Bruno Giorgini: Elezioni. La rimonta del cavaliere, la vittoria di Maroni, la sconfitta del PD

| 3 Marzo 2013 | Comments (0)

 

 

DOSSIER DOPO ELEZIONI  18 Riceviamo direttamente il testo da Bruno Giorgini il 3 marzo 2013


So che tutti, chi più chi meno, si arrabattano sul problema del governo futuro, se mai ci sarà, ma mi pare non inutile tentare di riflettere sulla rimonta del cavaliere, sulla vittoria di Maroni in Lombardia, sulla sconfitta del PD.

1.La rimonta del cavaliere.

Comincia da lontano. Da quando Napolitano, dopo la caduta di Berlusconi, assediato dentro e fuori il parlamento, nel 2011, invece di sciogliere le camere e convocare le elezioni anticipate, decide in nome e/o subendo il ricatto dei merca(n)ti, della commissione esecutiva europea, che nessuno ha mai eletto, della BCE, del FMI, delle banche, del Corsera e infine del Vaticano, tutti meno “la sovranità che appartiene al popolo” (art.1 della Costituzione), decide dicevo di affidare il mandato per un governo tecnico a Mario Monti, fatto in fretta e furia senatore a vita. Monti vara il governo e esercita il mandato dell’austerità e del rigore in “modo brutale” (parole sue) sul piano economico, su quello sociale e anche su quello dei diritti (si veda tutta la vicenda della riforma Fornero per quanto attiene lo statuto dei diritti dei lavoratori),  contro pensionati, lavoratori, precari, giovani studenti, ceto medio, per non dire di enti locali, sanità, scuola, ricerca, ecc… Se lo spread famigerato scende e madame Merkel plaude, i risultati della brutalità montiana stanno oggi sotto gli occhi di tutti, mentre la recessione avanza e si intensifica, la disoccupazione aumenta, eccetera. In quel tempo il cavaliere si oscura, si dà alla macchia, in prima fila mette Alfano, lo specchietto per le allodole. Il PD appare accucciato sulla linea del rigore/macelleria sociale mentre il PDL sta più defilato. Poi quando il tempo gli sia buono, il cavaliere fa la seconda mossa, mandando Alfano a sfiduciare con un discorso in parlamento Monti, che tronfio e convinto di essere il salvatore della patria, incontestato e incontestabile, abbocca all’amo dimettendosi senza un voto parlamentare. Come egli dice più o meno, gli italiani sono responsabili, mica sono andati in piazza un giorno sì e l’altro pure come quei greci là, e questi spagnoli qua, non hanno protestato usi a obbedir tacendo, e quindi…si può andare alle elezioni. Siccome l’uomo è molto ambizioso, e con lui anche qualche altro che dovrebbe essere più scaltro ma invece non c’azzecca, come Andrea Riccardi della Comunità di S.Egidio, con Fini e Casini, nasce l’agenda Monti, inconsistente, poi a braccetto con Melchiorre, quindi culo e camicia con Montezemolo, per “mantenere” la parola data e ripetuta di non “scendere” in politica, decide di salirci, a tal punto possono giungere la stoltezza e l’ipocrisia. Nell’ipotesi che, seppure non maggioritaria, la sua lista sarà comunque abbastanza corposa da condizionare il PD, se non da scomporlo ma esce il solo Ichino che ha da sentirsi oggi ancor più solo, mentre sul versante del PDL aspetta il cadavere del suo nemico, ovvero la frana annunciata ma mai arrivata del centro destra berlusconiano. A quel punto facendosi forte del merito di averlo fatto cadere, il cavaliere può tornare in sella appellandosi al popolo, come il giustiziere capace di disarcionare l’odiato capo del governo “tecnico”che vuol diventare politico. Nel mentre invece il PD cincischia rafforzando l’impressione generale di un accordo con Monti già in corso d’opera, più o meno sottobanco. Il cavaliere monta in sella e percorre a tutto tondo l’intero territorio televisivo, fino a invadere e espugnare la trasmissione di Santoro. Egli è maestro nella società dello spettacolo dove gran parte della politica si svolge, quasi tutta  salvo per il M5S che non partecipa. Ma il cavaliere non è solo un maestro della commedia dell’arte specie televisiva, il palcoscenico viene disegnato e riempito con parole d’ordine semplici e destinate a tutti, come la riduzione delle tasse, specificata con l’abolizione dell’IMU e poi arriva la restituzione del maltolto da Monti, con tanto di lettera inviata ai cittadini. Se si pensa che tra il 2011 e 2012 ci sono state 5 manovre fiscali per un totale di 120 mld (2/3 tasse indirette, altre di tagli), si capisce quanto abbia potuto mordere la propaganda berlusconiana, specie di fronte al vuoto di proposta per una nuova più equa e più semplice fiscalità da parte sia del PD che di Monti (ha bofonchiato qualcosa su una riduzione, però qualunque cosa fosse appariva in bocca a lui del tutto risibile). Intanto Berlusconi ricompatta il PDL che sembrava sul punto di squagliarsi, si libera di sodali troppo scandalosi come Cosentino e Dell’Utri, favorisce alcune formazioni di contorno per arare tutto lo spazio della destra fino ai fascisti di Storace, a riprova che l’uomo sa fare politica, soprattutto quando ne va della sua pelle. Infatti se e solo se egli rimane uno degli architravi della politica italiana può sfuggire alla morsa dei giudici, e questo lo rende assai combattivo. Basta pensare che il centrosinistra, che pure ha governato per anni, non ha nemmeno mai proposto una seria efficace legge sul conflitto d’interessi, pagandone uno scotto elettorale ormai macroscopico, per capire al volo quanto l’intero ceto politico fosse fondato su questo bipolarismo tra Berlusconi e, volta a volta, il tale o tal’altro leader del centrosinistra.

Non si tratta di inciucio ma semplicemente di architettura: fin dall’inizio della cosidetta “seconda repubblica” i pilastri sono stati il centro destra berlusconiano e il centrosinistra basato sugli ex-PCI con una spruzzata di ex DC e un manipolo di “prodiani”. Centrodestra e  centrosinistra si sostenevano a vicenda, questa era la costituzione materiale della “seconda repubblica”, che finalmente con le scorse elezioni è crollata. Infatti dopo questo crollo arriva sulla scena la corruzione berlusconiana di De Gregorio, senatore, che cambiò casacca  contribuendo alla caduta di Prodi, fatto evidentemente gravissimo. Infine, ultimo decisivo colpo da maestro, Berlusconi ha riannodato con la Lega, accettando la candidatura per tutto il centrodestra di Maroni a Presidente della Lombardia. Per questo obiettivo strategico ha messo anche a tacere il celeste Formigoni, ragno che aveva costruito una vera e propria tela intessuta di mille corruttele politico affaristiche, tela ormai venuta alla luce e lacerata dalle inchieste giudiziarie. E Maroni ha vinto.

 

2. La vittoria di Maroni.

Ambrosoli candidato civico sostenuto dal centrosinistra e dalla intera sinistra radicale ha ottenuto il 38.2%, mentre Maroni segretario della Lega e candidato del PDL e alleati il 42.8%, diventando così Presidente della Lombardia con il 4.6% di vantaggio. Tra gli altri candidati, Silvana Carcano del M5S ha il 13.6%, Gabriele Albertini della lista Monti il 4.1%,  ovvero parecchio meno di quanto le rispettive forze politiche hanno conquistato alle elezioni politiche, dal che si può presumere che ci sia stato un consistente voto disgiunto a favore di Ambrosoli. Se si disaggrega il voto, si scopre che Ambrosoli arriva primo a Milano e a Mantova, e perde in tutte le altre province, che la lista Maroni ha preso oltre il 10% , la Lega il 13 e il PDL il 16, che la lista Ambrosoli ha il 7, il PD il 25.3, il resto il 6. Infine la coalizione di centrodestra alle precedenti regionali si era affermata con il 58.16% dei voti, con il PDL al 31.7 e la Lega al 26.2. Cioè in queste regionali Lega e PDL hanno perso poco meno del 16%. Se poi si guarda per la Lega il dato nazionale (4.1%),  rispetto al 2008 perde il 54% dei suoi elettori, cioè un milione e seicentotrentamila voti (fonte l’istituto Cattaneo). Eppure la Lega soprattutto, e il PDL al seguito, vincono, eccome. Barlusconi ha barattato il governo della Lombardia con un accordo nazionale che ha permesso alla coalizione di centrodestra di arrivare a ridosso di quella di centrosinistra alle politiche. Così la Lega, pur svenandosi in questa alleanza col cavaliere, governa oggi Piemonte, Veneto e Lombardia (qualcosa come 19 milioni di abitanti, 20.684.563 se si considera il Friuli che ha un  presidente di regione PDL), mentre Berlusconi può rilanciare la sua centralità politica e il suo potere di condizionamento sulla scena del parlamento e governo romani, arrivando a proporre il governissimo col PD, in nome sempre della stabilità e delle esigenze dei mercati, come strepitano tutti gli esponenti dell’establishment, la Repubblica in testa, nonchè la sua candidatura a presidente del senato, che sarebbe scandalosa ma è possibile (D’Alema dixit). Ecco che la rimonta del cavaliere qui in Lombardia e nell’alleanza con la Lega, trova  e dispiega il suo fondamento, la sua forza sociale e culturale, le gambe materiali, che accoppiate all’immaginario televisivo berlusconiano, e alla parola d’ordine propagandistica meno tasse, aboliamo l’IMU, gli fanno sfiorare la vittoria. E’ un impasto sociale largamente di destra nel senso dell’individualismo egoistico che lo anima, ma anche dinamico, di padroni e padroncini, popolo lavoratore in proprio, piccola borghesia marcantile, uomini e donne imbevute di un cattolicesimo beghino,  con una identità territoriale, cioè profondamente radicata nella terra, le terroir dicono i francesi, che permea l’intero Nord. Un Nord dove vive un terzo della popolazione, e operano un terzo delle aziende dell’intera Italia. Un Nord che la sinistra e il centrosinistra hanno lasciato largamente inesplorato, rintronati e rinchiusi nei palazzi romani e nelle roccaforti del centroitalia, che per altro barcollano se non cominciano a cadere.  Così chi pensava che la vittoria di Pisapia al comune di Milano aprisse la strada a una conquista della Lombardia, convinzione rafforzata dalla fine dell’impero di Formigoni tra scandali e pessimo governo, rimane deluso e sconfitto, per l’ennesima volta. Attenzione, non si tratta di una vittoria dei conservatori, se non reazionari, sui progressisti, e neppure la si può leggere in chiave di resistenza nazional populista e antieueropea. Con la vittoria di Maroni in Lombardia questo tessuto sociale viene chiamato a costruire la macroregione del Nord, connessa con la macro regione  alpina lanciata dalla Baviera il 29 giugno, accordo firmato dai presidenti del Norditalia, della Carinzia, della Slovenia e appunto della Baviera. Ricordiamo che oggi la UE permette la costruzione di queste entità regionali intermedie. Sarebbe, se dalle carte si passerà alla messa in opera, l’area economica, in particolare manifatturiera, più importante d’Europa, probabilmente del mondo, con 70 (settanta) milioni di abitanti appartenenti a diversi stati su una superfice di 450mila chilometri quadrati. Se questa è la macchina produttiva e economica che la macroregione del Nord prefigura, sul piano politico dell’organizzazione statuale significa, come ha ben spiegato il presidente del Veneto Zaia, “ confrontarsi in Europa per proporre un modello cantonale”.

E’ questa la proposta politico economica che Maroni ha messo in campo chiamando all’azione tutte le forze produttive e tutto il magma sociale di cui prima dicevamo, una proposta che quindi assume il matenimento del 75% dei tributi in regione come accumulazione del danaro necessario a finanziare le attività produttive e istituzionali in questo ambito di macroregione europea. Altro che disperdere questi fondi nel pozzo senza fondo di una sussidiarietà verso le regioni del Sud improduttive clientelari ecc.. e/o a colmare l’incolmabile debito pubblico nazionale, ha predicato Maroni in lungo e in largo, sottolineando che questa ipotesi è un modo per uscire dalla crisi economica e dalla disoccupazione che anche al Nord comincia a farsi sentire pesantemente; con questo discorso ritornando tra l’altro in sintonia con le forze produttive non solo lombarde. A fronte di un disegno di così ampio respiro e volto al futuro, il buon governo di Ambrosoli è apparso povero di orizzonti, al più una migliore amministrazione dell’esistente, e l’esistente seppure onesto oggi non basta per fronteggiare una crisi squassante. Ora si vedrà quanto Maroni potrà realmente fare, qualcuno invoca la incostituzionalità della proposta fiscale, ma certamente egli non guarda più a Roma, ostentando un palese disinteresse e lontananza dal problema del futuro governo nazionale. Se la sua ipotesi dovesse mettersi sul serio in cammino, si avrebbe una separazione progressiva della macroregione (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli) dal resto della nazione con conseguenze, prima o poi, anche sul piano politico statuale, nel solco della Catalogna, della Scozia, del Galles, regioni che rivendicano una accentuata autonomia fino alla soglia della separazione statuale. Insomma la secessione minacciata da Bossi agitando le immaginarie doppiette dei cacciatori padani e finita ingloriosamente sulle rive del Tevere, prenderebbe corpo per via economico produttiva europea, nonchè istituzionale. Il che in un paese che ancora oggi ha difficoltà a pensarsi come una nazione, metterebbe a rischio la stessa convivenza civile.

 

3. La sconfitta del PD.

E ‘ la sconfitta di Bersani. Molte cose sono state dette tra cui vorrei segnalare il bell’articolo di Maurizio Viroli sul Fattoquotidiano del primo marzo, dal significativo titolo “Le tre lezioni di Machiavelli che il PD ignora” concludendo con tre fulminanti citazioni: lezione n.1 “ non si possono lasciar passare le occasioni di vincere quando si presentano”; lezione n.2  “gli uomini vanno vezzeggiati o spenti”; lezione n.3 “ le vie di mezzo sono quasi sempre dannose”.

Quindi qui mi limiterò a una storia e a una considerazione. La storia. Come sanno bene quelli che si occupano di marketing e pubblicità, il primo è sempre svantaggiato rispetto all’inseguitore. Lo sanno anche i pistard, gli sprinter su pista, che non a caso fanno dei lunghi surplace per trovarsi in seconda posizione nel momento in cui avviene lo scatto risolutivo e finale. Ma c’è un caso di scuola molto famoso, la competizione tra Playboy e Penthouse. Playboy era in testa per vendite (il record fu di oltre 7 milioni di copie), e Penthouse lo tallonava guadagnando un poco ogni giorno fin quando arrivò a mordergli i garretti. Ma lì la corsa si fermò perchè comparve un alieno, cioè il web dove cominciarono a dilagare video erotici, softpornografici e hardcore, nonchè il fai da te di giovinette a migliaia che si esibiscono di fronte alla web cam offrendo le loro grazie in visione all’intero mondo. E tanto Playboy quanto Penthouse dovettero rinunciare agli antichi fasti, rivedendo al ribasso vendite, bilanci e competition. Un po’ come Grillo coi cinque stelle che via web – e manifestazoni di piazza in finale di partita – invade  il mercato della politica, mettendo in crisi il duopolio PD, PDL. Perchè la lepre sia sfavorita rispetto all’inseguitore, quando grosso modo i due contendenti siano equivalenti sul piano biologico e neuronale, viene spiegato dalle teorie del comportamento, e dalle neuroscienze che Bersani non è certo obbligato a conoscere, però un politico di professione queste cose dovrebbe intuirle per esperienza e istinto, invece egli si è quasi offerto come bersaglio sacrificale quando ha detto appunto di essere “la lepre”. Avrebbe potuto evitarlo, così come l’infelice frase sullo scouting tra gli eletti del M5S, che gli è valsa il rancore di Beppe Grillo e l’insultante epiteto di stalker, molestatore.

Ma c’è un secondo punto: la precisione, anche quantitativa. Un recentissimo esempio: Grillo annuncia che il M5S rinuncerà ai rimborsi elettorali, un gesto, una azione che mette in pratica la riduzione dei costi della politica. Lì tu, leader politico, puoi dire, sì ci sto, lo faremo anche noi, magari prendendo la palla al balzo per rilanciarla come Renzi, che aggiunge: e con questi soldi costituiamo un fondo per l’edilizia pubblica a basso costo, oppure dire no, spiegando. Ma assolutamente non puoi proporre una discussione sul tema, che dà l’impressione di un voler ciurlare nel manico francamente insopportabile. E così è un po’ per tutto. Non puoi più dire, caro Bersani, “il problema è il lavoro” ma devi dirmi due o tre cose precise che hai intenzione di, e/o stai già cominciando a, fare. Affermare che il problema è il lavoro equivale a dire che a un alcolizzato piace il whisky, è una affermazione vuota, lo sanno tutti che il problema è il lavoro. Oppure, la green economy recentemente da te enunciata non può restare un titolo, meglio la riconversione ecologica, che si lega al lavoro, e qui hai davanti un caso studio su cui cimentarti, enorme e drammatico, l’Ilva che inquina a più non posso una intera città e nel contempo dà lavoro, e oggi anche molta cassa integrazione, a migliaia di persone, oltre  a essere uno degli snodi della ssderurgia italiana, cosa dice su questo il PD, come pensadi agire e intervenire, sarebbe ora di comunicarlo alla pubblica opinione. Il tuo mestiere non è enunciare il problema, è indicare come avviarlo a soluzione. O ancora: esce la notizia che il governo in carica per gli affari correnti sta meditando un decreto che congela gli stipendi degli statali per i prossimi due anni, fino alla fine del 2014 (notizia corsera). Tu leader che ti proponi come Presidente del Consiglio devi dire subito, qui e ora, cosa ne pensi. Sì o no, non che dovrai discuterne con tizio, caio e sempronio. Oggi le persone esigono precisione e esattezza di obiettivi e di numeri. La politica non si può più costruire a partire da generici orientamenti di massima che poi in seguito si specificano discutendo con vari e diversi interlocutori. No, prima bisogna enunciare gli obiettivi, ancora un esempio, reddito di cittadinanza sì o no e quanto, 600 euro come è più o meno in Europa, meno o più, ma non ne discuteremo, faremo un tavolo, vedremo eccetera. Poi l’obiettivo chiaramente enunciato può essere non raggiungibile in quei termini e con quelle cifre, e allora bisognerà mediare o addirittura rinunciare, ma sapendo e ribadendo che l’obiettivo era giusto e se non è oggi sarà domani, perchè non si rinuncia a lottare in parlamento o in strada per una giusta rivendicazione e/o legge. Questo vale per tutto, dalla green economy alle grandi opere, allora la TAV in val di Susa sì o no, ecc..

Insomma va cambiato per il PD il paradigma e quando si dice conflitto di interessi meglio è annunciare prima con che limiti e dimensioni. So che questa cultura della precisione intransigente e rigorosamente quantificata e trasparente in modo pubblico innanzitutto di fronte ai cittadini/e, prima che nelle stanze del Palazzo,  non fa parte del bagaglio dei partiti italici per i quali il compromesso apriori  è lo strumento principe e la sostanza stessa di ogni politica, e modo pressoche unico di funzionamento. Soltanto il Partito d’Azione subito dopo la Liberazione tentò la strada dell’intransigenza programmatica, essendo ben presto estromesso per cui Parri (PdA) dovette dimettersi da capo del governo a favore di De Gasperi (DC), per essere purtroppo in seguito vanificato nelle urne, epperò credo altra strada non ci sia. O il PD comincia  a dire con parole chiare cosa vuole punto per punto di fronte al paese, lasciando da parte la  diplomazia interna e di Palazzo, oppure comunque vada la vicenda del futuro governo e parlamento, esso è destinato sul serio a scomparire. E potrebbe darsi che fosse già troppo tardi. Ovvero il tempo o è scaduto o sta scadendo.

 

PS. Gli uomini dell’estalishment seminano la paura del nuovo, i 163 eletti del M5S appaiono essere un incubo, nonchè le tecniche quasi situazioniste di Grillo che li mettono alla berlina, mostrando  il re se non ancora del tutto nudo, assai prossimo a rimanerlo per propria imbecillaggine, li fanno letteralmente andare fuori dai gangheri. Anche Bersani appare loro troppo audace e indipendente. E se non diventeranno ragionevoli questi “grillini”, ecco che si agita lo spauracchio dei merca(n)ti che possono affondarci, perchè non siamo affidabili, anzi siamo in mano ai clown. Mi viene da fare una proposta, perchè invece di cercare di rendere ragionevoli i “grillini”, non si fa fronte comune per rendere “ragionevoli” i merca(n)ti, per impedire che speculino sul funzionamento democratico tentando di mutilarlo. Già, chissà perchè.

Scriveva Leopardi “ Or la vita degli italiani è appunto tale, senza prospettiva di miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente. (..) Certo la società che avvi in Italia è tutta di danno ai costumi e al carattere morale, senza vantaggio alcuno. Queste sono le conseguenze della poca società e della poca vita che avvi in Italia. Dalla poca società nasce che non v’ha buona società e che quella nuoce al morale.”

 

Category: Elezioni politiche 2013

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About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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