Gabriele Polo: Torino, la vita ai tempi del debito

| 9 Agosto 2012 | Comments (0)

 

 

 


 

13. Torino, la vita ai tempi del debito

 

Tagli, esternalizzazioni, vendita delle società partecipate, fuori dal Patto di stabilità, si spende più in interessi che per i servizi. Fassino assicura: “Torino sta reagendo” ma il collasso della spesa pubblica provoca fallimenti e disoccupazione. Il rilancio post-Fiat resta un sogno: l’assurdo caso di “Tne” e del Megastore a Mirafiori


«Ho dovuto chiudere, non riuscivo più a pagare stipendi e contributi. Negli ultimi tre anni tutti hanno tagliato, nel 2012 gli ordini sono precipitati, il nostro cliente principale era il Comune che rimanda i pagamenti di mese in mese. Dicono che le casse del Municipio sono vuote». La sorte di questa piccola impresa d’assistenza informatica (il cui titolare sta ora cercando di tramutare in mestiere l’hobby del dj) è la stessa di decine di micro-aziende torinesi, soprattutto del settore servizi, quello più legato al bilancio del Comune di Torino, indebitato per oltre tre miliardi di euro e costretto un anno fa a uscire dal «Patto di stabilità» imposto da Roma. «Un patto stupido» l’ha bollato il sindaco Piero Fassino – poi si è corretto chiamandolo «cieco» – «perché non distingue tra chi si indebita per spese correnti e chi lo fa per investimenti. Torino, nell’ultimo decennio, ha cambiato faccia e ha posto le basi per rifiorire dopo la fine della factory-town, con grandi investimenti pubblici ed eventi promozionali, dal passante ferroviario alle Olimpiadi». In attesa che i germogli sboccino ci si può consolare con un centro rimesso a nuovo e più di qualche cantiere ancora aperto, con i concerti di Bob Sinclair o Negramaro – le sole occasioni in cui «Live Nation», società specilizzata in grandi eventi cui è stata affidata la gestione delle opere olimpiche, riesce a utilizzare la glaciale meraviglia del Pala-Isozaki -, con le fiere tipo CioccolaTò e AperiTò. Insieme a decine di altri appuntamenti – dalla «battaglia di gavettoni più grande del mondo» a serissime mostre d’arte, rassegne musicali e fiere libriarie – fanno bella mostra sul sito del Comune, che ha appena chiuso le interminabili e presidenzialmente benedette celebrazioni del 150° dell’unità italiana. Un lungo elenco che per volume d’affari non arriva a coprire il vuoto che il sindaco riconosce nella dismissione della factory-town, ma che qualche soldino lo mette in giro, fa un po’ di movida, allena gambe e alletta palati dando sollievo al popolo. «La città non è piegata dalla crisi, non subisce e trova negli investimenti pubblici dell’ultimo ventennio le risorse per reagire», rassicura con orgoglio resistenziale il sindaco. Anche se il «reagire» non sempre è gratificante, considerati i fischi presi in un paio di uscite pubbliche, cosa inedita per un primo cittadino torinese. E non erano quelli di Askatasuna, né la piazza no-tav del Primo maggio, ma più miti genitori di bimbi iscritti a nidi comunali la cui gestione è stata privatizzata.

Il punto è che i grandi investimenti degli anni ’90 e preolimpici – oltre 5 miliardi per le sole opere, tra passante ferroviario e dintorni, metrò, impianti sportivi – hanno lasciato una pesante scia di debiti e uno scarso «ritorno» economico, hanno cambiato la faccia della città senza darle un nuovo orizzonte e una nuova socialità. Così l’ultima grande opera in corso è un profondo buco di bilancio, sempre più difficile da gestire in tempi di crisi. In assenza di nuove entrate – scampato, grazie al «consolidamento» del debito, un disastro da derivati – e con la drastica riduzione dei trasferimenti statali, per affrontare le spese correnti e fronteggiare gli interessi non resta che tagliare la spesa e vendere il patrimonio: il giro degli affari pubblici si sgonfia – traducendosi in meno commesse e meno lavoro -, una parte dei servizi vanno privatizzati e vengono vendute quote delle imprese partecipate (trasporti, rifiuti, aeroporto). Una ricetta simile a quella messa in campo da tanti comuni italiani, complicata dalla Spending review, qui aggravata dall’uscita dal Patto di stabilità. Che Fassino contava di poter far modificare con una battaglia politica a livello nazionale. Non è andata così e ora – per evitare il rischio di veder commissariata la città e perdere il Municipio – l’obiettivo è rimettersi in regola entro quest’anno. Proposito diventato ancor più difficile dopo l’ultima tegola: la multa di 38 milioni di euro comminata dal Viminale proprio per non aver rispettato «l’orrendo» Patto. Complica tutto una liquidità al collasso – «oggi in cassa c’erano 8.500 euro, la scorsa settimana persino meno», messaggiano le malelingue – con una gestione della spesa corrente costretta ai salti mortali usando i flussi che arrivano non secondo la destinazione ma seguendo il bisogno e l’urgenza.

 

Sprofondo rosso

Il bilancio 2012 sarà salvato dall’Imu – grazie all’aliquota record del 5,75% – e, in linea col 2011, dal taglio di tutte le voci di spesa tranne quella per gli interessi sul debito contratto con le grandi opere, 250 milioni di euro, cifra che ogni anno è superiore a quanto si investe in servizi e assistenza e non molto distante dalla principale uscita municipale, i 400 milioni per gli stipendi degli 11.000 dipendenti. La giunta guidata da Piero Fassino conta di ridurre il debito (3,4 miliardi, ma i feroci grillini parlano di 4,5 miliardi aggiungendoci i debiti delle partecipate), gestire il bilancio e rientrare nel patto di stabilità raccogliendo tra i 300 e i 350 milioni dalle dismissioni: in vendita il 49% di Sagat (aeroporto), Gtt (trasporti), Amiat (rifiuti) e l’80% dell’inceneritore. Quest’ultima è la vendita più spinosa, perché è sostanzialmente la privatizzazione di una cosa tanto delicata (quanto profittevole) come un termovalorizzatore. Scelta che ha visto l’opposizione netta dei grillini e fatto venire il mal di pancia a più d’uno degli esponenti della maggioranza, con l’astenzione di Idv e Sel: «La regressione del sistema pubblico – spiega Michele Curto, capogruppo dei vendoliani – è un pericoloso segnale d’allarme, una via di fuga per non ammettere e affrontare le gravi difficoltà della città. L’inceneritore privatizzato, poi, è davvero un pericolo per la sicurezza dei cittadini. Astenersi e non votare contro è stato difficilissimo, un sacrificio più che un atto di responsabilità».


La cassa è vuota

Sulle dismissioni nutre qualche riserva lo stesso amministratore delegato dell’Amiat, Maurizio Magnabosco e non non certo per motivi ideologici: «Il pubblico dovrebbe proporsi di gestire la parte più ricca del mercato dei rifiuti, che – tra le altre cose – richiede una certa competenza e una cultura del lavoro che Torino porta in dote. Come Amiat possiamo essere molto competitivi, non solo in Italia». Mentre Silvia Pasqua – ricercatrice alla facoltà d’economia dell’Università di Torino – segnala che «vendere le quote delle partecipate per far cassa, significa ipotecare il futuro economico della città. Perché si perdono quote di imprese in ottima salute e che fanno profitti, come la Gtt per i trasporti». Eleonora Artesio, ex assessore alla sanità nella giunta Bresso, ora consigliere regionale del Prc, denuncia come «il debito provocato da investimenti passati, nell’illusione di poter rimpiazzare la città-fabbrica con quella del loisir, ha determinato una nuova illusione, quella che si possa garantire il controllo pubblico dei servizi affidandone a terzi la gestione. Non è così, perché se il pubblico non mantiene almeno una parte della gestione, alla fine saranno i terzi a dirgli cosa fare e non governerà un bel nulla anche se possiede una quota di maggioranza». Perplessità e contrarietà diffuse, che Fassino affronta a muso duro: «Questa è l’unica strada e le nostre non sono svendite. Del resto non c’è nessun piano B. Se non raccogliamo 300 milioni in quel modo, dovremo tagliare sui servizi, cosa che finora non abbiamo fatto».

Le ripercussioni del debito sulla città non si limitano alla gestione diretta del bilancio e dell’azienda comunale. Ne sanno qualcosa 300 insegnanti e 700 bambini di 9 nidi comunali «esternalizzati». Con l’uscita dal Patto di stabilità il Comune non può più sottoscrivere nuovi contratti, quelle 300 maestre precarie – che per anni hanno surrogato con il loro lavoro il blocco delle assunzioni – non possono più essere ingaggiate e per questo i «loro» 700 bambini saranno accuditi dai dipendenti di due cooperative, almeno per i prossimi tre anni. Le esternalizzazioni hanno provocato parecchio malumore in una città all’avanguardia nelle politiche per l’infanzia, mentre il Comune annunciava pure il rinvio di una settimana dell’apertura delle scuole materne e delle mense scolastiche per poter risparmiare altri 200.000 euro. Così sono arrivati i fischi per Fassino, nonostante la garanzia sulla «continuità del servizio» e sulla professionalità del personale. «Settecento bambini – dice Silvia Bodoardo del Coordinamento genitori – rientreranno in un ambiente sconosciuto, senza le precedenti figure di riferimento. Inoltre hanno mollato gli asili migliori, spiegando la scelta col fatto che lì si pagano rette più alte. Insomma, si vendono le cose migliori…».

Accanto alle sofferenze per privatizzazioni e dismissioni, ci sono quelle per il taglio alle spese. Che colpiscono il privato come il pubblico, per giro d’affari e lavoro. Lungo il Po diversi sono i cahiers de doléances: «Avevo un impresa di grafica – racconta Giuseppe -, un dipendente e fatturavo sui 400.000 euro, spesso per il Comune e le sue controllate. Tutto è saltato con Italia 150, con una fattura di 30.000 euro emessa a marzo 2011 e pagata solo un anno dopo. Troppo tardi per evitare la liquidazione, anche perché l’appalto per 60.000 euro di TorinoMusei era già stato dimezzato il primo anno, poi ridotto a un terzo e infine cancellato. Non potendo andare avanti ho chiuso». Simile il clima che si respira nel mondo della produzione culturale cittadina, quella che esisteva ben prima dei grandi eventi, che non ha carattere episodico, ma che ora va in crisi insieme ai bilanci di chi la dovrebbe sostenere. E’ il caso delle sforbiciate subite dalla Film Commission: il Comune di Torino ha annunciato una riduzione dei finanziamenti pari al 60%, mettendo seriemente a rischio una produzione di qualità che usa il finanziamento pubblico come piattaforma per poter attrarre altri investimenti, un settore che costuisce la continuità con la culla del cinema italiano – nato proprio qui – e che in Piemonte, tra spettacolo e cultura, dà lavoro a circa 30.000 persone. Solo dopo l’occupazione della Mole da parte di registi, videomaker e documentaristi, il colpo è stato per il momento parato e la Regione ha trovato da qualche parte i soldi per compensare i tagli del Comune.

 

Tne, il rilancio fallito

Tra vecchi debiti e nuove crisi, Torino tira avanti. Un po’ facendo finta di niente, un po’ sperando in un miracolo. Magari chiamato «industria». Non tanta, solo quel po’ che distingue un ridimensionamento da una dismissione. Ma è più un sogno che un progetto, pensando alla sorte dell’ultima idea di riconversione industriale cittadina, «Tne». Acronimo di «Torino Nuova Economia», Spa sorta nel 2005 con capitale pubblico-privato (molto più pubblico che privato: 40% comune di Torino, 40% regione Piemonte, 10% provincia, 10% Fiat), per riqualificare «a fini prevalentemente industriali» 300.000 metri quadrati di Mirafiori (un decimo dell’intera fabbrica) e 400.000 mq del campo volo di Collegno (quello su cui doveva atterrare l’aereo del grande Torino schiantatosi a Superga). Tutto di proprietà Fiat, che vendendo alla nuova società (di cui è azionista) ha incassato 70 milioni di euro, nei giorni in cui Torino era preda delle spese olimpiche. Da allora sulla pista di Collegno non è cambiato nulla (ci vola un aeroclub), a Mirafiori su una piccola porzione è sorto un centro design del Politecnico, ma per la gran parte di quei 300.000 mq è tutto bloccato. Perché la Fiat ha impugnato il cambio di destinazione d’uso in chiave commerciale decisa dalla giunta Chiamparino, mentre si rifiutava di bonificare l’area, come invece prevedeva il contratto iniziale. Per la Fiat basta una semplice soletta di cemento per coprire i veleni accumulati nel terreno dal 1939 a oggi, mentre il Cda di Tne ha chiesto una bonifica vera e propria. Risultato, tutto fermo. In attesa di una accordo tra le parti. Che non è ancora formalizzato ma già delineato: il Lingotto è pronto a vendere il suo 10% di Tne ai soci pubblici (incassando ancora un po’ di soldi) permettendo di piantare un bel megastore – targato Techint – dentro il recinto dell’ex più grande fabbrica d’Europa, accanto a capannoni da tempo silenziosi e liberati di fresco dai macchinari nella lunga dismissione di Mirafiori. Preludio di prossime rendite immobiliari. Fine della «riqualificazione industriale». Quanto alla bonifica dell’area, se ci sarà, se la dovrà fare Tne a sue spese. Così van le cose, dove tutto era Fiat.

 

Il Manifesto 9 agosto 2012

(13, continua)

 

 

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Category: Viaggio nella crisi italiana

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About Gabriele Polo: Gabriele Polo (San Canzian d'Isonzo, 1957) è un giornalista italiano, è stato direttore del quotidiano il manifesto dal 2003 al giugno 2009, diventandone poi direttore editoriale, oltre che commentatore e inviato. In gioventù è militante di Lotta Continua e poi tra i promotori nei primi anni '80 del gruppo Lotta Continua per il Comunismo. Inizia la sua collaborazione al manifesto nel 1988 di cui è stato direttore dal 2003 al giugno 2009- Attualmente dirige il giornale on line I mec. Tra i suoi ultimi libri: , Il mestiere di sopravvivere, Editori Riuniti, 2000 , Diciottesimo parallelo, la ripresa del conflitto sociale in Italia, Manifestolibri, 2002; Ritorno di Fiom. Gli operai, la democrazia e un sindacato particolare, Manifestolibri, 2011.

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