Enrico Pugliese e Mattia Vitiello: Di Minniti in peggio, decreti anti immigrati e crisi della solidarietà.

| 3 ottobre 2018 | Comments (0)

DEDICATO A MIMMO LUCANO, SINDACO DI RIACE

  1. Premessa

Nel corso di questo decennio, e soprattutto a partire dagli anni più recenti, una serie di trasformazioni hanno interessato l’immigrazione in Italia. Esse riguardano in primo luogo la dimensione e le caratteristiche dell’universo dei migranti in ingresso nel paese. Ma ci sono cambiamenti di rilievo riguardanti anche le condizioni del percorso e dell’arrivo in Italia. Sono poi cambiate le condizioni di vita degli immigrati siano essi ‘immigrati economici’ e loro familiari siano essi rifugiati e richiedenti asilo (volendo provvisoriamente accettare una suddivisione che non ha più molto senso). Sono cambiati infine gli atteggiamenti della popolazione italiana e collegati ad essi – anzi come causa principale del cambiamento – anche l’orientamento delle istituzioni espresso sia da esternazioni di esponenti politici e istituzionali sia da loro interventi in materia di politica migratoria sempre più restrittivi e sempre meno solidaristi.

La notizia che tanto sorprende la stampa e gli stessi studiosi in questo periodo è la radicale differenza tra quanto è ritenuto solitamente dalla popolazione (secondo quel che registrano i sondaggi) e viene spesso dato per scontato nel discorso pubblico, e la realtà (la portata e la qualità) di fenomeni collegati all’immigrazione. L’esempio più eclatante è quella della sicurezza (o insicurezza). Uno strano concetto è emerso nel dibattito: quello di ‘insicurezza percepita’ da contrapporre a quello di insicurezza reale. Negli ultimi anni sembra che la seconda o, meglio, i fenomeni che la determinano siano diminuiti. Eppure nell’opinione pubblica prevale il convincimento che essi siano aumentati. In questo c’è senz’altro una responsabilità dei media nella selezione delle notizie e nella scelta del modo di presentarle, ma c’è soprattutto ciò che da pulpiti, per definizione autorevoli, hanno sostenuto esponenti politici magnificando la questione della insicurezza e collegandola a quella della immigrazione.

E’ una pratica antica nel nostro paese quella di esagerare i problemi, o meglio la portata dei fenomeni, per farli diventare problema. Ciclicamente ritorna in auge nel nostro paese la questione dell’invasione proprio quando, come ora, i dati mostrano il contrario. In realtà non c’è invasione e non c’è una emergenza criminalità. Eppure esse sono presenti nel discorso pubblico e sono alla base dei più importanti interventi in materia migratoria degli ultimi anni. Più in avanti si metterà in evidenza il modo in cui rappresentanti istituzionali hanno favorito la diffusione di queste credenze e in generale come abbiano stimolato le paure della gente attraverso informazioni distorte e, più di recente, portato avanti discorsi di odio. La legislazione sull’immigrazione – in particolare con i decreti anti-immigrati degli ultimi ministri è al contempo causa ed effetto della crisi di solidarietà nel nostro paese.

 

2.Quanti sono e chi sono quelli che arrivano

Se sull’entità del flusso migratorio negli ultimi anni c’è poco da aggiungere: il numero complessivo degli arrivi in Italia non ha subito rilevanti variazioni Più interessanti e rilevanti sono i cambiamenti nella sua composizione. Il primo dato da notare è che negli ultimi anni l’Italia è passata da una fase migratoria caratterizzata dalla assoluta prevalenza degli immigrati per motivi di lavoro e secondariamente da immigrazione per ricongiungimento familiare, a una nuova fase caratterizzata da una presenza sempre più significativa di migranti alla ricerca di asilo politico e protezione internazionale, come presentato nella figura 1.

Fig. 1 – Ingressi regolari in Italia nell’anno secondo i principali motivi. 2008-2017 (valori assoluti).

 

Fonte: Elaborazione su dati Istat – permessi di soggiorno.

Quest’ultimo decennio si è aperto con un numero di permessi di soggiorno per motivi di lavoro concessi nel 2010 pari a circa 359.000. Per converso nel 2016 sono state concessi per lo stesso motivo poco meno di 13.000 permessi. Nello stesso periodo, i permessi concessi per motivi di asilo passavano dai 10.000 del 2010 ai più di 77.000 per il 2016. Abbiamo dunque una colossale riduzione degli arrivi per motivi di lavoro e al contempo uno straordinario incremento, pari a circa il 700%, degli immigrati entrati per motivi di asilo: quindi di un gruppo di perone più vulnerabili avrebbe dovuto esserci (è in parte c’è stata) una maggiore disponibilità all’accoglienza.

Come dato meno importante – ma per altri versi significativo giacché esprime la maturità della immigrazione italiana – c’è da notare il fatto che gli ingressi per motivi familiari in pochi anni sono diventati il primo motivo di immigrazione in Italia. Gli ingressi per motivi di asilo però presentano un trend convergente verso il pareggio con i per permessi per motivi familiari. ancora in numero molto più modesto degli ma, come appena detto, in forte crescita almeno fino allo scorso anno.

I richiedenti asilo generalmente attraverso percorsi diversi da quelli degli immigrati per motivi di lavoro. Essi infatti arrivano via mare. Esiste una chiara correlazione tra l’aumento dei per permessi concessi per motivi di asilo negli ultimi anni e l’aumento del numero dei migranti sbarcati sulle coste italiane, il cui andamento è mostrato nella figura 2.

Fig. 2 – Numero di persone sbarcate in Italia nell’anno e numero di richieste di asilo. 1997-2017 (valori assoluti).

 

Fonte: Elaborazione su dati Ministero Interni

Come si evince dalla figura, la modalità di ingresso via mare per quasi un ventennio circa è stata scarsamente utilizzata dagli aspiranti immigrati in Italia. Essi hanno sempre preferito canali di ingresso regolari più economici e sicuri, quali quello del visto per turismo per poi protrarre il soggiorno oltre i tre mesi consentiti. L’ingresso non autorizzato via mare invece è stata in passato una modalità di ingresso residuale e usata come ultima opportunità ai gruppi più vulnerabili degli aspiranti immigrati: profughi, minori non accompagnati, vittime di tratta, ecc.

È verso la metà di questo ultimo decennio che questa modalità di ingresso comincia a registrare un significativo aumento, contemporaneo all’altrettanta significativa ascesa delle richieste di asilo. Tutto ciò non ha modificato significativamente il quadro della presenza straniera in Italia ma ha reso diverse le modalità dell’arrivo. Così il numero delle persone sbarcate è passato dai poco più di 13.000 del 2012 ai quasi 120.000 del 2017, con un picco di più di 180.000 persone sbarcate nel 2016. Le richieste di asilo sono passate dalle quasi 30.000 del 2013 alle 82.000 circa del 2017, con un picco di richieste sempre per il 2016 corrispondente a più di 91.000 richieste.

 

3. Da dove vengono e l’accesso alla protezione internazionale

Per capire i motivi del ricorso all’utilizzo di un canale di ingresso più costoso e rischioso per i migranti, quale quello via mare, occorre allargare lo sguardo e tenere conto sia delle politiche di ingresso sia del quadro dei paesi di partenza dei flussi dei richiedenti asilo che rivelano la nuova natura degli odierni flussi. Per quanto riguarda il caso delle politiche di immigrazione, è innegabile che negli ultimi anni sia in opera una restrizione dei tradizionali canali di ingresso regolari, come anche un non applicazione dei pochissimi canali di ingresso regolari e sicuri dedicati ai bisognosi di protezione quale quello del visto umanitario1. La diminuita possibilità di ricorrere ai canali di ingresso regolari e sicuri sia da parte di lavoratori sia soprattutto da parte dei bisognosi di protezione, in corrispondenza di un aumento della pressione migratoria in una serie di paesi si traduce in un maggiore ricorso a quei canali più rischiosi ma divenuti più praticabili, come le rotte di ingresso mediterranee.

E’ il caso di sottolineare che per i migranti che arrivano in Italia via mare in cerca di asilo – così come in linea teorica per chiunque dovesse arrivare per altre strade – ci sono tre distinte possibilità di ottenere la protezione internazionale: quella legata al riconoscimento dello status di rifugiato, conferito secondo i requisiti fissati dalla convenzione di Ginevra; quella legata alla protezione sussidiaria, assegnata ai richiedenti che non hanno potuto dimostrare di essere vittime di una persecuzione personale come definita dalla Convenzione di Ginevra, ma che rischiano di subire un danno grave (condanna a morte, tortura, minaccia alla vita in caso di guerra interna o internazionale) nel caso di rientro nel proprio paese; e infine – cosa più importante perché messa in discussione oggi e in sostanza eliminata dal decreto Salvini – la protezione umanitaria, concessa quando sussistono seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali dello Stato italiano.

La diffusione di questo istituto in Italia era dovuta alla nuova composizione dell’universo che migranti che finiscono per approdare nelle coste italiane. Tra i richiedenti asilo che riescono ad arrivare in Italia, dove prevalgono quelli provenienti dai paesi dell’Africa occidentale (Nigeria, Gambia, Mali e Senegal) e del corno d’Africa (Eritrea, Somalia), in cui le situazioni di crisi sono più frammentarie e disperse sul territorio e non pienamente riconosciute a livello internazionale, non è facilmente riconoscibile dalla Commissione abituata alla figura classica del rifugiato così come definita dalla Convenzione di Ginevra. Nei nuovi movimenti di bisognosi di protezione internazionale, la classica definizione del rifugiato, così come anche l’applicazione della protezione sussidiaria, avrebbe bisogno di un adeguamento alla nuova realtà in direzione di un allargamento della casistica de rifugiati secondo la Convenzione di Ginevra. Il permesso per motivi umanitari è stato pensato proprio per garantire la sicurezza di questi migranti che se rimpatriati nei loro paesi di provenienza incorrerebbero quasi certamente in una situazione di grave pericolo e di violazione dei loro diritti umani fondamentali.

Tra l’altro nei movimenti migratori involontari, spesso caratterizzati dalla precarietà e dall’imprevedibilità del viaggio e delle condizioni di vita, capita sovente che il richiedente asilo non possa dimostrare con dati documentali coerenti di essere perseguitato. Il permesso per motivi umanitari è stato pensato anche per questi casi. Esso infatti viene rilasciato quando la Commissione Nazionale per il Diritto di Asilo accerta al di fuori di ogni ragionevole dubbio la sussistenza di esigenze di protezione umanitaria e che non possa disporsi l’espulsione o il respingimento per il rischio che nello Stato di invio possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali, e nemmeno possa essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione.

Concludendo, la diminuita possibilità di ricorrere ai canali di ingresso regolari e sicuri da parte dei bisognosi di protezione, in corrispondenza di un aumento della pressione migratoria di questi particolari tipo di flussi si traduce in un maggiore ricorso a quei canali più rischiosi ma più praticabili, come le rotte di ingresso mediterranee.

 

4. Migrazioni volontarie e involontarie: migrazioni per lavoro, migrazioni per asilo, migrazioni forzate e migrazioni miste

C’è una convinzione diffusa secondo la quale si possano distinguere i migranti in due categorie nettamente e chiaramente individuabili. La prima sarebbe rappresentata da coloro i quali arrivano per cercare un lavoro e una migliore prospettiva di reddito. I secondi sarebbero costretti a fuggire dalla loro terra in quanto vittime di persecuzione. Corollario di questo è che le migrazioni si possano suddividere in volontarie e involontarie. Chiunque abbia un minimo di conoscenza del fenomeno migratorio sa che questa suddivisione è sempre stata ben poco rappresentativa della realtà dei fatti e tendenzialmente discriminante.

Purtroppo non si tratta di un problema terminologico e neanche di una questione analitica, la verità dei fatti è che a livello internazionale e in particolar modo nel nostro paese, questa distinzione non è solo presente nel senso comune ma è alla base di molta normativa riguardante la possibilità di ingresso nel paese e di rendere la propria posizione regolare. La prima obiezione alla distinzione netta riguarda proprio i rifugiati visti almeno fino a poco tempo addietro come vittime e soggetti da aiutare. Pensiamo solo alla famosa espressione del ministro Salvini di qualche anno fa: il siriano è mio fratello. Ora i tempi son cambiati e la paura e l’antipatia nei confronti dei migranti si estende anche a quelli che cercano asilo. Inoltre, nella legislazione dei paesi di immigrazione raramente si è tenuto conto del fatto che anche per i rifugiati il principale problema è quello del lavoro. Addirittura fino a poco tempo addietro in Italia e in altri paesi europei, ai richiedenti asilo non era permesso di lavorare.

Ma il problema principale è che la distinzione non vale in generale non a caso si parla sempre di più di migrazioni forzate non solo per quelli che fuggono da situazioni gravi dal punto di vista politico e militare ma anche per coloro i quali sono spinti a partire dal peggioramento delle condizioni economiche a loro volta spesso determinate dal peggioramento delle condizioni ambientali.

D’altro canto, migranti economici (che fuggono dalla fame) e migranti politici (che fuggono dalle guerre o dalle persecuzioni) spesso arrivano insieme e arrivano insieme sulle stesse barche. E questo è esattamente quello che succede ormai da almeno 5 anni nel Mediterraneo.

Un’ultima considerazione riguarda il perché questi migranti si affollano sulla rotta mediterranea. Le spiegazioni dovrebbero essere piuttosto ovvie basti solo menzionare l’aspetto geografico e la scarsa distanza tra le sponde del mediterraneo. L’elemento più problematico per il nostro paese è che i nuovi migranti sbarcati sulle coste italiane se intendono fare richiesta di asilo devono presentare obbligatoriamente la richiesta nel nostro paese ciò in base alle disposizioni provenienti dagli accordi di Dublino. E qui dovrebbe essere chiaro che non si tratta di una norma imposta all’Italia bensì di una norma a nostro avviso irresponsabilmente a suo tempo firmata da un governo di destra con un ministro dell’interno leghista al governo. Ora si sentono dichiarazioni durissime in ambiente governativo contro Dublino, mentre sarebbe molto più utile una articolata trattativa per una condivisione del carico non solo finanziario dell’accoglienza.

 

5. Il peggioramento degli atteggiamenti della popolazione e le responsabilità istituzionali

Analizzando le iniziative in materia di immigrazione in Italia si può osservare l’esistenza di un filo rosso che lega la politica migratoria degli ultimi ministri dell’interno con un crescendo di dichiarazioni e interventi anti-immigrati culminanti nell’operato del Ministro Salvini e nel disastro attuale. E lo slittamento progressivo del discorso istituzionale verso posizioni sempre più xenofobe non poteva non incidere sugli atteggiamenti prevalenti nel paese.

Questo aiuta a capire cosa è successo per cui nel giro di tre o quattro anni l’Italia è passata da una politica di apertura umanitaria nei confronti dell’immigrazione – espressa ad esempio dall’operazione Mare Nostrum – a una politica di chiusura tra le più aggressive appoggiata o ignorata dal vasto pubblico. Ovvero cosa è successo per cui nel giro di mesi si è passati dalla situazione in cui la grande maggioranza degli italiani erano a favore dello ius soli a una situazione di assoluto disinteresse se non di opposizione a quel progetto.

Cominciamo da quest’ultimo punto. Come è noto il disegno di legge prevedeva una sensata forma di allargamento dell’acceso alla cittadinanza a partire dai bambini nati in Italia. Dalle più alte cariche dello stato in giù abbondavano le dichiarazioni, spesso cariche di retorica, sul diritto dei bambini nati in Italia, dei ‘nuovi italiani’ come si usava dire, al ‘naturale’ diritto alla cittadinanza. Sembrava fatta. Perciò avvertii come uno scroscio di pioggia velenosa la improvvisa dichiarazione dell’allora ministra Boschi che non se ne faceva più nulla: “non ci sono i numeri”. Un calcolo – probabilmente sbagliato per quell’epoca – relativo al numero dei parlamentari legati al governo indisponibili a votare la legge (area Alfano) imponeva la dilazione dell’approvazione del provvedimento alla successiva legislatura. Delle centinaia di migliaia di bambini nati in Italia, destinati ad avere l’italiano come prima (e qualche volta anche come unica) lingua, alla Boschi e ai suoi colleghi non interessava più nulla. E così il provvedimento da questione urgente passò al rango di questione secondaria: i problemi erano altri. La voce del centro sinistra in materia divenne sempre più flebile mentre quella di leghisti e nativisti contrari allo ius soli si faceva sempre più forte e tracotante. E in Italia se ne cominciò a parlare sempre meno.

Un altro esempio di come decisioni istituzionali finiscono per creare disastri nelle condizioni degli immigrati e nell’umore della gente riguarda i centri di accoglienza-concentramento degli immigrati e richiedenti asilo. Da un po’ di anni erano stati aperti di gli SPRAR (per richiedenti asilo e rifugiati) che nelle circostanze date in generale funzionavano benino – per altro con finanziamenti europei – in base a programmi controllati, oltre che dalle prefetture, anche dall’autorità locale e tenevano in qualche modo impegnati i residenti. Con Alfano ministro dell’Interno, agli SPRAR viene affiancato un nuovo tipo di struttura destinata ad accogliere gli immigrati ultimi arrivati dato che, per il loro numero, non potevano essere collocati nelle strutture esistenti. Si crearono così i CAS (centri di accoglienza speciali), centri di pura e semplice competenza dei prefetti che decidono in autonomia in quale posto collocarli. Per impiantare un CAS bastava che ci fosse un qualunque soggetto pubblico o privato capace di mettere a disposizione un immobile e di fornire vitto e alloggio con sostanzioso rimborso. Ciò senza alcun programma riguardante le condizioni e le attività. Così in contesti periferici e rurali vennero impiantati questi parcheggi di esseri umani e cominciarono a comparire dei giovani, in genere africani, senza arte né parte che ciondolano per le strade del paese, mentre la velenosa bufala del regalo giornaliero di 30 euro fatto a loro prendeva sempre più piede. Intanto, proprio per le condizioni di miseria, e il non avere un euro per le più strette necessità, a volte ne indirizza qualcuno su sentieri di devianza. E non va dimenticato che per lunga pezza a questi giovani era finanche vietato lavorare. Cosa c’era di meglio per seminare odio per gli immigrati? In alcuni casi ci sono rivolte preventive come a Dorino, in altri semplicemente irritazione. Ora dal punto di vista della normativa istituzionale le cose sono cambiate nel senso che le due strutture hanno anche funzioni e utenza diversa ma i problemi di fondo rimangono.

Un campo importante di impegno anti-immigrati del Ministro Alfano è stata la campagna per l’eliminazione dell’operazione Mare Nostrum con un discorso strumentale sui costi e la presunta funzione di richiamo che quell’operazione avrebbe avuto: altra menzogna non priva di effetti. Si sa che con passaggio dal governo Letta al governo di Renzi si ebbe la cancellazione di quella iniziativa e successivamente la sua sostituzione con l’operazione Sophia la quale, al contrario di Mare Nostrum, non ha come priorità la ricerca e il salvataggio di gente in pericolo di vita ma quella del controllo delle frontiere con l’obbligo ovviamente – in base alla legge del mare e non alla benevolenza di un ministro dell’Interno – di effettuare anche salvataggi qualora fossero stati necessari.

 

6. Decoro e sicurezza: Le novità nella politica migratoria e il decreto Minniti

Intanto sono proseguiti gli sbarchi – per altro, come abbiamo visto, in un contesto di riduzione complessiva dei flussi in ingresso per lavoro. Eppure per come sono state presentate le cose a livello istituzionale e dei mass media comincia a serpeggiare anche in ambienti una volta di sinistra il “non li possiamo prendere tutti” (quasi che tutti volessero venire o restare in Italia). Si comincia con il fare la distinzione tra immigrati politici ( rifugiati, etc.) buoni e immigrati per lavoro cattivi e imbroglioni. E in questa schematica e falsa suddivisione cascano anche persone bene e solitamente solidali convinti che i primi vanno accolti e i secondi forzatamente rimpatriati. Ma poi si va ben più avanti e la preoccupazione per la presunta invasione non permette più alcun distinguo. Bisogna fermarli tutti.

E’ in questo quadro che comincia la campagna contro le Ong, le uniche strutture rimaste a soccorrere naufraghi nel mare mediterraneo. La prima pietra la scaglia Di Maio con i suoi “taxi del mare”: un vero e proprio insulto alla miseria e al dolore. Ma la cosa più grave sono le sparate assolutamente prive di fondamento da parte del procuratore di Catania che traduce (costretto poi ad ammettere di non avere alcuna evidenza) il suo immaginario xenofobo in affermazioni relative al coinvolgimento delle Ong con la criminalità organizzata nel traffico di esseri umani. Il Ministero dell’Interno – è già arrivato Minniti – dovrebbe smentire, mandare dei commissari e mettere sotto inchiesta il magistrato per le false e irresponsabili affermazioni. Ma avviene esattamente il contrario. Quella maldicenza diventa la base per le attività persecutorie nei confronti delle Ong che operano i salvataggi. Le plateali operazioni dell’attuale ministro Salvini contro le Ong e i migranti non sono che il precipitato operativo di quella linea persecutoria già in atto da qualche anno.

La politica migratoria di Minniti si esercitò su vari fronti a cominciare dalla comunicazione. A livello, per così dire, ‘culturale’ le sue peculiari concezioni antropologiche e di analisi comparata delle società attuali sono rinvenibili nelle interviste rilasciate a vari giornali. E la carenza di risposte critiche da parte degli intellettuali è davvero stupefacente. Quando le sentenze sulla inferiorità religiosa e culturale islamica le sparava il povero Berlusconi tutti gridavano allo scandalo. Ora sembrano essere tutti d’accordo. Su questo piano la linea di Minniti è stata quella di rivolgersi tanto all’opinione pubblica conservatrice che a quella progressista. Rispolverando la antica tesi dalemiana che “la sicurezza non è né di destra né di sinistra” dichiarava che “la sicurezza è necessaria per la democrazia”. Tutto ciò, naturalmente, sull’assunto che i motivi della insicurezza sono aumentati e che il loro aumento è collegato alla immigrazione.

Da qui il suo primo decreto improntato a una ferrea logica securitaria, a una fissazione per l’ordine e il decoro che si traduce nell’autorizzazione ai sindaci a emettere editti persecutori. In ciò Salvini ha avuto poco da aggiungere. Al riguardo è illuminante il commento di Enrico Gargiulo comparso sull’ultimo numero di Meridiana quando, riferendosi alla sicurezza urbana, scrive che il decreto spinge a “punire come se avessero commesso reati di rilievo penale persone che attuano comportamenti (…) non graditi all’autorità e che, per questa ragione diventano oggetto di repressione amministrativa”.

L’altro decreto, emanato di concerto con il ministro della giustizia Orlando, riguarda il “contrasto dell’immigrazione” illegale, in sostanza il contrasto della immigrazione. Il che da una parte si sostanzia nell’aumento dei controlli sugli arrivi e le richieste di protezione (per evitare che si riesca a infilare qualcuno in fuga dalla fame) in parte nello snellimento e l’accelerazione delle procedure riducendo la possibilità di ricorsi e la presenza in Italia di soggetti con posizione non ancora chiara. Insomma questo secondo ambito consiste nella difesa dall’invasione degli immigrati con l’obiettivo di fermarli prima che tocchino il nostro suolo patrio. E ciò è alla base degli amichevoli accordi con la Libia coerentemente sviluppati in seguito da Salvini.

In questo quadro si colloca anche l’emanazione del codice di comportamento imposto alle Ong impegnate nello sforzo di salvare vite nel Mediterraneo con l’effetto di ridurne il numero e la capacità operativa. Esso si fonda sull’implicita assunzione che esse non la contano giusta. Non so cosa avesse in mente Minniti nel prendere l’iniziativa. Ma il mettere sotto inchiesta le Ong – già vittime di diffamazione – un effetto rilevante e generalizzato l’ha avuto.

 

7.Un nuovo balzo in avanti: Il decreto Salvini e il suo contesto

Arriviamo così all’oggi: a decreto restrittivo e persecutorio fa seguito, seguendo la direttrice imboccata, un decreto ancora più restrittivo e più persecutorio. Certo, non si può negare un significativo salto in avanti della politica anti-immigrati che, se da un lato esprime lo stile e la personalità e la linea politica del proponente, dall’altro è coerente con le misure volte a rendere più difficile degli immigrati e a rispedirli nelle braccia della polizia e dei trafficanti operanti in Libia dopo la delegittimazione del lavoro di ricerca e salvataggio – attività svolta in passato istituzionalmente dal nostro paese oltre che dalle Ong operanti nel Mediterraneo.

Il decreto Salvini “Immigrazione e sicurezza” si compone di due parti che riguardano materie assolutamente diverse: una sulle questioni migratorie, più propriamente sul diritto di asilo e la cittadinanza, l’altra riguardante il terrorismo e la criminalità mafiosa. A prescindere dall’improbabile coerenza fra le due materie, va detto che nella parte del decreto sull’immigrazione è preponderante e insiste in maniera particolare su di una componente specifica di coloro i quali richiedono protezione internazionale: quella una volta destinata alla protezione umanitaria.

Il decreto, così come quelli precedenti in materia degli ultimi anni , introduce norme che abrogano o integrano articoli di interventi legislativi precedenti e vanno in direzione dello smantellamento di tutele, garanzie e diritti preesistenti e a rendere l’accesso degli immigrati ai diritti e ai servizi sempre più ristretto.

Partendo dalla distinzione tra aventi diritto allo status di rifugiato e gli altri tipi di protezione già illustrati in precedenza, introduce l’abrogazione delle garanzie per quei migranti che arrivano in Italia in cerca di protezione data la loro condizione di “migrante forzato”, ma che non sono – o quanto meno non riescono a dimostrare di essere – in possesso dei requisiti necessari per rientrare nella condizione di rifugiati secondo i parametri stabiliti dalla Convenzione di Ginevra: insomma – come abbiamo visto all’inizio -a quelli che finora sono stati titolari del permesso di soggiorno per motivi umanitari

L’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari non esclude la possibilità di concedere permessi speciali a coloro i quali rientravano nella vasta casistica prevista dalla norma abrogata ad esempio in quanto vittime di calamità naturali ed altro (che però, per quanto vasta, non comprende tutti casi possibili) con il risultato di rendere più difficile l’ottenimento del permesso di soggiorno. Il che non fa altro che produrre una più vasta area di irregolarità e di illegalità.

Il permesso di protezione per motivi umanitari è diffuso in quasi tutti i paesi membri dell’Unione europea. In Italia negli ultimi anni questa di modalità era diventata la più frequente. Ma ciò non è dovuto a un’eccessiva generosità della Commissione Nazionale d’Asilo ma all’opposto a un’eccessiva restrizione della stessa Commissione nell’applicazione dei criteri per la concessione dei permessi per asilo politico e per protezione sussidiaria.

Ciò significa che tra i beneficiari della protezione per motivi umanitari ci sono richiedenti che potrebbero essere contati come rifugiati o beneficiari della protezione sussidiaria. In altri termini, non sono i permessi per motivi umanitari a essere troppi ma quelli per asilo politico e protezione sussidiaria a essere troppo pochi.

Infine, non bisogna dimenticare il ruolo giocato dal tempo che si impiega per arrivare all’esito di una richiesta di asilo. In media un richiedente asilo deve aspettare 18 mesi per sapere quale sarà il suo futuro in Italia. A cui si devono aggiungere altrettanti, nel caso del ricorso in appello. Ora, può capitare che durante l’attesa il richiedente asilo venga inserito in un percorso di inserimento sociale di successo e che pertanto il diniego rappresenti il riportare il richiedente in una situazione di grave esclusione sociale mentre la concessione di un permesso per motivi umanitari conferisce la possibilità di conversione di questo permesso in quello di lavoro. Infatti, quello di permesso per motivi umanitari ha rappresentato uno status giuridico di transizione verso altri tipi di permesso, per lo più lavoro e studio, che confermano la sua importanza e valenza come strumento per la limitazione dell’area dell’irregolarità e della illegalità. Non a caso questo è il punto sul quale hanno maggiormente insistito gli studiosi e i rappresentanti di organizzazioni operanti nel campo della immigrazione.

C’è poi una norma che, con più forza delle altre, va in direzione di una limitazione del diritto di asilo e dell’ampliamento dell’area dell’irregolarità: l’articolo 12 del decreto Salvini che riguarda gli SPRAR. Il sistema di protezione di protezione richiedenti asilo e rifugiati per metteva l’ospitalità all’interno della stessa struttura di coloro i quali avevano già ottenuto lo status di rifugiato e dei richiedenti asilo. Con questo decreto cambia nome, soggetti e funzioni. Dal sistema SPRAR si passa al “Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati”. In questo modo una delle più vaste componenti dei migranti arrivati in Italia perde status e accoglienza. Presumibilmente alcuni rimarranno nei CAS, ai quali abbiamo già accennato, altri attraverso percorsi più tortuosi rischiano di finire nei centri per il rimpatrio. Parallelamente a questo ridimensionamento del ruolo degli ex SPRAR si attua un potenziamento dei cosiddetti centri di permanenza per il rimpatrio sia nei termini di tempo di permanenza sia da punto di vista finanziario con un passaggio di risorse dal fondo FAMI al finanziamento dei centri per il rimpatrio, cioè si sottraggono risorse dedicate all’integrazione per finanziare la segregazione e le deportazioni.

Per quanto riguarda la garanzia, il godimento dei diritti e l’accesso ai servizi che scaturiscono da determinati servizi, l’esempio emblematico della loro riduzione è rappresentato dalla norma riguardante il gratuito patrocino. Non si tratta di una cosa da poco. Alle norme restrittive sul riconoscimento del diritto allo status di rifugiato seguivano sempre ricorsi che non infrequentemente finivano con esito positivo per i migranti anche grazie alla bravura e all’impegno degli avvocati. Con questa norma non solo si mette in condizione di difficoltà l’immigrato ma si rende anche difficile il lavoro di chi si impegna nei loro confronti. Ci inoltre sarebbe da specificare una sorta di carattere “universalista” del provvedimento perché riguarda non solo i migranti ma tutti i poveri.

Infine nella parte che modifica la legge sulla concessione e revoca della cittadinanza è palese come non sia perseguito l’obiettivo di ridurre il numero di cittadini stranieri, di immigrati, risultato che si potrebbe benissimo ottenere allargando i criteri di concessione della cittadinanza. Si è preferito al contrario aumentare le possibilità di revoca, ottenendo l’effetto opposto: quello di aumentare l’area della popolazione straniera in condizione di irregolarità.

 

8. Conclusione

L’effetto delle norme restrittive e spesso inefficaci – accompagnate da una retorica fondata su di una immagine distorta dei protagonisti di questo dramma – agisce in maniera determinante sulla opinione pubblica e fa apparire necessarie le misure più crudeli e inutili. La delegittimazione delle ong, prodotta dalle azioni e dalle mancate azioni del ministro Minniti è stata di grande e devastante efficacia nella opinione pubblica. Si incontrano sempre più frequentemente persone ‘compagni’ ed ex-compagni, comunque elettori di sinistra, convinti che le Ong siano, magari per ingenuità, conniventi con i trafficanti. Non c’è giudizio di tribunale che tenga. Non vale neanche il passo indietro di chi si è inventata la bufala sull’infiltrazione mafiosa. Ormai una realtà rovesciata si consolida nell’immaginario del paese. Chi cerca di salvare i migranti diventa delinquente, chi li perseguita un democratico o – se si preferisce – un salvatore della patria.

In questo quadro ora le norme costituzionali, le prassi consolidate, le la legislazione internazionale e partire dalla legge del mare e dalle normative europee non hanno più valore hanno più valore quando si tratta di immigrati. Forte del suo 17 per cento di voti e un significativo favore di una parte dell’opinione pubblica, il nuovo ministro porta avanti una linea radicale sotto tutti i punti di vista a cominciare dal metodo di intervento legislativo: il decreto.

La decretazione d’urgenza non è la migliore prassi democratica, come è noto e come spesso si dimentica. E il nuovo ministro propone il suo articolato progetto come decreto legge. D’altronde anche il ministro precedente aveva fatto la stessa cosa. E anche in quel caso non c’era nessuna urgenza. Ma almeno all’epoca si poteva giustificare l’urgenza con la presunta ‘emergenza sbarchi’. Ora non c’è più neanche quella. Il numero degli arrivi da mare, che era andato aumentando in concomitanza con una riduzione dell’incidenza delle morti in mare, nell’ultimo anno è diminuito in concomitanza dell’incidenza dei morti.

E per quel che riguarda i vivi le cose si metteranno male come mai in passato. Le norme persecutorie hanno come sempre un evidente effetto in termini di incremento di marginalità e devianza. Migranti che perderanno la protezione umanitaria che dava loro la possibilità di un percorso di inserimento e regolarizzazione finiranno in una condizione di illegalità. Se la sicurezza e il decoro per Minniti e Salvini sono il problema, l’effetto dei loro interventi non sarà certo quello auspicato: quello di sbattere via dalle strade e dalle spiagge i poveracci. E per quelli che non ottengono né il diritto di asilo né un permesso di soggiorno per altri motivi la soluzione è quella che nel discreto linguaggio istituzionale si chiama rimpatrio (nella fattispecie obbligatorio, cioè forzato) : quello che nella letteratura internazionale si chiama deportazione. Ma anche queste sono costosi e difficilmente praticabili. Avremo dei deportati in più (e già negli anni scorsi stato c’è un incremento significativo). Ma restano proprio davvero pochi rispetto a quelli promessi. Per fortuna in Italia neanche la repressione funziona con efficacia

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About Enrico Pugliese: Enrico Pugliese (1942) è professore ordinario di Sociologia del lavoro presso la Facoltà di Sociologia della Sapienza-Università di Roma. Dal 2002 al 2008 è stato direttore dell'Istituto di ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IRPPS-CNR). La sua attività di ricerca ha riguardato principalmente l'analisi del funzionamento del mercato del lavoro e la condizione delle fasce deboli dell'offerta di lavoro, con particolare attenzione al lavoro agricolo, alla disoccupazione e ai flussi migratori. Si è occupato, inoltre, dello studio dei sistemi di welfare, con particolare attenzione al caso italiano e all'analisi delle politiche sociali. Tra le sue pubblicazioni recenti: L'Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne (Il Mulino, 2006); Il lavoro (con Enzo Mingione, Carocci, 2010); L'esperienza migratoria. Immigrati e rifugiati in Italia (con M. Immacolata Maciotti, Laterza, 2010); La terza età. Anziani e società in Italia (Il Mulino, 2011).

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