Dalla Francia quindici economisti, politologi e giornalisti : Manifesto per una unione politica dell’Euro

| 6 Maggio 2014 | Comments (0)

 

 

Su Repubblica di martedì 6 maggio 2014 è stata pubblicata la traduzione fatta da Anna Bissanti del testo “Our manifesto for Europe” (primo firmatario Thomas Piketty) pubblicato su The Guardian del 2 maggio 2014 . Per gli appassionati pubblichiamo anche la versione integrale di questo testo in francese e  inglese


1. La traduzione di “Our manifesto for Europe”

The Guardian 2 maggio 2014

 

L’Unione europea sta vivendo una crisi esistenziale, come le elezioni europee presto ci ricorderanno in modo brusco. Ciò per lo più riguarda i paesi della zona euro, impantanati in un clima di sfiducia e di crisi del debito che è lungi dall’essere conclusa la disoccupazione persiste, la deflazione è una minaccia che incombe. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità che immaginare che il peggio sia alle nostre spalle.

Per questi motivi che accogliamo con grande interesse le proposte volte a rafforzare l’unione politica e fiscale dei paesi della zona euro. Da soli, i nostri paesi molto presto non avranno granché peso nell’economia mondiale. Se non ci uniamo in tempo, per portare il nostro modello di società nel processo della globalizzazione, la tentazione di ritirarsi all’interno dei nostri confini nazionali alla fineavrà la meglioe sfocerà in tensioni che faranno impallidire al confronto le difficoltà contingenti dell’Unione. Attraverso il presente manifesto vorremmo dare il nostro contributo al dibattito sul futuro democratico dell’Europa.

È giunto il momento di riconoscere che le istituzioni europee esistenti sono disfunzionali e devono essere ricostruite.

La questione centrale è semplice: la democrazia e le autorità pubbliche devono essere messe nella condizione di poter riacquistare il controllo del capitalismo finanziario  del XXI secolo e di regolamentarlo in maniera efficace. Un’unica valuta con 18 debiti pubblici diversi su i quali i mercati possono speculare liberamente, e 18 sistemi fiscali  in competizione incontrollata tra di loro non funziona, e non funzionerà mai. I paesi della zona euro hanno scelto di condividere la loro sovranità monetaria, e quindi di rinunciare all’arma della svalutazione unilaterale, ma senza mettere a punto nuovi strumenti economici, fiscali , e di budget comuni.

Questa terra di nessuno è il peggio di tutti i mondi immaginabili. Troppo spesso l’Europa odierna ha dimostrato di essere stupidamente invadente su questioni secondarie (come il tasso dell’Iva dei parrucchieri e dei club ippici) e pateticamente impotente su quelle davvero importanti (come i paradisi fiscali e la regolamentazione finanziaria) . Dobbiamo invertire l’ordine delle priorità: meno Europa per le questioni nelle quali i paesi membri agiscono bene da soli, più Europa quando l’unione è essenziale. In concreto, la nostra prima proposta è che i paesi della zona euro, a cominciare da Francia e Germania, condividano la Corporate Income Tax (Cit), imposta sul reddito d’impresa. Ogni paese, preso a sé, è raggirato dalle multinazionali di tutti i paesi, che giocano sulle scappatoie e le differenze esistenti tra le legislazioni delle varie nazioni per evitare di pagare le tasse. Per combattere questa ‘ottimizzazione fiscale’, un’autorità sovrana europea necessita di poteri che le consentano di fissare una base fiscale comune quanto più ampia possibile e quanto più strettamente regolata.

Oltre a ciò è necessario universalizzare lo scambio automatico delle informazioni bancarie all’interno della zona euro e fissare una politica concertata che renda la tassazione del reddito e della ricchezza più progressiva, e al tempo stesso è indispensabile combattere insieme e uniti una battaglia efficace contro i paradisi fiscali esterni alla zone. L’Europa deve contribuire a portare la giustizia tributaria e la volontà politica nel processo di globalizzazione.

La nostra seconda proposta scaturisce direttamente dalla prima. Per approvare la hace fiscale della Cit e più in generale per discutere e adottare le decisioni fiscali, finanziarie e politiche su ciò che si dovrà condividere in futuro in modo democratico e sovrano, dobbiamo dare vita a una camera parlamentare per la zona euro. Potrà essere un parlamento dell’eurozona, formato da membri del parlamento europeo dei paesi interessati (una sotto – formazione del parlamento europeo ridotto ai soli paesi della zona euro), oppure una nuova camera basata sul raggruppamento di una parte dei membri dei parlamenti nazionali (per esempio 30 parlamentari francesi dell’Assemblea Nazionale, 40 parlamentari tedeschi del Bundestag, 30 deputati italiani, e cosi via, in base alla popolazione di ciascun paese). Noi crediamo che questa seconda soluzione, la cui idea si ispira alla ‘camera Europea’ proposta da Joschka Fischer nel 2011, sia l’unica alternativa per dirigerci verso l’unione politica.

È impossibile esautorare del tutto i parlamenti nazionali dei loro poteri di stabilire le imposte. Ed è precisamente sulla base di una sovranità parlamentare nazionale che si può forgiare una sovranità parlamentare europea condivisa. In base a tale proposta, l’Unione europea avrebbe due camere: il parlamento europeo esistente, direttamente eletto dai cittadini dell’Ue dei 28 paesi, e la camera europea, in rappresentanza degli stati tramite i loro stessi parlamenti nazionali. La camera europea in un primo tempo coinvolgerebbe soltanto i paesi della zona euro che vogliono realmente indirizzarsi verso una maggiore unione politica, fiscale e di budget. Questa camera, tuttavia, dovrebbe essere concepita in modo tale da accogliere tutti i paesi dell’Ue che accetteranno di percorrere insieme questa strada. Un ministro delle finanzedell’eurozona, e in definitiva un governo europeo vero e proprio, risponderebbero del loro operato alla camera europea.

Questa nuova architettura democratica per l’Europa renderebbe finalmente possibile superare il mito secondo cui il concilio dei capi di stato pub fungere da seconda camera in rappresentanza degli stati. Questa ingannevole concezione riflette l’impotenza politica del nostrocontinente: è impossibile per una persona sola rappresentare un intero paese, a meno di rassegnarsi all’impasse permanente imposta dell’unanimità. Per dirigersi una volta per tutte verso la regola della maggioranza per le questioni di ordine fiscale e di budget conta che i paesi della zona euro scelgano di condividere, ed è necessario creare un’autentica camera europea, nella quale ogni paese sia rappresentato non dal suo solo capo di stato, ma dai membri che rappresentano tutte le opinioni politiche.

La nostra terza proposta affronta direttamente la crisi del debito. Noi siamo convinti che l’unico modo di lasciarci tutto ciò definitivamente alle spalle sia di mettere in comune i debiti dei paesi della zona euro. In caso contrario, le speculazioni sui tassi di interesse riprenderannoe continueranno. Questo è anche l’unico modo per la Banca Centrale Europea per attuare una politica monetaria efficace e reattiva, come fa la Federal Reserve degli Stati Uniti. Di fatto l’operazione di messa in comune del debito è già iniziata con il Meccanismo Europeo di Stabilità, l’emergente unione bancaria e il programma di transazioni monetarie della Bce. E necessario adesso andare oltre, continuando a chiarire la legittimità democratica di questi meccanismi.

Thomas Piketty, autore del volume Le capital au XXI siecle direttore di studi alla EHESS  e professore presso la Ecole d’économie di Parigi

Florance Autret, scrittore e giornalista

Antoine Bozlo, direttore dell’Institut des Politique Publiques

Julia Cagé, economista presso l’università di Harvard e Ecole d’économie di Parigi

Daniel Cohen, professore all’Ecole Normale Supérieure e alla Ecole d’economie di Parigi

Anne-Laure Delatte, economista

Brigitte Darmont, professore Università Paris Dattphine

Guillaume Duval, redattore capo di “Alternatives Economiques”

Philippe Frémeaux, presidente dell’Istituto Veblen

Bruno Palier, direttore di ricerca CNRS, Science Po

Thierry Pech, direttore generale di “Terra Nova”

Jean Quatremar, giornalista

Pierre Rosanvallon, professore, Collège de France, direttore di studi alla EHESS

Xavier Timbeau, direttore dei dipartimenti di analisi e previsioni, OFCE Science Po

Laurence Tubiana, professore a Science Po, presidente dell’IDDRI (Istituto per lo sviluppo sostenibile e le relazioni internazionali)

 

 

 

2. Versione francese: Manifeste pour une union politique de l’euro

Le Monde 16 febbraio 2014

 

Un collectif d’économistes et de politologues, dont Thomas Piketty ou Pierre Rosanvallon, appelle à de profondes réformes démocratiques et notamment à la création d’une chambre parlementaire de la zone euro.

L’Union européenne  traverse une crise existentielle, comme vont bientôt nous le rappeler  brutalement les élections européennes. Cela concerne au premier chef les pays de la zone euro, enferrés dans un climat  de défiance et une crise de la dette qui est très loin d’ être terminée, alors que le chômage persiste et que la déflation guette. Rien ne serait plus faux que de s’imaginer  que le plus dur est derrière nous.

C’est pourquoi nous accueillons avec le plus grand intérêt les propositions formulées à la fin de l’année 2013 par nos amis allemands du groupe de Glienicke, composé d’experts et de personnalités proches de la CDU et du SPD, en vue d’un renforcement de l’union politique et budgétaire des pays de la zone euro.

Seuls, nos deux pays ne pèseront bientôt plus grand-chose dans l’économie du monde d’aujourd’hui. Si nous ne nous unissons pas à temps afin de porter notre modèle de société dans la mondialisation, alors la tentation du repli national finira par l’emporter, et engendrera des frustrations et des tensions à côté desquelles les difficultés de l’Union sembleront joyeuses.

 

NOUS N’ACCEPTONS PAS LA RÉSIGNATION

Par certains côtés, la réflexion européenne est beaucoup plus avancée en Allemagne qu’en France . Economistes, politistes, journalistes, et avant tout citoyen(ne)s français(es) et européen(ne)s, nous n’acceptons pas la résignation qui tétanise actuellement notre pays. Par cette tribune, nous voulons contribuer   au débat sur l’avenir démocratique de l’ Europe et pousser plus loin encore les propositions du groupe de Glienicke.

Il est temps de le reconnaître : les institutions européennes actuelles sont dysfonctionnelles, et doivent être repensées. L’enjeu central est simple: il faut permettre  à la démocratie et à la puissance publique de reprendre la main, afin de réguler efficacement le capitalisme financier mondialisé du XXIe siècle et de mener  les politiques de progrès social  qui manquent cruellement à l’Europe actuelle.

Une monnaie unique avec 18 dettes publiques différentes sur lesquelles les marchés peuvent librement spéculer et 18 systèmes fiscaux et sociaux en concurrence débridée les uns avec les autres, cela ne marche pas, et cela ne marchera jamais. Les pays de la zone euro ont fait le choix de partager leur souveraineté monétaire, et donc de renoncer  à l’arme de la dévaluation unilatérale, sans pour autant se doter  de nouveaux instruments économiques, sociaux, fiscaux et budgétaires communs. Cet entre-deux est la pire des situations.

Il ne s’agit pas de mettre en commun la totalité de nos inpôts et de nos dépenses publiques. Trop souvent, l’Europe actuelle se montre stupidement intrusive sur des sujets secondaires, et pathétiquement impuissante sur les sujets importants.

Il faut renverser  l’ordre des priorités : moins d’Europe sur les sujets sur lesquels les pays membres se débrouillent bien tout seuls ; plus d’Europe quand l’union est indispensable. Concrètement, notre première proposition est que les pays de la zone euro, à commencer par la France et l’Allemagne, mettent en commun leur impôt sur les bénéfices des sociétés (IS).

 

LUTTER CONTRE L’OPTIMISATION FISCALE

Seul, chaque pays se fait berner  par les multinationales de tous les pays, qui jouent sur les failles et les différences entre les législations nationales pour ne payer  aucun impôt nulle part. En cette matière, la souveraineté nationale est devenue un mythe.

Pour lutter  contre l’optimisation fiscale, il faut donc déléguer  à une instance souveraine européenne le soin de déterminer une assiette commune aussi large que possible et rigoureusement contrôlée. On peut imaginer  que chaque pays continue de fixer  son propre taux d’IS sur cette assiette commune, avec un taux minimal de l’ordre de 20 %, et qu’un taux additionnel soit prélevé au niveau fédéral, de l’ordre de 10 %. Cela permettrait d’alimenter  un budget propre de la zone euro, de l’ordre de 0,5 % à 1 % du produit intérieur brut.

Comme l’indique à raison le groupe de Glienicke, une telle capacité budgétaire permettrait à la zone euro d’impulser des actions de relance et d’investissement, notamment en matière d’environnement, d’infrastructures et de formation. Mais contrairement à nos amis allemands, il nous semble essentiel que ce budget soit alimenté par un impôt européen, et non par des contributions des Etats.

En ces temps de disette budgétaire, la zone euro doit démontrer  sa capacité à lever  l’impôt de façon plus juste et plus efficace que les Etats, faute de quoi les peuples ne lui donneront pas le droit de dépenser .

Au-delà, il faudra généraliser très rapidement au sein de la zone euro l’échange automatique d’informations bancaires et engager  une politique concertée de rétablissement de la progressivité de l’impôt sur les revenus et les patrimoines. Tout en menant en commun une politique active de lutte contre les paradis fiscaux externes à la zone. L’Europe doit permettre  d’apporter  de la justice fiscale et du volontarisme politique dans la mondialisation : c’est le sens de notre première proposition.

 

INSTITUER UNE CHAMBRE PARLEMENTAIRE

Notre seconde proposition, la plus importante, découle de la première. Pour voter  l’assiette de l’impôt sur les sociétés, et plus généralement pour débattre et adopter  démocratiquement et souverainement les décisions fiscales, financières et politiques que l’on décidera à l’ avenir de mettre  en commun, il faut instituer  une Chambre parlementaire de la zone euro.

Nous rejoignons là encore nos amis allemands du groupe de Glienicke, qui hésitent cependant entre deux formules : soit un Parlement de la zone euro regroupant les membres du Parlement européen des pays concernés ; soit une Chambre nouvelle, fondée sur la réunion  d’une partie des députés des Parlements nationaux – par exemple, 30 députés français issus de l’Assemblée nationale, 40 députés allemands issus du Bundestag, 30 députés italiens, etc., en fonction du poids démographique de chaque pays, suivant un principe simple : un citoyen, une voix.

Cette seconde solution, qui reprend l’idée de Chambre européenne formulée par Joschka Fischer en 2011, est selon nous la seule formule permettant d’avancer  vers l’union politique. Il est en effet impossible de déposséder complètement les Parlements nationaux de leur pouvoir de voter l’impôt. C’est au contraire en s’appuyant sur les souverainetés parlementaires nationales que l’on peut bâtir  une souveraineté parlementaire européenne partagée.

Dans ce schéma, l’Union européenne comporterait deux Chambres : le Parlement européen actuel, élu directement par les citoyens des 28 pays, et la Chambre européenne, représentant les Etats au travers de leurs Parlements nationaux.

La Chambre européenne ne concernerait dans un premier temps que les pays de la zone euro souhaitant aller vers davantage d’union politique, fiscale et budgétaire. Mais elle aurait vocation à accueillir  tous les pays de l’UE acceptant d’aller  dans cette voie. Un ministre des finances de la zone euro et à terme un véritable gouvernement européen seraient responsables devant la Chambre européenne.

 

SORTIR DE L’INERTIE ACTUELLE

Cette nouvelle architecture démocratique de l’Europe nous permettrait enfin de sortie  de l’inertie actuelle, et du mythe selon lequel le Conseil des chefs d’Etat pourrait tenir lieu de seconde Chambre représentant les Etats. Cette mauvaise fable signe l’impuissance politique de notre continent : il est impossible de représenter  un pays par une seule personne, sauf à se résigner au blocage qu’impose l’unanimité.

Pour passer  enfin à la règle de la majorité sur les décisions fiscales et budgétaires que les pays de la zone euro choisiront de mettre  en commun, il faut créer  une véritable Chambre européenne, où chaque pays serait représenté par des députés représentant tous les bords politiques, et non par leur seul chef d’Etat.

Beaucoup s’opposeront à nos propositions en arguant du fait qu’il est impossible de modifier les traités, et que le peuple français ne veut pas d’un approfondissement de l’intégration européenne. Ces arguments sont faux et dangereux. Les traités sont modifiés en permanence, et ils l’ont encore été en 2012 : l’affaire fut réglée en guère plus de six mois. Malheureusement, il s’agissait d’une mauvaise réforme des traités, qui n’a fait qu’approfondir un fédéralisme technocratique et inefficace.

Clamer que l’opinion n’aime pas l’Europe actuelle, et en conclure  qu’il ne faut rien changer d’essentiel à son fonctionnement et aux institutions en place, est une incohérence coupable. Lorsque de nouvelles propositions de réforme des traités viendront du gouvernement allemand, dans les mois qui viennent, rien ne dit qu’elles seront plus satisfaisantes que celles de 2012. Plutôt que d’attendre  les bras ballants, il est nécessaire qu’un débat constructif s’engage aujourd’hui en France, pour que l’Europe devienne enfin sociale et démocratique

 

 

 

3. Versione inglese : Manifesto for a euro political union

 

Versione nel sito http pourunepolitiquedeleuro.eu che permette di aderire al manifesto

 

The European Union is experiencing an existential crisis, as the European elections will soon brutally remind us. This mainly involves the euro zone countries, which are mired in a climate of distrust and a debt crisis that is very far from over: unemployment persists and deflation threatens. Nothing could be further from the truth than imagining that the worst is behind us.

This is why we welcome with great interest the proposals made at the end of 2013 by our German friends from the Glienicke group for strengthening the political and fiscal union of the euro zone countries. Alone, our two countries will soon not weigh much in the world economy. If we do not unite in time to bring our model of society into the process of globalization, then the temptation to retreat into our national borders will eventually prevail and give rise to tensions that will make the difficulties of union pale in comparison. In some ways, the European debate is much more advanced in Germany than in France. As economists, political scientists, journalists, and above all citizens of France and Europe, we do not accept the sense of resignation that is paralyzing our country. Through this manifesto, we would like to contribute to the debate on the democratic future of Europe and take the proposals of the Glienicke group still further.

It is time to recognize that Europe’s existing institutions are dysfunctional and need to be rebuilt. The central issue is simple: democracy and the public authorities must be enabled to regain control of and effectively regulate 21st century globalized financial capitalism. A single currency with 18 different public debts on which the markets can freely speculate, and 18 tax and benefit systems in unbridled rivalry with each other, is not working, and will never work. The euro zone countries have chosen to share their monetary sovereignty, and hence to give up the weapon of unilateral devaluation, without however developing new common economic, fiscal and budgetary instruments. This no man’s land is the worst of all worlds.

The point is not to pool all of our taxes and government spending. All too often today’s Europe has proven to be stupidly intrusive on secondary issues (such as the VAT rate on hairdressers and equestrian clubs) and pathetically impotent on important ones (such as tax havens and financial regulation). We must reverse the order of priorities, with less Europe on issues on which member countries do very well on their own, and more Europe when union is essential.

Concretely, our first proposal is that the euro zone countries, starting with France and Germany, share their corporate income tax (CIT). Alone, each country is hoodwinked by the multinationals of every country, which play on the loopholes and differences between national legislations to avoid paying tax anywhere. National sovereignty has thus become a myth. To fight against this “tax optimization”, a sovereign European authority needs to be given the power to establish a common tax base that is as broad as possible and strictly regulated. Each country might then continue to set its own CIT rate on this common base, with a minimum rate of around 20%, and with an additional rate on the order of 10% to be levied at the federal level. This would make it possible to give the euro zone a real budget, on the order of 0.5% to 1% of GDP.

As the Glienicke group rightfully points out, this budget capacity would allow the euro zone to carry out stimulus and investment programmes, in particular with respect to the environment, infrastructure and training. But unlike our German friends, we feel it is essential that the budget of the euro zone comes from a European tax, not from contributions by the States. In these times of starving budgets, the euro zone needs to demonstrate its ability to raise taxes more fairly and more efficiently than the States; otherwise, people will not grant it the right to spend. Beyond that, it is necessary to very quickly generalize the automatic exchange of banking information within the euro zone and establish a concerted policy to make the taxation of income and wealth more progressive, while at the same time jointly waging an active fight against tax havens outside the zone. Europe must help to bring tax justice and political will into the globalization process: such is the content of our first proposal.

Our second proposal is the most important and flows from the first. To approve the tax base for the CIT, and more generally to discuss and adopt the fiscal, financial and political decisions on what is to be shared in the future in a democratic and sovereign fashion, we must establish a parliamentary Chamber for the euro zone. Here too we join our German friends from the Glienicke group, who however hesitate between two options: either a euro zone Parliament consisting of the members of the European Parliament from the countries concerned (a sub-formation of the European Parliament reduced to the euro zone countries ), or a new Chamber based on grouping a portion of the members of the national parliaments (e.g. 30 French MPs from the National Assembly, 40 members from the German Bundestag, 30 Italian deputies, etc., based on the population of each country, according to a simple principle: one citizen, one vote). This second solution, which takes up the idea of a “European Chamber” proposed by Joschka Fischer in 2011, is, we believe, the only option for moving towards political union. It is impossible to completely deprive the national parliaments of their power to set taxes. Precisely, it is on the basis of national parliamentary sovereignty that a shared European parliamentary sovereignty can be forged.

In this scheme, the European Union would have two chambers: the existing European Parliament, directly elected by the citizens of the EU 28, and the European Chamber, representing the States through their national parliaments. The European Chamber would initially involve only the countries of the euro zone that want to move towards a greater political, fiscal and budgetary union. But it would be designed to welcome all EU countries agreeing to go down this road. A Minister of Finance of the euro zone, and eventually an actual European government, would answer to the European Chamber.

This new democratic architecture for Europe would make it possible to finally overcome today’s inertia and the myth that the Council of Heads of State could serve as a second chamber representing the States. This wrong fable reflects the political impotence of our continent: it is impossible for one person to represent a country, unless we resign ourselves to the permanent impasse imposed by unanimity. To finally move to majority rule on the fiscal and budgetary matters that the euro zone countries choose to share, it is necessary to create a genuine European Chamber, where each country is represented not by their head of state alone, but by Members who represent all political persuasions.

Our third proposal directly concerns the debt crisis. We are convinced that the only way to put this definitively behind us is to pool the debts of the euro zone countries. Otherwise speculation on interest rates will renew again and again. It is also the only way for the European Central Bank to conduct an effective and responsive monetary policy, as does the US Federal Reserve (which would also be hard pressed to do its job properly if every morning it had to arbitrate between the debts of Texas, Wyoming and California). The pooling of debt has de facto already begun with the European Stability Mechanism, the emerging banking union and the ECB’s Outright Monetary Transactions programme, which already affect the taxpayers of the euro zone to one extent or another. It is necessary now to go further, while clarifying the democratic legitimacy of these mechanisms.

We must re-start from the proposal for a “European debt redemption fund” made in late 2011 by the council of economic experts to the German chancellor, which was designed to pool all debts exceeding a country’s 60% GDP limit, and add in a political component. It is not possible to decide twenty years in advance how quickly such a fund could be reduced to zero. Only a democratic body, namely the European Chamber formed out of the national parliaments, would be able to set the level of the common deficit every year, based concretely on the state of the economy.

The choices made by this body will sometimes be more conservative than we might personally wish, and at other times more liberal. But they will be taken democratically, based on majority rule, in the light of day. Some on the Right would like these budget decisions to be confined to post-democratic bodies or frozen in constitutional marble. Others on the Left, prior to accepting any strengthening of political union, would like a guarantee that Europe will forever carry out the progressive policies of their dreams. These two pitfalls must be avoided if we want to overcome the current crisis.

Debate over Europe’s political institutions has all too often been pushed aside as technical or secondary. But refusing to discuss the organization of democracy ultimately means accepting the omnipotence of market forces and competition and abandoning all hope that democracy can regain control of 21st century capitalism.

This new political space is crucial. Beyond macro policies or fiscal issues, our social models are a common good that we need to preserve and sustain. But they are also key to a successful inclusion in globalization. For fiscal systems convergence to the growing concern on social investment, France and Germany initiatives or reinforced cooperation are missing the point. 28 European Union lags on those subject to translate consensus into act and, when it come to money, finally fails. A European Chamber would be the place where decisions are made because all implications in terms of rights and duties would be explicit. The scope for such decisions is large and one can dream of subjects to be considered : german corporate governance, by a broader power accorded to employee representatives has contributed to keep a productive sector in the crisis ; childhood care for all ; training ; social legislation convergence ; a price for CO2 emissions in order to mitigate climate change.

Many will oppose our proposals by arguing that it is impossible to amend the Treaties, and that the French people do not want greater European integration. These arguments are false and dangerous. The treaties are being modified constantly, as was the case in 2012, when the matter was settled in little more than six months. Unfortunately, this was a poor reform, which reinforced a federalism that is technocratic and inefficient. To claim that public opinion does not like today’s Europe and then conclude that there should be no change in its basic functioning and institutions amounts to a culpable inconsistency. When the German government produces its new proposals for reforming the treaties in the coming months, nothing says these reforms will be more satisfactory than those of 2012. But rather than just sit on our hands waiting, what is needed is finally to start a constructive debate in France so that we finally have a social and democratic Europe.

 

 


Category: Economia, Elezioni europee 2014, Osservatorio Europa

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About Thomas Piketty: Thomas Piketty è nato nel 1971 a Clichy, un sobborgo di Parigi. A 18 anni venne ammesso alla École Normale Supérieure (ENS) dove ha studiato matematica ed economia. A 22 anni Piketty conseguì il dottorato di ricerca con una tesi sulla redistribuzione del reddito scritta alla École des hautes études en sciences sociales alla London School of Economics sotto la supervisione di Roger Guesnerie. Ottenuto il dottorato, Piketty ha insegnato, dal 1993 al 1995, come assistant professor al Dipartimento di economia del Massachusetts Institute of Technology. Nel 1995, è entrato a far parte, come ricercatore, del Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) e nel 2000 è diventato direttore della École des hautes études en sciences sociales. Nel 2002, Piketty ha vinto il Prix du meilleur jeune économiste de France (Premio per il miglior giovane economista francese) e, secondo l'elenco fornito l'11 novembre 2003, è membro del comitato scientifico dell'associazione À gauche, en Europe, fondata dal Michel Rocard e Dominique Strauss-Kahn. Nel 2006 Piketty è diventato il primo preside della École d'économie de Paris che egli stesso ha contribuito a fondare. Ha lasciato dopo pochi mesi il ruolo di consigliere economico della candidata socialista alle elezioni presidenziali in Francia del 2007 Ségolène Royal.[ Piketty ha ripreso ad insegnare all' École d'économie de Paris nel 2007. Piketty è opinionista del quotidiano francese Libération e occasionalmente scrive per Le Monde. Nell'aprile del 2012, insieme a 42 colleghi, Piketty ha firmato una lettera aperta in sostegno di François Hollande, candidato socialista alle elezioni presidenziali francesi[8], che risultò poi vincente, nel maggio successivo, contro il presidente della Repubblica in carica, Nicolas Sarkozy. In seguito si è però espresso in termini bruscamente critici nei confronti del presidente Hollande, che ha accusato di aver ignorato le sue stesse promesse elettorali circa una profonda riforma fiscale, e le cui politiche fiscali ed economiche ha definito attinte da un grado di improvvisazione sconfortante. Nel gennaio 2015 è stato insignito della Legion d'onore, ma ha rifiutato l'onorificenza affermando che non è nel ruolo di un governo decidere chi debba essere onorato]; I suoi studi si focalizzano sui temi delle disuguaglianze di reddito e ricchezza. Dirige la École des hautes études en sciences sociales (EHESS) ed è professore alla École d'économie de Paris. E' stato tradotto in Italia il suo libro Il capitale nel XXI secolo

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