Fausto Bertinotti: La crisi del sindacato confederale

| 5 Aprile 2013 | Comments (0)

 

 

 

11. Pubblichiamo integralmente gli atti del seminario C’è un futuro per il sindacato? Quale futuro? organizzato dalla Fondazione Claudio Sabattini e tenuto a Roma il 5 aprile 2013. La numerazione degli interventi corrisponde all’ordine in cui sono stati fatti.

 

Rubo pochissimi minuti, solo per manifestare l’interesse a questo lavoro che la Fondazione Claudio Sabattini porta avanti, in primo luogo per ricordare Claudio e poi politicamente, perché penso che la riflessione sul Sindacato si proponga oggi con un’assoluta drammaticità e urgenza e con un’assoluta caratteristica di novità anche rispetto al recente passato.

Per questo anche noi con la rivista “alternative per il socialismo”, giunta al suo 25° numero, ci siamo dedicati alla questione con particolare impegno. Per la prima volta abbiamo prodotto un numero monografico e l’abbiamo dedicato al Sindacato. In esso ci sono molte consonanze con questa ricerca e con molti degli interventi qui svolti. Sulla rivista, molti saggi sono stati svolti da sindacalisti coinvolti essi stessi in questo punto interrogativo acuto e drammatico sull’esistenza stessa del Sindacato.

Naturalmente non c’è bisogno di dire che, se uno guardasse alla realtà istituzionale, il punto interrogativo cadrebbe perché il Sindacato c’è, esiste; ma il punto interrogativo invece resta e si rafforza se uno si interroga sull’esistenza del Sindacato dal punto di vista della sua capacità di essere rappresentante e rappresentativo del mondo del lavoro e delle modificazioni in esso intervenute.

Perché penso che bisognerebbe fare una discussione assumendo una discontinuità anche rispetto alla sua storia drammatica? E’ bene evidente che molti elementi di discontinuità ci sono, anche nella sua storia passata, ma ora si vede una vera e propria cesura se si pensa alla vicenda degli ultimi 25 anni, dalla sconfitta degli anni ’80, al lungo itinerario con cui il Sindacato ha scambiato una riduzione del potere contrattuale reale con la concertazione o altri strumenti in questo genere di scambio.

Ma il punto più preciso che vorrei proporre come necessario di una discontinuità analitica è in quello che chiamiamo ora la crisi del Sindacato confederale.

Oggi esso incontra un fatto nuovo. La sua crescente istituzionalizzazione avviene di fronte a un vero e proprio massacro sociale, una crisi della coesione sociale, un abbassamento drastico della condizione di lavoro, della condizione retributiva e a un misconoscimento del ruolo sociale dei lavoratori. Contemporaneamente esso viene messo di fronte alla edificazione, attraverso una sorta di costituzione materiale, di un’Europa sostanzialmente oligarchica, post-democratica. Oggi noi siamo di fronte a una costruzione europea che, e qui c’è l’innovazione più profonda, nella crisi e nella fondazione di una nuova conformazione del capitalismo (il capitalismo finanziario globale), si fonda su due nuovi pilastri. Da un lato, si fonda sottraendo sempre più decisioni alla sovranità popolare e costruendo sempre più materiali tecnocratici e di governo oligarchico, attraverso la rivincita delle élite; e contemporaneamente, dall’altro lato, il modello sociale europeo subisce una mutazione di fondo: il modello sociale europeo, costruito nella società dal conflitto di classe, dalle lotte sociali e dalla presenza delle forze di sinistra e del Movimento operaio sulla scena della politica, era stato costruito sul compromesso socialdemocratico europeo e sull’espansione della democrazia, alla cui base c’era la valorizzazione politica del conflitto sociale.

Oggi quel modello si rovescia, in quello che giustamente Gallino chiama “il rovesciamento del conflitto di classe”, una realtà in cui il conflitto di classe viene agito dalle classi padronali contro i lavoratori. In questo processo, l’istituzionalizzazione del Sindacato non è semplicemente la prosecuzione del ciclo precedente, perché in esso si misura l’abbattimento del modello sociale precedente.

Questo esito è, del resto, teorizzato: il Presidente della Banca Centrale Europea ha più volte detto che ciò che è incompatibile con la ripresa di competitività delle merci europee, per riprendere gli argomenti che qui sono stati trattati, e con l’incremento della produttività è proprio il modello sociale europeo ereditato dal ciclo precedente. Quello non ci può più essere. E va ricordato che in quel modello sociale ereditato dal ciclo precedente, e che oggi viene negato, il perno era il contratto nazionale di lavoro e, più in generale, il potere contrattuale dei lavoratori.

L’istituzionalizzazione del Sindacato non sta più in continuità con contratti che riducono la loro efficacia, ma deve fare i conti con la cancellazione del contratto; cancellazione determinata da un insieme di fattori, il primo dei quali è il restringimento della popolazione lavorativa coperta dal contratto nazionale e in genere la contrattazione. In particolare, i dati sulla sindacalizzazione, quando mettono a nudo la totale assenza di rappresentanza sindacale dei giovani, ci mettono di fronte alla drammatica realtà di un mondo senza diritti riconosciuti. Come fanno quei giovani a scegliere il Sindacato se non hanno alcuna tutela sociale e alcun riconoscimento contrattuale della loro condizione lavorativa? Non si capisce davvero che cosa debbono riconoscere come loro rappresentante.

Da un lato, quindi, c’è questa riduzione dell’area di lavoro coperta dalla tutela contrattuale, dall’altro c’è lo svuotamento del contratto. Ci sono aree intere di lavoratori che da più di dieci anni non hanno neanche formalmente il rinnovo contrattuale; e, comunque, c’è la demolizione e lo svuotamento interno del contratto, prima con il sistema delle deroghe e poi, in tendenza, con il rovesciamento del conflitto di classe, col rovesciamento dei titolari della rivendicazione contrattuale, per cui ad ogni contratto è ormai l’impresa che produce la piattaforma contrattuale a cui il Sindacato risponde in qualche modo, accettando la compatibilità con le istanze di quella.

Questo elemento, che nel bilancio sociale ha dato luogo a un’accentuazione drammatica della disoccupazione, a un accrescimento della precarietà che è diventata fisiologica e generale ed una riduzione del salario reale, costituisce la base del fatto che l’istituzionalizzazione del Sindacato diventa ora del tutto fallimentare, non ha dalla sua neanche più la parvenza dello scambio.

Tu, Sindacato, così ora nella tua istituzionalizzazione, diventi semplicemente parte dell’oligarchia che governa la società, in un modello sociale avverso ai lavoratori.

Questo è il punto drammatico de passaggio storico. Penso che la riflessione, quindi, vada organizzata come state facendo qui. Anche perché non vedo una discussione possibile sulla democrazia e sul modello sociale europeo senza ricominciare dal conflitto sociale, dalla contrattazione, dalla democrazia dei lavoratori. Siccome so che non basta un atteggiamento volontaristico, capisco bene che per fare un’operazione di questo genere devi proporti niente di meno che un’opzione rifondativa del Sindacato confederale di classe, perché il Sindacato confederale, glorioso per come l’abbiamo conosciuto, secondo me, è giunto alla fine della sua storia.

Cè’ un problema, quindi, proprio di ricostruzione del sindacato; come c’è per la sinistra politica. E’ un problema vero e proprio di ricostruzione, di reinvenzione, di rifondazione. Credo che le cose che qui Francesco diceva all’inizio, come terreni di applicazione di questo “ricominciare”, siano indicazioni utili.

Da un lato, la democrazia, la democrazia dei lavoratori, la democrazia diretta, anche sull’onda di una percezione secondo la quale sempre più si vede nella democrazia rappresentativa solo un simulacro della medesima e, dall’altro lato, l’allargamento di quella che un tempo chiamavamo l’unità di classe, l’allargamento a quella che possiamo chiamare la nuova coalizione lavorativa.

Nel momento in cui la frantumazione del lavoro, prodotta da questa centralizzazione senza concentrazione del sistema delle imprese – di cui ha parlato anche tante volte Francesco – si fa così forte, proprio questa condizione richiede una messa in campo non più solo del vecchio campo confederale, ma di un grande allargamento fino a raggiungere i confini della nuova coalizione lavorativa, il cui ventaglio va dalle forme nuove di schiavitù fino ai lavori colti e raffinati dell’economia e della conoscenza.

Questa ricostruzione di un nuovo tessuto connettivo nel mondo del lavoro è un’impresa a cui, secondo me, varrebbe la pena almeno di contribuire.

 

 

 

Category: Fondazione Claudio Sabattini

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About Fausto Bertinotti: Fausto Bertinotti (Milano,1940) è un ex politico italiano. Già segretario del PRC dal 1994 al 2006, è stato presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Ha militato tra socialismo lombardiano e comunismo ingraiano essendo un convinto movimentista e pacifista nonviolento. È stato inoltre sindacalista CGIL e iscritto al PSI, PSIUP, PCI, PDS e PRC.Da giugno 2007 Bertinotti ha dato vita alla rivista Alternative per il socialismo, un bimestrale di analisi e cultura politica di cui è direttore. La rivista è nata con una finalità molto ambiziosa: contribuire alla ricerca di una cultura politica della trasformazione, oltre le “scadenze” costrittive della quotidianità politica. Queste le parole di Bertinotti a proposito del titolo: Alternative è ciò che è maturato nel nuovo secolo di critica alla globalizzazione capitalistica, e noi tra questo. Noi, è ciò che è cresciuto nel processo di rifondazione, la resistenza e la rottura, e nel suo rapporto con i movimenti. Per il socialismo è una scelta che viene motivata sulla base di quel percorso (percorsi) e che propone un'idea liberata di società aperta, sia come possibilità che come società stessa.

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