Riflessioni sulle proposte emerse dal Convegno “Vite, lavoro, non lavoro delle donne”

Eloisa Betti | 20 aprile 2012 | Comments (2)

Come è possibile tenere insieme le analisi che riguardano le donne con quelle più generali sui lavori e sulle occupazioni? Possono le donne, senza perdere o attenuare la loro specificità e differenza, addentrarsi sul terreno generale delle strategie occupazionali e proporre alternative valide per tutti, per le donne e per gli uomini? E come possono farlo con autorevolezza, prive di potere come sono in tutte le istituzioni culturali e politiche? […]Parlare dunque delle donne e dei lavori significa ripensare nel suo complesso la struttura dell’occupazione, il concetto stesso di lavoro, la più generale organizzazione della società nei suoi aspetti produttivi e riproduttivi, gli stessi termini di uguaglianza e di diversità. Adele Pesce, Il Manifesto 1986

 

Era il 1986, oltre un quarto di secolo fa, quando Adele Pesce, fondatrice di questa rivista si interrogava da sindacalista femminista sul rapporto problematico tra donne e lavoro, sullo sguardo delle donne sul lavoro e su come proprio le donne potessero divenire agenti del cambiamento sociale, non solo per il genere femminile, ma per la società nel suo complesso.

Il convegno intitolato “Vite, lavoro, non lavoro delle donne”, accogliendo le suggestioni della storica dell’economia e femminista Antonella Picchio, opera una scelta radicale: mettere al centro l’essenzialità del binomio vita e lavoro. Ed è proprio alla luce di questo binomio che le donne riunitesi a Bologna hanno declinato il loro rapporto con il lavoro ed elaborato proposte che, partendo dalla specificità della loro condizione, possono costituire, riprendendo le parole di Adele Pesce, «alternative valide per tutti».

La sfida: ripensare l’attuale modello di sviluppo, basato su un paradigma neoliberista che mortifica i corpi e inaridisce le menti di chi lavora e di chi non lavora, attraverso l’elaborazione di nuove mappe cognitive e operative che interroghino la realtà e propongano alternative all’esistente a partire dallo sguardo delle donne. Possono essere le donne portatrici di una nuova “coscienza storica di specie”, secondo la felice definizione dello storico Ignazio Masulli?

Nessuna autorità formale nelle parole delle molte e diverse che hanno dialogato ed elaborato a Bologna, nessuna autorità formale in un movimento reticolare, privo di una struttura organizzativa definita e gerarchica, qual è “Se non Ora Quando?”. E quindi, quale potere? Il potere dei senza potere, parafrasando Vaclav Havel, o quello di donne che escono dal silenzio e, analogamente ad altre fasi della loro storia in questo paese, assurgono a soggetto politico, un soggetto intrinsecamente plurale, multiforme e senza un’identità fissa e univoca. Questo forse il potere che può avere un movimento femminile di massa, come aspira ad essere “Se non Ora Quando?” nell’Italia del terzo millennio.

Quali sono dunque le proposte, ma anche le prospettive e gli orizzonti che ci consegna il convegno? Dal primo lavoro di sintesi Lavoro e vita. Un rapporto che cambia (svolto insieme alla sociologa Lorenza Maluccelli per il numero 10 della rivista ERE di prossima uscita), emerge la ricchezza e la profondità dell’elaborazione collettiva che le circa 300 donne, sconosciute le une alle altre e portatrici di competenze ed esperienze molto eterogenee, hanno prodotto sui cinque temi del convegno: precarietà, lavoro e non lavoro, crisi, welfare, discriminazioni.

Tentando di dar forma e ordine ad un insieme per sua natura disordinato di idee, come quelle emerse dal convegno, tenterò di evidenziare non solo la concretezza di quelle proposte che entrano direttamente nel merito dell’attuale dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, ma anche la dimensione valoriale che al contempo costituisce l’orizzonte a cui tendere e la base per la rivendicazione di quei diritti che, pur percepiti come necessari, continuano ad essere assenti per molte e molti, se non per i più.

La denuncia della precarietà lavorativa e della precarietà esistenziale passa attraverso le numerose e multiformi storie di vita nelle quali questa precarietà si traduce in incertezza del reddito, relazioni personali e lavorative intermittenti o assenti, perdita di autostima e autonomia, svalorizzazione delle competenze, nonché nella diffusa percezione di essere cittadine e cittadini ricattabili e “irregolari”, poiché le precarie e i precari non sono depositari di pieni diritti di cittadinanza sociale.

Proprio per sanare la “cittadinanza irregolare” dei precari, l’orizzonte è quello di ancorare questi diritti non più alla tipologia contrattuale, ma alla persona, introducendo nell’immediato nuove forme di sostegno al reddito per tutti i precari che attualmente non usufruiscono degli ammortizzatori sociali tradizionali (quali disoccupazione, cassa integrazione, mobilità). La crisi, che va ad aggiungersi ai problemi specifici dei precari, spinge a proposte ancor più radicali come un reddito di cittadinanza che possa garantire a tutte e a tutti l’esistenza e l’indipendenza economica.

La precarietà lede anche il diritto individuale alla maternità, declinata come bene comune da molte delle donne riunitesi a Bologna. La proposta che viene avanzata è quella di garantire parità di trattamento anche alle lavoratrici precarie e a quelle autonome: un congedo di maternità universale a prescindere dal contratto. E’ stato anche ribadito l’impegno contro tutte le discriminazioni legate alla maternità, in primis le dimissioni in bianco. Al riguardo si propone non solo il mero ripristino della legge 188, ma di arrivare ad una nuova legge che contenga strumenti realmente efficaci a impedire la fine del contratto di lavoro contro la volontà della lavoratrice e del lavoratore.

Tutti i contratti di lavoro, compresi quelli cosiddetti “precari”, devono garantire condizioni di lavoro e di vita dignitose: la proposta è di eliminare quelle forme contrattuali (come il lavoro a chiamata, gli stage, i voucher) che non garantiscono sufficienti tutele e diritti, ma anche di rafforzare l’azione degli ispettorati del lavoro per prevenire abusi e arginare la diffusione massiccia, ad esempio, dei falsi lavori autonomi. Laddove formalmente consentiti, i contratti “non stabili” devono costare di più e deve esserci un monitoraggio sul loro utilizzo attraverso l’istituzione di una banca dati dei contratti e delle tariffe.

Anche il salario, infatti, sempre insufficiente e intermittente per precarie e precari, deve avere parametri minimi: si ipotizzano forme di salario minimo orario a prescindere dalla forma contrattuale. Lo sguardo delle donne sulla crisi spinge ad individuare un orizzonte di cambiamento più radicale: ripensare l’attuale organizzazione del lavoro attraverso la valorizzazione della qualità, storicamente femminile, e non della quantità del lavoro. Fa da sfondo l’idea della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, ma anche una più generale riorganizzazione dei tempi di lavoro in base al ciclo di vita. Ripensare l’organizzazione del lavoro significa anche adottare modelli organizzativi in ottica di genere, responsabilizzando i manager dei costi dell’assenza di equità: penalizzando chi discrimina e premiando chi mette in atto buone pratiche di genere.

Combattere la disoccupazione e l’inoccupazione delle donne, promuovendo l’occupazione femminile stabile: questi gli obiettivi generali che la politica dovrebbe far propri secondo le donne riunitesi a Bologna per uscire dalla crisi. Introdurre sgravi fiscali e incentivi per la stabilizzazione dei precari, sostenere le nuove professionalità e i nuovi lavori, promuovere l’imprenditorialità femminile, anche attraverso l’impiego di fondi europei, e una formazione permanente che preveda forme di sostegno economico: queste sono le richieste concrete. L’orizzonte più generale è la promozione di investimenti e innovazione per intercettare nuovi bisogni e creare nuovi lavori. Definire nuovi parametri economici di misurazione dello sviluppo, andando oltre il PIL, costituisce un obiettivo a lungo termine sempre più imprescindibile, così come adottare un’etica della responsabilità condivisa che guidi le scelte in campo economico e sociale.

Tra le esigenze economico-sociali urgenti vi è l’investimento nei servizi e nelle infrastrutture sociali per dar vita ad un welfare “solidale”, secondo la definizione di Lorenza Maluccelli, che si adatti alle diverse fasi di vita, valorizzando le reti informali di assistenza. Investire in servizi sociali, educativi e per l’abitare efficienti e che garantiscano un’alta qualità della vita, grazie all’innovazione ed alla partecipazione dei cittadini alla loro progettazione e costruzione. L’investimento nel welfare viene ritenuto anche un’opportunità per la creazione di nuovo lavoro ancorato al territorio.

Il nesso produzione-riproduzione è stato al centro della riflessione sul lavoro-non lavoro delle donne, dalla quale è scaturita un’idea nuova di genitorialità, basata sul concetto di condivisione del lavoro di cura. La proposta concreta delle donne riunitesi a Bologna è di introdurre congedi di paternità obbligatori e congedi parentali estesi ed equamente retribuiti (arrivando al 60% della retribuzione).

Le proposte emerse dal convegno “Vite, lavoro, non lavoro delle donne”, e qui riassunte sinteticamente, si intrecciano alle prospettive teoriche ed alle istanze pratiche che ci sono state consegnate dai circa 30 interventi della domenica mattina (in parte riprodotti in questo dossier) e dalle relazioni delle esperte, riassunte efficacemente nell’articolo di Maddalena Vianello pubblicato in questo stesso dossier.

La domanda che si impone è: che fare?

Due le prospettive e i tempi di azione: un decalogo di proposte per tentare di incidere concretamente sul mercato del lavoro e l’istituzione di un “tavolo di confronto creativo”. L’obiettivo generale del tavolo, descritto ampiamente nel contributo di Raffaella Lamberti presente in questo dossier, sarà quello di elaborare proposte condivise attraverso il dialogo tra soggetti diversi in parte presenti a Bologna e in parte esterni. Le proposte così elaborate confluiranno nell’auspicata agenda politica nazionale delle donne.

La sfida che attende il “Se non Ora Quando?” è non solo quella di portare all’attenzione della politica e del governo obiettivi concreti ed esigibili, ma anche di saper includere ed accogliere le tante e diverse anime potenziali del movimento, facendo proprie le battaglie che le donne in questo paese stanno faticosamente combattendo per condizioni di vita e di lavoro dignitose, come le donne della FIAT, dell’OMSA e tutte le altre di cui a volte non conosciamo neanche il nome.

 

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Category: Donne, lavoro, femminismi, Vite, lavoro, non lavoro delle donne

Eloisa Betti

About Eloisa Betti: Eloisa Betti (1981) è assegnista di ricerca presso l’Università di Bologna e cultrice della materia in Storia del Lavoro (prof. Ignazio Masulli). Fa parte della redazione delle riviste «Inchiesta» e «Inchiestaonline», del Comitato tecnico-scientifico dell’UDI di Bologna e collabora in qualità di ricercatrice con la Fondazione Claudio Sabattini e la Fondazione Argentina Altobelli. Ha collaborato, per conto dell’IRES-CGIL Emilia-Romagna, al progetto di ricerca interdisciplinare “Precarious work” finanziato dalla Commissione Europea (DG “Employment, Social Affairs and Inclusion”). Tra le sue pubblicazioni: Donne e precarietà del lavoro in Italia: alcune serie di dati significativi [in I. Masulli (a cura di) Precarietà del lavoro e società precaria nell’Europa contemporanea, Carocci, 2004]; Mutamenti nei rapporti di lavoro in Italia dalla crisi degli anni ’70 alla flessibilità [InEdition, 2005]; Women’s Working Conditions and Job Precariousness in Historical Perspective. The Case of Italian Industry during the Economic Boom (1958-1963) [in I. Agárdi, B. Waaldijk, C. Salvaterra (a cura di), Making Sense, Crafting History: Practices of Producing Historical Meaning, Plus Pisa University Press, 2010]; Assetti produttivi, condizioni di lavoro e contrattazione aziendale nell’industria bolognese [in L. Baldissara, A. Pepe (a cura di), Operai e sindacato a Bologna. L’esperienza di Claudio Sabattini (1968-1972), Ediesse, 2010]; Donne e diritti del lavoro tra ricostruzione e anni ’50. L’esperienza bolognese [in M. P. Casalena (a cura di), Luoghi d’Europa. Spazio, genere, memoria, Edizioni Quaderni di Storicamente, 2011].

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  2. Josie scrive:

    It’s about time sonomee wrote about this.

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