steccati nazionali, etnici o religiosi.

 

Riferimenti bibliografici

Aslanidis, Paris (2015): Is Populism an Ideology? A Refutation and a New Perspective, in Political Studies 64, October 2015, 88-104.

Berlin, Isaiah (1968): “To define Populism”, In: Government and Opposition 3, n.2, 137-180.

Canovan, Margaret (1999): “Trust the People! Populism and the two faces of Democracy”, in: Political Studies, 47 (1), 1-16.

Eatwell, Roger; Goodwin, Matthew (2018): National Populism. The Revolt against Liberal Democracy. London: Pelican Books.

Freeden, Micheal (1996): Ideologies and political theory: a conceptual approach. Oxford: Oxford university press.

Frank, Thomas (2020) People without power. The war on populism and the fight for democracy. London: Scribe.

Judis, John B. (2016): The Populist explosion. How the great recession transformed American and European politics. New York: Columbia Global Reports.

Kazin, Michael (1995): The populist persuasion. An American history. Ithaca-London: Basic Books.

Laclau, Ernesto (2005): On populist reason, London: Verso.

Meny, Yves; Surel, Yves (Ed.) (2002): Democracies and the populist Challenge. London: Palgrave Mcmillian.

Moffitt, Benjamin, (2016): The global rise of populism: Performance, political style and representation. Stanford: Stanford University Press.

Mouffe, Chantal (2018): For a left populism. London: Verso.

Mounk, Yascha (2018): The people vs. Democracy: Why our freedom is in danger and how to save it. Cambridge: Harvard University Press.

Müller, Jan-Werner (2016): What is populism? Pennsylvenia: Pennsylvenia University Press.

Mudde, Cas (2004): The populist zeitgeist, in Government & Opposition, 3/39, 541-563.

Taggart, Paul (2000): Populism. London: Open University Press.

Taggart, Paul (2002): Populism and the pathology of representative Politics, in: Meny, Yves; Surel, Yves, (Ed.), (2002) Democracies and the populist Challenge. London: Palgrave Mcmillian, 62-80.

Urbinati, Nadia (2019) Io, il popolo. Come il populismo trasforma la democrazia. Bologna: Il Mulino.

Category: Economia, Osservatorio Europa, Osservatorio internazionale, Politica

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About Franco Di Giangirolamo: Franco Di Giangirolamo (1946) è il Presidente dell'Auser Regionale dell'Emilia-Romagna.

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