Bruno Anastasia: il 2015 della occupazione

| 23 Dicembre 2015 | Comments (0)
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Su segnalazione di Francesco Indovina diffondiamo questo testo di Bruno Anastasia da La voce Info del 23 dicembre 2015
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Le fonti ufficiali e amministrative convergono su alcuni punti per quanto riguarda la dinamica dell’occupazione nel 2015. Aumentano gli occupati, soprattutto nei servizi e nel lavoro dipendente. In calo i rapporti di collaborazione, mentre sono consistenti gli effetti della decontribuzione.
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1. La dinamica dell’occupazione
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Sulla dinamica dell’occupazione nel 2015 abbiamo ormai a disposizione numerose informazioni statistiche aggiornate al terzo trimestre o anche a ottobre. Alcune evidenze si possono cominciare a considerare acquisite: i due mesi che mancano alla fine dell’anno potrebbero determinare qualche correzione, ma non alterare i segni dei fenomeni. Dall’esame congiunto delle varie fonti ufficiali (Indagine sulle forze di lavoro Istat e dati di contabilità nazionale) e amministrative (Inps-Osservatorio sulla precarietà; ministero del Lavoro e network SeCo per le comunicazioni obbligatorie delle imprese ai centri per l’impiego) si può delineare il quadro che di seguito sintetizziamo.
Un punto sembra ormai certo e assodato: gli occupati complessivi sono aumentati. La variazione, comunque calcolata (occupati o unità di lavoro o posizioni lavorative), rispetto all’anno precedente si aggira sulle 200mila unità. Non si tratta di una dimensione tale da far scordare la dura riduzione imposta dalla crisi, né il ritmo del recupero è tale da assicurare sugli sviluppi futuri: ma è comunque una netta inversione di rotta.
Un secondo punto sul quale c’è convergenza è la caratterizzazione settoriale dell’incremento, che risulta sostanzialmente dovuto ai servizi, mentre per le costruzioni, pur rallentata, prevale ancora la tendenza riflessiva e il manifatturiero risulta, per ora, aver (solo) arrestato, dopo un lungo periodo, il processo continuo di ridimensionamento.
Un terzo elemento si può dare per assodato: la crescita si è prodotta nell’area del lavoro dipendente mentre l’insieme (eterogeneo) del lavoro indipendente è rimasto al palo.
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2. Tipologie dei contratti
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Questione controversa è invece l’apporto alla crescita delle diverse tipologie di contratti di lavoro. Dal punto di vista delle politiche del lavoro, l’anno è stato caratterizzato dall’attenzione agli effetti dell’esonero contributivo per le nuove assunzioni a tempo indeterminato, a partire da gennaio 2015, e dal primo impatto del Jobs act su diversi aspetti, in primis la revisione, in vigore da fine marzo, della normativa sui licenziamenti (contratto a tutele crescenti) e le restrizioni, attivate da giugno, per alcune forme di rapporto di lavoro parasubordinato
contratti a progetto, associazione in partecipazione). Tutti questi elementi convergono, di fatto, nell’incentivare o comunque favorire le assunzioni con contratto a tempo indeterminato, riducendo il costo mensile per i primi tre anni e rendendo certo il costo di una risoluzione per licenziamento. È dunque logico che a questo aspetto si dedichi una particolare attenzione.
I dati amministrativi (Inps, ministero del Lavoro, network SeCo) hanno evidenziato il netto incremento sia del volume di nuove assunzioni a tempo indeterminato sia del volume di trasformazioni da tempo determinato a tempoindeterminato (tabella 1).
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Nello stesso periodo, il volume delle assunzioni sia con contratti di apprendistato sia con contratti a tempo determinato è diminuito (Inps, primi dieci mesi del 2015) o modestamente aumentato su base annua (ottobre 2014-settembre 2015), parallelamente a un’analoga crescita delle cessazioni (regioni SeCo). Il maggior volume di assunzioni si riflette nelle variazioni dello stock dei rapporti di lavoro in essere: i grafici 1 e 2, pur scontando il diverso universo di osservazione territoriale e la diversa base settoriale (Inps non include agricoltura e settore pubblico), evidenziano che la dinamica finalmente positiva risulta chiaramente trainata dai contratti a tempo indeterminato. Tanto per Inps quanto per le regioni SeCo le posizioni di lavoro a termine risultano invece in flessione e lo stesso si registra per l’apprendistato. Aggiungiamo che i dati amministrativi attestano chiaramente pure la riduzione del ricorso sia ai rapporti di lavoro intermittente (come ormai accade dal 2012) sia ai rapporti di collaborazione (-20 per cento su base annua) mentre è cresciuto fortemente l’utilizzo dei voucher.

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Nei dati Istat non emerge ancora nitidamente la crescita del tempo indeterminato: sembra anzi che l’incremento dei rapporti a termine sia più rilevante per spiegare la crescita occupazionale. Come peraltro si osserva nella tabella 2 le variazioni tendenziali degli occupati nella distribuzione tra occupati a termine e occupati a tempo indeterminato oscillano di mese in mese. E occorre sempre ricordare che stiamo parlando di variazioni in valori assoluti che sono sotto quella soglia di consistenza tale da poter essere accertata con sicurezza anche da un’indagine campionaria, come quella sulle forze di lavoro.

 

3. Effetti della decontribuzione

Del resto, se quest’anno i rapporti di lavoro a tempo indeterminato non fossero aumentati in termini di flusso e di conseguenza anche in termini di stock (è impensabile infatti immaginare una parallela e contestuale moria, con la riduzione delle durate dei tempi indeterminati alla stregua del somministrato o della maggioranza dei rapporti a termine) significherebbe che un incentivo triennale pari al 30 per cento del costo del lavoro non ha molto peso né appeal. Certificherebbe una conferma di non nuove teorie sul salario come variabile indipendente (dal suo costo).  Così non è stato. La decontribuzione – che, basandoci sui dati Inps, possiamo stimare a fine anno supererà agevolmente il milione (tra nuovi  rapporti a tempo indeterminato e trasformazioni) – ha avuto effetti  consistenti e consegna al 2016 un trascinamento occupazionale positivo:  una fiammata di assunzioni a tempo indeterminato ha effetti indubbiamente più duraturi di una analoga dovuta ai rapporti a termine, come accaduto  nel 2014 con il decreto Poletti.

Category: Economia, Lavoro e Sindacato

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About Bruno Anastasia: Bruno Anastasia è nato nel 1953 ed è dirigente di Veneto lavoro Area Osservatorio & Ricerca dal 2005. Si è laureato a Padova in Scienze politiche e dal 1981 al 1992 ha lavorato come ricercatore all'Ires Veneto (Istituto di ricerche economico-sociali del Veneto, Mestre) occupandosi di varie tematiche afferenti all'economia regionale (soprattutto: contabilità economica regionale, analisi congiunturale, mercato del lavoro, distretti industriali e piccole imprese). Nell’ambito dell’Ires ha coordinato (dal 1983 al 1999) la redazione della rivista trimestrale dell’Istituto Economia e società regionale (edita da Franco Angeli, Milano); dal 2000 al 2007 ha ricoperto la carica di Presidente - dell'Ires Veneto. Dal 1992 al 2000 ha lavorato in qualità di esperto di analisi del mercato del lavoro presso l'Agenzia per l'Impiego del Veneto (struttura facente capo al Ministero del Lavoro). Dall’anno accademico 1999-2000 all’anno accademico 2006-2007 è stato docente incaricato di Economia del lavoro. Dal 2002 al 2005 è stato membro del gruppo di lavoro che, con il coordinamento del prof. Accornero, ha elaborato i rapporti annuali del Cnel sul mercato del lavoro italiano.

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