Bruno Amoroso: Impoveriscono i ceti medi e proletari e lo chiamano “risanamento”

| 30 Agosto 2013 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamo da Liquida.it del 30 agosto 2013

Ho letto con grande attenzione il saggio Figli di Troika scritto dall’economista Bruno Amoroso. Un racconto breve ma intenso che, intelligentemente, offre ai lettori una chiave una di lettura diversa rispetto ai soliti ritornelli dominanti. Siamo sicuri di poter affermare che le politiche del rigore hanno fallito? E se avessero invece trionfato consentendo in maniera dissimulata il ritorno in Occidente di un modello sociale elitario e fondamentalmente neoschiavista? In esclusiva per Il Moralista l’analisi del prof. Amoroso


D. Prof. Amoroso, in molti cominciano a criticare la politiche improntate ad una cieca austerity sul presupposto che alle prova dei fatti tali scelte si sarebbero rivelate sbagliate. E’ d’accordo?

E’ fuorviante parlare di sbagli tecnici o politici alla base della crisi in atto che continua a flagellare l’Europa, specie quella del sud. L’adozione di una serie provvedimenti legislativi, tutti chiaramente destinati ad alimentare una spirale recessiva, denota al contrario una coerenza di visione perseguita da alcuni gruppi di potere che finiscono con l’avvantaggiarsene. Nessun errore. Al contrario, le politiche “della responsabilità” stanno ottenendo proprio i risultati che intendevano realizzare.

 

D.E quali dissimulate intenzioni nascondono in realtà alcune linee di indirizzo politico imposte su scala continentale?

Fino agli anni ’60 vigeva incontrastato un modello paradigmatico sintetizzabile nell’assunto “produzione di massa per consumo di massa”. All’interno di quello schema, la legittima ricerca del profitto non cozzava con l’aspirazione di costruire una società inclusiva e per quanto possibile equa. Questo modello di sviluppo trovava compimento all’interno di una cornice che era rappresentata dai singoli stati nazionali. La globalizzazione ha cancellato quel vecchio mondo. Oggi le istituzioni sovranazionali sovrastano gli Stati nazionali, e i consumi sono diventati esclusivo appannaggio delle classi medio alte. Gli altri, se ci riescono, si arrangino. E’ questa la nuova filosofia dominante.

 

D.Quindi il neoliberismo non ha fallito

Proprio per nulla. Il neoliberismo sta realizzando quello che tutti si aspettavano che realizzasse. Non c’è nulla di casuale in quello che accade. La globalizzazione è in buona sostanza una forma di apartheid sociale.

 

D. Da cosa desume con certezza la circostanza che la povertà dilagante non sia il risultato di politiche inefficaci prese in buona fede quanto il risultato di un lucido disegno stabilito ex ante?

Senta, le faccio un ragionamento semplice semplice. A detta di tutti la famosa crisi tuttora in atto parte nel 2008 con il fallimento di alcuni colossi americani. Una crisi figlia di una architettura giuridica e istituzionale che alla prova dei fatti ha fallito producendo a cascata danni su scala planetaria. Se i governanti fossero stati in buona fede, cosa avrebbero dovuto fare per impedire il ripetersi di una simile sciagura? Avrebbero dovuto approvare regole nuove e diverse. Siamo d’accordo? E invece cosa hanno fatto? Nulla. Zero. Il financial board non serve a niente mentre  a nessuno è venuto in mente di tornare allo spirito dello Steagall Act di rooseveltiana memoria. Non solo nessuno ha fatto nulla ma, ne sono certo, c’è perfino chi manovra nell’ombra al fine di preparare  le condizioni per permettere il rapido esplodere di un nuovo collasso finanziario da “tamponare” mettendo le mani sui risparmi dei cittadini. In Italia solo il Movimento 5 Stelle ha avanzato una proposta di buon senso presentando un progetto di legge tendente a separare le banche speculative da quelle dedite alla gestione del risparmio. Per il resto buio assoluto.

 

D.Lei nel suo libro accenna ad una non meglio precisata “finanza incappucciata”. Sono loro, i fratelli, quelli che manovrano la giostra?

Magari erano incappucciati una volta. Ora non lo sono più. Agiscono in maniera sfacciata. Un tempo se ne stavano prevalentemente all’interno dei cosiddetti organismi di controllo, Istat, Banca d’Italia e via discorrendo. Oggi fanno direttamente i ministri. Ma cosa controllerà mai Banca d’Italia che esprime Saccomanni ministro dell’Economia? Lo stesso discorso potrebbe farsi per l’Istat. Tutte queste figure operano alla luce del sole e il sole che oggi in Europa fa più luce di tutti si chiama Mario Draghi. Queste cose non le vede solo chi non vuole vedere o, più spesso, chi non ne ha interesse. La fine dei partiti storici ha accelerato questa deriva. I due veri poteri forti rimasti oggi in circolazione si chiamano finanza e industria della guerra. Sapelli, a tal proposito, ha scritto pagine interessanti.

 

D.In tutto questo continua ad aleggiare un mistero. Perché la sinistra, storicamente nata con il compito di tutelare i più deboli, continua a prestare il fianco ad una operazione geopolitica sostanzialmente iniqua ed elitaria?

Perché è cambiato il rapporto tra politica e potere. Un tempo le forze progressiste difendevano per costituzione la classi povere cercando uno sponda tattica fra i ceti medi e medio bassi. Stavano insomma dalla parte degli “sfruttati della terra”. La sinistra di oggi invece che fa? Galleggia pensando di rappresentare gli interessi di alcune specifiche categorie sempre sotto l’ombrello protettivo dei soliti potentati finanziari. Anzi, oramai esprimono una classe dirigente che proviene direttamente da quei mondi: penso a Profumo, a Passera e allo stesso Barca. Credono di poter conservare ancora a lungo una posizione di rendita rappresentando una parte di ceto medio destinato nel tempo a scomparire. Si illudono.

 

D. Ma come è stato possibile pervenire ad una realtà tanto sottile quanto antidemocratica?

Dal dopoguerra in avanti  le cose andarono bene. Esistevano anche allora cicliche crisi dalle quali però il sistema usciva nel suo insieme sempre più solido e rafforzato. Tutto cambiò nel 1971, quando vennero poste le basi per il successivo scioglimento di tutte le grandi imprese. Lo studio del club di Roma del 1969 costituisce il primo serio tentativo di cambiare un paradigma culturale inclusivo fino ad allora universalmente riconosciuto. Il progressivo affermarsi della retorica sulla “competitività” ha determinato il progressivo svuotamento del welfare. Cominciarono a circolare domande del tipo: “Ma perché anche chi non lavora deve avere diritto ad un trattamento decoroso?” Rispolverare ora la vecchia contrapposizione tra capitale e lavoro non ha più alcun senso. Oggi abbiamo da una parte un capitalismo finanziario spesso parassitario che si limita a monetizzare una supremazia nel campo dei saperi attraverso ad esempio lo sfruttamento dei brevetti; dall’altra una massa di nazioni da tenere in condizioni di sottosviluppo per impedire che imparino a fare concorrenza al più ricco Occidente. Lo stesso schema si ripete poi su scala interna. La produzione è funzionale al consumo delle sole classi alte, mentre i salariati, già ridotti all’osso, vengono indotti a riscoprire nuove forme di sussistenza sulla scia di un disperato bisogno.  Sono i risparmi, semmai, che rappresentano il prossimo boccone prelibato da spolpare. Il caso Cipro equivale al classico esperimento propedeutico ad una azione su larga scala. Non per niente la direttiva Barnier introduce in tutta Europa il principio secondo il quale le eventuali future crisi bancarie verranno pagate direttamente attingendo al denaro depositato dai correntisti. Questo tipo di rapina verrà presto legittimato dalle norme. Naturalmente al riparo del più assordante silenzio dei principali organi di informazione.

 

Category: Economia

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About Bruno Amoroso: Bruno Amoroso (1936) si è laureato in economia all'Università La Sapienza di Roma, sotto la guida di Federico Caffè. Negli anni dal 1970 al 1972 è stato ricercatore e docente all'Università di Copenhagen. Dal 1972 al 2007 ha insegnato all'Università di Roskilde, in Danimarca, dove ha ricoperto la cattedra Jean Monnet, presso la quale è professore emerito. Amoroso è docente all'International University di Hanoi, nel Vietnam. È stato visiting professor in vari atenei, tra cui l'Università della Calabria, la Sapienza di Roma, l'Atılım Üniversitesi di Ankara, l'Università di Bari. È presidente del Centro studi Federico Caffè dell'Università di Roskilde ed è condirettore della rivista italo-canadese Interculture. È membro del consiglio di amministrazione del FEMISE-Forum Euroméditerranéen des Instituts de Sciences Économiques, e coordinatore del comitato scientifico dell'italiana Fondazione per l'internazionalizzazione dell'impresa sociale (Italy). Fa parte, inoltre, del comitato scientifico FLARE Network (Freedom, Legality and Rights in Europe), la rete internazionale per la lotta alla criminalità e alla corruzione; è membro ed esperto di DIESIS (Bruxelles) organizzazione non profit dedicata allo sviluppo dell'economia sociale, nelle forme cooperative, di impresa sociale, e di impresa autogestita dai lavoratori, attraverso attività di supporto, consulenza e valutazione dei progetti. È decano della Facoltà di Mondiality, all'Università del Bene comune (Bruxelles-Roskilde-Roma), fondata da Riccardo Petrella; è membro del comitato scientifico del progetto WISE dell'Unione europea, ed è stato direttore del Progetto Mediterraneo promosso dal CNEL (1991–2001). Tra i suoi ultimi libri in italiano: Il "mezzogiorno" d'Europa. Il Sud Italia, la Germania dell'Est e la Polonia Orientale nel contesto europeo, (a cura di) (Diabasis, 2011); Euro in bilico (Castelvecchi, 2011); Per il bene comune. Dallo stato del benessere alla società del benessere (Diabasis, 2010); Il Mediterraneo: incontro di culture (con Mario Alcaro e Giuseppe Cacciatore), (Aracne, 2007); Persone e comunità. Gli attori del cambiamento, (con Sergio Gomez y Paloma) (Dedalo, 2007); La stanza rossa. Riflessioni scandinave di Federico Caffè (Città Aperta, 2004); Europa e Mediterraneo. Le sfide del futuro (Dedalo editore); L'apartheid globale. Globalizzazione, marginalizzazione economica, destabilizzazione politica (Edizioni Lavoro, 1999); Il pianeta unico. Processi di globalizzazione (con Noam Chomsky e Salvo Vaccaro) (Eleuthera, 1999).

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