Sergio Cofferati: C’è un futuro straordinario per il sindacato ma quale futuro?

| 5 Aprile 2013 | Comments (0)

 

 

 

17. Pubblichiamo integralmente gli atti del seminario C’è un futuro per il sindacato? Quale futuro? organizzato dalla Fondazione Claudio Sabattini e tenuto a Roma il 5 aprile 2013. La numerazione degli interventi corrisponde all’ordine in cui sono stati fatti.

 

Il Convegno ha per titolo due domande.La risposta alla prima, secondo me, è molto semplice: c’è un futuro per il Sindacato? Potenzialmente sì, straordinario, perché c’è tantissimo lavoro non organizzato e non rappresentato. Quale futuro? Lì cominciano i problemi perché la cosa è molto più complicata. Soprattutto per avanzare qualche ipotesi sul futuro bisogna essere molto rigorosi nel giudicare il presente.

Ho sentito una parte dell’intervento di Mimmo, però avendo letto il libro, conosco anche il resto.I Sindacati delle aree industrializzate sono tutti in grandissima difficoltà, tutti, nessuno escluso, varia solo l’intensità della difficoltà, però c’è un arretramento vistoso e anche molto preoccupante.

I Paesi dell’Est che sono arrivati alla democrazia in tempi recenti hanno strutture e forme di rappresentanza molto deboli, qualche volta sufficientemente radicate, in qualche altra circostanza invece quasi inesistenti.

E’ molto più interessante, invece, guardare cosa capita ai Sindacati del G8 ed ai Sindacati del G20 per avere anche un rapporto immediato nella stessa analisi tra le condizioni materiali, nelle quali questa rappresentanza viene esercitata, e l’incidenza delle condizioni materiali sulla funzione, sul ruolo e sull’esercizio poi del potere delegato alle organizzazioni sindacali.

Non dobbiamo mai dimenticare, ancora, che anche dentro questa dimensione, pur diversa da quella che si usa qualche volta per convenzione, quando parliamo di Sindacato, parliamo di cose molto diverse: il Sindacato del Nord Europa è caratterizzato da una presenza, a volte, esclusiva di Sindacati di professione; poi il Centro Europa, la Germania per prima, ha una dimensione sindacale che è da sempre delle grandi categorie; c’è, quindi, il Sud Europa dove c’è la dimensione confederale, la nostra, quella francese e quella spagnola.

Sono modelli tra di loro molto diversi, hanno forme di adattamento diverse, quindi risentono degli effetti della crisi e delle difficoltà anche in maniera non uniforme.

Perché stanno arretrando così pericolosamente le forme di rappresentanza sociale? Non solo i Sindacati dei lavoratori, ma anche i Sindacati delle imprese, per usare un linguaggio più corretto. Secondo me, ci sono tante ragioni a volte difformi da territorio a territorio, ce ne sono due però che sono visibili a occhio nudo e che sono quelle più rilevanti, anche per gli effetti che hanno determinato: una è la frantumazione del lavoro.

E’ stato detto più volte, la grande azienda non esiste più, la stessa classificazione tra grande e piccola è un po’ singolare, ci sono piccole aziende con un valore aggiunto enorme, ci sono medie aziende con un valore aggiunto molto piccolo. Quindi se guardiamo alla dimensione di occupati che hanno e li classifichiamo, commettiamo degli errori clamorosi perché non è piccolo ciò che è piccolo.

C’è, poi, questa diffusione e frantumazione del lavoro che è data dalla tecnologia, ma anche da modelli organizzativi che non rispondono direttamente alla tecnologia, hanno altre funzioni.

Va da sé che in un’azienda dove le persone lavorano insieme e sono a contatto di gomito è molto più facile il lavoro organizzativo, come sapete bene; mentre in un’azienda di 10 mila persone, con un’assemblea, riesci a parlare a 5, 6 mila persone, pensate al rapporto con 5 o 6 mila persone nella rete, in attività dove non si arriva nemmeno a 5 o 6 dipendenti,è complicato non soltanto iscriverli al Sindacato, ma anche avere con loro un rapporto di trasmissione, di comunicazione, di informazioni e di ricevimento di valutazione di giudizi. E’ un mondo completamente diverso.

Questo ha appesantito e reso più difficile il lavoro della rappresentanza sindacale. Dall’altra parte ancora una volta nei Paesi industrializzati ci sono gli effetti della crisi, peraltro una crisi molto particolare che, con qualche ostinazione, alcuni continuano a non voler vedere.

E’ dal 2008 che siamo in questa situazione, e lasciamo perdere la storia italiana di un Presidente del Consiglio e di un Ministro dell’Economia che negavano l’evidenza ed hanno portato questo Paese sull’orlo della catastrofe, ma in tanti luoghi si sono sottovalutati, compresi gli Stati Uniti, gli effetti della crisi. Poi un Paese come gli Stati Uniti, che non è esattamente la culla del socialismo, ha avuto la fortuna di un Presidente che ha giocato la sua credibilità per intervenire drasticamente ed in forma autoritaria su alcuni effetti della crisi: Barack Obama ha introdotto per la prima volta negli Stati Uniti uno schema di protezione sociale, l’assistenza sanitaria che lì non è mai esistita, e per 40 milioni di persone negli Stati Uniti oggi c’è la possibilità di avere qualche aiuto dallo Stato in caso di bisogno, bisogno che nasce dalle condizioni di salute delle persone.

Il paradosso dove sta? Che, mentre negli Stati Uniti si ragionava di welfare, non chiamandolo così perché la parola è impegnativa, nella vecchia Europa dove il welfare è nato si è favorita la rarefazione o addirittura, in qualche caso, il superamento di forme universali di protezione alle persone, cittadini o lavoratori che fossero.

Questa crisi che ha tratti inediti è stata affrontata in prevalenza con le ricette del liberismo estremo, che ha portato al disastro che è davanti agli occhi di tutti. In Europa nessuno sta bene, anche la Germania – che pure ha ancora una crescita economica – ha una crescita di gran lunga inferiore a quella che aveva stimato ed ha un processo di destrutturazione sociale del quale si parla poco, ma che inquieta anche la politica tedesca. E non siamo alle soglie di un rovesciamento di tendenza.

E’ anche un po’ stucchevole, ormai siamo al terzo anno che ci spiegano che alla fine dell’anno corrente la situazione cambierà, la Banca d’Italia ha detto questo per il 2011, per il 2012 e lo sta ripetendo per il 2013, ma non c’è segno di questo cambiamento. Siamo in recessione e qualsiasi economista di qualsiasi scuola, se gli chiedete: “Per avere un posto di lavoro nuovo quant’è la crescita necessaria?”, ti spiega che se non hai almeno il 2% un posto nuovo non lo vedi! Noi siamo a -2,6%, per arrivare al +2% bisognerebbe avere una crescita del 4,6% in 12 mesi! Neanche la Cina illiberale è in grado di arrivare a dimensioni di sviluppo di questa natura.

Siamo, dunque, per l’ennesima volta a prendere per buone delle aspettative che non hanno fondamento, nel mentre cambia la struttura di produzione dei beni e dei servizi con processi di deindustrializzazione pericolosissimi: c’è una parte della manifattura europea che se ne sta andando e c’è una parte del lavoro europeo che viene sostituito da persone che europee non sono, ma non per questo non devono avere diritti e tutele, che in verità poi non hanno, mentre la disoccupazione o l’inoccupazione da noi crescono.

C’è un fenomeno in Europa che noi vediamo poco perché non è ancora arrivato, ma sta arrivando: una sorta di lavoro comandato. Ci sono aziende europee che aprono filiali nel Terzo mondo e acquisiscono, in ragione del fatto che non ci sono vincoli di reciprocità, attività nell’Unione, attività che viene svolta da persone dipendenti da quelle aziende non alle condizioni del Paese nel quale lavorano, ma del Paese nel quale la filiale dalla quale dipendono è insediata, e vengono pagati in Europa, lavorando in Germania, non come l’edile tedesco, ma come l’edile birmanese, perché la sede è là.

Questo è un fenomeno che si sta diffondendo e le grandi infrastrutture, che anche in Germania e nei Paesi che risentono meno di noi della crisi continuano ad essere realizzate, non sono più il frutto del lavoro di europei o, se sono europei, come capita invece in tantissimi casi, comunque sono europei che vengono retribuiti con condizioni diversissime da quelle che hanno conosciuto.

Sono fenomeni di dumping che penalizzano il sistema produttivo, ma distruggono anche il tessuto sociale al punto tale che poi si innescano anche nella famiglia progressista pulsioni regressive e negative nei confronti di quelli che vengono da fuori: “Vengono qui perché vogliono lucrare sul nostro welfare”, i finlandesi hanno l’ossessione dei russi che vanno in Finlandia per cambiarsi i denti. E sto parlando dei progressisti.

Dovendo scrivere un testo sul lavoro stagionale, ho verificato che c’è un’ostilità a qualsiasi forma di lavoro stagionale da parte di governi progressisti del Nord Europa esattamente per questa ragione, perché, secondo loro, c’è un processo di utilizzo strumentale delle condizioni di protezione da parte di quelli che vengono da fuori.

La crisi, dunque, durerà, cambieranno molti dei paradigmi che abbiamo utilizzato, dove si fermerà non lo sappiamo, però la gestione fin qui svolta, dal 2008 ad oggi, con l’eccezione degli Stati Uniti d’America, dove c’è un esercizio di politica keynesiana timido, ma c’è, in Europa è stata gestita secondo la linea liberista: rigore.

Non sarò io a dire che non ci vuole rigore, perché la spesa pubblica facile è una follia e produce danni enormi, ma se ti limiti al rigore e non investi un euro, il risultato è scritto: accentui le difficoltà e gli elementi regressivi, come è capitato da noi.

C’è un problema, allora, che riguarda la politica, i suoi orientamenti e le scelte che vengono messe in campo. In questo processo di arretramento, però, c’è anche altro: in tutti i Paesi del G8 sono stati messi in discussione i diritti delle persone, quelli individuali e quelli collettivi, come componente delle politiche di rigore .E qui Mario Draghi può dire, ed ho scoperto che anche Tonino Lettieri è diventato un pericolosissimo estremista, che dobbiamo fare le riforme strutturali, ma di che cosa parlano? Facile da comprendere, vi sarà chiaro tra non molto.

Adesso, per fortuna nostra, un testo pericolosissimo è stato fermato dall’esercizio del cartellino giallo, cioè la norma introdotta con Lisbona che prevede che, se un terzo dei Parlamenti europei è contrario ad un provvedimento della Commissione Europea, e un terzo dei Parlamenti vuol dire 18 Parlamenti, in questo caso siamo arrivati a 19 “no”, può impedire che questo provvedimento venga messo in discussione.

C’era un testo titolato “Monti 2”, perché il “Monti 1” era stato realizzato quando egli era Commissario europeo, ebbene, questo era il completamento che Mario Monti ha scritto, su delega di Barroso, quando – Barroso insediato – gli ha chiesto di contribuire ad un lavoro di orientamento delle politiche della Commissione.

Nei 19 Parlamenti non ci sono né la Camera, né il Senato italiano, tanto per essere chiari, comunque il provvedimento è stato fermato. Il provvedimento mirava a stabilire qual è l’equilibrio tra il diritto di impresa ed il diritto del lavoro, le conclusioni quali erano? Una limitazione della contrattazione ed una limitazione del diritto di sciopero.

Forse non tutti, per ragioni di ostilità che nascono da un orientamento progressista, sono di questa opinione, qualcuno di quei Parlamenti forse pensava ancora peggio, sta di fatto che si è fermato ma, quando si ricomincerà la discussione, quelli sono i temi. E siamo arrivati fino a lì in virtù del fatto che ha prevalso un orientamento di Centrodestra mentre l’area progressista su alcuni argomenti ha avuto atteggiamenti ondivaghi, in qualche caso addirittura ha subito il fascino dell’”innovazione”, così chiamata, e non voglio fare riferimento e Tony Blair ed alle politiche inglesi che sono abbastanza esemplari, dove “innovazione” è il cambiamento del sistema delle tutele e delle protezioni delle persone, a cominciare dai diritti, individuali e collettivi.

Ecco perché i Sindacati sono in sofferenza, perché è cambiato per loro il riferimento, i paradigmi di valutazione e di giudizio non sono stati aggiornati se non quelli, appunto, che si era moderni se si rinunciava ad un diritto, allora la modernità è che, se trovi uno per strada che ti dice: “Ti taglio una mano!”, tu per dimostragli che sei moderno gli rispondi: “No, il braccio!”, è andata così in questi anni, in tante circostanze.

Si può rimontare questa china? Io penso di sì, però ci sono delle scelte da fare e dei punti dai quali partire molto difficili. Ad esempio: il modello confederale è fatto di protezioni che nascono dalla contrattazione , che poi si intrecciano con le protezioni che sono previste dalla legge e riguardano l’ambito vasto del welfare, che però non è elemento estraneo. Se tu quello che è dato dalla contrattazione non ce l’hai più nella forma e nell’intensità di prima, è evidente che non solo diventa più difficile fare il tuo mestiere, ma hai paradossalmente contribuito a segare il ramo sul quale eri seduto.

Se non hai il contratto nazionale, come puoi pensare che la contrattazione aziendale supplisca o sostituisca il contratto nazionale? Non si è mai visto! Il contratto nazionale copriva tutti e la contrattazione aziendale la faceva chi poteva. Se gli togli il contratto nazionale, saranno di meno anche quelli che possono e comunque tu abbandoni una parte rilevante delle persone che prima, bene o male, erano protette.

Fin quando c’è l’Art.8 di berlusconiana memoria, le imprese hanno la possibilità di derogare dal contratto e ci sono tanti modi per non fare il contratto, così come ci sono tanti modi per alterare la Costituzione, attaccare formalmente l’istituto oppure svuotarlo, oppure togliere da lì un numero tale di materie per cui, collocate altrove, non ha più lo stesso effetto e la stessa efficacia.

Io penso che ci sia miopia anche da parte del sistema della rappresentanza delle imprese: un contratto nazionale serve alle imprese perché permette loro di avere una concorrenza leale; senza il contratto nazionale, i termini della concorrenza cambiano.

Il problema forse è un altro, adesso, non è solo la difesa del contratto nazionale ma, soprattutto per alcune filiere, l’esigenza di dare ad alcuni grandi capitoli della contrattazione collettiva nazionale una proiezione più ampia in due direzioni.

Una è l’industria: gli elementi che distinguono l’attività produttiva dei beni grazie alle tecnologie sono meno di quelli che facevano le differenze 40 anni fa. La dimensione del contratto dell’industria non è mettere assieme delle debolezze perché così siamo più forti, se è ragionata così, non va bene, ma perché ci sono elementi di uniformità che possono consentire di avere uno schermo ampio sul quale, ove è possibile, si aggiungono gli elementi della distinzione, ma gli elementi della distinzione senza la piattaforma non stanno in piedi, non funzionano ed indeboliscono il tuo mestiere e l’efficacia dello stesso.

Secondo tema: la proiezione ulteriore, che è quella europea. Molte cose si decidono là, però la Confederazione Europea dei Sindacati è la somma dei Sindacati nazionali così come sono oggi. Allora, quando diciamo che l’Europa può uscire dalla crisi soltanto se costruisce davvero un’Unione federale, sono completamento d’accordo, non vi infliggo anche questa pena, ma non vale soltanto per la rappresentanza istituzionale.

Se gli Stati devono cedere sovranità verso il Parlamento Europeo, la Commissione,questo vale anche per le forme di rappresentanza, tutte comprese, vale per i partiti. Se non arrivi in fretta, tra l’altro, ad avere liste transnazionali, ad eleggere direttamente i rappresentanti della Commissione, almeno il Presidente, è evidente che i cittadini si sentiranno sempre più lontani dall’Europa, perché il loro voto ha effetti di seconda istanza e poi non sono controllati da chi ha votato.

Il tema della cessione della sovranità riguarda anche i Sindacati, le imprese e tutto ciò che è rappresentato nei Paesi, comprese le organizzazioni non governative.

Dico, tra parentesi, che c’è anche un’attività di lobby, che potrebbe essere svolta perché c’è una prateria vastissima, e che la Confederazione Europea dei Sindacati così com’è oggi non è in grado di svolgere.

Il Parlamento Europeo è condizionato dalle lobbies che sono presenti fuori dalla porta, in ogni momento, la lobby sindacale è debolissima. La lobby, come sapete, in Europa ha una valenza positiva, a differenza del termine usato qui, in Italia, lo uso nell’accezione europea, non suggerivo comportamenti di altra natura.

Riacquistare, intanto, collocandoli esattamente, i poteri contrattuali, universali e uniformi, altrimenti non si va da nessuna parte, anzi si accentuano, secondo me, le difficoltà.

Il secondo tema è quello che veniva ricordato prima da Umberto, che ha utilizzato anche le parole di Bruno: alle persone che lavorano devi dare la possibilità di decidere sulle loro condizioni. L’unica possibilità per poter decidere, da che mondo è mondo, è il voto, non ci sono altre strade, il voto per eleggere chi li rappresenta ed il voto per decidere sugli strumenti della contrattazione, la piattaforma e l’accordo. Poi sulle modalità ci possiamo esercitare, però, se non votano, è un’altra storia, il meccanismo porta altrove.

E’ possibile, in un sistema come quello italiano, fare scelte di questa natura di cambiamento radicale, rispetto all’esistente. Il punto di partenza è la legge, altrimenti non ne usciremo mai, anche nella gestione degli elementi di divaricazione tra le organizzazioni, perché è meglio essere d’accordo ma, quando non siamo d’accordo, come ci si comporta, come decide l’impresa oppure cosa è utile per i lavoratori? E poi è possibile che una volta si faccia in un modo ed una volta in un altro?

No, ci vuole una legge, una legge che stabilisca certezza della rappresentanza, poteri della stessa e democrazia nell’esercizio della rappresentanza. So benissimo che è più difficile farla che raccontarla, però la mia opinione è esattamente questa.

Volevo dire, adesso, una cosa breve su Claudio, si potrebbe parlare a lungo (anzi, si dovrebbe, per la verità) della figura di Claudio, figura anomala nel panorama sindacale italiano degli ultimi decenni, anomalia positiva.

Io ho apprezzato molto la cosa che ha scritto Gianni Rinaldini, non mi capita quasi mai, però questa volta sì, il quale ha descritto un periodo della vita della FIOM, nella quale è stato coinvolto, lui, chimico di origine, però non dice mai di essere stato chimico, se ne vergogna un po’…, comunque egli descrive con grande lealtà una cosa che è capitata ed è stato il rapporto dialettico tra la Confederazione e la FIOM, che è vecchio come il mondo, anzi, è vecchio almeno come la categoria e la Confederazione, e che ha avuto in Claudio un protagonista molto impegnato.

Ricordo la discussione che facemmo al Congresso di Rimini della FIOM e poi a quello di Rimini della CGIL sull’indipendenza. Io non ero per niente d’accordo e lo dissi lì, con tutto il rispetto che la FIOM era in grado di garantire a chiunque, compreso a chi andava a criticare la sua proposta congressuale. Poi trovammo la composizione al Congresso della CGIL.

Dissi le ragioni per le quali non condividevo quella linea, anche se ne capivo bene il motivo che era quello di difendere l’autonomia e le funzioni che rischiavano di essere messe in discussione da un “eccesso” di confederalità.

Fu, però, una discussione molto franca, di rispetto reciproco, che servì a comprendere le ragioni degli uni e degli altri che trovarono una composizione, come capitò tante volte.

Ho in mente una discussione con Claudio a quattro occhi, aspra, se si può dire, in occasione del contratto del ’97, una sera a Palazzo Chigi, in una stanza io e lui, per decidere dove bisognava cercare di concludere.

Sono stati tutti momenti complicati, ma utilissimi nel rispetto e nel rafforzamento delle funzioni della Confederazione e della categoria, anche quando Confederazione e categoria dovevano lavorare insieme perché la resistenza delle imprese impediva di fare il contratto nella sua sede naturale.

Claudio questo atteggiamento l’ha sempre avuto, poi era una persona capace di grandi affetti, anche se faceva il possibile per non dimostrarlo, però aveva uno spessore umano assai rilevante. Claudio ha avuto momenti molto difficili che ha gestito per quanto lo riguardava con tratti di signorilità, che non sono merce quotidiana . . .

(applausi)

. . . sono cose note, ma ogni tanto è utile ricordare, ma quando mi disse: “Io sono a disposizione della Confederazione, perché in FIOM bisogna procedere al rinnovamento”, ed il rinnovamento era Gianni, ebbene, che la soluzione fosse Gianni non lo decidemmo in quel momento, era un investimento fatto, perché si costumava così: si mettono dei quadri, dei dirigenti giovani a completare delle esperienze e poi, se il legno rispondeva e dimostravano di saper fare, avevano anche l’incarico successivo, e avevamo fatto così anche in quella circostanza.

In questo passaggio della FIOM che vi sto raccontando non andò bene perché Claudio venne da me e mi disse che era arrivato il momento e in FIOM la soluzione c’era, e lui si rese disponibile ad una cosa che non tutti i sindacalisti fanno con facilità, quella di andare a rifare un’esperienza confederale lontano, in Sicilia, in una situazione complessa, di grande frantumazione.

L’organismo dirigente siciliano, storicamente diviso, trovò la sua unità nel dire di “no” a Claudio, Cofferati fece tutta la consultazione, vi risparmio i dettagli, e comunque non decideva lui perché la proposta di Cofferati era Sabattini in Sicilia ma, siccome eravamo abituati anche a rispettare quelle regole, se il Direttivo non vuole, non c’è nessuna forzatura, non si fanno cose strane, si registra l’opinione degli interessati. Parlai con Claudio e gli dissi: “Lo stato dell’arte è questo”, e lui sereno mi rispose: “Non c’è problema, vado lo stesso in Sicilia! Io vado a fare il Segretario regionale della FIOM!”, e andò in Sicilia.

(applausi)

Questa è una cosa che tenevo a raccontarvi perché dà il profilo di una persona come Claudio, poteva chiedere qualunque cosa, soprattutto – a quel punto – alla CGIL perché mi hai chiesto disponibilità, te l’ho data, lì non riesco ad andare. E siccome non era la prima volta che Claudio incassava rifiuti immotivati, poteva chiedere collocazioni tranquille, nelle quali poteva dare anche un contributo importante, come quando andò a dirigere – come ricordava prima Antonio – il Dipartimento internazionale, innovando non poco la politica internazionale della CGIL di quegli anni. Invece accettò, anzi ripropose un sacrificio per lui.

Io credo che quella cultura ed anche il tratto di umanità che sta dietro di essa sia una cosa bellissima da non dimenticare, da non rimuovere e da utilizzare nel giudicare una persona che ha fatto un lavoro faticoso e travagliato, che a Claudio è toccato in sorte, portandosi appresso a volte giudizi ingenerosi, immotivati, come quello sulla vicenda FIAT degli anni ’80, e poi subendone anche le conseguenze.

Penso che sia bene non dimenticare che nella storia della FIOM, della CGIL ci sono state persone che hanno fatto bene il loro lavoro, con un tasso di umanità e di disponibilità che dovrebbe essere presente sempre e che, purtroppo, non capita di trovare con la stessa frequenza. Volevo dire questo perché mi è venuto in mente qui, guardando le persone che ci sono e le cose che ho sentito, ci voleva del coraggio ed a Claudio, come sapete, non è mai mancato.

 


Category: Fondazione Claudio Sabattini

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