Bruno Amoroso, Jesper Jespersen: Le risposte della Ue alla Grecia. Una tragedia europea

| 13 Maggio 2015 | Comments (0)

 

Riceviamo questo testo di Amoroso e Jespersen dalla Roskilde Universitet  danese

In questi mesi stiamo assistendo a niente meno che una tragedia europea. Se la Grecia nel corso del prossimo mese sarà umiliata dovrà abbandonare l’unione monetaria, la falsità dei discorsi fatti durante I brindisi europei a favore della solidarietà europea sarà smascherata.  Questo risultato peserà come un macigno sulla cooperazione europea durente I prossimi decenni. La fiducia reciproca indispensabile ad ogni cooperazione avrà subito un danno irreparabile perchè, quando è stato necessario dividere I costi dei fallimenti del progetto europeo, anche I paesi più ricchi della UE hanno dimostrato di guardare solo ai propri interessi. Questo non riguarda solo la Germania; il governo danese fu molto rapido nell’’insistere e ottenere che il suo contributo doveva essere ridotto di un miliardo di corone danesi come condizione per approvare il bilancio dell’UE per il nuovo anno.

Quello a cui stiamo assistendo nell’intervallo tra le elezioni greche e oggi è la calma prima della tempesta. Il nuovo governo greco, eletto nonostante “I moniti” di buone intenzioni emessi dal presidente della Commussione dell’UE Jean-Claude Juncker, ha eliminato ulteriori tagli alla spesa sociale, ai salari minimi, e i piani di privatizzazione. Invece il governo greco ha chiesto sostengo nell’istituzione di un efficiente sistema fiscale, trascurato dal governo precedente, in grado di garantire che anche I più ricchi paghino la loro quota di tasse, aiuto nellla registrazione delle proprietà greche all’estero, e, più importante, nella possibilità di rimettere in moto il meccanismo della crescita economica.Infatti va ricordato che il PIL della Grecia è sceso del 25% in conseguenza delle misure imposte dalla Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale). Tuttavia la risposta di Bruxelles è stata un deciso rifiuto ad ogni forma di allegerimento delle condizioni debitorie esistenti.

Quando ci si è resi conto a Bruxelles che il processo di negoziazione con Atene era entrato in corto circuito e le condizioni richieste per futuri prestii immodificate apparve chiaro che il destino della Grecia  era stato ormai deciso in modo irrevocabile. Ma sia Bruxelles sia Atene hanno bisogno di tempo per organizzarsi e per questo è stata decisa una “cessazione del fuoco” di quattro mesi durante la quale entrambe le parti possono prepare la cosiddetta “grexit” in – si spera – una forma equa e ordinata. Bruxelles ha bisogno di tempo per preparare l’uscita della Grecia dall’unione monetaria senza creare un caso precedente che indebolirebbe le posizioni dei governi più conservatori di Portogallo Spagna e, naturalmente, della Germania. Per questa ragione questi governi hanno tstardamente messo ogni tipo di ostacolo all’idea di una riduzione negoziata del debito greco. Se Berlino e Bruxelles non capovolgono la loro posizione sull’imposizione di nuovi prestiti la possibilità di un compromesso è bloccata. Quello che resta in questo caso è o il Grexit o la messa sotto amminstrazione della Grecia da parte di stranieri, posizione questa totalmente inaccetabile per il governo Syriza e quindi la probabile chiamata di un referendum.

La realtà mostra che non c’è sostegno da Bruxelles quando la richiesta di solidarietà costa denaro. Ma l’attuale situazione contiene un aspetto ironico specifico, perchè di fatto tutti i prestiti dell’UE che la Grecia ha “ottenuto” dal 2010 sono stati utilizzati per liberare le banche tedesche, francesi e altre da prestiti inesigibili fatti alle imprese, banche e al governo. Da qui, l’enorme ammontare di prestiti dall’UE e dal FMI che il governo greco ha dovuto sottoscrivere nel 2012, non sono stati di fatto mai versati al governo di Atene, ma trasferiti direttamente a Francoforte e Parigi, a sostegno delle loro banche per i cattivi prestiti da queste concessi al governo precedente negli “anni buoni”. Il  paradosso è che il nuovo governo greco ha dovuto rinegoziare prestiti che il precedente governo conservatore aveva sottoscritto per prevenire il fallimento delle banche private tedesche. Non va inoltre dimenticato che nel 2011 Bruxelles ha esercitato una forte pressione sul governo PASOK guidato dal Primo Ministro Andreas Papadreou imponendogli la cencellazione del referendum gia indetto sul tema del debito e l’accettazione di un governo tecnocratico.

Tuttavia il nuovo ministro delle finanze greco si aspettava una qualche accettazione del suo punto di vista, ma è stato respinto. Il suo oppositore è una coalizione conservatrice guidata da Jean Claude Juncker e Angela Merkel, che detta le condizioni che il governo di sinistra greco deve accettare. Questa imposizione è naturalmente in appoggio dei loro colleghi detronizzati ad Atene e di ricerca di un appoggio di breve periodo dai loro elettorati nazionali (I contribuenti).  Anche se I greci apprezzano l’euro,  devono tuttavia rionoscere che l’appartenenza all’Unione Monetaria Europea significa l’abbandono della loro moneta nazionale e del diritto di stampare moneta. Il che ha significato la distruzione della loro sovranità. Quando un governo rinuncia al controllo della moneta e del credito si rende vulnerabile  ai capricci dei mercati dei capitali e al dominio sovra nazionale. Il governo non può più finanziare I suoi più urgenti bisogni di spesa perchè le entrate fiscali diminuiscono. Oggi, i titoli di stato greci sono classificati dalle agenzie internazionali di rating come ‘junk bonds’, con un tasso di interesse superiore al 10% e, in alcuni casi, totalmente invendibili. Senza una propria moneta ogni governo è in balia o dei dictat di Bruxelles o dei capricci del mercato finanziario globale.

Quando la solidarietà nell’UE ha fallito in modo così plateale, il nuovo governo greco è privo di scelta. È costretto a reintrodurre il proprio sistema monetario. E saremmo sorpresi se non fosse già stata predisposta la stampa delle nuove banconote, i cosideti euro-drachma. (Qui è bene ricordare che in conseguenza dello scioglimento dell’Unione Monetaria Latina agli inizi del 20th secolo Ia moneta comune, il franco, fu nazionalizzato in in franchi francesi, belgi e svizzeri). Le nuove banconote greche dovrebbero entrare in circolazione a breve termine, poichè quando la rottura è inevitabile il governo deve agire rapidamente. Difatto non c’è tempo da perdere poichè in queste settimane è in atto una forte fuga di capitali dalla Grecia. Miliardi di euro sono ritirati dalle banche a Atene e trasferiti nelle banche dell’Europa del nord (e Svizzera). Da dove proviene questo capitale? La risposta è semplice anche se insostenibile. Dalle banche greche private che, fino a quando è in atto la “cessazione del fuoco”, possono ottenere prestiti dalla Banca Centrale Europea. Sarà interessante sapere in che misura questi prestiti devono essere ripagati se tutto il sistema greco bancario esplode e dovrà essere riorganizzato. Quando il collasso delle negoziazioni tra Bruxelles e il governo greco sarà realtà le banche greche saranno costrette a chiudere per almeno una settimana, durante la quale le loro operazioni e libri saranno controllati e ricostruiti. Da qui dovrà essere imposto il controllo internazionale dei capitali per un lungo periodo. L’amministrazioe greca potrebbe trarre vantaggio dall’esperienza di altri paesi, Cipro e forse l’Islanda, dove iI controllo dei capitali ha evitato il successivo collasso.

Naturalmente il valore del nuovo euro-drachma diminuirà in modo sostanziale. Questo è valutato da molti “osservatori” come un problema anche per società e persone che hanno contratto prestiti all’estero, e per dipedenti ordinari che devono pagare prezzi più alti per un certo numero di beni di consumo importati. Ma questi problemi potrebbero essere affrontati specialmente se le parti  che hanno tratto vantaggio dal possesso di attività estere sono tassate e queste entrate redistribuite. L’Islanda è un esempio da copiare dove un governo socialdemocratico ha garantito che le conseguenze distributive della svalutazione monetaria non producesse un aumento del numero delle famiglie povere. Il governo Syriza potrebbe fare qualcosa di simile quando ha riconquistato il controllo dell finanza e della spesa pubblica e delle banche.

D’altro lato, la svalutazione dell’euro-drachma produrrrà anche un certo numero di effetti positivi sull’economia greca. Il semplice fatto che I prezzi dei prodotti agricoli greci sono fissati in euro produrrà in questo settore un considerevole aumento di reddito. Il turismo diverrà di nuovo attrattivo per I bagni solari dei nord europei; ma ancora più importante è il fatto che che ciò restituirà all’industria e all’imprenditorialità greca l’opportunità di competere nel mercato unico europeo.

Un prerequisito per il successo della ri-nazionalizzazione della moneta greca è la rapida creazione di un consistente surplus nella bilancia dei pagamenti. Se ciò avverrà il governo greco non avrà bisogno di ottenere nuovi prestiti sul mercato internazionale dei capitali. Resta solo il problema della velocità con cui I vecchi prestiti potranno essere chiusi. Qui parliamo dei prestiti che le banche private dei paesi del nord avevano inizialmente autorizzato e in seguito convertito in prestiti dell’UE da parte del governo tecnocratico di Papandreu senza alcuna discussione politica.

Ci sia consentito concludere, con l’auguro sincero che Bruxelles e Berlino riacquistino il senso di realtà e diano inizio a negoziazioni reali con il governo greco dimostrando con ciò un pò di solidarietà con il numero crescente di cittadini greci che senza colpa vanno a letto affamati ogni notte. Se questo avvenisse si potrebbe almeno ridurre la misura della tragedia europea per il futuro.

 

Su queste tematiche si segnala: Jesper Jespersen & Bruno Amoroso, Un’Europa possibile. Dalla crisi alla cooperazione. , Copenhagen and Rome: Political Revy & CastelVecchi, 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jesper Jespersen

Bruno Amoroso

Roskilde Universitet

 

 

La vera tragedia europea

In questi mesi stiamo assistendo a niente meno che una tragedia europea. Se la Grecia nel corso del prossimo mese sarà umiliata dovrà abbandonare l’unione monetaria, la falsità dei discorsi fatti durante I brindisi europei a favore della solidarietà europea sarà smascherata.  Questo risultato peserà come un macigno sulla cooperazione europea durente I prossimi decenni. La fiducia reciproca indispensabile ad ogni cooperazione avrà subito un danno irreparabile perchè, quando è stato necessario dividere I costi dei fallimenti del progetto europeo, anche I paesi più ricchi della UE hanno dimostrato di guardare solo ai propri interessi. Questo non riguarda solo la Germania; il governo danese fu molto rapido nell’’insistere e ottenere che il suo contributo doveva essere ridotto di un miliardo di corone danesi come condizione per approvare il bilancio dell’UE per il nuovo anno.

Quello a cui stiamo assistendo nell’intervallo tra le elezioni greche e oggi è la calma prima della tempesta. Il nuovo governo greco, eletto nonostante “I moniti” di buone intenzioni emessi dal presidente della Commussione dell’UE Jean-Claude Juncker, ha eliminato ulteriori tagli alla spesa sociale, ai salari minimi, e i piani di privatizzazione. Invece il governo greco ha chiesto sostengo nell’istituzione di un efficiente sistema fiscale, trascurato dal governo precedente, in grado di garantire che anche I più ricchi paghino la loro quota di tasse, aiuto nellla registrazione delle proprietà greche all’estero, e, più importante, nella possibilità di rimettere in moto il meccanismo della crescita economica.Infatti va ricordato che il PIL della Grecia è sceso del 25% in conseguenza delle misure imposte dalla Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale). Tuttavia la risposta di Bruxelles è stata un deciso rifiuto ad ogni forma di allegerimento delle condizioni debitorie esistenti.
Quando ci si è resi conto a Bruxelles che il processo di negoziazione con Atene era entrato in corto circuito e le condizioni richieste per futuri prestii immodificate apparve chiaro che il destino della Grecia  era stato ormai deciso in modo irrevocabile. Ma sia Bruxelles sia Atene hanno bisogno di tempo per organizzarsi e per questo è stata decisa una “cessazione del fuoco” di quattro mesi durante la quale entrambe le parti possono prepare la cosiddetta “grexit” in – si spera – una forma equa e ordinata. Bruxelles ha bisogno di tempo per preparare l’uscita della Grecia dall’unione monetaria senza creare un caso precedente che indebolirebbe le posizioni dei governi più conservatori di Portogallo Spagna e, naturalmente, della Germania. Per questa ragione questi governi hanno tstardamente messo ogni tipo di ostacolo all’idea di una riduzione negoziata del debito greco. Se Berlino e Bruxelles non capovolgono la loro posizione sull’imposizione di nuovi prestiti la possibilità di un compromesso è bloccata. Quello che resta in questo caso è o il Grexit o la messa sotto amminstrazione della Grecia da parte di stranieri, posizione questa totalmente inaccetabile per il governo Syriza e quindi la probabile chiamata di un referendum.

La realtà mostra che non c’è sostegno da Bruxelles quando la richiesta di solidarietà costa denaro. Ma l’attuale situazione contiene un aspetto ironico specifico, perchè di fatto tutti i prestiti dell’UE che la Grecia ha “ottenuto” dal 2010 sono stati utilizzati per liberare le banche tedesche, francesi e altre da prestiti inesigibili fatti alle imprese, banche e al governo. Da qui, l’enorme ammontare di prestiti dall’UE e dal FMI che il governo greco ha dovuto sottoscrivere nel 2012, non sono stati di fatto mai versati al governo di Atene, ma trasferiti direttamente a Francoforte e Parigi, a sostegno delle loro banche per i cattivi prestiti da queste concessi al governo precedente negli “anni buoni”. Il  paradosso è che il nuovo governo greco ha dovuto rinegoziare prestiti che il precedente governo conservatore aveva sottoscritto per prevenire il fallimento delle banche private tedesche. Non va inoltre dimenticato che nel 2011 Bruxelles ha esercitato una forte pressione sul governo PASOK guidato dal Primo Ministro Andreas Papadreou imponendogli la cencellazione del referendum gia indetto sul tema del debito e l’accettazione di un governo tecnocratico.

Tuttavia il nuovo ministro delle finanze greco si aspettava una qualche accettazione del suo punto di vista, ma è stato respinto. Il suo oppositore è una coalizione conservatrice guidata da Jean Claude Juncker e Angela Merkel, che detta le condizioni che il governo di sinistra greco deve accettare. Questa imposizione è naturalmente in appoggio dei loro colleghi detronizzati ad Atene e di ricerca di un appoggio di breve periodo dai loro elettorati nazionali (I contribuenti).  Anche se I greci apprezzano l’euro,  devono tuttavia rionoscere che l’appartenenza all’Unione Monetaria Europea significa l’abbandono della loro moneta nazionale e del diritto di stampare moneta. Il che ha significato la distruzione della loro sovranità. Quando un governo rinuncia al controllo della moneta e del credito si rende vulnerabile  ai capricci dei mercati dei capitali e al dominio sovra nazionale. Il governo non può più finanziare I suoi più urgenti bisogni di spesa perchè le entrate fiscali diminuiscono. Oggi, i titoli di stato greci sono classificati dalle agenzie internazionali di rating come ‘junk bonds’, con un tasso di interesse superiore al 10% e, in alcuni casi, totalmente invendibili. Senza una propria moneta ogni governo è in balia o dei dictat di Bruxelles o dei capricci del mercato finanziario globale.

Quando la solidarietà nell’UE ha fallito in modo così plateale, il nuovo governo greco è privo di scelta. È costretto a reintrodurre il proprio sistema monetario. E saremmo sorpresi se non fosse già stata predisposta la stampa delle nuove banconote, i cosideti euro-drachma. (Qui è bene ricordare che in conseguenza dello scioglimento dell’Unione Monetaria Latina agli inizi del 20th secolo Ia moneta comune, il franco, fu nazionalizzato in in franchi francesi, belgi e svizzeri). Le nuove banconote greche dovrebbero entrare in circolazione a breve termine, poichè quando la rottura è inevitabile il governo deve agire rapidamente. Difatto non c’è tempo da perdere poichè in queste settimane è in atto una forte fuga di capitali dalla Grecia. Miliardi di euro sono ritirati dalle banche a Atene e trasferiti nelle banche dell’Europa del nord (e Svizzera). Da dove proviene questo capitale? La risposta è semplice anche se insostenibile. Dalle banche greche private che, fino a quando è in atto la “cessazione del fuoco”, possono ottenere prestiti dalla Banca Centrale Europea. Sarà interessante sapere in che misura questi prestiti devono essere ripagati se tutto il sistema greco bancario esplode e dovrà essere riorganizzato. Quando il collasso delle negoziazioni tra Bruxelles e il governo greco sarà realtà le banche greche saranno costrette a chiudere per almeno una settimana, durante la quale le loro operazioni e libri saranno controllati e ricostruiti. Da qui dovrà essere imposto il controllo internazionale dei capitali per un lungo periodo. L’amministrazioe greca potrebbe trarre vantaggio dall’esperienza di altri paesi, Cipro e forse l’Islanda, dove iI controllo dei capitali ha evitato il successivo collasso.

Naturalmente il valore del nuovo euro-drachma diminuirà in modo sostanziale. Questo è valutato da molti “osservatori” come un problema anche per società e persone che hanno contratto prestiti all’estero, e per dipedenti ordinari che devono pagare prezzi più alti per un certo numero di beni di consumo importati. Ma questi problemi potrebbero essere affrontati specialmente se le parti  che hanno tratto vantaggio dal possesso di attività estere sono tassate e queste entrate redistribuite. L’Islanda è un esempio da copiare dove un governo socialdemocratico ha garantito che le conseguenze distributive della svalutazione monetaria non producesse un aumento del numero delle famiglie povere. Il governo Syriza potrebbe fare qualcosa di simile quando ha riconquistato il controllo dell finanza e della spesa pubblica e delle banche.

D’altro lato, la svalutazione dell’euro-drachma produrrrà anche un certo numero di effetti positivi sull’economia greca. Il semplice fatto che I prezzi dei prodotti agricoli greci sono fissati in euro produrrà in questo settore un considerevole aumento di reddito. Il turismo diverrà di nuovo attrattivo per I bagni solari dei nord europei; ma ancora più importante è il fatto che che ciò restituirà all’industria e all’imprenditorialità greca l’opportunità di competere nel mercato unico europeo.

Un prerequisito per il successo della ri-nazionalizzazione della moneta greca è la rapida creazione di un consistente surplus nella bilancia dei pagamenti. Se ciò avverrà il governo greco non avrà bisogno di ottenere nuovi prestiti sul mercato internazionale dei capitali. Resta solo il problema della velocità con cui I vecchi prestiti potranno essere chiusi. Qui parliamo dei prestiti che le banche private dei paesi del nord avevano inizialmente autorizzato e in seguito convertito in prestiti dell’UE da parte del governo tecnocratico di Papandreu senza alcuna discussione politica.

Ci sia consentito concludere, con l’auguro sincero che Bruxelles e Berlino riacquistino il senso di realtà e diano inizio a negoziazioni reali con il governo greco dimostrando con ciò un pò di solidarietà con il numero crescente di cittadini greci che senza colpa vanno a letto affamati ogni notte. Se questo avvenisse si potrebbe almeno ridurre la misura della tragedia europea per il futuro.

 

Jesper Jespersen & Bruno Amoroso, Un’Europa possibile. Dalla crisi alla cooperazione. , Copenhagen and Rome: Political Revy & CastelVecchi, 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Category: Economia, Osservatorio Europa

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About Bruno Amoroso: Bruno Amoroso (1936) si è laureato in economia all'Università La Sapienza di Roma, sotto la guida di Federico Caffè. Negli anni dal 1970 al 1972 è stato ricercatore e docente all'Università di Copenhagen. Dal 1972 al 2007 ha insegnato all'Università di Roskilde, in Danimarca, dove ha ricoperto la cattedra Jean Monnet, presso la quale è professore emerito. Amoroso è docente all'International University di Hanoi, nel Vietnam. È stato visiting professor in vari atenei, tra cui l'Università della Calabria, la Sapienza di Roma, l'Atılım Üniversitesi di Ankara, l'Università di Bari. È presidente del Centro studi Federico Caffè dell'Università di Roskilde ed è condirettore della rivista italo-canadese Interculture. È membro del consiglio di amministrazione del FEMISE-Forum Euroméditerranéen des Instituts de Sciences Économiques, e coordinatore del comitato scientifico dell'italiana Fondazione per l'internazionalizzazione dell'impresa sociale (Italy). Fa parte, inoltre, del comitato scientifico FLARE Network (Freedom, Legality and Rights in Europe), la rete internazionale per la lotta alla criminalità e alla corruzione; è membro ed esperto di DIESIS (Bruxelles) organizzazione non profit dedicata allo sviluppo dell'economia sociale, nelle forme cooperative, di impresa sociale, e di impresa autogestita dai lavoratori, attraverso attività di supporto, consulenza e valutazione dei progetti. È decano della Facoltà di Mondiality, all'Università del Bene comune (Bruxelles-Roskilde-Roma), fondata da Riccardo Petrella; è membro del comitato scientifico del progetto WISE dell'Unione europea, ed è stato direttore del Progetto Mediterraneo promosso dal CNEL (1991–2001). Tra i suoi ultimi libri in italiano: Il "mezzogiorno" d'Europa. Il Sud Italia, la Germania dell'Est e la Polonia Orientale nel contesto europeo, (a cura di) (Diabasis, 2011); Euro in bilico (Castelvecchi, 2011); Per il bene comune. Dallo stato del benessere alla società del benessere (Diabasis, 2010); Il Mediterraneo: incontro di culture (con Mario Alcaro e Giuseppe Cacciatore), (Aracne, 2007); Persone e comunità. Gli attori del cambiamento, (con Sergio Gomez y Paloma) (Dedalo, 2007); La stanza rossa. Riflessioni scandinave di Federico Caffè (Città Aperta, 2004); Europa e Mediterraneo. Le sfide del futuro (Dedalo editore); L'apartheid globale. Globalizzazione, marginalizzazione economica, destabilizzazione politica (Edizioni Lavoro, 1999); Il pianeta unico. Processi di globalizzazione (con Noam Chomsky e Salvo Vaccaro) (Eleuthera, 1999).

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