Bruno Amoroso, Jesper Jespersen: Un’Europa possibile. Dalla crisi alla cooperazione

| 4 Maggio 2014 | Comments (2)

 

 



E’ uscito il libro di Bruno Amoroso e Jesper Jespersen, Un Europa possibile. Dalla crisi alla cooperazione, Castelvecchi Roma 2014. Invitiamo alla sua lettura diffondendo, con il permesso degli autori, la prefazione e un capitolo. Il libro è uscito anche in lingua danese nella edizione di Politisk revy di Copenhagen

 

 

Questo pamflet deve essere letto come un appello ai partecipanti che dominano nel dibattito sull’Unione Europea a ravvedersi. Noi stessi abbiamo partecipato a questo dibattito per più di 30 anni, ma quello che lo caratterizza è che nessuno ascolta gli argomenti dell’altro. I due fronti nel dibattito per o contro l’UE continuano a scavare nella propria trincea convincendosi sempre di più delle proprie ragioni e che il torto è dall’altra parte. Tutto ciò produce danni irreparabili alla cooperazione e certamente alla convivenza nell’UE.

La riposta dell’élite di Bruxelles a ogni ulteriore sfida è ‘più Europa’, poiché l’obiettivo è ‘gli Stati uniti d’Europa’. La crisi si supera quindi con una più forte e rapida integrazione, senza alcuna comprensione o anche indipendentemente dal fatto che i popoli auspichino una maggiore integrazione.  Questo dubbio popolare viene spazzato via come populistico, nazionalistico e fondamentalmente irragionevole.

Gli euroscettici, che riscuotono grande successo in tutti gli Stati membri, in particolare in Gran Bretagna, si dichiarano semplicemente stufi dell’UE. Si oppongono a tutte le direttive che provengono da Bruxelles e puntano alla riconquista della sovranità nazionale. Affermano che il diritto di decidere anche della più piccola curvatura dei cetrioli europei deve essere una decisione nazionale.

Noi facciamo appello all’élite di Bruxelles e agli ‘euroscettici’ di pentirsi, altrimenti l’UE va al collasso il che sarebbe una tragedia per tutti. L’Europa è una necessità e questo ce lo insegna la storia. È stato il bisogno di una ‘Europa di pace” che ha mosso i primi passi della cooperazione europea; ma questo è oggi diventato una parentesi sostituita dall’economia, dal pensiero unico e dagli incubi di grandezza delle grandi potenze europee. È perciò imbarazzante assistere alla assenza di solidarietà che Londra, Berlino, e Bruxelles hanno dimostrato durante la crisi verso i grandi gruppi di popolazione a sud e a est che sono precipitati nella povertà e nella miseria. Per questo appare arrogante e quindi ripugnate quando i paesi membri più grandi e più ricchi  fanno la predica ai più colpiti di “mettere in ordine la propria casa”.

Indipendentemente dal punto di osservazione, da nord o da sud, questa polarizzazione e destabilizzazione della cooperazione dell’UE deve arrestarsi. Questo può avvenire solo se l’élite di Bruxelles si converte a una comune responsabilità che comporta solidarietà e questo ha un prezzo. Nel contempo gli ‘euroscettici’ devono comprendere che lo scioglimento dell’UE trasformerebbe una situazione difficile in una senza speranza e trasformare i ricordi degli anni Trenta in realtà con un seguito di ancora maggiori disgrazie.

L’UE è oggi sulla via di una paralisi e il rischio di un suo collasso. Le prossime elezioni europee forniranno la dimostrazione di queste tendenze. Noi ci interroghiamo, dove sono coloro – politici e opinionisti – che hanno il coraggio e vogliono costruire un ponte? Per queste ragioni facciamo questo APPELLO a riflettere nel dibattito e nelle politiche per rimettere al centro la pace e la solidarietà in Europa.

 

1. Il futuro della cooperazione europea: dal centralismo alla solidarietà

La causa della crisi economica e politica in corso va ricercata anzitutto nell’assenza di comprensione delle élite dell’UE (che a grandi linee è costituita dalla Commissione, i suoi funzionari a Bruxelles e nell’amministrazione centrale, la Corte europea, la Banca Centrale, il Consiglio, il Parlamento, i corrispondenti da Bruxelles e i ricercatori europei) dei processi economici e politici che possono promuovere la cooperazione europea. Questa élite persegue in modo unilaterale l’idea che una maggiore integrazione economica e un’accresciuta centralizzazione del sistema politico facciano avanzare la cooperazione europea e, per questo, sono un ”bene per l’Europa”. Domina la convinzione che la risposta alla crisi attuale è più centralizzazione e un’ulteriore accelerazione della marcia verso una struttura politica federale dell’UE; gli Stati Uniti d’Europa sono l’obiettivo finale. Questa rappresentazione può rivelarsi fatale per il futuro dell’Europa poiché non è radicata nella percezione e nella realtà quotidiana dei popoli europei.

In particolare il periodo successivo al 2008 ha messo in evidenza la debolezza di una struttura economica e politica che in misura crescente prende la forma di eccessivo centralismo,  unilateralità e ridotta regolamentazione del mercato. Una struttura che dal ”crollo del muro” poggia in modo crescente su idee neoliberiste, sulla forza autoregolatrice del sistema del mercato, e sulla necessità di ridurre lo stato del benessere. Sviluppi che in una serie di paesi membri hanno evocato ricordi degli anni Trenta. La solidarietà tra i paesi dell’UE è stata indebolita – il messaggio che arriva da Bruxelles, da Berlino, e dalle élite dell’UE contiene inoltre il monito che ciascun paese deve fare anzitutto ’mettere ordine a casa propria’.

Dall’esplosione della crisi la solidarietà tra i paesi ricchi non è riuscita ad andare oltre il bisogno di salvare le proprie banche per i prestiti che hanno contratto con le economie in crisi. Questa distorta solidarietà è stata legittimata con la retorica della crisi  – la ben nota ‘strategia dell’allarmismo economico’ denunciata da Federico Caffè – e con la critica di quei politici nazionali che non avrebbero osservato le regole; perché se lo avessero fatto la crisi non sarebbe esplosa! Per questo sono stati adottati i cosiddetti ”aiuti” per sostenere di fatto le dure misure richieste di ”risparmi” (tagli) verso i paesi membri che già erano in ginocchio. Imposizione di “riforme” e di “risparmi” controllata da una Troika nominata da Bruxelles e accettata da Berlino, costituita da rappresentanti della Commissione europea, della Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. Per ottenere i prestiti di cui avevano urgente bisogno i paesi dell’UE hanno dovuto accettare misure draconiane in una dimensione che di per sé ha contribuito ad aggravare la crisi in questi paesi, aumentare la disuguaglianza tra paesi e con questo rendere più acuti i conflitti tra i popoli europei.

In questo quadro non può certo sorprendere che l’adesione al ”progetto europeo” si vada sgretolando, che il sostegno popolare è in calo, e le istituzioni europee incontrano in numerosi paesi uno scetticismo crescente. Ma è veramente un’Europa pacifica, affluente, collaborativa e, soprattutto, solidale che l’élite promuove con il suo centralismo, e l’assenza di comprensione delle diversità nazionali e regionali?

Questo grave dubbio sul futuro dell’Europa non avrebbe avuto ragione di essere, se la solidarietà fosse stata privilegiata, la partecipazione popolare incoraggiata e la velocità d’integrazione ridotta.

 

2. Vale la pena di ricordare, che….

Il progetto europeo è stato originariamente varato con l’obiettivo di garantire la pace attraverso una rafforzata cooperazione politica, che doveva essere fondata su un crescente benessere e solidarietà, e contribuire a costruire una reciproca fiducia tra ”nemici tradizionali”. Questo processo fu costruito sull’aspettativa che tutti i paesi europei avrebbero tratto vantaggio da una più stretta integrazione economica. Uno sviluppo che doveva inoltre essere socialmente bilanciato e solidamente radicato nelle democrazie nazionali occidentali, per fare da contrappeso ai sistemi economici e politici del blocco orientale. Questo processo radicato verso un progetto sociale, solidale e democratico di cooperazione europea fu deragliato dopo la ”caduta del muro” nel 1989. Le modifiche ai trattati europei che vi hanno fatto seguito hanno avuto come obiettivo di rafforzare le forze di mercato e la concorrenza tra capitali e sul mercato del lavoro, ridurre la sovranità politica dei singoli paesi e rafforzare nel contempo il dominio delle istituzioni dell’UE.

Il risultato di queste modifiche ai trattati ha aumentato la pressione economica e politica sulla originaria cooperazione tra stati nazionali. Un numero crescente di direttive dell’UE sono state prese con una maggioranza qualificata, con la quale gli interessi di singoli paesi sono stati accantonati.  Le frontiere sono state aperte e la concorrenza inasprita e non solo sul mercato delle merci; ma anche in quello dei capitali e del lavoro, con conseguenze destabilizzanti sulla possibilità di condurre delle politiche sociali e distributive appropriate alla realtà dei diversi paesi.

Il sogno europeo di una pacifica, affluente e socialmente equilibrata cooperazione dentro gli accordi che originariamente furono raggiunti nel Trattato di Roma si è arenato. L’élite ’europea’ guidata dai burocrati di Bruxelles, dagli interessi del capitale europeo (e statunitense) e da un alto ceto intellettuale si auto illuse che il desiderio maggiore dell’opinione pubblica fosse quello di realizzare gli ’Stati Uniti d’Europa’ (USE) in modo rapido e efficiente mediante una accelerata cooperazione economica e poi politica. L’Europa sociale fu accantonata a vantaggio di una Europa centralistica, basata sul mercato e dominata dai capitali. Il desiderio dei popoli europei di continuare sulla strada della giustizia sociale, sia sul piano nazionale sia europeo, è stato sistematicamente spazzato via con affermazioni dispregiative come ’nazionalismo’, ’populismo’, e ’mancanza di conoscenza’. In alternativa si è proposto lo Stato europeo competitivo che dovrebbe al contrario, in conseguenza della Globalizzazione, rafforzarsi mentre lo Stato del benessere, dopo il ‘crollo del muro’, è stato relegato tra i cimeli del passato. Il risultato di questo indebolimento delle democrazie nazionali e degli Stati del benessere è evidente: una disoccupazione record e una crescente povertà e ineguaglianza.

Questo testo ricostruisce le fasi di questo crescente processo di deragliamento del progetto europeo. Mette in luce i settori dove il processo di integrazione è andato troppo lontano e deve quindi spingersi indietro se la legittimità democratica dell’UE deve essere ricostruita. E questo deve avvenire se si vuole, tra l’altro, evitare che la Gran Bretagna e uno o più dei paesi dell’Europa del sud abbandonino la cooperazione dell’UE. Ma perché questo accada è necessario riconoscere la diversità europea. I dettati delle élite dell’UE ai paesi membri di accettare un mercato comune delle merci, dei capitali, e della manodopera e una valuta europea per poter divenire membri a pieno titolo dell’UE viene vissuto in pratica come una aggressione alla sovranità dei singoli paesi contro la quale reagiscono i popoli degli Stati membri. Il sostegno popolare al progetto dell’UE è diminuito paurosamente nella maggior parte degli Stati membri, che si stanno allontanando economicamente, politicamente e mentalmente uno dall’altro e nuovi antagonismi sono in via di sviluppo. Questo è niente di meno di una sciagura alla quale le élite dell’UE hanno dato un attivo contributo.

La cooperazione europea deve perciò, laddove necessario, tornare indietro nei settori dove si è spinta troppo avanti. Agli Stati europei si deve al contrario offrire la possibilità di istituire forme variabili di cooperazione regionale decise sulla base di interessi nazionali radicati nelle aspirazioni e nei progetti comuni dei popoli europei. Agli Stati membri dell’UE si deve offrire la possibilità di istituire forme variabili di cooperazione regionale (macroregioni e mesoregioni) decise sulla base di interessi nazionali e anche di comunità con aspirazioni e obiettivi comuni. Di questo esistono già numerosi esempi positivi come ad esempio il Consiglio Nordico e le forme di integrazione regionale dei paesi scandinavi, che per troppo tempo sono stati trascurati.

La tassa sulle transazioni finanziarie può essere introdotta come forma di cooperazione tra alcuni Stati dell’Europa centrale. Le politiche regionali per i rifugiati e l’immigrazione dovrebbero essere rafforzate. Gli accordi Schengen sono stati introdotti in alcuni settori in modo frettoloso e troppo esteso. Soffrono di carenze di controlli all’uscita in alcuni Stati membri, rispetto al Regno Unito e l’Irlanda che hanno mantenuto il controllo passaporti. Problemi ambientali transfrontalieri devono essere risolti a livello regionale quando questo è più adeguato allo scopo. La protezione delle minoranze è anche generalmente un problema regionale. La cooperazione delle politiche estere dell’UE andrebbe rafforzata, come dimostrano gli eventi in corso in Ucraina e nel Medio Oriente.

Queste nostre proposte, specialmente se integrate in un processo decisionale regionale nel contesto dei principi generali dell’UE, potrebbero acquisire più ampia comprensione e accettazione, perché non è difficile da spiegare che i cittadini europei e gli Stati membri hanno un interesse comune nell’andare avanti con la costruzione dell’Europa, ma su una base realistica e condivisa.

 

 

Category: Economia, Libri e librerie, Osservatorio Europa

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About Bruno Amoroso: Bruno Amoroso (1936) si è laureato in economia all'Università La Sapienza di Roma, sotto la guida di Federico Caffè. Negli anni dal 1970 al 1972 è stato ricercatore e docente all'Università di Copenhagen. Dal 1972 al 2007 ha insegnato all'Università di Roskilde, in Danimarca, dove ha ricoperto la cattedra Jean Monnet, presso la quale è professore emerito. Amoroso è docente all'International University di Hanoi, nel Vietnam. È stato visiting professor in vari atenei, tra cui l'Università della Calabria, la Sapienza di Roma, l'Atılım Üniversitesi di Ankara, l'Università di Bari. È presidente del Centro studi Federico Caffè dell'Università di Roskilde ed è condirettore della rivista italo-canadese Interculture. È membro del consiglio di amministrazione del FEMISE-Forum Euroméditerranéen des Instituts de Sciences Économiques, e coordinatore del comitato scientifico dell'italiana Fondazione per l'internazionalizzazione dell'impresa sociale (Italy). Fa parte, inoltre, del comitato scientifico FLARE Network (Freedom, Legality and Rights in Europe), la rete internazionale per la lotta alla criminalità e alla corruzione; è membro ed esperto di DIESIS (Bruxelles) organizzazione non profit dedicata allo sviluppo dell'economia sociale, nelle forme cooperative, di impresa sociale, e di impresa autogestita dai lavoratori, attraverso attività di supporto, consulenza e valutazione dei progetti. È decano della Facoltà di Mondiality, all'Università del Bene comune (Bruxelles-Roskilde-Roma), fondata da Riccardo Petrella; è membro del comitato scientifico del progetto WISE dell'Unione europea, ed è stato direttore del Progetto Mediterraneo promosso dal CNEL (1991–2001). Tra i suoi ultimi libri in italiano: Il "mezzogiorno" d'Europa. Il Sud Italia, la Germania dell'Est e la Polonia Orientale nel contesto europeo, (a cura di) (Diabasis, 2011); Euro in bilico (Castelvecchi, 2011); Per il bene comune. Dallo stato del benessere alla società del benessere (Diabasis, 2010); Il Mediterraneo: incontro di culture (con Mario Alcaro e Giuseppe Cacciatore), (Aracne, 2007); Persone e comunità. Gli attori del cambiamento, (con Sergio Gomez y Paloma) (Dedalo, 2007); La stanza rossa. Riflessioni scandinave di Federico Caffè (Città Aperta, 2004); Europa e Mediterraneo. Le sfide del futuro (Dedalo editore); L'apartheid globale. Globalizzazione, marginalizzazione economica, destabilizzazione politica (Edizioni Lavoro, 1999); Il pianeta unico. Processi di globalizzazione (con Noam Chomsky e Salvo Vaccaro) (Eleuthera, 1999).

Comments (2)

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