Forum Sociale Mondiale di Tunisi 2013: 3. Conflitti e alternative

| 30 Giugno 2013 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamo da “Inchiesta” 180, aprile-giugno 2013, la terza parte del Dossier curato da Alessandra Mecozzi sul Forum sociale mondiale di Tunisi 2013

 

1. Nahla Chahal: E’ possibile una alternativa all’ islamismo dominante?

Nahla Chahal è professore di sociologia politica a Beirouth

 

Uno dei temi particolarmente seguiti al Forum sociale mondiale di Tunisi, è la questione dell’islam come leva di emancipazione. Il FSM è stato fondato da movimenti in parte appartenenti alla teologia cristiana della liberazione, nata e attivamente presente in molti paesi dell’America Latina nel corso delle lotte contro le dittature e l’egemonia imperialista degli Stati Uniti e di organismi quali il Fondo monetario internazionali e i suoi compari. Sono condizioni che presentano qualche somiglianza con le situazioni del mondo arabo. Questo da un lato. D’altro canto l’Islam, a partire dalla sua nascita, è sempre stato partecipe del potere e delle sue opposizioni. E’ in nome suo che governavano i califfi. I re attuali (in modo esplicito e diretto in Arabia Saudita e in Marocco) giustificano il loro potere in nome dell’Islam che è una componente principale di tutti gli altri. Andando indietro nella storia, un altro islam è sempre esistito, che partiva dalla sua idea di base « non c’è altro Dio che Dio » per desacralizzare tutte le altre manifestazioni di potenza, tra cui i governanti. Pretendere che ci sia un « Islam dei poveri » non è pertanto né eretico né illusorio. Quali sono le condizioni perché oggi emerga un islam di questo tipo ? Si possono identificare gruppi o movimenti che gli si avvicinano ? E questa ambizione riesce ad esprimersi con chiarezza ?

 

Le rivolte, momento propizio ?

Il FSM si è tenuto nel primo paese della regione che ha aperto la strada, con una rivolta che ha portato almeno al livello di cambiamento della testa del potere. E’ anche il paese che ha visto la nascita di una coalizione di opposizione, dal 2005, chiamata « 18 ottobre », che raggruppa sulla base di un programma comune il più grande partito islamista, Annahda, partiti di sinistra ed estrema sinistra e organizzazioni dei diritti umani, ecc…..Annahda è adesso al potere, trionfante con una maggioranza confermata in uno scrutinio generale. Il partito islamista governa con una coalizione tripartita di cui fanno parte due partiti centristi e democratici. Questo, e l’apertura mentale di cui Annahda ha dato prova negli anni precedenti non sono sufficienti a dare impulso a un pensiero della liberazione. Questo partito rappresenta la problematica : accettare principi e processi della democrazia e adottare la nozione di ricerca del consenso nazionale e delle coalizioni politiche che ci stanno insieme, può ben sposarsi con una posizione liberista in economia, che aspira e cerca di « unirsi al sistema economico mondiale » come hanno più volte dichiarato dirigenti di Annahda. Privo di qualsiasi visione sociale che vada oltre una nozione di equità vicina alla carità, Annahda si rivela essere un progetto di rinnovamento del vecchio sistema, sbarazzandolo della eccessiva coruzione in cui era sprofondato e conferendogli una legittimità in nome dell’islam e una popolarità che mancava drammaticamente al precedente. Insomma un potere più efficace…con il quale il FMI può negoziare e sperare di vedere applicati gli aggiustamenti strutturali che il regime di Ben Ali non era riuscito ad impiantare, provocando sollevazioni della fame ogni volta che ci provava.

E’ quasi alla lettera quanto è avvenuto in Egitto, dove invece l’organizzazione dei fratelli musulmani non aveva la pretesa di sviluppare un islam della liberazione, essendo molto più rigorista.

Entrambi, e con loro il « partito della giustizia e dello sviluppo » in Marocco, che ha vinto le elezioni legislative e da allora governa sotto l’egida del re, non sembrano essere portatori di germi di una evoluzione verso un islam della liberazione, cioè di un islam progressista ed emancipatore, sia per quanto riguarda il governo della economia (dove si tratta di liberarsi dell’egemonia imperialista) che sul piano sociale dove il grado di « compromesso » con le rivendicazioni dei diritti delle donne, della libertà di espressione, ecc…variano da un paese all’altro, ma restano unicamente il risultato del rapporto di forza con le altre componenti politiche e sociali. Tutti presentano un lato eccessivamente pragmatico che tende a valorizzare l’adattamento alla realtà e un appetito di potere come fine in sé.

 

E l’islam combattivo ?

Un’altra esprienza ha potuto catalizzare le speranze di essere potenzialmente portatrice di una tale espressione emancipatrice, quella di Hezbollah libanese, partito nato nell’ambiente sociale più povero del paese, reclutando figli di contadini e lavoratori precari, quelli il cui esodo dale campagne aveva affollato le periferie di Beirouth. Un partito che pratica la guerriglia armata nei confronti di Israele forza occupante di una parte del Libano al momento della nascita di « Hezb » e oppressiva del popolo palestinese. E in più partito sciita, una corrente considerata eretica e a lungo oppressa dall’islam dei ricchi, dei poteri, e questo da 15 secoli. Lo sciismo ha d’altronde sviluppato un atteggiamento di rinnovamento teologico permanente. Organismi legati a Hezbollah avevano già partecipato ai FSM, dopo il Forum sociale europeo di Parigi nel 2004, poi a Mumbay e a Porto Alegre. Ma anche il « partito di dio » sembra essere sprovvisto di qualsiasi visione globale del mondo e dei suoi rapporti. Costruito con la preoccupazione dell’efficacia e della coerenza assoluta, militarizzato in seguito agli scontri con Israele, il partito non è un ambiente favorevole al dissenso, e neanche all’elaborazione di correnti interne.

 

Un compito che resta da svolgere

Tutte le attività del FSM di Tunisi interessate alla tematica dell’islam, hanno espresso in modo più o meno esplicito questa preoccupazione. In tutte si sono sviluppati dibattiti intorno all’islam come fattore potenzialmente emancipatore mentre finora è stato uno strumento nelle mani dei potenti, politici o altro, e un fattore di giustificazione delle posizioni più conservatrici. Ogni volta è venuto fuori che non si tratta di apertura mentale, di rispetto degli altri, di democrazia o di modernità, etc…questi valori e atteggiamenti sono certo necessari e positivi, ma investire l’islam, questa gigantesca forza di mobilitazione, nella direzione di una teologia della liberazione richiede di più : la scelta del « luogo » a partire dal quale viene osservato il mondo e i suoi rapporti. Finché questo allineamento, che è sociale, non solo intellettuale, non si realizza, i tratti che tutti questi movimenti presentano come prossimi ad una teologia della liberazione, restano minimi, rapidamente assimilabili al potere in carica e utili, nel migliore dei casi, al suo rinnovamento.

 


2. Kamal Lahbib: Il conflitto nel Sahara Occidentale. Quali alternative ?

Kamal Lahbib è Vice presidente del Forum Alternativo Marocco e Membro del Comitato organizzativo del FSM a Tunisi

 

Da quarant’anni il conflitto nel Sahara Occidentale si trsacina. Vicenda complessa dove si mescolano elementi storici, le pretese egemoniche sul Maghreb tra Algeria e Marocco, gli interessi economici e geostrategici delle grandi potenze. La colonizzazione ha fatto a pezzi un territorio dove la stessa nozione di frontiere nel Maghreb era incerta se non inesistente. Nel corso degli anni, gli argomenti portati dai protagonisti del conflitto sono cambiati in rapporto alle alleanze e agli interessi.

Storicamente, l’indipendenza del Marocco, che era «una indipendenza nell’interdipendenza», secondo la formula di Edgar Faure, allora Presidente del Consiglio in Francia, ha scatenato velleità di autonomia e feroci resistenze agli accordi di Aix les Bains. Al nord (il Rif) e al sud (il Sahara). L’Esercito di Liberazione Nazionale ha ripiegato verso il Sahara per perfezionare l’indipendenza del Marocco. La reazione non si è fatta attendere : una operazione militare detta «Ecouvillon-Ouragan» lanciata da Francia, Spagna e parte delle Forze Armate Reali nel 1958 : repressione brutale e sanguinosa ; e nel sangue è stata schiacciata lo stesso anno la rivolta degli abitanti del Rif.

Una delle più grandi deformazioni della storia è di occultare che sono le forze democratiche (comprese i saharaoui) all’origine della rivendicazione della liberazione del Sahara come parte integrante del Marocco. E sono queste stesse forze che saranno condannate a morte per la loro opposizione alla guerra contro l’Algeria nel 1963 e saranno condannate alla prigione per la loro opposizione all’accettazione del referendum di Hassan II. Nel corso degli anni le posizioni degli uni e degli altri sono cambiate, senza preoccuparsi delle posizioni contraddittorie, con una attitudine sistematica di blocco a qualsiasi uscita dal conflitto.

Nel 1975 l’Accordo di Madrid (Spagna, Marocco, Mauritania) stabilisce la partizione del Sahara tra la Mauritania e il Marocco che pure ha sempre sostenuto la sua rivendicazione di sovranità nazionale sul Sahara. Nel 1988, un avvicinamento tra il Marocco e l’Algeria ha portato a un piano di regolazione globale e il cessate il fuoco è entrato in vigore nel 1991.

Benché il Marocco e il Fronte Polisario abbiano accettato i termini del Piano di regolazione e la attuazione del cessate il fuoco non sono riesciti ad intendersi sulla definizione dell’elettorato abilitato a votare al momento del referendum sullo Statuto del Sahara occidentale.

Tutti i piani di pace sono stati rifiutati sia dal Marocco che del Polisario creando nell’opinione pubblica il sentimento che chi deve decidere, trova interesse a mantenere lo statu quo, né guerra né pace, nessuna prospettiva di soluzione. Le popolazioni del Maghreb, non coinvolte nel dibattito per una soluzione sostenibile, nell’interesse delle persone, si disinteressano del conflitto in Marocco, dove percepiscono l’ingiustizia dei favori accordati ai saharaoui, delle priorità sociali e politiche in Algeria.

Dal lato del Marocco la politica sicuritaria e repressiva come la corruzione per avere l’adesione dei notabili saharaoui, la scelta di politiche di rendita e di assistenza, investimenti sproporzionati rispetto ai bisogni, a beneficio dell’opinione pubblica internazionale, hanno spinto le popolazioni del Sahara a poco a poco a solidarizzare con il Polisario o, per lo meno, a tenersi da parte, in una posizione ambigua aspettando la soluzione, per pendere dalla parte del « vincitore ».

Il deficit democratico, la politica autoritaria e repressiva dei responsabili marocchini ha reso fragile il fronte di unità nazionale che ha prevalso sulla questione del Sahara. Ci sono molte voci che si alzano per difendere la libertà di espressione, la regionalizzazione, la democrazia, la libertà di manifestare e aprono spazi di dialogo e confronto per appropriarsi del dibattito e influire sul corso degli avvenimenti.

Dal lato del Polisario, è emersa una nuova generazione, formatasi all’estero, che non può più vivere in condizioni miserabili dei campi profughi, che aspira, come dappertutto nel Maghreb, al lavoro, alla mobilità sociale, alla democrazia, alla dignità e che contesta il potere di una direzione che da decenni non cambia, che, almeno secondo i media, si è arricchita sfruttando il conflitto.

Questa nuova generazione è anch’essa divisa : chi è per una ripresa ella guerra, chi per aggregarsi ai movimenti islamisti con l’idea di instaurare la legge islamica nel Maghreb, chi per l’accettazione dell’autonomia allargata proposta dal Marocco….

Nel corso degli anni sono queste divergenze che stanno dietro il ritorno in Marocco di dirigenti e fondatori del Polisario. Questo, con la caduta di Gheddafi, si trova più che mai alla mercè dei militari algerini che non possono più giovarsi della posizione del « blocco socialista del rifiuto ».

L’Algéria, straziata da una guerra civile che ha fatto quasi 200 000 morti, adagiata sulla rendita del petrolio e del gas, oggi si trova di fronte a un movimento di giovani che reclamano lavoro e democrazia e un movimento sindacale autonomo che rifiuta di piegarsi ai diktat del sindacato unico e, per suo tramite, ai generali che tengono il potere con la corruzione e la repressione.

Le Nazioni Unite hanno mostrato la loro impotenza nel gestire i conflitti. Rapporti e risoluzioni derivano dalle convinzioni personali del « rapporteur » e dalle pressioni degli Stati nel quadro delle alleanze in una zona importante militarmente e economicamente. La brama delle ricchezze del Sahara, le azioni terroriste di AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico) e i conflitti del Sahel, hanno prodotto alleanze e ravvicinamenti che sfuggono alla comprensione dei popoli del Maghreb.

Ne deriva una militarizzazione a oltranza della regione, spese militari sconsiderate, che avrebbero potuto essere investite a favore delle popolazioni. Le frontiere sono chiuse tra il Marocco e l’Algeria e l’Unione del Maghreb arabo che ha suscitato tante speranze è in stato letargico. Secondo l’economista tunisino Jelil Bedoui « Il costo del non Maghreb oscilla tra 2 e 5 punti di perdita del PIL di ogni paese. In più c’è la fuga dei capitali all’estero, si stima circa 150 miliardi di dollari incluso anche il risparmio maghrebino all’estero. 50% di queste fughe provengono dall’Algeria, 30% dal Marocco, 20% dalla Tunisia, senza parlare di Libia e Mauritania.

Ovvio che questa situazione produce e rafforza economie criminali, abusi di potere, traffico di droga e di armi, come la tratta di esseri umani, di fronte ad una sempre maggiore emigrazione dall’Africa sub sahariana verso una Europa chiusa e inaccessibile che fa dei Governi del Maghreb il gendarme d’Europa.

E’ in questa situazione che è nata l’iniziativa per uno spazio di discussione e azione, avviata da attivisti coinvolti nel processo dei forum sociali, per sviluppare alternative al blocco posto dagli Stati per la soluzione pacifica del conflitto del Sahara occidentale e per l’unità del Maghreb dei popoli.

Il primo dibattito pubblico per la risoluzione del conflitto è stato nel 2006 a Rabat in Marocco in occasione della Assemblea preparatoria del Forum sociale Maghreb. Non abbiamo dovuto far fronte allo Stato marocchino bensì alla campagna ostile dei partiti democratici marocchini, ma anche al sospetto di membri del Polisario che avevano pubblicamente denunciato l’iniziativa. In seguito, nel 2008, nel Forum Sociale Maghreb, organizzato a El Jadida in Marocco, è stato lanciato l’appello « Iniziativa per la Pace nel Sahara occidentale » di fronte a un pubblico maghrebino e internazionale di un migliaio di attivisti : difensori dei diritti umani, sindacalisti, associazioni per lo sviluppo, associazioni culturali e movimenti sociali. L’appello nasce dalla constatazione che il conflitto profitta solo ai dirigenti (contestati) e chiama a superare la cultura sciovinista verso quella dell’unità.

L’appello ha quattro assi :

1. Agire per una soluzione pacifica del conflitto nel Sahara occidentale in base alla legalità internazionale e accompagnare il processo negoziale in corso tra lo Stato Marocchino e il Fronte Polisario sotto egida ONU.

2. Agire per un clima di fiducia tra i popoli della regione magherebina e mediterranea per raggiungere le condizioni necessarie al successo delle iniziative di pace.

3. Agire per la creazione delle condizioni per un reale sviluppo della regione del Maghreb e del Mediterraneo e per la realizzazione delle fondamenta necessarie per costruire il Maghreb dei popoli, necessità storica ineluttabile.

4. Vigilare sul rispetto della integrità e universalità dei diritti umani e farne il quadro di riferimento dello spazio magrebino e mediterraneo dove prevalgano i valori della tolleranza e della democrazia.

Nel febbraio 2012 c’è stata la Dichiarazione di Lyon alla quale hanno partecipato saharaoui dall’Europa e da Tindouf e attivisti internazionali del FSM. Mette l’accento sulla necessità di :

1. Ampliare gli spazi di dibattito simili in tutta la regione del Maghreb per rimettere in piedi un clima di fiducia, minato dagli Stati, tra i popoli della regione maghrebina e mediterranea per consentire il processo di riappropriazione di un conflitto da parte dei popoli che ne pagano il prezzo, ma anche per approfondire la riflessione congiunta per avvicinare una visione del Maghreb a cui i popoli aspirano.

2. Sviluppare azioni congiunte sia di denuncia che di proposte di soluzioni basate su :

-Rispetto delle libertà, in particolare libertà di circolazione, libertà di associazione e libertà di espressione

-Accesso dei popoli alle risorse naturali e lotta contro le disuguaglianze sociali per il rispetto dei diritti economici, sociali, culturali e ambientali, vigilando che gli accordi internazionali rispettino questi diritti ;

-Sicurezza dei popoli e lotta contro la militarizzazione e le zone di non diritto dove fioriscono le economie criminali ;

-Lotta contro la corruzione che si erge a sistema di gestione e che costituisce elemento fondamentale dell’acuirsi del conflitto ;

3. Elaborare una strategia e azioni congiunte per fare pressione sulle parti in conflitto, di qualsiasi tipo, perché si impegnino in un reale processo di risoluzione del conflitto.

L’appello esorta tutte le forze sociali democratiche a mobilitarsi per la pace e per un altro Maghreb, che passa necessariamente da una risoluzione pacifica del conflitto del Sahara Occidentale.

E’ chiaro che questo processo alternativo potrà avere successo solo attraverso una rottura con le logiche degli Stati (compreso il Polisario) e il rispetto delle diversità di posizioni, costruendo una nuova cultura che rompa con la cultura sciovinista e ottusa. Non possiamo in tempi brevissimi superare il battage mediatico e i rancori di quasi 40 anni di conflitti alimentati dai poteri in carica. E’ questo che spiega gli scontri e l’andare oltre le righe vissuti negli spazi del FSM. Ma la speranza per un altro Maghreb persiste : è possibile, necessario, ineluttabile

 

 

 

3. Michèle Sibony: Ricostruire una prospettiva ebreo-araba contro il razzismo, il colonialismo, l’apartheid

Michèle Sibony fa parte del Bureau national della UJFP

 

L’Union Juive Française pour la paix UJFP (Unione ebrea francese per la pace) ha présentato al Forum sociale mondiale di Porto Alegre « Palestina libera »( novembre 2012) e al FSM di Tunisi, un seminario, modesto nelle dimensioni ma ambizioso negli obiettivi. Copromotori di questa attività sono state associazioni arabe di origine immigrata, come: l’Association des travailleurs (lavoratori) maghrébins de France (ATMF), la Fédération des Tunisiens citoyens des deux rives (cittadini delle due rive) FTCR, associazioni musulmane, quali: Participation et spiritualité musulmane (partecipazione e spiritualità musulmana) PSM, e infine con l’AIC (Alternative Information Center Israele-Palestina).

Sembra davvero una scommessa ricostruire una prospettiva ebreo-araba nelle società occidentali, come anche in quelle del mondo arabo. Oggi associare i termini ebreo e arabo costituisce un ossimoro (al punto che per molte persone è difficile accettare il concetto di « ebreo arabo » che pure è esistito nella storia del mondo arabo ed è stato spazzato via dal sistema coloniale, dalla decolonizzzione e poi dal sionismo).

Ma se si considera il conflitto detto israelo-palestinese è proprio la posta in gioco della pace che pone questa prospettiva di ricostruzione, anche al di là delle frontiere mediorientali del conflitto.

Nel mondo ridisegnato dal neoconservatorismo americano la guerra è centrale, il Medio Oriente è la nuova linea del fronte, e l’Islam è definito come il nuovo nemico globale di civiltà al posto del comunismo. Il muro in Palestina rimpiazza quello di Berlino in questa divisione del mondo. Per condurre questa guerra contro l’Islam e i musulmani, l’antisemitismo è usato come una delle armi ideologiche (come le donne e il loro corpo, velato o no). In un tal sistema tutti sono strumentalizzati e assegnati a un certo posto : gli arabi musulmani sono tutti potenziali terroristi, non integrabili nelle società occidentali a causa della loro religione. Le donne sono prese in ostaggio al servizio di questo razzismo. Gli ebrei sono utilizzati come arieti : vengono inglobati nel campo del cosiddetto occidente giudaico-cristiano contro l’islam ; ma di certo questo campo non è considerato né comunitario né etnico. E’ la regola. In Francia e altrove si sviluppa una passione filosemita che serve a disegnare la mappa dell’esclusione. Di fatto gli ebrei così manipolati sollecitano un forte risentimento nell’opinione pubblica e corrono il grande rischio di diventare i capri espiatori di domani. Perché dopo tutto oggi è in nome degli ebrei « cittadini protetti della Repubblica », contro l’antisemitismo di tutti coloro che osano criticare Israele, che si sviluppa un discorso antimusulmano di Stato.

Questa costruzione è stata elaborata in Francia e altrove in base ad un imperativo : far tacere tutta una parte della popolazione sulla questione della Palestina. Gli abitanti arabi dei quartieri popolari sono i primi ad essere presi di mira. Con l’ostracismo e l’immediata accusa di antisemitismo, con il negare la loro parola critica su Israele e la sua politica di distruzione della Palestina, non si lascia loro che l’espressione di una collera non elaborata in discorso politico. Una espressione bruta di antisemitismo, che finalmente confermi il posto loro assegnato, è esattamente quello che ci si attende da loro.

Noi, ebrei dell’ l’UJFP, non accettiamo di essere condannati al sionismo e alla difesa di Israele qualsiasi cosa faccia, non più di quanto non possiamo accettare di lottare contro l’antisemitismo con coloro che lo strumentalizzano al servizio di una causa indegna e che il filosofo Daniel Bensaïd definiva « pompieri piromani ». E non possiamo neanche manifestare contro atti antisemiti insieme a coloro che manifestano il loro sostegno all’azione di Israele contro Gaza.

Nel 2001 l’Association des Travailleurs Magrébins di Francia ha contattato l’ UJFP e ci ha proposto di agire insieme con un lavoro comune proprio su queste situazioni.

Si tratta di lottare contro il rinchiudersi programmato all’interno della Tribù, contro « i ripiegamenti comunitari » ebrei e arabi nella società francese, contro le attribuzioni identitarie religiose o etniche, proponendo un lavoro comune su basi e valori comuni : quelli dei diritti universali.

Contro questa mortifera divisione del mondo per noi si tratta di dimostrare che ebrei e arabi possono situarsi dallo stesso lato di un’altra linea di divisione, tra quelli che difendono valori di uguaglianza e di rispetto del diritto e quelli che difendono una disuguaglianza strutturale e sostengono le violazioni del diritto. Questa non è una divisione etnica né religiosa, mette insieme donne e uomini attorno a valori comuni al di là di attribuzioni identitarie : la definizione di cittadinanza, i diritti umani, la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di espressione, contro il razzismo di qualsiasi tipo, contro il colonialismo…In sostanza, nozioni rivendicate da qualsiasi democrazia, ma che sembrano non poter essere accolte nello spazio situato tra il mare e il Giordano.

Così abbiamo cominciato con entusiasmo una relazione di lavoro che è passata attraverso una politica di comunicati comuni, di striscione comune nelle nostre manifestazioni. (« Ebrei arabi uniti per la giustizia ») striscione che ancora oggi attira da noi la stampa, a conferma che siamo ancora un ossimoro vivente. Ed abbiamo trasportato questo progetto di vita in Palestina e in Israele nel 2002 in una prima missione comune. Il nostro messaggio si incarnava nel nostro gruppo : 10 ebrei dell’UJFP e dieci arabi dell’ATMF da Gaza a Nablus, da Nazareth a Tel Aviv. Ma anche da Bouznika, Forum sociale marocchino 2002, a Ouarzazate, passando per Casablanca, Rabat, Marrakech.

Abbiamo nuovamente realizzato questa missione ampliandola a trenta partecipanti , ad altre associazioni dell’immigrazione maghrebina (FTCRA -IDD) in occasione del Forum sociale mondiale dell’Istruzione che nel 2010 si è tenuto in Palestina. Là abbiamo propost seminari sull’insegnamento del conflitto israelo palestinese nei libri di storia dei licei francesi, l’educazione legata allo sviluppo, la strumentalizzazione della Shoah nell’insegnamento francese…Abbiamo relazionato su questa missione in Francia e in Marocco in un giro comune che ci ha portati da Rabat fino alle Montagne del Dades passando per Casablanca, Marrakech, Ouarzazate. In tutto questo lavoro l’Alternative Information Center di Gerusalemme e Betlemme ci ha dato un aiuto prezioso, allora unica organizzazione realmente mista, composta da attivisti della sinistra palestinese e attivisti antisionisti israeliani che da molto tempo lavorano insieme nella lotta contro l’occupazione coloniale e la politica di guerra. La loro presenza con noi in questo seminario era indispensabile.

Nel FSM del 2012-13 à Porto Alegre e à Tunisi, abbiamo anche condotto la nostra lotta comune contro tutti i razzismi ma in particolare contro l’islamofobia crescente in Francia, un razzismo portato dallo Stato, come il razzismo contro i rom.

Un piccolo incidente avvenuto dopo il FSM di Tunisi ci ha confermato l’utilità del nostro lavoro. Dopo il Forum abbiamo saputo che era stato distribuito un volantino nazionalista tunisino che denunciava la nostra presenza al Forum (UJFP) dandoci dei sionisti proisraeliani. Una radio tunisina si è incaricata di correggere il tiro ricordando che ebreo e sionista non vogliono dire la stessa cosa e anche il lavoro della nostra associazione. Amici tunisini che hanno ascoltato l’intervento ce lo hano riferito anche con la citazione del giornalista che ha parlato precisamente del nostro seminario. Dobbiam far fronte insieme e dire a tutti che non c’è fatalità, non c’è conflitto interetnico o interreligioso comme vorrebbero far credere tutti i liberisti e neoconservatori, un conflitto essenzialista che prevederebbe un odio di civiltà eterno. Crediamo nella civiltà umana, nella regolazione politica di un conflitto coloniale.

Le rivoluzioni popolari arabe in corso, che pongono al centro la dignità come valore fondamentale, ci parlano. Rifiutano la compromissione dei regimi rovesciati, con l’ingiustizia fatta ai palestinesi, come noi rifiutiamo in Europa la complicità dei nostri Governi con il regime israeliano e l’impunità di fatto accordata a tutte le violazioni di tutti i diritti di una popolazione sostanzialmente disarmata, sradicata, colonizzata, occupata e oppressa. Contro quello che sempre più chiaramente si disegna sul terreno come un regime coloniale di apartheid, con cittadini discriinati, tra cui i beduini del Naqab (Negev) che subiscono una vera epurazione etnica, non cittadini di Cisgiordania, residenti di Gerusalemme, assediati di Gaza, le nostre associazioni sono attivamente coinvolte insieme nella campagna Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni contro Israele.

Costruire insieme una testimonianza, un discorso, una azione sulla Palestina contro il colonilismo e l’Apartheid, lottare insieme contro l’islamofobia, contro l’antisemitismo, contro tutti i razzismi, riapre una prospettiva che è esistita, che si vuole a tutti i costi cancellare. Questo ha senso contro il progetto coloniale israeliano, ha senso contro la Francia postcoloniale di oggi. Il nostro lavoro comune è la risposta più efficace contri la « razzializzazione » dei rapporti di dominazione.

Evocare la ricostruzione di questa prospettiva, nella Tunisia di oggi, è stato per noi un onore, un ricordo, ma soprattutto un germe di futuro condiviso.

 

 

4. Assemblea di convergenza sulla Palestina

Assemblea di convergenza sulla Palestina sottoscritta al FSM di Tunisi il 29 marzo 2013

 

Questa Assemblea di convergenza sulla Palestina si tiene a Tunisi, nel Forum sociale mondiale, in una tempo di forte lotta popolare in Palestina contro l’apartheid, la colonizzazione e l’occupazione di Israele e per una piena applicazione dei diritti inalienabili del popolo palestinese. Abbiamo osservato con soddisfazione la centralità attribuita alla Palestina in questo Forum sociale mondiale a Tunisi.

L’assemblea di convergenza sulla Palestina intende riaffermare il sostegno alla resistenza popolare palestinese e il nostro pieno impegno sui seguenti obiettivi comuni:

-­- Il diritto all’autodeterminazione per il popolo palestinese contro l’occupazione coloniale e gli insediamenti;

la riaffermazione dell’importanza del voto della Assemblea generale delle Nazioni Unite

per il riconoscimento dello Stato di Palestina;

-­- Fine dell’apatheid e abbattimento del muro

-­- Libertà per i prigionieri politici

-­- Fine del blocco di Gaza e Palestina libera

-­- Il diritto al ritorno secondo la Risoluzione 194 delle Nazioni Unite

-­- Fine della colonizzazione di Gerusalemme e delle chiusure

Denunciamo ogni complicità con lo Stato di Israele (degli Stati, Istituzioni, imprese) che consentono l’impunità di Israele.

A questo proposito denunciamo la politica degli Stati Uniti e il loro uso scorretto del veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Per realizzare questi obiettivi sosteniamo le seguenti azioni e campagne per:

-­- rafforzare ed espandere a livello mondiale il movimento BDS (Una particolare mobilitazione deve prendere avvio contro la G4S, la più grande azienda per la sicurezza, a livello internazionale, coinvolta nell’occupazione israeliana, nelle prigioni e nei check points.)

-­- Sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele (in base all’art. 2). (Esiste un precedente nel caso dello Sri Lanka).

-­- Mettere fine al commercio d’armi con Israele

-­- Liberazione di tutti i prigionieri politici

-­- La fine dell’assedio disumano di Gaza, con azioni quali la Freedom Flotilla e Gaza Arch

portare il caso Palestina contro i crimini israeliani, di fronte alla Corte Penale Internazionale

-­- chiedere la ricostituzione del Comitato speciale delle Nazioni Unite contro l’apartheid, e lo scioglimento del Quartetto.

-­-sostegno ai rifugiati palestinesi in Siria e nei paesi vicini, che rischiano l’espulsione

-­- campagne sindacali a sostegno dei diritti palestinesi, sociali e del lavoro

-­- Missioni civili in Palestina

-­- diffondere le conclusioni del Tribunale Russell sulla Palestina che denunciano i crimini di Israele, richiedendo l’applicazione del diritto internazionale.

Lavoreremo per la costruzione di un forte movimento internazionale di solidarietà con la Palestina. Continueremo ad utilizzare il processo del Forum sociale per rafforzare il movimento di solidarietà con la Palestina.

 

 

Category: Osservatorio Palestina, World social forum

About Alessandra Mecozzi: Alessandra Mecozzi Nata a Roma il 14 novembre 1945. Né marito né figli. Ho due sorelle, un fratello e un mucchio di nipoti, madre novantunenne. Liceo Tasso e Università La Sapienza di Roma. Laureata nel 1970 con una tesi sulla Cgil. All’Università ho conosciuto la politica e il movimento studentesco, incontrato per la prima volta il sindacato. Non iscritta a nessun partito, dopo 2 anni di FGCI. Dalla fine del 1970 alla Fiom nazionale. Dal 1974 al 1990 alla FLM prima, poi alla FIOM di Torino/Piemonte. Nel 1975, con il gruppo dell’Intercategoriale donne cgil cisl uil di Torino, conosco e pratico il femminismo, nel sindacato e alla casa delle donne. 1983: primo convegno internazionale su donne e lavoro “Produrre e riprodurre”; 1987 : costruiamo Sindacato Donna nella CGIL. La politica per la pace, la incontro a Gerusalemme e nei territori palestinesi occupati, nel 1988, con donne italiane, palestinesi e israeliane (“Donne a Gerusalemme”, Rosenberg&Sellier), dopo una breve esperienza nei campi profughi palestinesi in Libano, in seguito a un appello di Elisabetta Donini. Nel 1989, eletta nella Segreteria Nazionale della Fiom, torno a Roma. Dal 1996, responsabile dell’Ufficio internazionale e, successivamente, anche della rivista della fiom Notizie Internazionali. Contribuisco alla nascita di “Action for Peace” (2001) un progetto di molte associazioni, per la presenza di missioni civili in Palestina/Israele; dal 2002 nel Coordinamento Europeo per la Palestina (ECCP). Partecipo dal 2001 - Genoa Social Forum - al processo del Forum sociale mondiale e del Forum sociale europeo. Dal 2012, “libera dal lavoro”, sono volontaria con “Libera” per l'area medio oriente e maghreb-mashreq e presidente della associazione “Cultura è Libertà, una campagna per la Palestina”.

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