Francesca Re David: Che cosa significano democrazia e uguaglianza

| 5 Aprile 2013 | Comments (0)

 

 


14. Pubblichiamo integralmente gli atti del seminario C’è un futuro per il sindacato? Quale futuro? organizzato dalla Fondazione Claudio Sabattini e tenuto a Roma il 5 aprile 2013. La numerazione degli interventi corrisponde all’ordine in cui sono stati fatti.


Io ho avuto la fortuna di incontrare la FIOM e di conoscere la contrattazione con Claudio, a partire dal 1998, quindi negli ultimi intensi anni dell’esperienza e della vita di Claudio, della sua storia di sindacalista.

Devo dire – e molti interventi lo hanno detto, già a partire da questa mattina – che rileggere le sue cose oggi è impressionante, dà un senso di profetico rispetto alla lucidità di analisi di quello che stava avvenendo e che diceva quello che sarebbe avvenuto oggi. Ma la cosa che secondo me è centrale, da questo punto di vista, oltre alla grande lucidità di analisi, era questo tenere insieme, in modo assolutamente determinate, lucidità di analisi e pratica sindacale, perché questo è l’elemento che ci ha fatto vivere l’esperienza che abbiamo vissuto in quegli anni e che continua ad essere il forte contributo di elaborazione e di pratica anche della FIOM di adesso.

Maurizio, questa mattina, parlava – iniziando il suo intervento – di Maratea, anche io vorrei cominciare questo mio intervento partendo da un’esperienza che ho vissuto direttamente, come responsabile tra l’altro dell’elettrodomestico, per il significato che ha sui temi che stiamo mettendo al centro della nostra discussione e che è stata la questione del job on call alla Zanussi.

Molti di voi se lo ricorderanno, era il 2000: alla Zanussi c’era un contratto integrativo aziendale con tutti gli aspetti di un contratto integrativo, l’azienda Castro, molto amica di Sacconi, propose che nell’integrativo fosse introdotto per la prima volta il job on call, il lavoro a chiamata.

Naturalmente il job on call non riguardava i lavoratori che già lavoravano alla Zanussi, ma i futuri lavoratori, i possibili nuovi assunti, era la prima volta che in Italia si introduceva un rapporto di questo tipo e dentro alle organizzazioni sindacali e fra le RSU molti erano d’accordo per introdurre quell’elemento, anche dentro la FIOM, strutture e delegati della FIOM, si aprì una discussione molto complicata da quel punto di vista.

Claudio e la FIOM nazionale, una parte dei delegati ed una parte delle strutture consideravano questo un elemento dirompente perché, per la prima volta, si arrivava al fatto che tu eri a chiamata, a disposizione dell’azienda, con una totale flessibilità dell’orario, del salario, quindi un’invasione totale nella tua vita in termini di orario e di salario. Si considerava questo come una svolta ulteriore rispetto alla precarizzazione del lavoro ed alla sua frantumazione, – che avrebbe significato un salto di qualità rispetto alle questioni che erano in campo alla precarietà, alla divisione del lavoro, al lavoro solo come costo e non come valore, la rottura di un potere di coalizione, di una forza di stare insieme delle lavoratrici e dei lavoratori.

Noi, allora, decidemmo di fare un referendum, anche l’azienda si dichiarò disponibile, erano tutti convinti che tanto chi votava non era toccato dal lavoro a chiamata e che, quindi, quell’accordo sarebbe passato. Abbiamo fatto delle assemblee dure, complicate, di confronto anche dentro la stessa FIOM, e con sorpresa assolutamente di tutti, quell’accordo fu bocciato dai lavoratori della Zanussi, con un successo strepitoso sia di partecipazione al voto, sia di percentuale. Io credo che questo elemento sia stato fortemente di grandissima importanza, intanto perché noi battemmo quella questione con la democrazia, attraverso il voto delle lavoratrici e dei lavoratori, senza neanche un minuto di sciopero, nel senso che ci fu un affidamento rispetto alla questione democratica, nel senso di un segnale che i lavoratori erano consapevoli di che cosa significava e che non riguardava solo quelli che sarebbero dovuti venire, ma tutti, e nel senso che si può fare una battaglia di principio e che i principi per le lavoratrici ed i lavoratori sono una cosa importante, esattamente come lo sono per le imprese, per i padroni metalmeccanici i principi sono molto importanti, le loro battaglie sono molto spesso di principio, e segnò anche una svolta rispetto a quello che sarebbe successo.

Noi parlavamo già da allora, e lo raccontava Maurizio, di attacco al contratto nazionale, a partire da una motivazione molto semplice: non serve più la mediazione sociale, essa ci può essere se si riconosce pari dignità a due soggetti che sono in campo, la mediazione sociale non ci può essere se si considera che c’è il predominio di una parte sull’altra e che quello che sta bene al mercato deve stare bene a tutti.

Un percorso iniziato negli anni ’80, adesso Lettieri parlava del Sindacato americano, ma non c’è dubbio con la Reagan e con la Thatcher negli anni ’80 si è passati ad una fortissima individualizzazione del rapporto di lavoro come elemento centrale anche dell’azione che venne fatta in quegli anni.

Anche in Italia, naturalmente, il protocollo del ’93 che ha restituito, dopo una fase complicata, il riconoscimento di una pari dignità. L’idea cioè che c’era un contratto, c’era un contratto nazionale e c’era una contrattazione, al di là delle diverse valutazioni che pure tra di noi sono state date, è caduto da parte delle imprese – come noi dicevamo in quegli e come diceva Claudio in quegli anni – perché queste non avevano più bisogno di accedere ad un’idea di mediazione sociale, l’interesse dell’impresa era il centro, il lavoro diventava da un valore ad un costo, oggi si parla solo del costo del lavoro, il lavoro è considerato anche nel linguaggio comune solo come un costo e nell’idea della globalizzazione delle imprese che concorrono l’una con l’altra, appunto, non ci può essere il contratto nazionale di lavoro perché, come veniva detto, il contratto è una mediazione, presuppone il confronto, presuppone il conflitto ed un accordo in cui si trovi un punto di mediazione. L’attacco, quindi, al contratto nazionale era un elemento assolutamente evidente.

Noi abbiamo vissuto questo attacco al contratto nazionale a partire dagli inizi degli anni 2000 perché, appunto, il primo accordo separato era del 2001 e noi facemmo il primo, ed i compagni della FIOM se lo ricordano e naturalmente anche i compagni della CGIL, perché fu tutto concordato con la CGIL, anche la non firma di quell’accordo, per 18.000 lire, quindi ancora una volta per una questione di principio, perché per la prima volta il contratto non dipendeva dall’inflazione, quindi non stava neanche dentro le regole dell’accordo del ’93.

E i lavoratori hanno scioperato per 18.000 lire, perché capivano che si infrangeva un principio rispetto al fatto che il contratto non restituiva neanche più rispetto all’inflazione.

Quello ha segnato un passaggio decisivo rispetto a ciò che stava avvenendo, ma la rottura del contratto nazionale, esattamente come diciamo noi oggi, nasce anche attraverso la precarizzazione del lavoro, l’uscita fuori dal contratto nazionale di tante forme di lavoro e nell’industria metalmeccanica nasce dalle terziarizzazioni, dalle esternalizzazioni, da quei processi che hanno portato alla frantumazione, appunto, del lavoro e dal fatto che scompariva il lavoro industriale nell’immagine collettiva.

Non so se voi ci avete fatto caso, ma sulla centralità del lavoro industriale si è cominciato a riparlarne solo con il referendum di Pomigliano, sembrava che, se a Pomigliano quei 5.000 lavoratori non votavano sotto ricatto, l’Italia crollava, improvvisamente, dopo anni in cui Destra, Sinistra, Centro, tutti avevano cominciato a considerare il lavoro industriale un fatto residuale, c’erano solo i nuovi lavori, ma improvvisamente si riscopriva il lavoro industriale per dire: “Dovete sottostare al ricatto!”, fino a quel momento il lavoro industriale non è esistito più, per anni.

Come dice Claudio, la scomparsa del lavoro industriale apre al dominio della finanza perché l’immaterialità di quest’ultima può esistere solo se spariscono le persone, quindi le lavoratrici ed i lavoratori, a partire da quelli che lavorano nell’industria, per cui anche la scomparsa del lavoro industriale è un fatto altamente di lotta politica, come l’attacco al contratto nazionale e come le forme di precarietà messe in atto.

C’è, poi, l’attacco all’orario di lavoro, con le cose che venivano dette e che sappiamo benissimo: l’orario di lavoro è in mano all’impresa, sia nella sua intensificazione, sia nei tempi vuoti della disoccupazione e così via.

E’ chiaro, allora, che questo produce l’attacco e la crisi del Sindacato, perché un’altra cosa che abbiamo imparato è che Sindacato significa “insieme per la giustizia”, ma se tu hai vissuto e vivi un processo di frantumazione e di concorrenza l’uno con l’altro e se il rapporto di lavoro è sempre più individualizzato, solo, solitario, di tipo commerciale, da una parte e, se la disuguaglianza è quella che è, è chiaro che oggettivamente tu ti trovi dentro una crisi, ma non il Sindacato italiano, il Sindacato in generale, la rappresentanza del lavoro nel suo insieme e nella sua completezza, che sono esattamente le questioni che noi oggi ci troviamo di fronte e con le quali facciamo i conti.

Naturalmente la vicenda FIAT è l’esplosione di tutto questo, del ricatto, della comunità di impresa, del mercato. Leggevo l’altro giorno “Il Foglio” e lì si diceva che c’è un problema di crisi delle relazioni sindacali, perché se la più grande azienda di questo Paese, la FIAT, è fuori dalle relazioni sindacali e se il più grande Sindacato di categoria di questo Paese, la FIOM, è fuori dalle relazioni sindacali, è ovvio che sei dentro una situazione in cui c’è bisogno di capire come intervenire, da questo punto di vista, oltre ad una legislazione in Italia ed in Europa che è andata dietro a questa idea di marginalizzazione del lavoro e di fine della mediazione sociale come elemento, venivano ricordati l’Art.8 e l’Art.18.

Io credo, dunque, che abbiamo questi due temi di fronte: la questione della democrazia, che è un tema fondamentale perché un contratto è tale se approvato dalle lavoratrici e dai lavoratori ed un Sindacato è tale se deve rispondere alle lavoratrici ed ai lavoratori e se all’interno cerca le mediazioni, anche le mediazioni fra le lavoratrici ed i lavoratori.

L’altro concetto, infatti, di cui parlava Lettieri e su cui credo sia fondamentale discutere, è che cosa significa uguaglianza. Oggi viviamo nella disuguaglianza più totale, allora oggi uguaglianza significa coniugare delle differenze perché le condizioni di lavoro e di vita delle persone sono diverse, è diverso l’informatico dall’operaio, è diverso chi ha il contratto a termine, quindi bisogna ritrovare gli elementi di uguaglianza, la donna dall’uomo, il giovane dall’anziano, bisogna capire come ci si riappropria dell’uguaglianza anche con differenti soluzioni, quindi riunificare da questo punto di vista.

Quando noi parliamo di salario minimo contrattuale per tutti, è questa la direzione, il problema che ci poniamo, lo stesso vale per come tu affronti i diritti di cittadinanza, anche questi conquistati nel contratto, dalla malattia alla maternità, a tutto il resto, anche rispetto ad altre forme del lavoro. Il tema dell’uguaglianza, quindi, e della riappropriazione del contratto e del potere di coalizione, di come di rimetti insieme per esercitare un potere di coalizione è la grande discussione che ci fa dire se siamo capaci di ragionare su un Sindacato che abbia un futuro e che sappia quindi rappresentare un lavoro che si è così frantumato e diversificato.

Sì, frantumato e diversificato, ma che ha degli elementi unificanti nella condizione, perché la precarietà è unificante per tutti, la pressione sull’orario e sul tempo è unificante per tutti ed io credo che anche lo sfruttamento e la parcellizzazione del lavoro, a proposito di classe.

Io credo che diverse forme di lavoro, dal call center ad altre, assomigliano molto allo sfruttamento del lavoro operaio ed alla sua parcellizzazione. Il problema è la consapevolezza di classe, rispetto a quali sono gli obiettivi da porsi, sfuggendo all’idea dell’impresa comunità. Io credo, dunque, che il voto e la democrazia sia di . . . sulla rappresentanza perché siamo in una condizione diversa, abbiamo idee di Sindacato diverse, in quanto l’altra alternativa a questo è il Sindacato di servizio.

Se noi non pensiamo al Sindacato di servizio, ma pensiamo ad un Sindacato che agisca sulle condizioni e che rimetta al centro il valore e la condizione del lavoro, la democrazia è l’unico elemento che ci tiene, da questo punto di vista, nell’unità sindacale e nel rapporto con le lavoratrici e di lavoratori, avendo al centro in questo modo il tema dell’uguaglianza che è diventato così complesso che non si può semplificare, ma che è il tema che abbiamo di fronte se parliamo di riunificazione del lavoro.

 

 

Category: Fondazione Claudio Sabattini

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