Antonio Pizzinato: Il sindacato dei lavoratori, della partecipazione, della democrazia

| 5 Aprile 2013 | Comments (0)

 

 

 

13. Pubblichiamo integralmente gli atti del seminario C’è un futuro per il sindacato? Quale futuro? organizzato dalla Fondazione Claudio Sabattini e tenuto a Roma il 5 aprile 2013. La numerazione degli interventi corrisponde all’ordine in cui sono stati fatti.

 

Desidero, innanzitutto, ringraziarvi per l’invito a questo incontro. Prima della riflessione su “quale futuro per il Sindacato ?”, permettetemi due brevi considerazioni su Claudio Sabattini, sui momenti in cui abbiamo operato in diverse responsabilità,assieme.

Ricordo un primo momento, all’inizio degli anni ’70, quando fu nominato Segretario della FIOM di Brescia ed io ero a quella di Sesto San Giovanni e poi di Milano. Quello fu un passaggio storico molto importante, era il tempo in cui si operava per costruire l’unità sindacale, il Sindacato dei lavoratori, la partecipazione, la democrazia.

Ricordo degli aspetti che, attraverso vari confronti, ci consentirono nella più grande regione del nostro Paese di realizzare,innanzitutto,le elezioni, su scheda bianca, dei delegati e dei Consigli di fabbrica e di anticipare, per tanta parte, la realizzazione della FLM nazionale. Ma, assieme a questo vi fu la costituzione dei coordinamenti dei Consigli di fabbrica delle aziende multiple. Da qui, tra l’altro,i miei rapporti con Claudio perché la FALCK c’era a Sesto, c’era a Milano, ma c’era pure in Provincia di Brescia. I coordinamenti dei consigli di fabbrica dei gruppi industriali, eletti dai delegati, quindi democraticamente, consentivano la partecipazione degli stessi alle trattative e ai negoziati.

In un secondo tempo ci fù la realizzazione di strutture unitarie in tutti i territori, Consigli di zona –Cuz- della FLM oltre a quelle provinciali e regionali.

Credo che nel momento in cui, come si è fatto oggi nel dibattito, il problema dell’operare per realizzare il Sindacato dei lavoratori, della democrazia e della partecipazione, utilizzare quell’esperienza sia molto utile tuttora, poiché da questo punto di vista – sulla partecipazione e la democrazia- vi è stato un grande arretramento.

Altro momento: quando nel 1984 fui eletto nella Segreteria nazionale della CGIL, Claudio operava assieme a Sergio Garavini e ad altri compagni nel Dipartimento Industria, nel quale aveva ripreso la sua attività, dopo un periodo personale molto difficile, con l’impegno di seguire la contrattazione. In quella fase si compì un passaggio molto importante, che vide , dopo una seria riflessione, la ripresa dell’attività da parte di Claudio non alla Fiom ma nel Dipartimento Industria della Confederazione. Assieme a Giacinto Militello ed a Bruno Roscani, si stava operando e sviluppando il confronto per realizzare il protocollo sulla contrattazione, le relazioni sindacali nelle aziende dell’IRI.

Fu uno dei passaggi, un’esperienza che ci è utile anche oggi, perché via via Claudio, con determinazione, assieme agli altri compagni, contribuì a realizzare non solo le regole sulla contrattazione, ma quelle della partecipazione, che credo sia un problema più che mai aperto.

Successivamente il rapporto con Claudio fu molto più intenso poiché, quando, nel 1986, assunsi la responsabilità di Segretario della Confederazione, Claudio fu nominato responsabile della Commissione Esteri della Confederazione. Ritengo che il suo apporto fu fondamentale – anche questo più attuale che mai – non era semplice, -la Cgil era riuscita ad entrare nella Ces Confederazione Europea dei Sindacati – , ma c’era il problema di far compiere un passo in avanti nel suo ruolo europeo. Eravamo usciti dalla Federazione sindacale mondiale, ed avanzammo la richiesta di entrare nella Confederazione mondiale. Operammo per essere ammessi, ma ci confrontammo ed operammo per superare l’opposizione di una parte dei Sindacati Europei, oltre a quello statunitense.

In quell’occasione Claudio svolse una intensa attività ed un grande ruolo di partecipazione nella costruzione, a partire dal riconoscimento e dall’accoglienza nella Confederazione Europea dei Sindacati, delle Commissioni Obreras e poi via via, nella costruzione dei Coordinamenti interaziendali delle RSU delle aziende multinazionali, e nei rapporti con i sindacati dei vari continenti, dal Giappone all’Africa.

Questa è un’altra delle attività che Claudio svolse con grande impegno,un’esperienza che noi utilizziamo tutti ancora oggi, in questa fase. Certo, ci sono da compiere dei passi in avanti, ma credo che quella esperienza sia molto utile; sul piano della politica più generale, penso alla costruzione dei rapporti con Jacques Délors, con la Comunità Europea ed i passaggi successivi.

Ho voluto ricordare questi aspetti perché sono problemi più che mai aperti ma, se andiamo a rivedere quei momenti ed il ruolo che ha avuto Claudio, credo ci siano utili più che mai anche oggi.

A questo riguardo, poiché è un momento di riflessione anche questo, vale la pena di ricordarlo perché si realizzò in Italia uno dei momenti di riflessione, nella nuova stagione, sul contratto mondiale dei marittimi, che si era realizzato, conquistato, da oltre 100 anni e che regolarmente veniva rinnovato, ma noi lo rilanciammo – appunto – organizzando una Conferenza Mondiale dei marittimi nel nostro Paese.

Questi aspetti credo ci consentano di riflettere sul tipo di apporto, e non mi soffermo sugli altri episodi che sono stati trattati e che tratteranno altri, del ruolo avuto da Claudio nelle varie fasi della vita e dell’attività del sindacato. Anche nei momenti più difficili, nei rapporti interni, perché la fase che ricordavo era un passaggio successivo; sottolineo qual era il tipo di impegno, di passione, assieme alla lotta politica sui contenuti e sulle scelte che si andavano a compiere.

I tre aspetti ricordati ci sono utili anche per riflettere sull’attualità e cioè a “quale futuro per il Sindacato?” in Italia, in Europa e nel mondo.

Nelle relazioni e negli interventi svolti si sono evidenziati gli arretramenti, la crisi che stiamo attraversando.Penso sia contemporaneamente necessario intrecciare questa riflessione e la strategia per uscire dalla crisi, dalle sconfitte, affrontando insieme sia le politiche relative all’uscita dalla crisi economica, il problema dell’occupazione che quello di costruire una nuova stagione per ricostruire il potere contrattuale, la difesa dei redditi, la democrazia ed anche le condizioni e l’organizzazione di lavoro.

Permettetemi che vada, di andare, molto indietro nel tempo, ma ritengo che ciò sia necessario. E’ fuori dubbio l’arretramento rispetto alle conquiste nei decenni 1960-1980, anche quale conseguenza delle crisi economiche, delle sconfitte a partire dal 1980, ma io credo che non riflettiamo a sufficienza – cosa che invece è necessario fare – su quello che è stato il cambiamento economico – tecnico strutturale – del lavoro, non del mondo, ma dei “ mondi del lavoro” come sono oggi e come abbiamo operato e come si opera nel mondo –nella globalizzazione- a questo riguardo.

Vi sono dei momenti, infatti, in cui si hanno dei passaggi, come la rottura dell’unità sindacale dell’’84, con la fine e lo scioglimento della Federazione unitaria CGIL, CISL e UIL. Ma vi è anche il fatto che non si affrontano i problemi concreti di quella che è la realtà, che è, costituisce il presupposto e la condizione per unire il lavoro. Ieri si diceva la classe operaia, oggi sono i “ mondi del lavoro” da unire per costruire le battaglie per l’eguaglianza dei diritti e farci vincere con una nuova strategia di diritti ed eguaglianza, di equità sociale, di democrazia e partecipazione.

Credo che sia utile riandare alla lezione di Di Vittorio,dopo la sconfitta nel 1954-’55. C’era una crisi, nell’attività e nel ruolo del Sindacato, non inferiore a quella di oggi: non si rinnovavano i contratti nazionali da un decennio, dal 1946-’47-’48. Se non ci fosse stata l’analisi critica, e la definizione e realizzazione di una svolta strategica, decisa nel 1955, dal Direttivo della CGIL, con cui si chiuse una fase e che poi portò ad una nuova stagione, non avremmo superata la crisi e la sconfitta.

La lezione ci venne dalla sconfitta nelle elezioni delle Commissioni Interne, dal calo dei voti. Io ricordo che fui eletto in Commissione Interna per la prima volta,alla Borletti, nel ’54, quando i voti che prese la FIOM erano meno degli iscritti alla Cgil. Nel 1955 la Cgil subì una sconfitta storica anche alla FIAT; passò dal 62,2% dei voti ottenuti nel 1954 al 36,7% del Marzo 1955, mentre Cisl e Uil ottennero, per la prima volta, la maggioranza assoluta dei voti e dei componenti della Commissione Interna. Di Vittorio diceva nella relazione al Direttivo Cgil: “Se anche fossero dell’1% le nostre responsabilità, è una sconfitta che dobbiamo esaminare ,analizzare per capire l’attuale realtà, dobbiamo affrontare questi aspetti per capire e rivedere la strategia del sindacato”.

Quale era una delle cause della sconfitta? Non si era affrontato il grande cambiamento del lavoro, dei processi lavorativi e dell’organizzazione del lavoro che era in corso,in altre parole l’attuazione del fordismo nel nostro Paese, la trasformazione profonda,e nel contempo il “no” alla contrattazione aziendale perché altrimenti, si diceva, si diventa subalterni al capitalismo e via via. Approfondite le cause di quelle sconfitte la riflessione ci portò a cambiare, a modificare le pratiche e le strategie contrattuali del sindacato e a rinnovare i gruppi dirigenti.

Oggi per noi, riflettere sul perché dell’arretramento dagli anni ’80 in poi vuol dire affrontare il fatto che non c’è solo la sconfitta alla FIAT? Vi sono le altre sconfitta o non è anche che non abbiamo riflettuto sufficientemente su come stava cambiando in Italia, in Europa e nel mondo l’impresa, l’organizzazione del lavoro e i mondi del lavoro e, conseguentemente,anche il modo in cui si riaggregano i lavoratori e si ridetermina, nella pluralità di realtà, una condizione che consenta di costruire una nuova stagione di azioni e iniziative sindacali?

Permettetemi di fare un esempio: io vivo da mezzo secolo a Sesto San Giovanni: era la città delle fabbriche, il quinto centro industriale nel Paese. Quattro fabbriche occupavano l’80% dei lavoratori; oggi il 96% dei lavoratori lavora sotto i dieci dipendenti. C’è la rappresentanza di questi lavoratori? C’è chi sa cogliere i loro problemi?

Parto dall’esperienza di quando ho partecipato all’inchiesta parlamentare sulle morti bianche. Ricordo che andammo alla Fincantieri di Monfalcone, quasi 10.000 lavoratori dipendenti ed il 60% di essi erano dipendenti di centinaia di aziende appaltatrici e non della Fincantieri,quindi, non avevano i loro rappresentanti nelle RSU, non si applicava a tutti lo stesso contratto.

E’ evidente che, se non si ripensa sia l’organizzazione aziendale sia la rappresentanza sindacale, le politiche contrattuali e quelle sociali più in generale, non si ricostruisce l’unità, la centralità del lavoro e l’eguaglianza dei diritti nella diversità.

Parto dalla realtà che ho più studiato, la Lombardia: l’80% dei lavoratori è occupata in aziende sotto i 150 dipendenti, uno su due è occupato in quelle sotto i 15. E’ evidente che l’organizzazione sindacale, al di là delle centinaia di migliaia di iscritti, non è più l’espressione di questa nuova realtà, di questi mondi del lavoro.

E, nel contempo, non siamo stati efficaci nel conquistare nuove regole attraverso una legge, per quanto riguarda le regole sulla contrattazione, le rappresentanze, la contrattazione nei due livelli. Lo voglio sottolineare perché deve essere di riflessione: 1999, Luglio, alla Camera dei Deputati si erano approvati 9 dei 12 Articoli della legge sulla rappresentanza e contrattazione, dopo un anno e mezzo che si lavorava, meno di 10 parlamentari della maggioranza di Centrosinistra non erano d’accordo.

E’ vero che il Centrodestra abbandonò l’Aula, ma la maggioranza c’era ugualmente se quei 10 deputati non avessero chiesto che il disegno di legge tornasse all’esame in Commissione Lavoro; la legge sarebbe stata approvata.

La conseguenza è che, passato qualche giorno, mi sembra 14 anni, la legge non è più tornata all’esame in Aula!

C’è un problema di come si opera sul piano politico ed istituzionale anche a questo riguardo, perché avevamo alle spalle – e lo vorrei ricordare a tutti noi – anche un accordo Interconfederale del 1993 firmato dal Presidente del Consiglio Ciampi che diceva che, fra i provvedimenti da approvare, vi era quello della legge sulle regole, per quanto concerne la rappresentanza e la contrattazione.

Perché ho sottolineato questi aspetti? Perché ritengo che, contemporaneamente, dobbiamo affrontare – come veniva ricordato da Landini – il problema della contrattazione; prima ho ricordato la rappresentanza, ma permettetemi di considerarla anche per quanto riguarda la contrattazione.

Con Claudio Sabattini, che diede un grande contributo, nel 1985 realizzammo la Conferenza di Modena delle grandi imprese. E’ passato qualche giorno,oltre 25 anni, ma fra gli obiettivi emersi da quella Conferenza vi era quello di ripensare le politiche contrattuali, fra cui anche l’accorpamento dei contratti. Da allora, invece, sono aumentati, sono più di trecento, nonchè gli aspetti relativi alle condizioni e organizzazione del lavoro, e così via.

Noi, dunque, dobbiamo sconfiggere la strategia liberista, che è quella che mette in discussione il ruolo, la funzione del Sindacato stravolgendo principi costituzionali. In Italia la Costituzione, che implementa i valori della Resistenza, assicura ai lavoratori i diritti della contrattazione ed il ruolo dei sindacati; purtroppo vi è chi,come ad esempio con l’Art.8 della legge 2011, viola quelle norme. Ma io ritengo che dobbiamo vedere come rifondiamo il Sindacato. A Modena, nell’’85, lanciammo questa idea, questa proposta.

In tale direzione si è lavorato.Non è che dopo la sconfitta e la rottura dell’unità sindacale, con l’accordo di San Valentino del 1984 non si sia lavorato per tali obiettivi, tantè , ad esempio, che negli anni dall’85 all’88, tutti i Contratti nazionali furono rinnovati unitariamente, fu ristabilito un accordo – sia con il governo- per il settore pubblico- che con la Confindustria – relativo alla scala mobile e reintroduceva la rivalutazione semestrale superando il punto unico anche perché il punto unico – di fatto – aveva tolto la possibilità al sindacato di governare effettivamente i salari di fatto. Non c’è tempo per illustrarlo ma ci sono tutti sulle retribuzioni i dati che dimostrano questo.

Si era ipotizzato un percorso, che era quello di ripensare la forma organizzativa, di ripensare le politiche contrattuali accorpandole, unificando i contratti, di ripensare alla strategia per quanto concerne le politiche sociali, in modo da garantire l’autonomia dai partiti, dai governi, l’indipendenza – come diceva Di Vittorio – dalle imprese.

Io ritengo che dobbiamo domandarci, riflettere e analizzare perché quelle scelte organizzative, contrattuali e politiche non sono concretizzate, non si sono compiuti passi in avanti.

Bisogna riflettere perché non possiamo commettere l’errore che abbiamo commesso nel 1980 nel non analizzare e, conseguentemente, assumere le decisioni dopo la sconfitta alla FIAT. Dobbiamo farlo perché io ritengo che dobbiamo passare dalla discussione, dal confronto, all’operatività, ponendoci degli obiettivi concreti, come si fece in quella fase, e cioè: come ripensare l’organizzazione. Sui luoghi di lavoro un lavoratore su due non lo organizzo perché sta sotto i 15 dipendenti; anche se estendo lo Statuto, è difficile. Dobbiamo vedere come riorganizzare questi lavoratori. A mio parere riorganizziamo, rendiamo effettiva la democrazia nei luoghi di lavoro per queste microaziende-attività- e nel territorio,se si parte dai distretti economico-produttivi, e questo in base a precise regole sulla contrattazione. Non più a parole(ancora in questi anni invece realizzare l’accorpamento, sono aumentati i numeri dei contratti) ma con i fatti.

Questo, A partire dal fatto che dobbiamo porci il problema ed operare per conquistare il contratto unico dell’industria, e poi l’accorpamento degli altri; definendo con i due livelli di contrattazione se il sindacato vuole essere rappresentante universale dei lavoratori. Riguardo ai due livelli di contrattazione, quella integrativa deve essere aziendale, sopra, ad esempio, i 50 dipendenti; per tutti gli altri lavoratori non può che essere contrattazione di distretto, altrimenti il 70%,l’80% dei lavoratori non avrà nessuna negoziazione integrativa aziendale o a livello territoriale. Formalmente possiamo dire che siamo il Sindacato di tutti, ma se non si affrontano i problemi di tutti a partire dall’organizzazione e dalle condizioni di lavoro di tutti, non lo siamo effettivamente.

Bisogna aprire, questa svolta, la discussione per compiere degli atti concreti. Dopo la sconfitta del ’55 non è che abbiamo rinviato nel tempo, cambiammo l’organizzazione,le politiche contrattuali, e abbiamo rinnovato i dirigenti, a partire dai Segretari generali dei meccanici, dei chimici, dei tessili, etc., Nelle settimane successive si procedette sui contratti, nei mesi e anni successivi si partì con la contrattazione integrativa aziendale e territoriale.

Io ritengo che dobbiamo affrontare questi aspetti, in questo modo possiamo sconfiggere una strategia che è italiana, che è europea e mondiale, quella che mette in discussione il ruolo e l’autonomia del Sindacato e il suo potere contrattuale. Ciò è sempre più evidente, ma io ritengo che possiamo sconfiggere questa strategia se, assieme al dibattito, compiamo scelte concrete, con precisi obiettivi e contemporaneamente incalziamo con la mobilitazione e la lotta. Ma si devono riaggregare tutti i “ mondi del lavoro”.

Ho fatto l’esempio, prima, della frammentazione dei lavoratori che lavorano alla Fincantieri, potrei farne molti altri. Quindi se ci si dà degli obiettivi che riguardano tutti, è chiaro che formalmente dico che questo unisce, ma non è vero, se non riguarda, non coinvolge anche i lavoratori dipendenti delle aziende dei subappalti. Si afferma che ciò riguarda solo dove “c’è il privato”. Ma non è così: come stanno le cose negli ospedali? Lì il contratto unico c’è, si è fatto fatica a conquistarlo perché c’erano i medici che non concordavano, ma si è realizzato per tutti, però, se ora si va anche negli ospedali pubblici vi sono, c’è una parte sempre maggiore di lavoratori di diverse professioni, di attività appaltate, ai quali non si applica quel contratto, non si assicurano quelle tutele, non è eguale nei diritti in violazione delle norme.

Ringrazio per l’invito, per questa opportunità, mi scuso di aver debordato per qualche minuto, ma è importante se dalla discussione, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, si passa concretamente all’operatività, come diceva – e ritorno molto lontano – Di Vittorio nel 1955, ma è da lì che siamo partiti ed il sindacato ha compiuto quella svolta che ci ha consentito di essere quella forza sociale che negli anni, decenni successivi, ha sviluppato lotte e conquistato diritti contrattuali e sociali , cambiando l’Italia. Questo, seriamente, bisogna fare oggi.

 

 

 

 

Category: Fondazione Claudio Sabattini

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