Andrea Terzi: John Maynard Keynes

| 28 Giugno 2016 | Comments (1)

 

Per accompagnare i testi di Andrea Terza che abbiamo cin questo ubtervento iniziato a diffondere su www.inchiestaonline,it pubblichiamo  da ateconomics.com questa biografia di John Maynard Keynes scritta da Andrea Terzi  per Nuova Informazione bibliografica n.4 ottobre -dicembre 2008

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1. La vita

Il 5 giugno 1883, al 6 di Harvey Road, Cambridge, nasce John Maynard Keynes, primogenito di Florence Ada Brown (1861- 1958), una fra le prime giovani donne ammesse a studiare a Cambridge (cui tuttavia non era ancora consentito ottenere la laurea) e di John Neville Keynes (1852-1949), docente di logica nell’Università di Cambridge.

Il giovane Maynard cresce a Cambridge con la sorella Margaret (1885- 1970) e il fratello Geoffrey (1887-1982). Il padre, autore di un celebre trattato sulla metodologia dell’economia politica, riduce progressivamente i propri impegni accademici (rinuncia ad una cattedra a Chicago) e copre incarichi amministrativi nell’università. La madre spende le sue molte energie in fami- glia e in attività di volontariato meritandosi la fama di donna più indaffarata di Cambridge. Maynard vive un’infanzia non comune: la casa è frequentata dai migliori intelletti di Cambridge, tra cui Alfred Marshall, professore di economia politica, che avrebbe poi, nel 1903, introdotto la specializzazione in economia, distinta dalle scienze morali. Il giovane Keynes rivela precoci doti di conversatore, una marcata vivacità intellettuale e un talento per l’arit- metica, e i suoi decidono di fare domanda per Eton, il collegio più prestigioso d’Inghilterra, fondato nel quindicesimo secolo (assieme al King’s College di Cambridge) da Re Enrico VNel luglio 1897, Maynard vince la borsa di studio per Eton, ottenendo il punteggio più alto in matematica. A Eton eccelle, oltre che in matematica, negli studi classici e in storia. Colleziona svariati premi e riconoscimenti. È un ragazzo dalla mente brillante, assieme diligente e irriverente, spesso critico dei suoi stessi insegnanti, dagli interessi molteplici e nutrito di una forte curiosità per il mondo. Tra gli amici di Maynard a Eton c’è la futura classe dirigente britannica.

Completata l’istruzione superiore, Maynard vince la borsa di studio per una specializzazione in matematica al King’s College di Cambridge e, nel 1902, inizia il nuovo ciclo di studi. Eccelle in economia e matematica, ma i suoi interessi si concentrano altrove, soprattutto in filosofia morale, e vince un premio con un saggio su teoria e metodo della politica.

Già nel corso del suo primo semestre a King’s College di Cambridge, Maynard viene avvicinato da Leonard Woolf e Lytton Strachey e invitato a farsi «Apostolo», ovvero membro (a vita) di una società segreta intellettuale altamente selettiva, dedita a vigorose discussioni filosofiche. Tra gli «apostoli» ci sono Bertrand Russell, G.E. Moore e altri filosofi che condizioneranno il pensiero del Ventesimo secolo. Keynes sviluppa uno spiccato interesse per l’etica, la logica e la teoria della probabilità.

Nel 1905 supera brillantemente gli esami (i Tripos) per la laurea di primo livello, e si prepara al successivo ciclo di studi. Alfred Marshall, già amico e collega del padre, lo incoraggia a scegliere economia, e Maynard si dedica alla lettura dei Principi di Economia (di Marshall) e dei maggiori economisti del tempo: Jevons, Edgeworth, Cournot. A differenza di Max Planck, il fisico tedesco e premio Nobel (1918) che avrebbe confessato proprio a Keynes di aver provato da giovane a studiare economia e di averla trovata troppo difficile, Maynard trova l’economia allo stesso tempo facile e affascinante. E tuttavia è incerto se proseguire gli studi. Cambridge, in quel momento, gli va stretta, e così decide: abbandonerà la specializzazione in economia e andrà a Londra dove sosterrà l’esame per entrare nell’amministrazione pubblica.

Keynes sostiene il Civil Service Exam nell’agosto 1906 e si classifica se- condo a livello nazionale. Benché la sua preparazione si fosse concentrata in matematica ed economia i punteggi più alti li consegue in logica e storia. Gli viene offerto un impiego pubblico per due anni a Londra nell’ufficio delle relazioni con l’India. All’India Office lavora con grande efficienza, senza ri- nunciare a coltivare i suoi molteplici interessi, tra cui i suoi studi sulla teoria della probabilità. Ma già nel 1908 Keynes brama di tornare a Cambridge per continuare a lavorare sul tema della teoria della probabilità e fa domanda per una borsa di ricerca. Con disappunto di Maynard, che se la prende con l’in- competenza della commissione, non la ottiene, ma grazie all’interessamento di Marshall e di Pigou, suo successore nella cattedra di economia, ottiene un insegnamento e dà le dimissioni dall’India Office. Gli anni che vanno dal 1909 al 1913 sono anni di intensa attività. Tiene lezioni a Cambridge su moneta, credito e prezzi. Pubblica il suo primo articolo sull’«Economic Journal» a proposito della situazione economica in India (1909). Rinnova le tecniche di statistica economica elaborando un nuovo metodo di calcolo degli indici dei prezzi. La qualità del suo lavoro sui fondamenti filosofici della probabilità è finalmente riconosciuta ed è nominato Lecturer di economia (1911) al King’s College (senza peraltro aver conseguito la laurea in economia). È nominato editor dell’«Economic Journal».

Dà inizio al Political Economic Club, un forum di discussione per un gruppo selezionato di studenti di economia.Keynes è animato, in questo periodo, da idee piuttosto ortodosse, svi- luppando allo tempo stesso una decisa avversione nei confronti dell’uso della matematica in probabilità ed economia, con sorpresa di quanti ne conoscono le doti di matematico. Conserva il legame con Londra che fre- quenta regolarmente, dove tiene lezioni alla London School of Economics (ancora in tema di India) e frequenta artisti, scrittori e intellettuali (in gran parte «apostoli»), un gruppo che sarà noto come «circolo di Bloomsbury». È affascinato dall’osservazione degli investitori nei mercati finanziari, i cui comportamenti Maynard riconduce alle proprie ipotesi sul comportamento razionale in condizioni di incertezza cognitiva, e vi prende parte attiva come investitore e speculatore. Nel 1913 pubblica il suo primo libro, Indian Currency and Finance, che riscuote un discreto successo. Entra nella Commissione Reale su moneta e finanza indiana, occasione in cui Keynes si misura con le questioni concernenti il funzionamento del sistema monetario aureo. Siamo ormai alla vigilia del conflitto mondiale, eppure la guerra appare ancora lontana e impossibile.

Con l’inizio della Grande Guerra e la crisi bancaria dell’agosto 1914, Keynes è chiamato dal Tesoro come consulente sul sistema aureo: in quell’occasione, Keynes ne difende l’utilità come strumento per conservare la fiducia nel centro finananziario londinese. Torna quindi a lavorare per l’amministrazione pubblica (1915) dove si occupa della gestionefinanziaria di guerra presso il ministero del Tesoro, e quindi dei rapporti tra spesa pubblica, pressione fiscale, inflazione, valore esterno della sterlina, bilancia dei pagamenti e ruolo internazionale della piazza finanziaria londinese. Col procedere della guerra, Keynes matura una crescente intolleranza per gli sviluppi bellici. Scrive agli amici: «I work for a government I despise for ends I think criminal». A preoccupare Keynes è l’incerto futuro economico e politico del Regno Unito, segnalato anche da un crescente debito nei confronti del governo statunitense, che preannuncia il declino del ruolo internazionale della Gran Bretagna. I legami di amicizia passano ancora per il quartiere londinese di Bloomsbury, dove vive, al numero 46 di Gordon Square, con altri intellettuali del gruppo.

Nel 1919 Keynes fa parte della delegazione britannica alla Conferenza di Pace di Parigi in qualità di rappresentante del Tesoro. Elabora uno schema di proposta per la ricostruzione dell’Europa che comprende una quantifica- zione dei danni di guerra che tenga conto delle effettive capacità di rimborso tedesche, la creazione di un’area di libero scambio europeo, un accordo finanziario per stabilizzare i cambi, la cancellazione dei debiti tra nazioni alleate, e un nuovo ruolo della Germania nell’Europa dell’Est. La gran parte delle sue proposte è ignorata: il trattato di pace prevede pesanti riparazioni belliche che Keynes ritiene umilianti per la Germania, lesive della sua sovranità e pressoché impossibili da onorare. Prima che il Trattato di Versailles venga siglato, Keynes rassegna al Primo Ministro, David Lloyd George, le sue dimissioni da quello «scenario da incubo». Si mette senza indugi a scrivere, e pubblica prima della fine dell’anno, The Economic Consequences of the Peace, in cui espone pubblicamente la sua alternativa ai termini del trattato e dove dimostra che le condizioni accettate dalla Germania vanno ben al di là delle sue possibilità e produrranno tensioni politiche e impoverimento. Keynes sta guadagnandosi una fama di economista radicale. Il libro, che assegna agli aspetti economici un ruolo di primo piano nella politica internazionale, riscuote risonanza universale ed è tradotto in undici lingue, inclusi russo, cinese e giapponese. Il suo autore è orni una celebrità mondiale.

L’anno della Conferenza di Pace è anche quello in cui Keynes riprende l’insegnamento a Cambridge dove tiene poche, ma molto frequentate, lezioni di economia monetaria. Fino al 1937 Keynes manterrà i suoi annuali impegni didattici quasi senza interruzioni. Con la pubblicazione del Treatise on Probability (1921) Keynes conclude i propri studi sull’argomento, ma riprenderà le idee sviluppate in quest’opera nelle sue tesi economiche. Intanto, l’attività pubblicistica è intensa. Cura dodici numeri del “Manchester Guardian» sulla ricostruzione dell’Europa, che comprendono, oltre ai suoi, i contributi di numerose firme illustri (tra gli italiani, Luigi Einaudi, Piero Sraffa, Benedetto Croce). Pubblica il suo quarto libro, A Revision of the Treaty (1922), in cui riprende i temi legati al trattato di pace.

Declina più di un invito a entrare in politica (nel partito liberale). Partecipa come inviato del «Manchester Guardian» alla conferenza di Genova (1922) dove i rappresentanti di 34 nazioni (compresa la sconfitta Germania e la neonata Unione Sovietica) concludono con un nulla di fatto il tentativo di pianificare assieme la ricostruzione economica e finanziaria in Europa. In quell’occasione, pur nel ruolo di osservatore, Keynes non perde l’occasione di lanciare una proposta per la stabilità dei cambi. Lavora contro il tempo per tentare una soluzione europea alla questione dei pagamenti tedeschi di guerra. Con la crisi del marco (1923) l’occasione sfuma e l’intervento delle banche americane segna l’inizio del declino dell’egemonia finanziaria britannica in Europa. Presiede il Comitato editoriale della rivista liberale «The Nation». Pubblica A Tract on Monetary Reform (1923) in cui, suscitando vivaci polemiche, Keynes si oppone al ritorno della sterlina alla parità aurea pre- bellica e afferma che il sistema aureo è una «reliquia primitiva» che produrrà una deflazione, ovvero una caduta dei prezzi e dei redditi, con effetti molto peggiori di quelli della svalutazione che si è voluti evitare. Propone un sistema monetario internazionale centrato sulla sterlina e il dollaro, e basato sulla cooperazione tra i due paesi in tema di politica monetaria.

Tra il 1924 e il 1926, l’economia britannica passa dalla depressione del dopoguerra alla stagnazione: una sorta di «equilibrio di disoccupazione» su cui Keynes tornerà nella sua opera maggiore. Contrariamente all’avviso di Keynes, la sterlina rientra nel sistema aureo (aprile 1925) alla stessa parità di prima della guerra. Keynes assume posizioni sempre più in contrasto con l’ortodossia del pensiero economico del tempo. Lascia alle spalle vecchie ruggini con la politica britannica per sostenere la proposta dell’ex-primo ministro Lloyd George per un piano di lavori pubblici che possa a com- pensare la caduta di fiducia nell’investimento privato. Personaggio assieme autorevole e enfant terrible, Keynes rompe definitivamente con la filosofia politica del laissez-faire. Cresce in Keynes la convinzione che la politica debba occuparsi della fragilità del capitalismo e che, per assicurare l’ordine sociale, debba saper prendere le misure necessarie per assicurare stabilità e crescita economica. Rovesciando i termini di una radicata convinzione del pensiero liberale, è convinto che non sia il liberismo a garantire lo sviluppo economico ma sia invece la prosperità economica il presupposto per la sopravvivenza del sistema liberale.

Nel 1925, sposa la ballerina russa Lydia Lopokova (1892-1981), lasciando di stucco il suo circolo di amici, che non comprendono come sia possibile che Maynard si sia innamorato di una donna, per di più poco istruita. Lydia è il secondo grande amore di Keynes, dopo l’«apostolo» Duncan Grant. Keynes non avrà figli.

Benché sia ormai il maggior critico della politica economica britannica, il suo prestigio gli vale ancora la nomina a membro della Commissione Mac- millan di indagine su finanza e industria proprio quando, nel 1929, la lunga stagnazione si sta trasformando in depressione mondiale, ma la sua proposta per un programma di opere pubbliche che avvii un effetto cumulativo di crescita dei redditi viene considerata una scommessa troppo rischiosa.

Nel 1930 pubblica in due volumi (uno di teoria e uno di statistica e storia) A Treatise on Money, in cui sviluppa un’idea del tutto estranea all’ortodossia prevalente: risparmio e investimento possono divergere permanentemente, senza che un meccanismo automatico di aggiustamento li riporti in equilibrio, e propone l’uso della politica monetaria come strumento per stabilizzare i cicli economici.

Nel 1931 il Regno Unito esce (questa volta per sempre) dal sistema aureo. In un cinegiornale dell’epoca (che titola Il Prof. Keynes prevede un grande futuro per il Regno Unito dopo la sospensione del sistema aureo) Keynes spiega che fuori dalla «gabbia aurea» non ci sono rischi d’inflazione o svalutazione; piuttosto, ci sono le condizioni affinché «imprenditori, lavoratori e disoccupati coltivino una nuova speranza». E in una trasmissione radiofonica invita le donne inglesi a spendere per accrescere l’occupazione e spiega che rispar- miare cinque scellini significa togliere a un uomo la paga di una giornata.

Negli anni tra il 1932 e il 1935, si apre a Cambridge un intenso dibattito sulle idee di Keynes cui partecipano i suoi più giovani colleghi (Richard Kahn, Piero Sraffa, Austin Robinson, Joan Robinson, James Meade). Tra i suoi critici, Dennis Robertson e Friedrich Hayek. Insoddisfatto dei risultati conseguiti nel Treatise on Money, Keynes lavora intensamente a una nuova teoria del reddito nazionale di cui espone per la prima volta i tratti essenziali nelle sue lezioni a Cambridge. Parallelamente, nei suoi scritti brevi riprende il tema dell’importanza dell’azione pubblica per stimolare gli investimenti e uscire dalla crisi. È ormai del tutto smarcato dalle idee «classiche» che costringono all’inazione pubblica, senza peraltro sposare le tesi socialiste per cui la crisi altro non sarebbe che l’inizio del crollo inevitabile del capitalismo. Ritiene che non si tratti di un problema di crisi di capacità produttiva e che, non essendo sufficienti i tradizionali canali di ripresa economica (riduzione dei salari, calo del costo del denaro), la libera impresa si possa salvare con un intervento pubblico saggio e moderato. Alla Conferenza economica mondiale di Londra (1933) appoggia le misure del neo-eletto presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt e insiste ancora per un blocco valutario dollaro-sterlina. A Roosevelt si rivolge anche con una lettera aperta che contiene suggerimenti operativi in campo monetario.

Nelle sue molteplici attività, Keynes non trascura le grandi passioni private, tra cui il collezionismo d’arte, di libri e manoscritti antichi, e il suo impegno nella costruzione e nel finanziamento del Cambridge Arts Theatre che viene inaugurato nel 1936. Nello stesso anno, dopo molteplici bozze discusse animatamente con amici e colleghi, pubblica The General Theory of Employment, Interest and Moneyory che secondo lo stesso autore «will largely revolutionize the way the world thinks about economic problems». Il libro divide subito gli economisti tra chi la considera un’opera rivoluzionaria, chi la giudica un ritorno alle idee mercantiliste, e chi si limita ad apprezzarne alcuni contenuti con molti distinguo. Ma si tratta in ogni caso di un successo senza precedenti.

Nel maggio 1937, Keynes soffre di un attacco cardiaco, probabilmente causato da un’infezione contro cui combatterà per il resto dei suoi giorni. Dopo una convalescenza in Galles, riprende le sue attività, dedicandosi principalmente alle questioni economiche e finanziarie legate all’ingresso britannico nel nuovo conflitto mondiale, adoperandosi per tentare di salvare la leadership britannica minacciata dall’evoluzione della guerra, e avanzando una serie di proposte per un nuovo ordine monetario internazionale nel corso del negoziato con gli Stati Uniti. Gli restano meno di nove anni da vivere.

L’economia americana entra in recessione nell’estate del ’37, quella inglese in autunno. Keynes, che aveva investito scommettendo sulla pace, subisce consistenti perdite nella propria ricchezza personale. I venti di guerra in Europa si fanno più forti: per Keynes il mezzo più efficace per la pace tra le nazioni resta quello di una politica condivisa di piena occupazione. Con l’inizio della guerra, riprende il ruolo di consigliere (non retribuito ma fortemente autorevole) del Tesoro britannico, quasi un ministro delle finanze «di fatto», un ruolo che conserverà fino alla morte, e nel 1941 entra nel Consiglio della Banca d’Inghilterra. Si occupa del bilancio britannico di guerra. Pubblica (1940) How to pay for the war. Incontra Roosevelt (luglio 1941).

Nel 1942 riceve la laurea di dottorato ad honorem dall’università di Manchester e gli viene conferita l’onorificenza di barone di Tilton e membro della camera dei Lord, dove aderisce al gruppo dei liberali. Rifiuta la possibilità di succedere a Pigou nella cattedra di economia al King’s College (la cattedra andrà a Robertson). Continua nell’impegno al servizio della Gran Bretagna: studia un possibile assetto monetario internazionale per il Dopoguerra ed esamina le proposte che anche gli Stati Uniti cominciano a formulare sullo stesso tema. Trova anche il tempo per occuparsi del mondo artistico londinese nella posizione di presidente del Council for the Encouragement of Music and the Arts e del consiglio consultivo del Covent Garden.

Nell’autunno del 1943, Keynes è negli Stati Uniti per un incontro bilaterale che si concluderà con una dichiarazione congiunta sul futuro ordine econo- mico mondiale. Si tratta di un compromesso, tra il piano di Keynes e quello di Harry Dexter White, in cui prevalgono gli interessi americani. La proposta di Keynes (un accordo internazionale per cui le banche centrali fanno parte di un’unione di compensazione monetaria) non passa. Il compromesso, an- corché subordinato all’obiettivo americano di un’espansione del commercio mondiale su una riedizione corretta del gold standard, contiene importanti principi di governo dell’economia finanziaria mondiale.

Nell’estate del 1944, nuovamente negli Stati Uniti, e sempre in compagnia di Lydia, Keynes guida la delegazione britannica nei lavori conclusivi del negoziato, ospite del Mount Washington Hotel di Bretton Woods, nel New Hampshire. A luglio, viene siglato l’accordo per un sistema di cambi fissi e modificabili, il cui fulcro è il dollaro, e che prevede due nuove istituzioni: il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Internazionale per la Ricostru- zione e lo Sviluppo (o Banca Mondiale).

Nell’autunno del 1945, nonostante le precarie condizioni di salute e sempre accudito da Lydia, Keynes è a Washington dove spende le sue ultime energie per negoziare il prestito americano alla Gran Bretagna per la ricostru- zione, contribuendo con la sua competenza e la forza di un tenace negoziatore.

Ancora una volta, nel febbraio 1946, Keynes salpa per l’America: non vuole rinunciare a partecipare all’inaugurazione del Fondo Monetario In- ternazionale e della Banca Mondiale. È nominato governatore britannico in entrambe le nuove istituzioni che egli stesso ha contribuito a creare. Apprende con profondo disappunto che esse non avranno sede a New York, e dunque vicino all’ONU e alla piazza finanziaria, come informalmente convenuto nei lunghi colloqui, ma a Washington, vicino al potere politico statunitense. Né gradisce le decisioni relative alla dovizia di personale a tempo pieno lautamente retribuito.

Poche settimane dopo il suo rientro, il 21 aprile del 1946, John Maynard Keynes muore nella sua residenza estiva a Tilton, nel Sussex. Il «Times» di Londra piange la morte di uno dei suoi concittadini più grandi. Il funerale si tiene all’abbazia di Westminster, presenti le più alte personalità del mondo politico, britanniche e straniere. Le sue ceneri sono disperse nella campagna di Tilton.

 

2. Le opere

La vastissima bibliografia di volumi e articoli di Keynes è pressoché interamente raccolta nell’edizione di Macmillan/Cambridge University Press per la Royal Economic Society, The Collected Writings of John Maynard Keynes. L’opera, che comprende anche molti scritti e corrispondenze inediti, si compone di trenta volumi pubblicati tra il 1971 e il 1989.

La prima opera di Keynes pubblicata in Italia fu, sull’onda del successo mondiale, Le conseguenze economiche della pace (1920), cui seguirono La revisione del trattato (1922), La riforma monetaria (1925) tradotta da Piero Sraffa, e i due volumi di Il trattato della moneta (1932, 1934). Fra i primi in Italia a interessarsi delle idee di Keynes, ancorché da una posizione critica, è Luigi Einaudi in un saggio pubblicato nel 1933 sulla «Riforma Sociale» (Il mio piano non è quello di Keynes). Nel 1936 la Utet include due scritti brevi, La fine del lasciar fare (The end of laissez-faire) e Autarchia economica (National Self-Sufficiency) – quest’ultimo emendato di un riferimento al capo del governo italiano – nell’antologia di Storia Economica a cura di Gino Luzzatto, e li ristampa separatamente in un opuscolo. Poi, nulla accadrà sul fronte editoriale italiano fino al 1947, quando la Utet pubblica, con la traduzione di Alberto Campolongo, Occupazione, interesse e moneta: Teoria generale, che quindi giunge in Italia postuma, a più di dieci anni dall’edizione inglese.

Negli anni successivi, l’economia keynesiana, e specialmente la Teoria Generale, è oggetto di un interesse sempre più vasto tra gli economisti italiani, divisi fra chi difende strenuamente la tradizione e chi intuisce l’eccezionalità e la ricchezza dell’opera keynesiana, tra i quali spicca Federico Caffè, precursore del pensiero keynesiano in Italia.

Nel 1951, Giulio Einaudi pubblica Politici ed economisti (Essays in Biography). Da Sansoni esce un’antologia di Scritti Politici a cura di Sergio Ricossa (1966). Il Saggiatore pubblica nel 1968 Esortazioni e profezie (Essays in Persuasion), mentre la Utet continua a ristampare l’opera maggiore il cui titolo italiano, dal 1971, diventa fedele all’originale: Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta.In seguito, le ristampe, le riedizioni e le antologie sono state numerose. Nel 1990, Rosellina Archinto pubblica l’epistolario Lydia e Maynard: Lettere, 1923-25 e nel 1994 Clueb pubblica il Trattato sulla probabilità.

 

3. Il pensiero

Protagonista di primissimo piano nella storia britannica e internazionale a cavallo dei due conflitti mondiali, John Maynard Keynes ha fortemente in- fluenzato la cultura contemporanea e condizionato l’evoluzione del pensiero economico del Dopoguerra. In maniera ancor più marcata di Adam Smith, Keynes ha dettato alle future generazioni un linguaggio teorico nuovo e un repertorio inedito di tecniche di politica economica. Con Keynes nasce la macroeconomia: termini come domanda aggregata, reddito nazionale e pro- pensione al consumo diventano parte del linguaggio comune di economisti e opinionisti, nonché dei governi che si assumono l’onere di perseguire gli obiettivi della stabilità e della crescita economica.

Per oltre un quarto di secolo Keynes fu un personaggio di notorietà in- ternazionale. Quando muore, non è ancora l’autore della Teoria generale. Il necrologio del «New York Times» elenca la sua opera oggi più celebre tra i suoi «altri libri» e lo celebra per il modo in cui ha inciso nella lettura dei fatti del mondo e per come ha influenzato le istituzioni e le politiche pub- bliche, sottolineando il ruolo di artefice «delle teorie che fanno della piena occupazione l’obiettivo principale della politica economica» (un obiettivo che l’Employment Act aveva formalmente assegnato al governo americano solo qualche settimana prima). Rievoca Le conseguenze economiche della pace e la lungimiranza dimostrata ai tempi di Versailles, quando comprese i rischi delle condizioni di pace imposte alla Germania, e ricorda la dichiarazione di Keynes a sostegno del Presidente Roosevelt quando più aspre si fecero le critiche al programma di spesa pubblica.

Rivisitarne il pensiero oggi, ad oltre sessant’anni dalla scomparsa, è naturalmente un esercizio del tutto differente, che tiene conto non più o non solo della forza di persuasione dell’uomo ma anche e soprattutto della vitalità e dello spessore delle idee che le sue opere hanno consegnato alla storia. La sua «teoria generale» è stata in molte maniere riassunta, interpretata, diffusa come «verbo» e rinnegata. Le sue idee hanno creato consenso e divisione, sono state sostenute da seguaci autentici che ne hanno tratto ispirazione scientifica e da ammiratori smaliziati che le hanno strumentalizzate a fini personali, a tal punto che chiunque oggi intenda avvicinarsi al pensiero di Keynes si trova a doversi innanzitutto liberare delle troppe interpretazioni che si sono stratificate sul suo conto.

A contribuire a spiegare i motivi del fiorire di tante diverse letture è il fatto che il suo pensiero sia stato, tra gli anni ’20 e gli anni ’30, in continua evoluzione e trasformazione, dai fondamenti appresi nei suoi studi a Cam- bridge alle idee sviluppate misurandosi con le questioni del suo tempo, di cui egli si occupa con un’originalità fuori del comune e che soltanto più tardi decide di riformulare in uno schema teorico complessivo. Di teoria economica, come si desume dalla biografia, Keynes si interessa dopo aver svolto gli studi universitari in logica e matematica. Vi si dedica non con lo slancio dello studioso puro ma al principale scopo di disporre di un riferimento logico-concettuale all’interno del quale organizzare le sue felici intuizioni. L’opera con la quale Keynes intendeva «rivoluzionare il modo in cui il mondo tratta i problemi economici» (come scrisse a George Bernard Shaw) venne relativamente tardi. Egli stesso la considerava non perfettamente riuscita, e tuttavia una rielaborazione gli fu impedita dalle condizioni di salute e dal fatto che Keynes decise di spendere le sue ultime energie al servizio del Regno Unito nelle negoziazioni sul nuovo ordine mondiale e sul debito britannico. Nemmeno la Teoria generale, dunque, poté cristallizzare in modo definitivo il suo sistema di pensiero.

Illustrare il pensiero keynesiano non può perciò tradursi in un riassunto della Teoria generale, ma deve cercare di coglierne i temi originali all’interno di un percorso cognitivo che va valutato per la sua unità di intenti e per il modo in cui quel pensiero che può continuare ad arricchire il nostro tempo.

 

3.1. Razionalità e incertezza

Conversando con Moore e Russell sui rapporti fra etica e moralità cristiana prima che i grandi temi economici lo conquistino, il giovane Keynes si inte- ressa di logica, probabilità e razionalità. Keynes non condivide l’idea che per poter decidere razionalmente occorra conoscere esattamente le conseguenze di ciascuna delle nostre scelte. Nelle circostanze in cui tali conseguenze non ci siano note, possiamo ancora decidere con razionalità valutando le conseguenze delle nostre azioni sulla base di un atto di percezione logica e affidandoci al nostro grado di convinzione circa le conseguenze (probabili, ancorché non statisticamente e numericamente calcolabili) delle nostre azioni. Nelle nostre scelte, un comportamento razionale è quello che si fonda sulla robustezza del nostro ragionamento e che preferisce, a parità di risultato, l’opzione meno rischiosa. Ciò significa anche che è più razionale perseguire il bene immediato (piuttosto che il bene futuro) in quanto verosimilmente meno rischioso e più robustamente sorretto dall’evidenza empirica.

Questo atteggiamento metodologico di Keynes fornisce una prima chiave per comprendere la scelta, di fronte alla crisi del capitalismo degli anni ’20, a favore di un capitalismo governato, piuttosto che a favore di una rivoluzione socialista dagli esiti imprevedibili. In una celebre frase, spesso citata (fuori dal contesto originale), «nel lungo periodo siamo tutti morti», Keynes espri- meva l’urgenza di equipaggiare il sistema economico di strumenti appropriati per prevenire o almeno attenuare le sue caratteristiche fluttuazioni cicliche, tra boom e recessione. Di questa prospettiva, facilmente equivocabile come miope o di «breve periodo», Keynes fece invece la premessa per un pensiero teso alla progettualità.

Gli studi giovanili sulla probabilità, a cominciare dalla sua teoria del com- portamento razionale in condizioni di incertezza, condizioneranno lo sviluppo delle sue idee economiche che assegnano un ruolo decisivo alle aspettative nel determinare l’andamento corrente dell’economia. In particolare, le aspettative di rendimento degli investimenti futuri determinano le spese e il reddito di oggi. Non è dunque soltanto il futuro a dipendere dalle nostre scelte di oggi, ma sono le scelte di oggi a dipendere dalla nostra visione del futuro. Quando poi l’incertezza diventa tale da non offrire nemmeno una fragile base per orientare le nostre decisioni, diventa razionale persino affidarsi all’istinto, come accade – in positivo – per gli «animal spirits» dell’imprenditore che sfida il futuro con la sua iniziativa, o come accade – in negativo – nei mercati finanziari quando il singolo investitore trova conveniente conformarsi alla media delle aspettative degli altri anche quando le ritiene errate.

Metodologicamente, Keynes rinuncia al concetto di un equilibrio stabile di lungo periodo che gli economisti ortodossi consideravano il fondamento di ogni teoria economica, sia che questa si fondasse sulla teoria del valore-lavoro dell’economia politica classica o sulla teoria dell’utilità della scuola margi- nalista. E c’è di più: per Keynes non tutte le grandezze sono numericamente misurabili e non tutte le caratteristiche quantitative sono confrontabili. Egli rimane intimamente pessimista sulla nostra capacità di penetrare i segreti del mondo con precisione scientifica e sviluppa un atteggiamento ostile nei confronti del progetto di fondare l’economia su basi matematiche. Nutre un forte interesse per la statistica economica, ma è altrettano diffidente nei confronti dell’esercizio di formulare previsioni e trovare regolarità di comportamento e relazioni sulla base di una collazione di dati relativi alla frequenza di comportamenti passati. La condizione di fondamentale incertezza di chiunque prenda decisioni economiche ispira tutta l’analisi di Keynes, ma specialmente il modo in cui egli interpreta la funzione del denaro. Da Marshall aveva appreso che gli individui hanno bisogno di denaro per poter disporre di un mezzo di pagamento. Keynes vede un secondo motivo: quando la nostra percezione di incertezza ci convince a voler rinviare le decisioni di produzione e consumo, il denaro (assieme ad altri strumenti finanziari) diventa un espediente per rimandare le nostre decisioni e conservare potere d’acquisto. Così il denaro non è più soltanto un utile mezzo di scambio ma diventa un mezzo che consente al singolo di domare l’incertezza e al tempo stesso penalizza le possibilità di crescita per il sistema.


3.2. I limiti e il superamento del sistema monetario aureo

Nel pensiero economico «pre-keynesiano», la base aurea del denaro rap- presentava un pilastro irrinunciabile: un sistema di mercato è sì in grado di autogovernarsi ma a condizione che il denaro degli scambi sia ancorato ad un valore «reale», così da garantire la stabilità del «valore del denaro». Se la crescita degli scambi impone l’uso di carta moneta per ovviare all’offerta limitata dei metalli preziosi, questa deve comunque rimanere liberamente convertibile in oro (o in argento) a un prezzo irrevocabilmente fissato dallo stato. Con l’espansione del commercio internazionale si estende lo scopo del sistema aureo: non soltanto esso fissa irrevocabilmente il tasso di cambio tra le valute a seconda del loro contenuto d’oro, ma svolge anche la funzione di meccanismo di aggiustamento automatico degli squilibri commerciali con l’estero. Secondo questo principio, studiato da Hume nel ’700 e insegnato al giovane Keynes a Cambridge a inizio ’900, un paese che non esporta abbastan- za subisce automaticamente un deflusso di oro che fa calare i prezzi interni e quindi consente un recupero di competitività internazionale in grado di riequilibrare i conti con l’estero.

A Keynes si era presentata l’occasione di studiare il funzionamento del sistema aureo occupandosi dei problemi monetari dell’India. Contraria- mente alle opinioni diffuse, Keynes osservava che il funzionamento del Gold Standard non era affatto automatico ma era invece sorretto da un sistema di relazioni finanziarie che aveva il suo fulcro nella piazza di Londra e nella Banca d’Inghilterra. Inoltre, il sistema era fortemente asimmetrico: un paese dotato di un robusto sistema bancario e di una banca centrale era in grado di controllare i flussi finanziari internazionali in modo ben più incisivo di un paese come l’India. Invece che dotarsi di un sistema aureo interno, l’India avrebbe dovuto continuare a limitarsi all’uso dell’oro nei pagamenti inter- nazionali dotandosi piuttosto di una banca centrale.

Quel che era stato a lungo considerato il modello delle relazioni monetarie internazionali si rivelava, agli occhi di Keynes, un sistema ormai inefficiente, datato e potenzialmente dannoso. Il vincolo del valore aureo della moneta costringeva i paesi a considerevoli aggiustamenti dei prezzi che per Keynes avevano pericolosi effetti collaterali: se il sistema aureo garantisce la stabilità dei prezzi nel lungo periodo, sono le fluttuazioni cicliche che fanno male all’economia, e per questo motivo la questione della stabilità dei prezzi interni avrebbe dovuto diventare prioritaria rispetto alla stabilità del cambio.

La sua era una critica ragionata al Gold Standard, un sistema non privo secondo Keynes di una propria funzione storica, soprattutto legata alla necessità di sostenere la fiducia nel denaro in tempi in cui i governi nazionali non godevano di un gran credito, e tuttavia destinato secondo Keynes ad essere superato. Senza contraddirsi, dunque, Keynes si schierò a favore del sistema aureo nel 1914, affinché la fiducia estera nella piazza di Londra non soffrisse, si battè (inefficacemente) negli anni ’20 affinchè la sterlina non rientrasse nel sistema alla stessa parità abbandonata prima della guerra, e si occupò di disegnare un’alternativa per sostituirlo con un sistema che fos- se più flessibile, meno oneroso e offrisse un più efficace strumento per una crescita equilibrata a livello mondiale.

Durante la seconda guerra mondiale, il governo britannico fece dello schema di Keynes la propria bozza ufficiale per il negoziato sul nuovo ordine monetario internazionale. Si trattava di un sistema in cui le monete nazionali dei paesi partecipanti fissano il loro cambio nei confronti di un’unità di conto internazionale (il «bancor») emessa da una banca sovranazionale e utiliz- zata esclusivamente per saldare i debiti e i crediti generati dagli squilibri di bilancia dei pagamenti. Essendo le «riserve valutarie» fissate in un’unità di conto comune il rischio valutario sui debiti internazionali è eliminato alla radice. Eventuali squilibri valutari non sarebbero più stati aggiustati con variazioni generali dei prezzi, come nel Gold Standard, costringendo i paesi in disavanzo a rallentare la propria crescita. Gli squilibri temporanei sarebbero stati gestiti grazie alla moneta comune, mentre gli squilibri più importanti sarebbero stati governati con obblighi di rivalutazione o svalutazione e, per i paesi che spendono troppo poco e accumulano troppe riserve, con l’obbligo di ridurle creando domanda e occupazione. Di fronte alle esigenze della crescita mondiale, la banca sovranazionale di Keynes avrebbe potuto prendere anche provvedimenti restrittivi dei movimenti internazionali di capitale secondo il principio, già peraltro in Smith e tipico del liberalismo britannico, per cui esistono circostanze in cui la libertà economica deve essere sacrificata per un superiore bene comune.

La rottura con la dottrina del Gold Standard fornisce un’altra chiave per comprendere un’impostazione più generale del pensiero keynesiano: il capitalismo prospera non sulla base di leggi immutabili e naturali, ma di condizioni storiche e istituzionali favorevoli. Nel caso del Gold Standard, battersi per una sua restaurazione significava non tener conto del fatto che le favorevoli condizioni che lo avevano sorretto erano cambiate. Keynes era convinto che il sistema monetario internazionale avrebbe gradualmente eliminato l’oro per fondarsi su una o due «monete di riserva», ovvero mone- te in cui il mondo accetta di detenere crediti internazionali. Oggi sappiamo che le cose andarono proprio così (anche se Keynes pensava alla sterlina e al dollaro, e nell’ordine monetario internazionale del Dopoguerra non vi fu più spazio per la sterlina).

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3.3. La stabilità dei prezzi e lo sganciamento dalla teoria quantitativa della moneta

Una condizione che secondo Keynes non discende automaticamente dal libero dispiegarsi delle forze di mercato né dal sistema aureo è la stabilità dei prezzi. Per la teoria tradizionale l’ancora del sistema monetario è l’oro: le periodiche fluttuazioni dei prezzi interni che esso impone sono la garanzia della stabilità dei prezzi nel lungo periodo. Ma Keynes considera dannose anche le fluttuazioni di breve periodo, sia che i prezzi aumentino (inflazione), sia che diminuiscano (deflazione), per gli effetti che hanno sulla distribuzione del reddito fra le tre classi sociali fondamentali del capitalismo: i possessori di ricchezza finanziaria, i percettori di redditi di lavoro, e gli imprenditori.

La crescita dei prezzi è ingiusta in quanto mette in moto una ridistribuzione incontrollata del reddito, che arricchisce i debitori confiscando i creditori. Se la teoria tradizionale asseriva che nella misura in cui la variazione dei prezzi è prevedibile i creditori saranno in grado di proteggersi per tempo, dunque senza effetti sulla distribuzione del reddito, Keynes mette invece in risalto come l’aspettativa di inflazione in combinazione con l’incertezza sulla dimensione e sui modi in cui colpirà i nostri redditi provoca reazioni difensive che vanno a danno della produzione e dell’occupazione. Quanto al calo generalizzato dei prezzi, esso può addirittura paralizzare la produzione e la formazione di ricchezza: il declino dei ricavi comporta difficoltà finanziarie e gli imprenditori riducono gli investimenti. Soltanto un’iperinflazione come quella che mise in ginocchio l’economia tedesca nel 1923 può essere peggio della deflazione.

La teoria dei prezzi segna un’altra tappa della battaglia intellettuale di Keynes contro le leggi naturali. Possiamo evitare di farci dettare dai movi- menti dell’oro le variazioni dei prezzi, e dobbiamo invece avere il coraggio di assumerne il controllo. Per questo Keynes auspica una banca centrale, diretta da un gruppo di esperti indipendenti dal potere politico, che privilegi la stabilità dei prezzi rispetto a quella (forzata) del cambio aureo e prevenga il formarsi di aspettative di inflazione o deflazione. A sua volta, la stabilità del cambio non potrà che essere l’esito della cooperazione internazionale tra i paesi che si impegnano a mantenere stabili i prezzi.

Keynes, dunque, sconfessa la validità di un’altro pilastro fondamentale della teoria economica del tempo: la teoria quantitativa della moneta, che spiegava il livello dei prezzi sulla base dell’abbondanza o scarsità di moneta in circolazione, e al tempo stesso considerava le fluttuazioni del livello dei prezzi ininfluenti («neutrali») sulla produzione e sull’occupazione. Nell’eco- nomia di Keynes la moneta non è mai «neutrale» e gioca sempre un ruolo decisivo: ogni variazione dei prezzi, del cambio, del tasso d’interesse incide sul peso reale dei debiti e ha conseguenze inevitabili su aspettative, prodot- to e occupazione. L’inflazione non è l’esito meccanico della crescita della quantità di denaro in circolazione me è invece un fenomeno più complesso che ha diverse cause e un suo modo di riprodursi: può avere origine in un aumento dei costi della manodopera, della domanda, degli utili, o dei prezzi delle materie prime; cresce e si auto-alimenta perché chi la subisce tenta di neutralizzarne gli effetti aumentando a sua volta i propri redditi trasferendo inflazione al resto del sistema.

Quando la stabilità dei prezzi diventa un obiettivo politico occorre allora dotarsi di strumenti efficaci. Tra questi – pur avendolo auspicato negli anni giovanili – non rientra un aumento dei tassi d’interesse, che rischia di creare ancora più danni in considerazione dell’asimmetria degli effetti che una politica di tal segno ha su aree geografiche e settori economici diversi. Né Keynes ritiene efficace, in un’economia di mercato, ricorrere al controllo pubblico dei prezzi o alla tassazione degli utili d’impresa. Occorrono invece provvedimenti selettivi, come il razionamento del credito o politiche non monetarie. A fine anni ’30, propone al governo britannico un sistema per prevenire l’inflazione nel momento in cui le spese di riarmo obbligano a uno sforzo produttivo tale da creare condizioni di eccesso di domanda, e indica in un maggiore prelievo fiscale o una riduzione della spesa pubblica il mezzo principale per controllare la stabilità del potere d’acquisto, che sia tuttavia attento alle differenze territoriali, avendo Keynes ben presente che l’inflazione può essere causata non solo da un eccesso ma anche da una cattiva distribuzione della domanda (eccesso di manodopera in certe aree e scarsità in altre). In un’ottica ciclica, Keynes auspicava un piano di riduzione della spesa durante gli anni della produzione di guerra da perseguire con un prelievo fiscale da restituire con gli interessi al lavoro dipendente a fine conflitto.

Un’altra sua proposta riguarda l’uso di una gestione pubblica delle scorte di materie prime (buffer stock) che serva a contrastare i movimenti dei prezzi di mercato: acquistando durante cicli di prezzi bassi e vendendo durante cicli di prezzi in rialzo. Una versione internazionale di questa proposta faceva parte della bozza di Keynes discussa in preparazione di Bretton Woods ed era finalizzata a dotare il nuovo ordine mondiale di uno strumento di controllo delle pressioni inflazionistiche internazionali.

 

3.4. Capitalismo e piena occupazione: due termini non inconciliabili

Nell’anno in cui Keynes nasce, «disoccupazione» è ancora un neologismo e non figurerà nell’Oxford Dictionary fino al 1888. Ma sta già diventando l’incubo del capitalismo, il cui sviluppo sembra assecondare la critica e le previsioni di Marx e Engels (che parlano di «esercito industriale di riserva»). Negli anni ’20 l’economia britannica soffre di una lunga stagnazione che diventerà depressione mondiale negli anni ’30. In Italia, Germania e Spagna i governi dittatoriali acquisiscono un saldo controllo dell’economia. Keynes affronta questa drammatica sfida, che è politica e culturale, oltre che economica, senza pregiudizi e con una forte dose di intuito e lungimiranza.

È convinto che per essere salvato il sistema liberale debba rinunciare a quella tradizione di pensiero che ne magnifica le capacità naturali di aggiu- stamento ad ogni avversità. Rivoluzionando le convinzioni del tempo, Keynes sostiene una tesi rivoluzionaria: non esiste nessuna «mano invisibile» che as- sicuri il bene comune; uno stato di piena occupazione non è un esito scontato, e nemmeno probabile, di un sistema governato dalle sole forze di mercato. Sono questi i caratteri fondamentali della rivoluzione intellettuale keynesiana: soltanto un profondo rinnovamento delle idee può salvare l’economia liberale dalla rivoluzione sociale, perché non è il sistema di mercato a garantire la prosperità economica, ma è il conseguimento della prosperità attraverso un governo efficace dell’economia che salverà l’economia di mercato.

Le grandi idee si fondano quasi sempre su semplici intuizioni. La teoria «generale» di Keynes può essere così riassunta: in un sistema di mercato, la produzione e l’occupazione dipendono dalle decisioni degli imprenditori i quali programmano il livello della produzione e dell’occupazione sulla base non di quanto gli è possibile produrre ma della redditività attesa. Se la doman- da complessiva e la redditività attesa sono deboli, produzione e occupazione caleranno al di sotto del livello reso possibile dal capitale e dalla tecnologia disponibili e rimarranno tali fino a quando la domanda non ritorni a crescere. La piena occupazione non è un esito scontato, né probabile, in un’economia di mercato non governata.

Nel pensiero «pre-keynesiano», è logicamente impossibile che un’econo- mia dove i bisogni sono permanentemente superiori alle risorse disponibili si trovi cronicamente in uno stato di sottoutilizzazione delle risorse disponibili. Se ciò si verificasse, la situazione sarebbe presto sanata da meccanismi di mercato: per un verso, la diminuzione dei consumi si tradurrebbe in mag- giori risparmi e quindi in maggiori investimenti. Inoltre, sarebbe sufficiente che i lavoratori accettino salari più bassi, che i tassi d’interesse scendano, o che i prezzi calino in maniera sufficiente, per far riprendere all’economia il cammino interrotto della crescita. Ma nella Teoria generale nessuno di questi meccanismi è operativo. Se la domanda è insufficiente per raggiungere la piena occupazione, ciò non accade a causa di un malfunzionamento delle normali forze della domanda e dell’offerta. Si tratta invece della conseguenza di una scelta razionale che si spiega col ruolo del denaro come strumento di conservazione del valore in condizioni di incertezza. Il risparmio, in Key- nes, non è espressamente finalizzato a una spesa futura, ma è conseguenza dell’ansia del nostro sguardo al futuro, e questa «fame di denaro» non manda alle imprese alcun segnale di investimento e produzione: semplicemente, essa deprime la domanda e la creazione di ricchezza. Un calo dei prezzi e dei salari, che secondo la ricetta tradizionale avrebbe riportato l’economia sul sentiero di crescita, ha l’effetto di accentuare l’impoverimento e aggravare la crisi; aspettarsi poi che spendere di meno oggi induca le imprese a investire di più per domani significa non comprendere il ruolo delle aspettative. Fintanto che prevale la prudenza dei consumatori e degli imprenditori a fronte di un futuro incerto, non si esce dalla crisi.

In quest’ottica, anche l’occupazione è una variabile determinata politicamente e la piena occupazione non è la situazione normale dell’equilibrio di «lungo periodo» del capitalismo, ma va perseguita con politiche adeguate. Quanto alla convenienza politica che deve ispirare le politiche di piena occupazione, Keynes è molto esplicito: la piena occupazione crea prosperità economica ed è il più efficace strumento per la pace in un’economia monetaria e in un sistema liberale.

 

3.5. Il bene pubblico delle politiche di stabilizzazione

Una volta spogliato il mercato del mito della mano invisibile, inizia la sfida più difficile, quella del buon governo dell’economia. Con quali strumenti e con quali processi decisionali? Le politiche pubbliche al centro dell’attenzione keynesiana sono quelle che consentono di controllare il costo del denaro e il livello dei redditi.

Il costo del denaro si controlla con la politica monetaria: se le poche ban- che centrali allora esistenti avevano tradizionalmente conformato la propria azione al funzionamento del Gold Standard, con Keynes lo strumento del tasso d’interesse viene finalizzato all’obiettivo di prevenire l’instabilità monetaria. Se è vero che il denaro spiega la disoccupazione, la soluzione del problema non può comprendere la sua eliminazione, ma richiede invece una maggiore capacità di governarlo. Ciò richiede decisioni lungimiranti e sganciate dai pretesi meccanismi naturali, e quindi una politica monetaria attuata da una banca centrale competente e indipendente dal governo.

Il controllo dei redditi si esercita invece con la politica della spesa e della tassazione che Keynes considera un’alternativa alla pianificazione e al con- trollo burocratico e quindi un mezzo per prevenire il totalitarismo e conser- vare la bontà di un sistema di meccanismi decisionali decentralizzati. La sua teoria fiscale è libera da artificiali vincoli contabili: Keynes critica l’eccesso di prudenza finanziaria quando questo costituisce un irragionevole freno alle capacità produttive di un paese. Sostiene che il principio del pareggio dei conti pubblici (tra entrate e spese fiscali) debba essere rispettato a due condizioni: che consenta eccessi di spesa quando l’economia è debole ed eccessi di entrate fiscali quando la crescita è robusta; e che a tale principio non siano soggetti gli investimenti di utilità pubblica. Finalizzati a migliorare le infrastrutture di un paese, essi sono assimilabili agli investimenti privati che, secondo lo stesso principio, non pesano contabilmente sul conto privato dei profitti e delle perdite.

Per Keynes una finanza pubblica sana è la combinazione di tassi d’inte- resse bassi e di una politica fiscale regolatrice del reddito al livello di piena occupazione. Realizzarla non è affatto un esercizio facile, ma nemmeno al di là delle nostre possibilità. Gli scritti di Keynes contengono un gran numero di prescrizioni in proposito, tra le quali: monitorare l’andamento dell’economia attraverso un sistema sofisticato di statistiche nazionali; creare un clima di fiducia dei cittadini nelle politiche del governo per rafforzarne l’efficacia; creare una commissione che programmi la domanda di investimento nel paese per regolare le esigenze di investimento pubblico; affidare alla funzione pubblica quelle attività che i privati non possono compiere; coordinare la politica del bilancio con quelle dei prezzi e dei salari; tenere in debito conto che, in un mondo di incertezza quale quello in cui viviamo, occorre prudenza nelle de- cisioni e nelle operazioni di politica economica; disciplinare lo sviluppo della finanza internazionale perché essa limita gli spazi di manovra delle politiche nazionali. Infine, il ruolo delle politiche pubbliche è particolarmente efficace quando è internazionalmente condiviso. Lo sforzo esercitato a Bretton Woods testimonia quanto Keynes fosse convinto che il benessere economico sia un affare da condividere, non da acquisire a spese di qualcun altro.

Se c’è un punto debole in questo disegno non è quello della miopia delle politiche di breve termine. Al contrario, Keynes dimostra in più occasioni la capacità di guardare lontano e la determinazione a partire dal «breve termine» per costruire il futuro, ed è egli ad accusare di miopia i critici delle politiche fiscali espansive. Ma il successo politico di un progetto non effimero di crescita economica richiede l’azione di una classe di tecnocrati liberali illuminati che operino in un governo che persegua ostinatamente il bene comune. Si tratta di una condizione, che la critica ha paragonato al ruolo del re filosofo in Platone, in cui la forza delle idee prevale sulla realtà del potere, e destinata a non potersi realizzare come Keynes aveva sperato nel corso delle negoziazioni per il nuovo ordine internazionale di Bretton Woods.

 

3.6. La rivoluzione incompiuta

La forza innovatrice delle idee di Keynes è paragonabile a quella che, in altri campi della conoscenza, hanno avuto Einstein, Darwin o Freud. C’è un mondo «prima» e un mondo «dopo» Keynes, che si contraddistingue per l’analisi dei flussi macroeconomici di domanda e offerta aggregata e quella dei processi decisionali dove aspettative, razionalità e liquidità giocano un ruolo deter- minante. E tuttavia una valutazione del significato intellettuale del pensiero keynesiano deve tener conto di due aspetti che, pur strettamente connessi nel pensiero originale, sono stati oggetto di attenzioni separate nell’evoluzione del pensiero degli scorsi cinquant’anni.

Il primo è il concetto di «equilibrio di disoccupazione». L’affermazione per cui un’economia di mercato produce normalmente un equilibrio che massimizza i profitti ma non l’occupazione ha avuto un fortissimo impatto sul pensiero economico del XX secolo e, si può ragionevolmente prevedere, su quello del XXI secolo. L’altro aspetto riguarda invece lo schema concet- tuale e metodologico della teoria keynesiana, che presenta un problema: ad un chiaro apparato analitico non corrisponde un vero e proprio modello, nel senso di una specificazione matematica delle variabili in gioco le cui ipotesi siano tutte empiricamente verificabili. La rivoluzione di Keynes assomiglia cioè meno a quella di Einstein (le cui ipotesi potevano essere verificate, magari in occasione di un eclisse solare) e di più a quella di Darwin o Freud (nel cui caso la verifica empirica è più ardua e la forza dell’idea sta in un modo nuovo di leggere il mondo). Keynes, in altre parole, non fonda un nuovo ca- none all’interno del quale la ricerca possa svilupparsi entro regole certe, ma piuttosto affina una tecnica di ragionamento. Per eccellere in questa tecnica, l’economista non deve coltivare una preparazione specialistica, ma, scrive Keynes, «deve possedere una rara combinazione di doti […] raggiungere un elevato livello di competenza in molte direzioni diverse […] mettere assieme talenti che si trovano di rado nella stessa persona […] conoscere la matema- tica, la storia, la politica, la filosofia».

Questo secondo aspetto comporta un rischio: che le intuizioni keyene- siane siano efficaci soltanto nelle mani geniali del suo inventore a meno che non riusciamo a ricostruire la mappa con la quale egli leggeva il mondo e che non ci è stata esaurientemente trasmessa. L’uomo che trovava il modo di pronunciarsi su qualsiasi argomento lo interessasse in modo mai banale, l’uomo che Bertrand Russell aveva descritto come «l’intelletto più acuto» che egli avesse mai conosciuto e che ricordava come fosse difficile tenergli testa in qualsiasi discussione, l’uomo che uno dei suoi maggiori critici, Lionel Robbins, descriveva come «uno degli uomini più straordinari che abbiano mai vissuto» doveva essere certamente dotato di qualità non facilmente riscontrabili nei suoi seguaci.

Della Teoria generale si rivelò complicato anche farne un riassunto da «libro di testo», e allora i keynesiani della prima ora, e in particolare quelli americani, scelsero una via più breve che doveva consentire di mettere tem- pestivamente in pratica le ricette keynesiane. Concentrando i propri sforzi sull’aspetto dell’equilibrio di disoccupazione e delle politiche pubbliche per rimediare all’instabilità lasciarono intenzionalmente in secondo piano le que- stioni metodologiche. Se Keynes non aveva lasciato una macchina-modello su cui i suoi discepoli potessero lavorare, una macchina-modello gli fu cucita, suo malgrado, addosso. Fu il trionfo della «rivoluzione keynesiana», consacrata sui media dalla copertina di «Time» dedicata a Keynes il 31 dicembre 1965, corredata da un articolo intitolato We are all Keynesians now.

La macchina sembrava funzionare così bene che la questione di metodo fu seppellita. Si riteneva anzi che la ricostruzione fosse ancora più efficace dell’originale e nei libri di testo si cominciò a studiare Keynes in una versione meccanica, «idraulica», estremamente efficace a scopi didattici, formulabile matematicamente, stimabile empiricamente, relegando ai corsi di storia del pensiero la lettura delle fonti primarie. Di Keynes essa conservava alcuni principi fondamentali nella lettura degli andamenti macroeconomici e nel modo di applicare provvedimenti di politica monetaria e fiscale per mantenere il sistema sull’obiettivo desiderato. Di contro, questa lettura semplificatrice non lasciava spazio al risalto che Keynes aveva dato al ruolo non «neutrale» del denaro, né alla prudenza che occorre esercitare di fronte a quelle che possono superficialmente apparire come relazioni empiriche stabili e indi- pendenti dalle condizioni storiche e istituzionali. E dopo i successi negli anni ’50 e ’60, la macchina si inceppò: la hubris dei keynesiani incontrò cocenti delusioni quando l’impossibilità di controllare la macroeconomia nelle mutate condizioni degli anni ’70 creò le premesse per un abbandono violento della lezione keynesiana e un ritorno alle più tradizionali idee classiche.

Il pendolo cambia allora totalmente direzione e gli economisti di primo piano negli anni ’80 considerano l’economia keynesiana definitivamente tramontata. Il ritorno al mondo «prima» di Keynes restaura le idee di stabilità ed equilibrio naturale dell’economia di mercato, conferisce ai cicli economici il carattere dell’ineluttabilità di un sistema in continua trasformazione tecnologica, assegna alle politiche della domanda un potere di influire sul sentiero di crescita di lungo periodo pari a zero. La teoria keynesiana viene da molti ridimensionata a una dottrina applicabile al mondo della Grande Depressione, e nelle università Keynes non si studia quasi più. La deriva è però di breve durata: i temi che Keynes aveva portato al centro della scena (la stagnazione, la disoccupazione, le crisi finanziarie, la difficoltà di controllare l’inflazione) tornano prepotentemente alla ribalta e questa volta, di fronte alla questione di metodo, l’eredità keynesiana si divide, e resta a tutt’oggi divisa, in due principali progetti di ricerca distinti e non del tutto omogenei al loro interno, qui soltanto tratteggiati.

Da una parte, raggruppabili come «fondamentalisti» o «post-keynesiani» (riproponendo un termine che definiva i primi seguaci a Cambridge), una scuola di pensiero ritorna all’originalità keynesiana non per un mero scopo filologico ma seguendo la convinzione che qualcosa di importante delle intuizioni di Keynes sia andato perduto. Su questa base, tenta di ricostruire la teoria economica su basi metodologiche del tutto diverse e persino incom- patibili con quelle della scienza economica dominante, conservando come irrinunciabile pilastro il concetto keynesiano dell’importanza delle condizioni (e delle politiche) della domanda[1].

Un altro gruppo di studiosi si riconosce invece nel progetto della «nuova economia keynesiana» che tenta di riformare la teoria neoclassica (che Keynes riteneva formalmente elegante ma metodologicamente inadeguata) in modo da poter spiegare i fenomeni «keynesiani» come la disoccupazione e gli effetti delle variazioni di domanda sul ciclo economico. Conservando il rigore della teoria tradizionale, ne modifica alcune ipotesi ammettendo che la concorrenza dei mercati non è mai perfetta e che le informazioni sulle quali prendiamo decisioni non sono mai uniformemente distribuite. E da queste imperfezioni del sistema di mercato fanno discendere la possibilità di un equilibrio non sempre ottimale [2].

Se per gli uni una vera rinascita della scienza economica richiede una rivoluzione paragonabile a quella di Einstein in fisica, per gli altri occorre continuare a lavorare nel solco tracciato prima di Keynes. Uniti dal comune sforzo di restituire importanza al concetto di «equilibrio di disoccupazione», i due indirizzi restano divisi, talvolta in modo quasi incolmabile, sulle ricette per la crescita: se per il primo restano essenziali la regolazione della domanda e dei redditi soprattutto attraverso la politica fiscale, per il secondo è indi- spensabile accrescere il grado di concorrenza e flessibilità nel sistema, nel mercato dei prodotti come in quello del lavoro. È un conflitto che riflette una formidabile sfida: se il capitalismo vada riparato perfezionando i meccanismi di mercato della domanda e dell’offerta, oppure dotandolo della bussola di una politica pubblica che ne fissi direzione e obiettivi.

Keynes nutriva immensa fiducia nella forza del progresso intellettuale ed era convinto che la sfida culturale, e non ideologica, di un sapiente controllo del sistema sarebbe stata presto vinta. Accreditò l’idea di un capitalismo (oggi «globalizzato») sapientemente diretto, che non costituisse il fine delle nostre esistenze ma fosse il mezzo per consentirci di raggiungere obiettivi socialmente apprezzabili e salvarci dagli effetti collaterali dell’individualismo. Nella sua personale utopia, gli economisti non governano il mondo. Al contrario, sono figure marginali impegnati alla manutenzione di un sistema in cui l’uomo possa liberamente gestire il proprio tempo e coltivare i valori spirituali della propria esistenza.

 

4. I libri

4.1. Opere di Keynes

Keynes, John Maynard, The collected writings of John Maynard Keynes, a cura di Donald Moggridge, [London] Macmillan; [New York] St. Martin’s Press, for the Royal Economic Society, 1971-1989, 30 voll.

Keynes, John Maynard e Lydia Lopokova, Lydia & Maynard: Lettere 1923-1925, traduzione di Marina Premoli, Milano, Archinto, 1990


4.2. Opere su Keynes

Blaug, Mark, John Maynard Keynes: life, ideas, legacy, London, Macmillan, in association with the Institute of Economic Affairs, 1990

Boitani, Andrea e Mirella Damiani, Una nuova economia keynesiana, Bologna, Il Mulino, 2003

Carabelli, Anna M., On Keynes’s method, prefazione di D.E. Moggridge, Lon- don, Macmillan, 1988

Clarke, Peter, The Keynesian revolution in the making: 1924-1936, Oxford, Clarendon Press, 1990

Davidson, Paul, John Maynard Keynes, London, Palgrave Macmillan, 2007

Dillard, Dudley, Guida all’economia keynesiana, prefazione all’edizione italiana a cura di Francesco Forte, Milano, Etas, 1980

Ferrari Bravo, Giuliano, Keynes: uno studio di diplomazia economica, Padova, Cedam, 1990

Hansen, Alvin Harvey, Guida allo studio di Keynes, traduzione e presentazione a cura di Antonio Maria Fusco, Napoli, Giannini, 1964

Harcourt, G.C. e P.A. Riach, A «second edition» of the General theory, London- New York, Routledge, 1997

Harrod, Roy Forbes, La vita di J.M. Keynes. La personalità e le teorie di un maestro del pensiero economico moderno, Torino, Einaudi, 1965

Kahn, Richard Ferdinand, The Making of Keynes’ General Theory, Cambridge, Cambridge University Press, 1984

Klein, Lawrence R., La rivoluzione keynesiana, Milano, Etas Kompass, 1969

Laidler, David E.W., Fabricating the Keynesian revolution: studies of the interwar literature om money, the cycle, and unemployment, Cambridge, Cambridge University Press, 1999

Leijonhufvud, Axel, L’economia keynesiana e l’economia di Keynes: indagine di teoria monetaria, Torino, Utet, 1976

Minsky, Hyman P., Keynes e l’instabilità del capitalismo, Torino, Boringhieri, 1981

Messori, Marcello (a cura di), La nuova economia keynesiana, Bologna, Il Mulino, 1996

Moggridge, Donald Edward, Guida a Keynes, traduzione di Marco Papi, glossario a cura di Ezio Chiodini, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1978

Newbury, Richard, John Maynard Keynes: vita pubblica e privata di un grande economista ed esteta trasgressivo, Milano, Boroli, 2007

Pasinetti, Luigi L., Keynes and the Cambridge Keynesians: A «revolution in economics» to be accomplished, Cambridge, Cambridge University Press, 2007

Pasinetti Luigi L. e Bertram Schefold (a cura di), The impact of Keynes on economics in the 20th century, Cheltenham-Northampton, E. Elgar, 1999

Rampa, Lorenzo, L’economia keynesiana, Torino, Utet, 1993

Skidelsky, Robert, John Maynard Keynes. Volume I: Speranze tradite, 1883-1920, Torino, Bollati Boringhieri, 1989

Skidelsky, Robert, John Maynard Keynes. Volume II: L’economista come salvatore, 1920-1937, Torino, Bollati Boringhieri, 1996

SkidelsKy, Robert, Keynes, Bologna, Il Mulino, 1998

SkidelsKy, Robert, Jo hn Maynard Keynes. Volume III: Fighting for Britain 1937-46, London, Macmillan, 2000

Tonveronachi, Mario, J.M. Keynes: dall’instabilita ciclica all’equilibrio di sottoccupazione, Roma, NIS, 1983

Vicarelli, Fausto, Keynes: l’instabilità del capitalismo, Bologna, Il Mulino, 1989

 

NOTE

1 Si tratta, per altro, di un gruppo considerevolmente eterogeneo che, semplificando un po’, si divide tra due progetti: riportare al centro della teoria la dimensione monetaria del pensiero di Keynes e quindi il ruolo del denaro e dei rapporti finanziari in un’economia capitalista (ad esempio Davidson, 2007 e Minsky, 1981), o completare la costruzione di un paradigma scientifico che al modello dello scambio tra individui che perseguono l’interesse personale sostituisca quello di una società organizzata attorno a un processo di produzione fondato sulla divisione del lavoro (ad esempio, Pasinetti, 2007).

2 Questo filone dialoga con la teoria dei giochi e la «nuova economia politica» che spiegano la politica e le istituzioni come risultati di equilibrio di un processo decisionale non dissimile da quello strettamente economico di individui razionali che perseguono il proprio interesse personale.

 

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About Andrea Terzi: Andrea Terzi si è laureato in economia politica presso l’Università Bocconi di Milano e ha conseguito il Ph.D in economics presso Rutgers University. È professore di economia nella Franklin University Switzerland, ricercatore associato del Levy Economics Institute del Bard College (NY), e insegna Economia Monetaria nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È autore di La Moneta (Farsi un'idea, il Mulino, 2002) e Salviamo l'Europa dall'austerità (2014, Vita e Pensiero). È coautore e coeditore di Euroland and the World Economy: Global Player or Global Drag? (Palgrave Macmillan, 2007).

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