Christian Marazzi: The Wolf of Wall Street

| 21 Marzo 2014 | Comments (0)

 

 

 

Intervista a Christian Marazzi di Gigi Roggero in www.vicolocannery.it il 21 marzo 2014

 

D. Partiamo con una considerazione: è difficile immaginare The Wolf of Wall Street senza Occupy Wall Street. Al di là delle difficoltà e delle impasse, i movimenti globali dentro la crisi hanno però con chiarezza indicato su larga scala il nemico, il capitalismo finanziario.

R. Sono d’accordo, peraltro penso all’impatto che Occupy ha avuto su economisti molto importanti come Stiglitz, che non si sarebbe cimentato in analisi sulla diseguaglianza se non fosse stato per l’impatto intellettuale, culturale e politico di un movimento come Occupy. Ciò vuol dire introdurre nell’analisi dei movimenti degli elementi che solitamente vengono trascurati, perché ci si concentra solo sulla loro speranza di vita e sul loro orizzonte temporale, per poi restare sgomenti, infastiditi o delusi dal fatto che magari durano poco tempo rispetto all’enormità degli obiettivi che si pongono. Però probabilmente l’efficacia di questi movimenti sta proprio nel riverberarsi su linguaggi diversi. È allora giusto far risalire questo film a Occupy Wall Street e vederne l’origine sul versante della critica radicale del capitalismo finanziario, sulla quale tante volte ci siamo espressi e che a questo punto viene fatta in modo potentissimo sul piano cinematografico da uno dei massimi registi degli ultimi trent’anni.

 

D.Un paio di anni fa, in un incontro di Commonware, hai analizzato la finanziarizzazione nei termini di uno sganciamento del denaro da ogni referente sostanziale. Dal momento in cui si è liberato dalla sostanza per distruggere la classe operaia, sostenevi, il capitale non ha però più avuto tregua, costruendo un sistema monetario che si è ripiegato su se stesso e rischia di implodere nella sua autoreferenzialità. Ci sembra una buona chiave per guardare questo film, cosa ne pensi?

R. C’è un filo rosso che nei nostri incontri, discussioni e analisi va recuperato: l’interpretazione della finanziarizzazione a partire dalla sua origine, ossia la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro nell’oro del 1971, che ha segnato la svolta verso la desostanzializzazione. Ciò non riguarda solo il relegare l’equivalente generale e universale a una mera funzione di bene rifugio com’è l’oro, ma proprio la desostanzializzazione, cioè politicamente un attacco diretto e frontale alla classe operaia fordista. È il primo aspetto che ci porta poi alla svolta neoliberale all’origine della finanziarizzazione vera e propria, nella seconda metà degli anni ’70, insieme alla vittoria di Milton Friedman sul pensiero e le politiche keynesiane. Si apre una fase in cui la desostanzializzazione va di pari passo con la sempre maggiore autoreferenzialità dei processi di creazione della liquidità e di crescita della finanza, nel senso che la finanza fa riferimento a se stessa e quindi si autonomizza rispetto al mondo del lavoro e della produzione. Lì dentro tutti noi abbiamo visto crescere e svilupparsi nel dopo-classe operaia fordista la moltitudine, quindi una classe liquida, dispersa, segmentata, molteplice. Però con il grosso problema di come darle corpo. La moltitudine prende corpo nei movimenti fin da Seattle, però la finanza tende sempre a distruggere questo corpo della moltitudine. La cosa interessante del film di Scorsese è il ragionamento sull’autoreferenzialità tirando in ballo il corpo della finanza. L’averlo giocato sulla droga, sulla cocaina, sul sesso, non è una scelta cinematografica gratuita. Da un lato, corrisponde esattamente a cos’è quel mondo, è una fotografia fedele. Io ho vissuto i primi anni ’80 a contatto con la City di Londra ed era proprio così fin dall’inizio, poi la cosa è ulteriormente degenerata negli Stati Uniti. Dall’altro lato, è un modo di situare il problema della corporeità a fronte della forma in cui la finanza e la finanziarizzazione pongono la questione. La cocaina corrisponde perfettamente al mondo della finanza, proprio perché trasforma il corpo della moltitudine – in questo caso degli investitori e dei piccoli investitori – nel corpo individuale. La droga rovescia il rapporto tra moltitudine e corporeità, riduce all’individualità il corpo della moltitudine. La cocaina è una droga codarda, perché tradisce in modo autoreferenziale – cioè con riferimento a se stessi e basta – quella che invece è la dimensione collettiva della moltitudine. È una cosa molto importante, che spiega la follia che si annida in questo mondo, la follia del pensare di poter vivere in una dimensione prettamente individuale e autoreferenziale, quando invece la finanza pone in negativo il problema del comune. La finanza è il cattivo comune: ci parla della potenza della moltitudine ma secondo una pratica del tutto autoreferenziale.

 

D. Potremmo dire che è il comune drogato…

R. Esattamente. Resta un comune, ed è questo il motivo per cui a noi interessa studiarla, non certo per giocare ai piccoli finanzieri. Dunque, lì si annida una dimensione del comune completamente rovesciata. È un comune cattivo proprio perché nega la sua corporeità nella dimensione collettiva. In questo senso, la droga è perfettamente funzionale a questo rovesciamento perverso.

 

D.Hai toccato un punto centrale. Seguendo la tua interpretazione e quella di Scorsese, potremmo dire che le sostanze prendono il posto della sostanza. Il capitalismo finanziario dipinto nel film è infatti il trionfo dell’eccesso (fatto appunto di sesso sfrenato e sostanze stupefacenti, in cui sfumano continuamente i confini tra lecito e illecito, tra legalità e illegalità). Possiamo guardare a questo eccesso di follia come l’altra faccia – oscura e inquietante – dell’eccedenza della cooperazione sociale?

R. Certo che in questa storia di eccedenze ce ne sono in abbondanza! È una storia assolutamente vera, una delle tantissime di chi popola e abita quel mondo. È una storia di eccessi, di desiderio, di brama di denaro e di ricchezza, fatta vampirizzando la moltitudine. La moltitudine c’è in quello stanzone in cui si vedono gli impiegati di Bedford telefonare. Bisogna immaginarseli questi piccoli risparmiatori che si lasciano infinocchiare da questi furfanti perché hanno bisogno di un wealth effect, di un effetto ricchezza, per poi essere sistematicamente truffati. Però la moltitudine c’è lì dentro, nelle cornette del telefono utilizzate 24 ore su 24 per rastrellare denaro da investire e per far crescere i titoli azionari e tossici. Allo stesso tempo, c’è il lavoro dell’eccedenza che è del tutto riferito all’interesse privato, alla proprietà privata, al furto del denaro altrui. La stessa eccedenza la posso immaginare solo nei momenti più belli e più caldi delle occupazioni delle piazze negli ultimi anni. È un’eccedenza fatta di corpi molteplici, che si guardano e si parlano.

 

D. Che escono dalla solitudine del comune drogato…

R. Sì, è proprio un’eccedenza simmetrica e opposta. È Spinoza conto Hobbes, lo stare bene assieme contro la stare assieme male, perché ti distruggi, soffri, ti droghi. Molto importante, nella parte finale del film, è il tradimento. È una cosa ricorrente nella storia della finanza, anche dei rapporti di intimità e di passione che si creano in quel mondo: questi filibustieri, le loro segretarie e i loro amici, nel momento in cui crolla tutto e ci si trova in un’aula di tribunale o con l’Fbi alle calcagna, non esitano a tradire il loro migliore amico. Ognuno lo fa per salvare se stesso, non ci si pone nemmeno il problema di come si potrebbero salvare anche gli altri. Il tradimento è ricorrente e frequentissimo nel mondo della finanza.

 

D. Possiamo dire che il tradimento è consustanziale alla finanza.

R. Assolutamente sì. Di recente il direttore del Credit Suisse è stato di nuovo beccato dalle autorità fiscali degli Stati Uniti ad aver aiutato o promosso l’evasione di grandi contribuenti e ricchi americani; la prima cosa che ha fatto è stata di denunciare i suoi più stretti collaboratori. Li ha denunciati candidamente, quando tutti sapevano che questi andavano negli Stati Uniti, peraltro a spese della banca, per fare quello che il direttore e i superiori dicevano loro di fare. Nella letteratura, già Meno di zero di Ellis negli anni ’80 prefigurava perfettamente questa etica negativa che aleggia nel mondo della finanza ed è a esso funzionale. È così, non c’è un altro modo di funzionare della finanza. Questo ci porta a ragionare sulla questione: c’è un’etica della moltitudine che non sia quella negativa della finanza? Cos’è un’etica del comune? Credo che non siano domande prive di fondamento. Come si fa a vivere una vita senza tradire il collettivo? È una domanda che pongo, rispetto a cui non ho risposte, se non il fatto che dobbiamo cercare questa linea di condotta, questo comportamento, questa etica di una non violenza finanziaria.

 

D. Un altro tema che emerge da The Wolf of Wall Street è l’implosione del ceto medio. Da lì viene il protagonista, ben interpretato da Leonardo Di Caprio: di fronte al blocco della mobilità sociale, l’unica via sembra essere quella della rapina organizzata dei soldi innanzitutto dei membri del ceto medio. Come gli spiega il primo broker che lo istruisce a Wall Street, il problema è sfilare il denaro dalle tasche degli altri e metterlo nelle proprie. Il sogno americano si trasforma nell’incubo, come spesso accade nei film di Scorsese. In questo caso, la ricchezza per tutti promessa dal “comunismo del capitale” si trasforma nella ricchezza dell’1% contro il 99%…

R. Il ceto medio è evidentemente il bersaglio. Il film narra la storia di come il ceto medio sia stato vampirizzato dalla finanziarizzazione e dai nuovi modi di produrre la ricchezza che sottendono la finanziarizzazione. Il ceto medio esiste come miraggio, come un insieme di valori (della mobilità sociale, dell’aumento della ricchezza ecc.) sul nulla, sulle sabbie mobili. L’unico modo per concettualizzare il ceto medio oggi è parlando del nulla, del vuoto assoluto, e di come questo ex nihilo è produttivo di comportamenti. La finanza si nutre di liquidità creata dal nulla, e questa stessa finanza produce una tale polarizzazione per cui quello che in passato era alla base della costituzione del ceto medio, cioè la redistribuzione, è logicamente impossibile. La finanza risucchia i risparmi, li cancella, o meglio li distribuisce esclusivamente al vertice della piramide sociale. È quello che spiega la moltiplicazione dei nuovi ricchi rispetto alla società fordista, in cui c’erano ovviamente i ricchi, ma in numero più contenuto. Ed è quello che spiega l’aumento delle nuove forme di povertà. All’interno, tra i due poli, c’è un ceto medio che assomiglia al collo stretto di una clessidra. Lo sbriciolamento del ceto medio ci rimanda al nodo della redistribuzione. Come si può concepire una redistribuzione a partire dalle ceneri del ceto medio? Sono convinto che quello del reddito di cittadinanza resti un tema principe, cioè un reddito che introduce cittadinanza senza che questa possa scaturire da un inserimento stabile nei processi di mobilità e di lavoro salariato, che sono storicamente all’origine del ceto medio. Il ceto medio ormai appare in una forma nullificata dalla finanza.

 

D. Un aspetto che ci pare problematico nella narrazione di Scorsese è il rischio di un ritorno alla dialettica tra economia reale ed economia finanziaria, laddove proprio il film ne presuppone la fine. È in particolare la figura del poliziotto che sembra incarnare il mito della gente onesta che lavora e prende la metropolitana, contro i sogni di arricchimento dei peones di Wall Street. Cosa ne pensi?

R. Per attenersi alla storia, credo che Di Caprio in galera non ci stia più di due anni. Teniamo anche conto che le galere per questo genere di criminali sono come dei club méditerranée, oltre tutto si tratta di un passaggio di lancio nel circuito delle star, anche universitario. Tutti questi grandi delinquenti sono diventati conferenzieri lautamente pagati per raccontare come funziona il mondo. Però, a me sembra che l’effetto principale di questo finale sia il fatto che, tutto sommato, ci si identifica con Di Caprio e non certo con la vita triste e grigia del “giusto”, l’agente dell’Fbi. Questo è importante, perché ci dice che la finanza è dentro di noi. O meglio, questi stessi valori, anche nella loro pochezza e volgarità, in un certo senso sono trasversali. Non si può separare il buono dal cattivo, cioè l’economia buona dall’economia cattiva, perché non lo si può fare nemmeno dentro di noi, per quanto possiamo avere uno sguardo critico e negativo. In realtà, è Di Caprio che vince e non l’agente dell’Fbi. Questo ci riporta all’impossibilità e alla scorrettezza, anche dal punto di vista teorico e analitico, di riprodurre la separazione e dicotomia tra economia buona ed economia cattiva. Non c’è nessuna possibilità di ritorno al fordismo come supposta economia buona in cui le crisi finanziarie non c’erano, in cui la finanza era residuale e marginale rispetto alla centralità della grande industria, opposta dall’altra parte a un’economia che si è degradata con la finanza che la fa da padrona. Ma questo è il capitalismo: il capitalismo finanziario è il capitalismo, si chiama così perché la finanza supplisce una modalità di produzione dei profitti che non possono più essere creati, marxianamente, secondo le modalità della teoria del valore-lavoro. La finanza è la modalità di produzione dei profitti in un’economia in cui è centrale il general intellect. È questo il capitalismo: cercare di distillare la finanza per bonificare l’economia reale non sta né in cielo né in terra. Allora, a me sembra interessante che si senta questa identificazione con il protagonista, mentre alcuni l’hanno vista come molto pericolosa, il limite stesso del film di Scorsese. Senti questa identificazione per la vita spericolata di questo personaggio, per tutte le scopate e le sniffate che si fa, non ti identifichi certo con l’uomo dell’Fbi. Qui sta la forza del film, perché implicitamente o indirettamente ci dice che questo è il capitalismo dentro il quale siamo.

 

D. Potremmo dire, dunque, che la finanza si incarna nei corpi in quanto corpi individualizzati?

R. Esattamente, è così. E un modo di combattere la finanza è di perseguire una corporeità moltitudinaria, quella che ci porta a star bene con gli altri nelle piazze, nei quartieri, nelle occupazioni. Non voglio dire che questa sia la soluzione, ma è su questi terreni che noi costruiamo un’altra corporeità, che è il presupposto di un pensiero critico che si incarni nei processi reali.


Category: Economia, Musica, cinema, teatro

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About Christian Marazzi: Christian Marazzi. Economista svizzero, docente universitario, politico, nato a Lugano nel 1951. Laurea in scienze politiche all’Università di Padova, corso di storia economica americana alla London School of Economics, dottorato in scienze economiche alla City University of London con una tesi su Moneta e squilibrio economico. Ha insegnato nelle università di Padova, New York, Losanna, Ginevra ed è docente presso il Dipartimento di lavoro sociale della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI). Ha svolto attività di economista e ricercatore presso l’Istituto ricerche economiche (IRE) di Lugano, è stato membro attivo della commissione del Ministero dell’industria e dell’economia francese per lo studio del sistema monetario e collaboratore del Dipartimento delle opere sociali del Cantone Ticino. Ha svolto attività politica come indipendente di sinistra ed è stato tra l’altro membro della Commissione federale per le questioni femminili. Alcune pubblicazioni:2014 Algoritmi del capitale (a cura du Matteo Pasquinelli), Ombre corte; 2002 – Capitale & linguaggio. Dalla new economy all’economia di guerra, DeriveApprodi; 2002 – (con A. Fumagalli e A. Zanini) La moneta nell’impero, Ombre Corte; 2001 - Capitale & linguaggio. Ciclo e crisi della new economy, Rubbettino; 1999 – Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti nella politica, (nuova edizione) Casagrande / Bollati Boringhieri; 1998 – E il denaro va. Esodo e rivoluzione dei mercati finanziari, Casagrande / Bollati Boringhieri

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