Antonio Lettieri: Aprire un dibattito sulle politiche europee

| 5 Aprile 2013 | Comments (0)

 

 

12. Pubblichiamo integralmente gli atti del seminario C’è un futuro per il sindacato? Quale futuro? organizzato dalla Fondazione Claudio Sabattini e tenuto a Roma il 5 aprile 2013. La numerazione degli interventi corrisponde all’ordine in cui sono stati fatti.

 

Quando si sono passati molti anni nel sindacato, alcuni ricordi rimangono particolarmente impressi nella memoria. Fra questi c’è il rapporto con Claudio. Ci trovammo insieme nella Segreteria della Fiom alla fine degli anni 70, un tempo che ci appare antichissimo, quando c’erano Bruno Trentin, Pier Carniti alla FIM e Giorgio Benvenuto all’UILM. Ricordando quel tempo, sentiamo spesso l’obiezione: “Voi parlate di un altro secolo”. Certo, però non si può fare a meno di tornare a parlarne, anche per capire il presente, e verso dove andiamo.

Ricordo che con Claudio capitò quasi sempre di essere d’accordo sulle cose essenziali. Succedeva anche di non esserlo, ma non si poteva disconoscere la sua dote critica, il suo stimolo intellettuale, la sua capacità di dare senso ai dubbi e alle scelte sulle questioni da affrontare.

In quegli anni il sindacato era attraversato da un dibattito molto vivo che intrecciava i temi politici correnti con una riflessione più difondo sulle contraddizioni all’interno delle quali si muoveva l’azione sindacale. Vi era anche una particolare tendenza a ragionare sui fondamenti culturali in grado di fornire (o così si riteneva) maggiore spessore al l’analisi e alle conclusioni che se ne traevano.

Era un tempo nel quale si poteva far riferimento a Carlo Marx senza essere considerati fuori luogo. Ma non si trattava di un vezzo intellettuale. Claudio aveva svolto la tesi di laurea su Rosa Luxemburg, e si dava il caso che io ero nella direzione di “Problemi del Socialismo” di Lelio Basso, che era considerato il massimo interprete e cultore di Rosa in Italia. Tutto ciò arricchiva il discorso e i nostri rapporti anche quando si trattava più semplicemente di discutere della concretezza e della coerenza di una piattaforma sindacale. Ma, appunto, Claudio aveva questa capacità di tessere la trama fra il dibattito corrente e una prospettiva di analisi e di proposta culturale più generale. Nell’attuale situazione di disorientamento, ci sarebbe stata molto utile la sua energia intellettuale e politica.

Venendo all’attuale quadro politico, vi sono alcuni dati che aiutano a disegnare lo scenario sociale nel quale agisce la crisi – dati sui quali vale la pena di fare qualche riflessione con riferimento ai temi della diseguaglianza e della deregolazione dei rapporti sociali.

Recentemente i giornali americani hanno presentato con grandi dettagli, come loro amano fare, una serie di rilevazioni statistiche che ci danno il senso di ciò che si muove sotto il velo della crisi: negli ultimi tre anni, tra il 2009 e il 2012, il reddito nazionale è tornato a crescere negli Stati Uniti a un tasso annuale del 2-3 per cento. Un ritmo, dal punto di vista americano, considerato basso quando si esce da una profonda recessione, e che tuttavia per noi, e in generale per l’eurozona, sarebbe ritenuto un successo.

Ma il punto rilevante dei commenti americani è un altro, e riguarda la distribuzione di questo aumento della ricchezza. Apprendiamo, infatti, che poco meno del 50% del nuovo reddito è stato acquisito, o requisito, da 16.000 famiglie americane; mentre poco più dell’altra metà è andata a 160 milioni di famiglie. Sappiamo che quest’aberrante squilibrio nella distribuzione della ricchezza non è una novità. Per molti versi, la crisi americana è nata in un contesto sociale di abnorme diseguaglianza. Ma é stupefacente come quella tendenza, invece di attenuarsi, continui, e anzi s’intensifichi, nel corso della crisi.

Se la diseguaglianza si manifesta in tutti i suoi aspetti di patologia sociale, la sua origine rimane controversa. La spiegazione corrente è individuata nelle trasformazioni economiche derivanti dalla globalizzazione e dal suo intreccio con la rivoluzione informatica. E’ una spiegazione che ha i suoi sostenitori a destra come a sinistra.

La globalizzazione – si dice – è un fatto. E questa potrebbe apparire una constatazione ovvia, se non fosse che dicendo “un fatto”, si tende a marcarne una sorta di dimensione fatale, legata a un ineluttabile mutamento dell’economia, rispetto al quale la politica e le istituzioni non potrebbero fare altro che adeguarsi Ma, in effetti, di fatale c’è l’errore di non vedere come nel processo siano determinanti proprio le scelte politiche e istituzionali. La globalizzazione è un processo storico non una reazione chimica.

Provate a immaginare l’avanzata pervasiva della globalizzazione senza le scelte politiche dei maggiori governi occidentali degli ultimi due decenni, e senza il ruolo di orientamento, direzione, controllo delle grandi istituzioni sovranazionali come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale del commercio. In altri termini, senza quell’insieme di politiche neoliberiste riassunte nel c.d. “Washington consensus”, che a livello nazionale si è tradotto in un processo continuo di deregolazione dell’economia e dei rapporti sociali.

In altri termini, la globalizzazione ha operato all’interno di consapevoli scelte politiche e istituzionali lungo un processo storico che delinea una nuova geografia economica e politica del pianeta. Ovviamente, non si tratta di ribaltare questo processo che segna l’emergenza di nuovi grandi protagonisti sulla scena globale, dalla Cina, all’India, al Brasile.

Il punto di crisi sta nel fatto che le politiche messe in atto dai paesi di vecchia industrializzazione, che hanno sostanzialmente guidato e egemonizzato il processo di globalizzazione, invece di svolgere una funzione di intervento, di controllo e di riequilibrio sul piano sociale, hanno utilizzato le nuove dinamiche di mercato per scatenare un’aggressiva politica di deregolazione economica e finanziaria, smantellare le reti di protezione sociale, smembrare i sistemi di welfare e aggredire il potere di contrattazione dei sindacati.

D’altra parte, com’è possibile spiegare la crescita abnorme della diseguaglianza, che apparentemente tutti denunciano, senza metter in conto gli attacchi alla legislazione sociale, al ruolo del sindacato e della contrattazione collettiva, la cui funzione storica è nella promozione di un’accettabile distribuzione fra capitale e lavoro degli aumenti di produttività e, in definitiva, dell’aumento della ricchezza nazionale?

Se il sindacalismo americano, prima degli anni Ottanta il più forte del mondo industriale, è ridotto a una rappresentanza dell’’11 per cento della forza lavoro complessiva e di un evanescente 7 per cento tra gli oltre cento milioni di lavoratori del settore privato, perché dovremmo stupirci del fatto che, senza la possibilità di contrattare collettivamente i salari e le condizioni di lavoro, i profitti e i redditi dei super-manager crescono oltre ogni misura ragionevole e di decenza,mentre aumenta la massa dei “working poor”, uomini e donne che, pur lavorando, vivono in uno stato di povertà?

La distribuzione del reddito prodotto non è determinata a prescindere dalle politiche e dai rapporti di potere all’interno di ciascun paese. Se, mentre il Dow Jones, l’indice che misura la performance di Wall Street, ha fatto segnare nella primavera del 2013 il più alto livello della storia, mentre i salari ristagnano, le famiglie s’impoveriscono e cinquanta milioni di americani devono ricorrere ai food stamps,i buoni-pasto distribuiti dagli enti di assistenza per sfamarsi, e se Obama non riesce a ottenere dal Congresso un aumento a 9 dollari del miserabile salario minimo legale orario fermo a 7,25 dollari, la responsabilità non può essere imputata alla globalizzazione – un ingannevole alibi per assolvere le politiche classiste delle elites nazionali.

Il caso dell’eurozona è emblematico. Le politiche di austerità imposte dall’asse Berlino-Francoforte- Bruxelles stanno mandando in rovina un paese dopo l’altro. Eppure è un tema che la sinistra stenta a discutere. La questione è strozzata in un interrogativo astratto, che prescinde totalmente dalla realtà dei fatti: tu sei per stare nell’euro o sei per uscirne? Un interrogativo, al quale la risposta dovrebbe essere una sorta di dichiarazione di voto. Io penso che la risposta ragionevole sia discutere sui fatti, sulle politiche sbagliate e autolesioniste imposte dalle autorità europee. Non a caso, un numero crescente di economisti in Europa e in America trova insensata la prosecuzione delle politiche di austerità, mentre incalzano la recessione e la disoccupazione.

Vorrei ricordare che Prodi, quando era Presidente della Commissione europea, ebbe a dichiarare in un’intervista al “Monde” che il Trattato di Maastricht sulla stabilità era “stupido”. Un’affermazione che suscitò scalpore per la fonte da cui proveniva, ma come i fatti hanno dimostrato indiscutibilmente fondata. Basta considerare che la crescita europea è stata sempre stentata, se non stagnante, anche prima della crisi finanziaria del 2007-08, ampliando, invece di ridurla come prometteva l’adozione della moneta unica, la distanza dell’eurozona dalle dinamiche di sviluppo del resto del mondo.

E’auspicabile che qualcuno dei responsabili politici dell’eurozona ammetta oggi che l’austerità è “stupida”. Non solo non risolve i problemi del debito che, al contrario, aumenta proprio a causa della recessione,ma crea sempre di più disoccupazione, povertà delle famiglie, malessere e protesta sociale.

In Italia siamo nel terzo anno di recessione, la più grave dal dopoguerra. Per non parlare della Grecia e della Spagna dove la disoccupazione ha superato il 25 per cento della forza lavoro, un livello che non si era più visto in occidente dopo la Grande Depressione. Con la differenza che allora apparve sulla scena Franklin Roosevelt, mentre oggi abbiamo Barroso a Bruxelles e Schäuble a Berlino.

Ma se l’austerità minaccia l’esistenza stessa dell’eurozona, perché le autorità europee sono impantanati una politica senza sbocco? Qui dobbiamo fare un passo indietro, e capire che l’austerità è solo una faccia della luna, l’altra faccia in ombra sono le “riforme strutturali”, che fanno coppia con l’austerità, e sono il vero obiettivo a lungo termine. Le riforme strutturali sono diventate il sottofondo di un refrain, talmente ripetuto che la gente normale non si chiede più di che cosa stiamo effettivamente parlando.

All’apparenza, si tratta di una scatola dentro la quale ci può essere di tutto. Ma, se guardiamo dentro, possiamo assodare che due sono gli obiettivi centrali: la progressiva demolizione dello stato sociale e la deregolazione del mercato del lavoro. Vale a dire, gli elementi essenziali dei diritti sociali di cittadinanza, come sono stati conquistati nelle lotte di quel Novecento che le elites politiche europee considerano un’epoca preistorica, dei cui residui dobbiamo liberarci.

Abbiamo avuto in Italia l’esempio della riforma delle pensioni di Mario Monti. Un sistema che era stato già più volte riformato, e che era considerato il più stabile dell’eurozona. Poi Monti si è vantato in Europa di aver realizzato, senza alcuna effettiva reazione, quella che ha definito la più “ambiziosa” delle riforme pensionistiche. Così abbiamo visto all’opera un governo “tecnico” spingere l’età pensionabile fino alla soglia dei 70 anni,creare il caos degli “esodati” e aggravare la contraddizione con la disoccupazione di massa dei giovani. Ai quali ipocriticamente si racconta che la loro disoccupazione dipende dalla rigidità del mercato del lavoro di cui godrebbero le generazioni precedenti – in altri termini, le madri e i padri, come se questi, a loro volta, non fossero sempre più ricacciati nell’esercito dei disoccupati e dei cassintegrati.

Eppure,qualsiasi persona in buona fede sa che la crescita della disoccupazione è il riflesso ineliminabile delle politiche recessive, non la mancanza di flessibilità del mercato del lavoro. La “flessibilità” è diventata un’espressione evocativa di cui si oscurano e confondono i contenuti. Mentre in passato è stata promossa e negoziata dai sindacati come modello di adeguamento e di mediazione fra le richieste delle imprese e le possibili esigenze e preferenze personali, soprattutto dei giovani e delle donne, oggi è riproposta come deregolazione selvaggia dei rapporti di lavoro.

Nella mia esperienza di sindacalista ho sempre cercato di inserire nel negoziato e nei contratti elementi di flessibilità, avendo presente che il taylorismo e il fordismo con le loro rigidità sono un modello di organizzazione del lavoro dequalificante e alienante e, in definitiva, fonte di inefficienza per le imprese. Quando mi occupai della contrattazione nel settore della siderurgia,il sistema in atto era la “job evaluation”, un moderno sviluppo pseudo-scientifica del taylorismo, che frazionava i lavoratori in una scala gerarchica di cinquanta “classi” – un’organizzazione del lavoro rigidamente segmentata, che negava, in radice, la dimensione professionale, cooperativa e di responsabilità collettiva dei lavoratori nelle diverse fasi del processo produttivo.

In questo caso fu, emblematicamente, la contrattazione collettiva a spezzare le catene della rigidità, a flessibilizzare il rapporto fra mansioni e professionalità, introducendo per la prima volta l’inquadramento unico articolato lungo una scala professionale unificata di operai impiegati e tecnici – modello in seguito assunto come paradigma generale dell’inquadramento professionale in tutti i settori dell’impiego privato e pubblico.

Insomma, un concetto di flessibilità della prestazione lavorativa e della professionalità che superava la rigidità della divisione del lavoro fordista, accresceva il potenziale di efficienza dell’impresa, mentre rompeva il muro della divisione sociale del lavoro ereditata dalla non più attuale scissione fra lavoro manuale e intellettuale.

Fu parimenti merito della contrattazione collettiva introdurre forme evolute di flessibilizzazione dell’’orario di lavoro col superamento dello schema tradizionale delle otto ore giornaliere per 40 ore settimanali, prevedendo modelli di orario flessibili entro schemi di compensazione a livello plurisettimanale. E di pari passo furono introdotte contrattualmente disposizioni per regolare l’uso del part-time e le assunzioni a tempo determinato secondo criteri predefiniti, che miravano a conciliare le esigenze aziendali con i bisogni e le possibili preferenze individuali, soprattutto in relazione al forte aumento del lavoro femminile in particolare nei settori dei servizi.

Ma se queste sono state in Italia e, in generale, in Europa le tendenze della contrattazione collettiva degli ultimi due decenni, perché si accusa il sindacato di bloccare la flessibilizzazione del lavoro dentro i luoghi di lavoro e nel mercato del lavoro? La risposta è semplice, sia pure tenuta nascosta nell’altra faccia della luna. Ciò che si contrabbanda per flessibilità – vale la pena di ripeterlo – è la deregolazione finale del lavoro nei due punti chiave della contrattazione collettiva e della legislazione del lavoro: la libertà di licenziare e di tagliare i salari.

Quanto alla prima non si tratta solo della guerra pluridecennale combattuta in Italia contro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. In effetti, la stabilità dell’impiego è negata in radice dall’estensione illimitata dei contratti precari, che vanificano in partenza il principio della stabilità. E, paradossalmente, questo è il modo come si vorrebbe unificare il mercato del lavoro: tutti ugualmente precari all’insegna del cosiddetto “contratto unico”.

E, purtroppo, questi modelli di deregolazione hanno fatto breccia anche in una parte della sinistra. Non a caso abbiamo visto Matteo Renzi, nuova promessa del rinnovamento della sinistra italiana, circondarsi di consiglieri come l’economista iper-liberista della scuola di Chicago, Zingales e il suo emulo Ichino nel campo del diritto del lavoro. Entrambi poi provvisoriamente passati nella carovana di Monti.

Non si tratta di obiettivi nuovi. La novità sta nella forza che essi hanno tratto dalle politiche di deregolazione della tecnocrazia di Bruxelles. E la crisi, alimentata dall’austerità, ha facilitato il loro successo nei paesi periferici maggiormente colpiti dalla disoccupazione. In Spagna abbiamo visto il governo di destra di Mariano Rajoy, adeguarsi pienamente alle prescrizioni di Bruxelles e stabilire che le imprese che registrano bilanci in perdita possono, da un lato, licenziare i lavoratori per ragioni economiche; dall’altro, tagliare i salari fissati nei contratti di settore. In questo caso al danno si aggiunge la beffa, essendo previsto che il lavoratore può opporsi alla riduzione del salario auto-licenziandosi!

Intanto, in Italia il passaggio chiave della riforma del lavoro è il tentativo di confinare la contrattazione entro il livello aziendale, sostanzialmente liquidando la contrattazione nazionale. In altri termini, l’annullamento di quel bipolarismo della contrattazione, che è una delle conquiste che maggiormente hanno definito l’identità del movimento sindacale sindacato italiano. Vale a dire, il binomio formato dal contratto nazionale – diretto a specificare gli elementi fondamentali di solidarietà nell’ambito di una o più categorie – e dall’articolazione a livello aziendale, in relazione alla specificità delle condizioni di lavoro, della produttività e dei salari di fatto.

In conclusione, da qualsiasi prospettiva si guardi alla crisi, alle sue origini e alle sue conseguenze sociali, il lavoro e il sindacato sono il principale bersaglio delle politiche di austerità e delle riforme strutturali. Il paradosso sta nel fatto che in America, dove la crisi ha avuto origine, la politica neoconservatrice di attacco al welfare e alle condizioni di vita dei lavoratori è appannaggio dell’opposizione repubblicana, mentre in Europa è la via maestra delle politiche dell’eurozona.

Da questo punto di vista, credo che il sindacato e, più in generale, la sinistra dovrebbero aprire un dibattito sulle politiche europee e, in particolare, sul binomio austerità-riforme strutturali per approfondirne la natura, le conseguenze e le alternative possibili. Un dibattito senza veli aperto a economisti, giuristi e politici non solo italiani, ma anche europei e americani: penso, a titolo di esempio, a Jean-Paul Fitoussi, Alain Supiot, Paul De Grauwe, James Galbraith.

Se è vero, com’è vero, che ci troviamo di fronte alla più grave crisi dopo gli anni Trenta, dobbiamo essere consapevoli che il sindacato è al centro di un conflitto senza esclusi pone di colpi e corre il rischio di esserne travolto. Una forte iniziativa sul terreno dell’analisi e delle proposte non è certo la soluzione, ma in questa fase di difficoltà e disorientamento ne costituisce una premessa indispensabile.

Avendo intitolato questo convegno alla memoria di Claudio, sappiamo che certamente avrebbe dato alla nostra riflessione sul futuro del sindacato, indipendentemente dagli elementi di consenso o di dibattito, un forte contributo di analisi, di idee e di determinazione.

 

 

 

Category: Fondazione Claudio Sabattini

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About Antonio Lettieri: Antonio Lettieri è stato segretario confederale della Cgil. Attualmente è presidente del Centro internazionale Studi sociali (Ciss). Dirige insieme a Pierre Carniti la rivista on line «Eguaglianza e libertà».

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