Claudio Sabattini: Dall’autonomia sindacale a un sindacato indipendente (1996)

| 25 Gennaio 2013 | Comments (1)

 

 

 

Questa relazione introduttiva tenuta da Claudio Sabattini al XXI Congresso Nazionale Fiom-Cgil, Rimini 17-20 giugno 1996 fa parte del Dossier pubblicato da “Inchiesta” ottobre-dicembre 2012 ed è stata curata dalla  Fondazione Claudio Sabattini  per l’iniziativa del 25 gennaio 2013 a Roma sul tema “C’è un futuro per il sindacato? Quale futuro?”

 

[…] La nostra impostazione programmatica si fonda su una chiave interpretativa: la necessità di ricostruire nell’impresa e nella società un soggetto sindacale indipendente capace di affermare le sue compatibilità generali e gli interessi che rappresenta e non solo di contenere le spinte più aspre dell’impresa.

Questa chiave di lettura attraversa tutto il ragionamento sulla globalizzazione dei capitali e dei mercati del lavoro e sulla natura dell’impresa costretta oggi nella competizione internazionale ad una lotta di sopravvivenza e quindi tesa a distruggere l’avversario. Se non si coglie questo elemento non si comprendono molte scelte aziendali. Questo vale per i processi di segmentazione del mercato del lavoro, dominati dalla crescita del lavoro precario, nero, illegale che diventa funzionale al sistema delle imprese più forti. Questo vale per l’analisi che noi facciamo su struttura e tendenze dell’industria italiana e sugli effetti della ripresa produttiva. Questo vale per la fase attuale dominata da un contenimento dello sviluppo che dimostra che le politiche fondate sulla svalutazione per sostenere le esportazioni e sulla riduzione dei salari non offrono alcuna prospettiva.

Un anno fa, quando abbiamo detto che i padroni puntavano a liquidare il contratto nazionale, abbiamo denunciato questa posizione sulla base di un’analisi di medio periodo della linea di Confindustria e della Federmeccanica. Non ci siamo sbagliati. Oggi tutti sanno che il contratto nazionale è in gioco. All’assemblea nazionale di Maratea dicemmo che le posizioni dei padroni portavano al conflitto, perché sull’accordo del 23 luglio avevano svoltato da un pezzo e a noi sarebbe toccato difenderlo. Le vicende di questi giorni lo confermano. […]

 

La contrattazione della Fiom

In alcuni gruppi industriali, in interi sistemi di piccola e media impresa dell’area del nord-est, in molte zone del nord, l’unico problema è stato quello di prendere un po’ di soldi. E scrivere comunque qualcosa – in questo caso scrive sempre l’azienda – per firmare gli accordi e poter dire che, tutto sommato, avevamo qualcosa in più. Io mi chiedo: qualcosa in più o qualcosa in meno? Me lo chiedo perché in quelle situazioni da molti anni non si discute più di condizioni di lavoro, di tempi di lavoro, della prestazione di lavoro. La condizione di lavoro viene scambiata non una, ma due o tre volte, per avere in cambio un pezzo di salario, magari legato alla presenza, e che per giunta spesso è evanescente. Quando va bene, c’è; quando non va bene, ti tolgono anche quello che ti avevano dato!

Ma voi pensate davvero che il sindacato possa resistere a lungo in queste condizioni? Quando gli aumenti di merito e le erogazioni unilaterali dell’impresa diventano, per una parte dei lavoratori,molto più consistenti dei risultati della contrattazione che noi facciamo? Quando l’impresa, attraverso questo salario consolida i suoi rapporti diretti con i lavoratori che considera centrali per il processo produttivo? Pensate che il sindacato possa sopravvivere più di tanto in una situazione come questa? Io no, e per questa ragione penso che sottoscrivere i diktat delle aziende non sia un atto di saggezza, ma una scelta dissennata, perché liquidare la contrattazione alla fine vuol dire distruggere il sindacato!

 

Ricomporre e rappresentare il lavoro precario

[…] Il secondo obbiettivo [oltre alla riduzione dell’orario] è quello di rappresentare tutto il lavoro. Per raggiungerlo bisogna restituire al contratto nazionale la sua funzione di garanzia di un quadro comune di diritti, che è stato seriamente logorato. Negli ultimi anni le forme di lavoro che i giuslavoristi chiamano atipico, per distinguerle dal contratto a tempo indeterminato, sono enormemente cresciute, fino a rappresentare in molte aziende una quota assai significativa di forza lavoro. E sono quasi l’unica porta attraverso la quale entrano al lavoro le nuove generazioni.

Formazione e lavoro, contratto a termine, part-time orizzontale e verticale, attraverso un progressivo svuotamento del fine originario di ciascuno di questi contratti, dovuta alla spinta alla deregulation e a comportamenti spesso irresponsabili anche da parte nostra, hanno ormai assunto le caratteristiche di forme contrattuali autonome e concorrenziali con il contratto a tempo indeterminato. Quasi sempre i giovani assunti con questi contratti si trovano nella stessa fabbrica a fare lo stesso, identico lavoro degli altri, ma con un salario inferiore, una qualifica più bassa,minori diritti e tutele. Per esempio, possono essere licenziati in qualsiasi momento.

Non si può andare avanti così. Bisogna invertire una tendenza che non solo espone una fascia crescente del lavoro precario al totale ricatto delle aziende, ma induce nella stessa contrattazione sindacale all’egoismo corporativo, alla frantumazione del lavoro e alla contrapposizione degli interessi. In quante aziende di fronte alla richiesta di aumento dell’utilizzazione degli impianti e dei turni, i lavoratori a tempo indeterminato, magari con la benedizione delle Rsu e del sindacato, hanno scaricato sui giovani precari questo problema?

Per cui nella stessa azienda c’è una maggioranza che lavora dal lunedì al venerdì e una minoranza di giovani che lavora il sabato e la domenica. Voi capite che in queste condizioni rappresentare tutti può diventare molto difficile per il sindacato: ecco perché noi abbiamo un bisogno vitale di aprire una strada nuova anche su questo fronte.

Noi pensiamo che la strada possa essere quella di ricomporre dentro un solo contratto di lavoro tutte queste forme atipiche. Questo contratto potrà prevedere, ma al suo interno, delle flessibilità, ma garantendo a tutti un quadro comune e certo di diritti e tutele. Per contribuire alla lotta contro le forme di lavoro nero e illegale – abbiamo visto che l’Italia è tra i primi in Europa, a fianco di Portogallo e Turchia nello sfruttamento del lavoro dei fanciulli – bisogna fare anche pulizia nell’area del lavoro legale.

Porsi l’obbiettivo di rappresentare tutto il lavoro, significa anche guardare alle fasce di più alta qualificazione e professionalità, ai lavori di progettazione e ricerca, che sono caratterizzati da elementi di autonomia nella gestione della propria attività lavorativa e del tempo di lavoro. Questa area di lavori ormai costituisce, soprattutto nelle aree metropolitane, un settore in crescita ed esprime bisogni che sindacalmente non siamo ancora riusciti a rappresentare in modo efficace.[…]

Non siamo affatto disposti a ridurre progressivamente l’area di lavoro che rappresentiamo. Non ci arrendiamo all’idea di rappresentare solo una parte dei lavoratori occupati stabilmente nell’impresa e, anzi, siamo alla ricerca di strumenti e innovazioni contrattuali che ci consentano di allargare, in tutte le direzioni, la nostra capacità di rappresentare tutto il lavoro.

[…] Non siamo dunque fermi, vogliamo riprendere in mano l’iniziativa. La riduzione dell’orario di lavoro e la contrattualizzazione del lavoro precario e delle nuove forme di lavoro sono i principali obbiettivi del prossimo contratto. Credo che l’indicazione di obbiettivi di questa importanza dimostri che noi respingiamo l’idea di un graduale svuotamento del contratto nazionale di categoria. Al contrario, la situazione attuale, con le nuove possibilità ma anche i rischi di frantumazione che presenta, rende ancora più stringente la necessità di dare una dimensione più forte al contratto, come strumento fondamentale -primario – per la costruzione della solidarietà tra tutti i metalmeccanici.

     

Oltre l’autonomia sindacale

[…] Noi abbiamo proposto nel documento congressuale di passare dal concetto di autonomia a quello di indipendenza, con una innovazione che è al centro del congresso proprio per dare tutta la forza necessaria alla nostra proposta. Sinceramente non immaginavo che l’idea di introdurre una novità nel nostro lessico familiare provocasse tanto sconcerto. Dico subito che dobbiamo discuterne con la massima serietà, perché la nostra non è una provocazione, una di quelle sortite che si fanno per conquistare il centro della scena, come è abituale per la politica spettacolo. La nostra è una proposta che sottoporremo al voto del congresso della Fiom.

Naturalmente, c’è stato subito qualcuno – come poteva essere altrimenti? che si è chiesto se la nostra fosse una dichiarazione di indipendenza dalla Cgil. No. Lasciatemi dire che noi abbiamo – questo appartiene alla migliore tradizione dei meccanici – una ambizione diversa e più alta: noi proponiamo a tutto il sindacato confederale, in primo luogo alla Cgil ma anche alla Cisl e alla Uil, di diventare sindacato indipendente. La nostra è una proposta di un modello sindacale, di una nuova collocazione del sindacalismo confederale nella società italiana.

Non concepiamo questo passaggio come un abbandono dell’autonomia, ma come un suo rafforzamento strategico e per questo abbiamo scelto una parola – indipendenza – che ha un significato che in parte coincide e in parte è più forte e pregnante. […] L’autonomia sindacale ha avuto forza e significato in una fase diversa, quando si trattava di difendere l’autogoverno organizzativo e contrattuale del sindacato rispetto alle forze politiche di riferimento. Penso ai rapporti tra la Cgil e il Pci o il Psi, ma in realtà questo problema era comune in Europa anche alla tradizione sindacale di ispirazione socialista e socialdemocratica – si pensi al rapporto tra l’Spd e il Dgb in Germania – e ancora di più, in forme diverse, tra le Trade Unions e il partito laburista inglese.

Essere autonomi allora voleva dire salvaguardare l’autonomia organizzativa sindacale e della politica contrattuale rispetto ai partiti dei lavoratori che, a loro volta, definivano per tutti la strategia politica generale, fermo restando che l’autonomia dai padroni è sempre stato un fatto costitutivo del sindacato stesso. Vi era, infatti, una netta divisione dei compiti, che delegava ai partiti la funzione politica, di definizione della strategia e del modello di società cui ispirarsi, e ai sindacati la funzione economica, di tutela delle condizioni salariali e sociali delle lavoratrici e dei lavoratori. E del resto, anche la tradizione della Cisl, basti pensare al superamento dell’esperienza del collateralismo, si è configurata come autonomia “da”.

Io vi chiedo: oggi questo problema può ancora essere concepito e risolto nello stesso modo? Quando si sono dissolte le grandi contrapposizioni tra Est e Ovest, che hanno contrassegnato la storia del Novecento; quando sono scomparse dalla scena politica o si sono profondamente trasformate le grandi forze politiche di riferimento; quando l’affermarsi del sistema maggioritario, sia nelle città che nelle regioni che nelle elezioni del parlamento, rafforza i poteri dell’esecutivo e ridefinisce quelli del parlamento, voi pensate seriamente che il problema dell’autonomia del sindacato possa porsi ancora negli stessi termini?

 

Indipendenza è avere un progetto strategico, un’idea di società

Del resto l’elaborazione della Cgil, con il superamento delle componenti socialista e comunista, si muoveva in una direzione il cui sbocco, noi crediamo, è proprio la nostra proposta. Noi diciamo una cosa in più: il sindacato deve diventare indipendente, nel senso che deve essere capace di una elaborazione strategica realizzata con le sue forze, costruita con le sue risorse di analisi e di confronto, fondata sugli interessi che rappresenta, senza prendere a prestito nulla da nessuno che non siano coloro che vivono nel sindacato.

Questo non significa teorizzare l’autosufficienza del sindacato. Sappiamo bene che vi è una interdipendenza tra i diversi soggetti istituzionali, politici, sociali che operano nella società; ciò che vogliamo dire è che questa interdipendenza nella definizione di sé, del proprio progetto strategico, se non è fondata sul fatto che ciascun soggetto è indipendente nella definizione di sé, del proprio progetto strategico, non c’è interdipendenza, ma c’è subalternità, soggezione a poteri che si considerano gerarchicamente superiori. Non stiamo parlando astrattamente, perché l’affermarsi dell’una o dell’altra collocazione del sindacato rispetto ai partiti, al governo, alle imprese stesse modifica profondamente e in concreto la possibilità di difendere coloro che si rappresenta.

Un sindacato indipendente si confronta con tutti, accumula la sua ricerca culturale e scientifica, il suo patrimonio di scienza ed esperienza. Per orientare la sua strategia, il sindacato indipendente non può che avere delle sue idee sulla società.

L’implosione del socialismo reale nell’Europa dell’est non significa che il socialismo rimanga una cosa per coloro che continuano a studiare Marx. La costruzione di una società più giusta e libera rimane l’obbiettivo essenziale, dalla Rivoluzione francese in avanti, di tutti coloro che si sono proposti di trasformare la società, perché ne fanno un’analisi critica.

Ma noi non possiamo pensare che il sindacato prende a prestito la strategia dai partiti della sinistra, perché noi non siamo il sindacato della sinistra o del centrosinistra, non siamo un sindacato di opposizione o di governo. Vogliamo essere il sindacato democratico delle lavoratrici e dei lavoratori.

 

La democrazia necessaria

[…]I gruppi dirigenti sono disponibili a mettersi seriamente in discussione? C’è solo un modo per farlo. Far votare alle lavoratrici e ai lavoratori gli accordi aziendali e nazionali, tutti gli accordi. Altrimenti i gruppi dirigenti non sono in discussione. Perché se l’accordo viene approvato la situazione è semplice,ma se non viene approvato il sindacato deve avere la forza di dire che l’accordo è da rifare. Questa mi pare la questione fondante. Il nuovo soggetto nasce assumendo la democrazia, il rapporto con i lavoratori e le lavoratrici come il primo fondamento della sua esistenza. Comprendiamo tutti che questa scelta permetterebbe anche di avere una diversa dialettica, più libera e aperta, oggi tra le diverse organizzazioni sindacali, domani tra le culture e le tradizioni sindacali che arricchiranno la nuova esperienza unitaria. La questione democratica infatti aiuta a risolvere anche problemi di merito.

[…] Ovviamente, il gioco democratico non garantisce di vincere sempre. Non si costruisce l’unità se la richiesta di far valere le regole concordate viene considerata una forzatura e una lacerazione dei rapporti tra le organizzazioni. Il sindacato è democratico non perché dichiara di esserlo, ma perché ha la validazione essenziale del voto degli iscritti e dei lavoratori. Per questa ragione noi confermiamo la necessità che intervenga anche una soluzione legislativa di sostegno per garantire ai lavoratori il diritto al voto sulle piattaforme e sugli accordi.


Category: Fondazione Claudio Sabattini, Guardare indietro per guardare avanti

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Comments (1)

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  1. Avatar simone ha detto:

    La relazione è del 96, e non 66 come erroneamente scritto nel titolo.

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