Luisa Muraro, Paolo Ercolani, Diego Fusaro: Contro l’utero in affitto

| 3 Marzo 2016 | Comments (0)

 

 

1. Luisa Muraro: utero in affitto, mercato delle donne

Intervista di Lucia Bellaspiga a Luisa Muraro in Avvenire 4 novembre 2015

«La tratta e la schiavitù sono già un crimine riconosciuto e condannato a livello internazionale, invece contro l’utero in affitto, la forma più odiosa di sfruttamento del corpo delle donne, bisogna combattere. Siamo ancora in tempo». Luisa Muraro, filosofa e figura di riferimento del femminismo italiano, fondatrice a Milano nel 1975 della Libreria delle Donne, è persona difficile da circoscrivere: «Figura storica del femminismo? No, ho cominciato prima del femminismo, con il Comitato per la pace nel Vietnam, che fu iniziazione politica di molta gente della mia generazione, prima ancora del Sessantotto. Poi fondai un piccolo circolo dissidente dedicaito a Bernanos per il suo documento sulla guerra di Spagna. Infine l’incontro con femministe davvero storiche come Lia Cigarini e Carla Lonzi, e la nascita della Libreria delle Donne…».

D. Libreria delle Donne che non ha mai evitato gli argomenti scomodi. Oggi persino un tema poco esplorato o abilmente evitato dai più, come l’utero in affitto.
R. «Io ho sempre dato come scontata per i Paesi europei, almeno per quelli più antichi, una posizione di civiltà acquisita. Ora invece nulla è più scontato, a causa di questo fenomeno per cui si inventano “diritti” di tutti i tipi. Non esiste un diritto di avere figli a tutti i costi, eppure ce lo vogliono far credere: finito il tempo delle grandi aggregazioni e dei partiti, è un nuovo modo di fare politica cercando consensi. L’utero in affitto si innesta in questa tendenza, anche se è nato prima, negli Usa, con gli effetti che sappiamo. È la strada attuale per lo sfruttamento del corpo delle donne».

D. Ha fatto scalpore l’intervista della femminista francese Sylviane Agacinski (Avvenire del 29 ottobre), che senza mezzi termini ha accostato i «ventri affittati» alla prostituzione.
R. «È esattamente così. Per combattere la prostituzione la legge Merlin funzionò benissimo fino a quando l’immigrazione dai Paesi poveri non diede il via alla massiccia importazione di donne, allettate con l’inganno proprio a causa della loro povertà. Allo stesso modo la pratica dell’utero in affitto prospera solo dove c’è miseria. La Francia – lo ha scritto anche Le Monde – risente molto di questo vero e proprio ritorno al colonialismo, con un movimento di francesi che si recano nelle ex colonie. È un colonialismo particolarmente inaccettabile, perché dalla vendita del suo corpo chi non trae alcun vantaggio è la donna».

D. Il 2 febbraio, ha annunciato la Agacinski, il Parlamento francese ospiterà una mobilitazione per l’abolizione universale di questa barbarie.
R. «Ero e resto convinta che, se la popolazione europea si esprimesse, sarebbe assolutamente contraria all’utero in affitto. Soprattutto
se fosse portata a conoscenza di come avviene e delle condizioni di schiavitù cui è sottoposta la vittima. A rischio però sono i nostri giovanissimi, portati a vederlo come un’espressione di libertà, “se quelle donne lo vogliono perché impedirglielo?”… A parte che non è mai una libera scelta, inoltre c’è un approfondimento che solo la vita e l’età portano, e che riguarda la riservatezza di sé, la dignità e la bellezza dei legami che attraverso il corpo si costituiscono. Primo tra tutti quello tra madre e figlio».

D. La nostra è una società attenta a rispettare alcuni diritti, in particolare della donna, eppure inspiegabilmente sorda di fronte a una forma di sfruttamento che rappresenta un evidente ritorno al passato. Perché non scatta questa indignazione? Perché anche chi è conscio della gravità preferisce tacere? Perché tanta paura a esprimersi?
R. «La causa è un neoliberismo – non economico ma culturale – che predica la totale disponibilità del proprio corpo. Il che poi era la parola d’ordine nel passato di alcune femministe con quell’“io sono mia”, slogan poco sensato al quale non ho mai aderito (la vita l’abbiamo avuta in dono, prima di tutto da una madre, dunque è un dono da ricambiare con altre persone). Per questo micidiale neoliberismo tutto deve tradursi in merce, tutto si compra e si vende. Non è solo un business, è una cultura, una tendenza generale a farci ragionare in questi termini. Poi però è vero che dietro ogni falso diritto c’è sempre un business che lo rafforza. I popoli europei sarebbero molto lontani dagli eccessi di questo capitalismo statunitense, ma è difficile svincolarsi dalle leggi del mercato globalizzato. Oggi combattere davvero per la libertà significa riuscire a gestire con saggezza la potenza tecnoscientifica e soprattutto difendersi dal mercato, che non è più progresso, è una macchina che stritola la gente. Dobbiamo dirlo ai
giovani».

D. Fino a tempi recentissimi, solo la Chiesa si è battuta in assoluta solitudine. Di recente anche il mondo femminista più attento ha smascherato l’inganno dell’utero in affitto come scelta libera, raccontando l’orrore e sposando le battaglie del mondo cristiano.
R. «Sebbene su tante cose la mia morale non coincida con quella cattolica, noi femministe dobbiamo avere il coraggio di dire che l’etica cristiana non è contro le donne. E non dobbiamo avere paura di coincidere nelle parole e nelle azioni, quando coincidono le nostre buone ragioni. Dobbiamo avere la semplicità di farlo. Quando dalle
due parti ci si comporta con lealtà e coerenza, e le posizioni sono giustificate, non fanatiche, ci si aiuta in modo importante».

D. Che cosa risponde a chi, come Elton John, accusa di omofobia chi si oppone all’utero in affitto?
R. «Omofobia? E perché mai? Rispondo tre cose. Primo, la legge civile non ha da seguire pedissequamente i progressi tecnologici. Secondo, ci sono progressi tecnologici che sono costosissimi e rispondono alle esigenze di una esigua minoranza, e anche questa ingiustizia fa parte dell’iniqua distribuzione dei beni sulla terra. Ma soprattutto rispondo che non si può avere tutto, ci sono dei limiti dovuti alla realtà delle cose. La coppia omosessuale maschile è una coppia sterile per natura. I tentativi passati di impiantare uteri nei loro corpi sono ridicoli e mostruosi. L’invidia dell’uomo, già nota alla psicanalisi, verso la fertilità femminile va analizzata e superata. Semmai quello che io vedrei come
possibilità nelle legislazioni è che, se uno dei due è diventato padre e ha già l’affidamento dei figli, magari perché vedovo, possa farlo adottare anche dall’altro. La possibilità, però, non il diritto, lo dico e lo ripeto. I diritti non sono privilegi, tanto meno privilegi per soli ricchi».

D. Prima della strage di Parigi,“Charlie Hebdo” aveva pubblicato una vignetta in cui due abbienti gay passeggiavano con una schiava nera e incinta al guinzaglio.
R. «È troppo spinto, ci sono argomenti che non si prestano alla caricatura e questo è uno. Inoltre nella piaga dell’utero in affitto la questione della schiavitù viene dopo, la prima istanza è relazionale: tra una donna incinta e la sua creatura che va formandosi c’è una relazione che è uno dei valori più alti (Nietzsche, «tutto nella donna è un mistero e tutto nella donna ha una soluzione: essa si chiama gravidanza »). Così la schiavizzazione comporta proprio che le si tolga il figlio. Perché infatti avviene solo nei Paesi poveri? Perché negli Usa, dove sarebbe lecito farlo, alla madre che tornasse sui suoi passi e pretendesse suo figlio i giudici darebbero ragione. Nella miseria di quei Paesi lontani, invece, non c’è nessuno che difenderebbe quelle donne, nemmeno le loro stesse famiglie, i genitori e i mariti, che campano sul loro ventre venduto.

 

2. Paolo Ercolani: L’utero in affitto della sinistra italiana

Il Manifesto 1 marzo 3016

 

Una frase attribuita ad Albert Einstein va al cuore del problema: «Non si può pensare di risolvere un problema con la mentalità che lo ha generato».

L’odierna centralità di un capitalismo disumanizzante, di un sistema tecno-finanziario che si erge a sacerdote incontrastato di dogmi che riducono l’essere umano a strumento per il raggiungimento di fini non suoi, rappresenta sicuramente il problema.

Ma pensare di affrontare quel problema, per esempio per estendere i diritti umani e individuali, utilizzando la mentalità che connota il problema stesso (la logica del profitto), rappresenta una di quelle contraddizioni sostanziali (performative, le chiamano i filosofi) capaci di rendere vana, sterile e persino contraddittoria la «soluzione» del problema.

Che, quindi, non solo non si rivela per nulla come una soluzione, ma rischia seriamente di ingenerare ulteriori problemi che, invece di estendere il grado dell’emancipazione umana, contribuiscono seriamente a limitarla e degradarla ulteriormente.

 

1. La logica economica

Ora, al di là delle questioni personali, sulle quali non entro per ovvie ragioni di inopportunità e rispetto, non c’è dubbio che Nichi Vendola ha risolto un proprio «problema» privato ricorrendo a una «soluzione» pregna della logica tecno-finanziaria.

Ciò che la natura non consente è stato superato con un espediente tecnico e, soprattutto, con una quantità di denaro con la quale si è, di fatto, comprata la disponibilità di una donna a «prestare» il proprio utero (ma anche il proprio corpo e la propria persona) per generare il figlio di Vendola e del suo compagno.

Esattamente come accade nelle peggiori deformazioni della logica capitalistica, quello che non si può ottenere per le vie «normali» si è deciso di comprarlo.

Non ho motivi per dubitare del sentimento genuino che sospinge Vendola e il suo compagno, nutro qualche ragionevole dubbio sul sentimento disinteressato di solidarietà umana da parte della donna che si è «prestata», ma di fatto prendo atto che si è trattata di una oggettiva transazione economica.

In cui tutto ciò che connota l’essenza umana è stato sottomesso e subordinato alla logica della potenzialità tecnica e della possibilità economica.

Vendola avrebbe potuto orientarsi in Inghilterra, dove una legge più articolata impedisce, se non erro, che sia la logica del profitto (e quindi della mercificazione umana) a rendere possibili questa pratica.

O, meglio ancora, avrebbe potuto attivarsi per inserire nel proprio nucleo famigliare uno dei tanti bambini che popolano gli orfanotrofi o che sopravvivono a malapena in condizioni di forte disagio esistenziale.

Ma no. Ha ritenuto di scegliere la strada più facile, più drastica e più privilegiata. Ossia questi Stati Uniti dove la logica economica pervade il midollo osseo della struttura culturale e sociale, e in cui non ci si fa scrupolo alcuno di fornire qualunque prodotto richiesto (anche «umano», sì) a fronte del pagamento di una cifra adeguata e sostanziosa.

Cioè, a voler essere memori di una Storia spesso rimossa, quel paese in cui ancora alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento venivano sovvenzionati gli studi sull’eugenetica (iniziati dall’inglese Francis Galton), sostanzialmente mossi da una mentalità volta a ricercare il predominio di una razza perfetta (perché costruita a tavolino) per ragioni squisitamente di dominio imperiale ed economico.

 

2. La mortificazione dell’Umanesimo sociale

Se può essere l’«umanesimo sociale» il paradigma da cui ripartire per costruire una Sinistra finalmente unita, moderna, in grado di incidere concretamente sui processi economici, sociali e culturali della nostra epoca, non c’è dubbio che il gesto di Nichi Vendola («il privato è politico», recitava uno slogan femminista del secolo scorso) distrugge in un colpo solo tanto il sostantivo («umanesimo») quanto l’aggettivo («sociale»).

Quale umanesimo, quale centralità dell’essere umano può essere riscontrata in un gesto che sottomette momenti essenziali dell’esistenza umana (parto, generazione, nascita, vincoli di attaccamento primario etc.) a una logica squisitamente economica?! Quale egoismo supremo (per quanto umanamente comprensibile) può voler sopperire all’impossibilità del dato naturale con l’artificialità della tecnica e soprattutto del denaro?!

Quale rispetto della questione «sociale» (specie da un leader della sedicente Sinistra) possiamo riscontrare in chi, pur di soddisfare il proprio egoismo personale, non si fa scrupolo alcuno nel comprare il corpo di una donna che, evidentemente per un bisogno economico, decide di sottoporsi a uno stress fisico ed emotivo enorme?!

Non risiede in ciò, forse, un esempio moderno di quella che già Marx chiamava schiavitù salariata? Che oggi si è del tutto trasformata in un dominio «biopolitico» in seguito al quale il sistema tecno-finanziario, evoluzione ultima del capitalismo, riesce a violare impunemente le menti e i corpi degli esseri umani grazie all’intervento di quel passe-partout rappresentato dal compenso economico?!

Ora, fermi restando il rispetto e la considerazione dovuti a tutte le persone coinvolte in questa vicenda (con tanto di biasimo per tutti coloro che si stanno affrettando a coprire di insulti e vergogna la vicenda, in maniera assai poco cristiana per quanto spesso motivata da una rivendicata appartenenza al cristianesimo), dobbiamo prendere atto di un ulteriore elemento di gravità.

 

3. Se questa è «Sinistra italiana»

Sì, perché non stiamo trattando solamente la vicenda «privata» che investe uno dei leader della Sinistra italiana. Per quanto una vicenda privata che assume inevitabilmente connotati pubblici, in virtù delle ragioni che abbiamo sostenuto.

A questo grave e «anarco-capitalista» gesto di Nichi Vendola, infatti, che va a ledere in maniera grave l’umanesimo sociale in nome dell’acquisizione (individuale) di un «diritto» conquistato a suon di quattrini (sulla pelle di una donna e di un nascituro), si accompagna una pressoché totale (e colpevolissima) assenza di elaborazioni teoriche, programmi e soprattutto azioni volti a tutelare i diritti di milioni di esseri umani oppressi dalle logiche economiche e da una teologia del mercato che produce ovunque emarginati, precari, migranti, persone i cui bisogni non vengono rappresentati da una Sinistra (e in genere da una Politica) degna di questo nome.

Nichi Vendola è, infatti, il leader di una Sinistra nata con molti piedi sbagliati, secondo una logica aristocratica di posizioni e privilegi tutelati dall’alto, gravata da una pesantissima assenza di mappe teoriche e programmi concreti in grado di far percepire un’alternativa seria, credibile e concreta rispetto al sistema tecno-finanziario dominante.

Sinistra italiana sarebbe dovuta nascere grazie a un empito di energie dal basso, grazie all’incontro di persone spesso deluse dalla politica e con una riconfigurazione totale dei quadri rappresentativi e dirigenziali che al momento è mancata del tutto.

Ad oggi, infatti, si tratta di una realtà fragile, risibile e del tutto incapace di incidere sui rapporti di forza e sulle dinamiche del tempo presente.

Già oggi condannata a lottare per un 4% che è il frutto di Sel (il partito dello stesso Vendola) con l’aggiunta di qualche associazione minoritaria (che ha imposto i propri elementi dall’alto), oltre all’accoglienza acritica di qualche figura (più o meno autorevole, più o meno rappresentativa) che è fuggita dal Pd ed è stata accolta con tutti gli onori potendo usufruire, ancora una volta, di una rendita di posizione garantita all’interno di un partito bloccato.

È bastato assistere alla scena penosa e patetica della tre giorni romana in cui è avvenuto il primo passo della costituzione di Sinistra italiana, con gli interventi di personalità imposte dall’alto secondo la logica aristocratica (e non rappresentativa) propria di un partito già esistente piuttosto che di una realtà da costruire dal basso.

La vicenda privata di Nichi Vendola, insomma, ci si rivela alla maniera di uno specchio fedele di questa Sinistra che ha venduto l’anima, l’identità, la prassi e la sua stessa ragione di essere alle logiche di una politica bloccata e castale, nonché di un’economia rimasta l’unica a dettare l’agenda dei valori da perseguire e delle dinamiche con cui agire.

Una Sinistra e una Politica che, in buona sostanza, non sanno far altro che affittare l’utero di qualcun altro per partorire soggetti, idee e azioni che nulla hanno a che fare con l’Umanesimo sociale e con i fondamenti sostanziali propri di una Sinistra degna di questo nome.

In questo modo non si va e non si andrà da nessuna parte. In questo modo ci troveremo di fronte soltanto all’ennesima sconfitta annunciata, propria di una realtà minoritaria capace di difendere soltanto gli interessi ristretti dei pochi privilegiati che la guidano.

La Sinistra, quella vera, o sarà capace di prefigurare orizzonti ampi, di ricostruire una rappresentanza sociale larga e democratica, e in questo senso dotarsi di una classe dirigente completamente rinnovata e selezionata secondo criteri di merito e capacità, oppure sarà destinata al ruolo patetico ai «affitta-uteri-altrui».

E gli uteri altrui, neanche a dirlo, specialmente nel campo delle idee e dell’azione politica, producono figli non nostri.

 

 

3. Diego Fusaro : L’utero in affitto è l’apice del classismo

Il fatto quotidiano 2 marzo 2016

L’ho detto e l’ho ridetto. E non mi stanco di ribadirlo. Nel tempo della falsità universale e dell’abitudine neo-orwelliana a trovare normale che due più due dia cinque, occorre insistere. E l’insistenza, diceva Adorno, è la cifra dello spirito di scissione di una filosofia non arresa all’esistente permeato dal potere.

L’utero in affitto è una pratica abominevole per quattro motivi:
a) è l’apice del classismo, perché permette a chi è danaroso di affittare l’utero di donne proletarie e disoccupate, “libere” astrattamente di farlo e materialmente costrette a farlo dalla loro condizione economica;
b) è il non plus ultra della reificazione, giacché considera il corpo della donna alla stregua di una merce disponibile e manipolabile, e il corpo del nascituro come se fosse una merce on demand, programmabile per l’acquisto da parte dell’individuo consumatore portatore di volontà di potenza smisurata;
c) è la vittoria del capitale, che ci fa credere che la libertà sia la possibilità per l’individuo di fare tutto ciò che vuole, a patto che possa permetterselo economicamente. Libertà reificata, libertà falsa, libertà ricavata per astrazione del mondo della circolazione delle merci;
d) reca con sé possibili derive eugenetiche, che ci riportano alle peggiori pagine della storia del “secolo breve”: permette, potenzialmente, di assemblare bambini come se fossero macchine, magari in futuro scegliendo minuziosamente il colore degli occhi e dei capelli.

A questi quattro motivi, che già di per sé basterebbero a liquidare l’utero in affitto come una pratica abominevole e criminale, degna di essere avversata, se ne aggiunga un quarto. Un quarto motivo che, diciamolo pure, farebbe ridere se non facesse piangere. Ed è questo: vediamo ormai gente autoproclamantesi di sinistra che difende convintamente la pratica dell’utero in affitto, della quale, dati i costi esorbitanti, mai potrà nemmeno usufruire: difende una pratica di cui potranno usufruire solo i miliardari! Si batte per i privilegi dei possidenti.

Sarebbe come se il proletariato si mettesse a difendere i panfili dei miliardari. Il controllo delle masse manipolate ha raggiunto l’apice. Esse lottano per il padrone. Si battono per il capitale, difendono l’ordine che le vuole eternamente subordinate, con il volto schiacciato perennemente dallo stivale del nuovo Signore neo-oligarchico e neofeudale.

In fondo, già ci aveva messi in guardia Antonio Gramsci, prima che il compagno Nichi facesse credere alle masse che emancipazione e comunismo coincidono con utero in affitto e mercificazione dei corpi:

“Il dottor Voronof ha già annunziato la possibilità dell’innesto delle ovaie. Una nuova strada commerciale aperta all’attività esploratrice dell’iniziativa individuale. Le povere fanciulle potranno farsi facilmente una dote. A che serve loro l’organo della maternità? Lo cederanno alla ricca signora infeconda che desidera prole per l’eredità dei sudati risparmi maritali. Le povere fanciulle guadagneranno quattrini e si libereranno di un pericolo. Vendono già ora le bionde capigliature per le teste calve delle cocottes che prendono marito e vogliono entrare nella buona società. Venderanno la possibilità di diventar madri: daranno fecondità alle vecchie gualcite, alle guaste signore che troppo si sono divertite e vogliono ricuperare il numero perduto. I figli nati dopo un innesto? Strani mostri biologici, creature di una nuova razza, merce anch’essi, prodotto genuino dell’azienda dei surrogati umani, necessari per tramandare la stirpe dei pizzicagnoli arricchiti. La vecchia nobiltà aveva indubbiamente maggior buon gusto della classe dirigente che le è successa al potere. Il quattrino deturpa, abbrutisce tutto ciò che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce. La vita, tutta la vita, non solo l’attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell’attività, si distacca dall’anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno” (A. Gramsci, giugno 1918; in Id., Scritti 1913-1926, Einaudi, Torino 1984, a cura d S. Caprioglio, p. 88


Category: Donne, lavoro, femminismi, Politica

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About Luisa Muraro: Luisa Muraro nasce a Montecchio Maggiore (in provincia di Vicenza) nel 1940. Si laurea in Filosofia all'Università Cattolica di Milano, presso la quale inizia la carriera accademica. Come racconta lei stessa, il suo docente di riferimento era Gustavo Bontadini, mentre si è poi laureata in filosofia della scienza con Evandro Agazzi. Nella sua formazione universitaria, un ruolo centrale ha lo studio della linguistica ed in particolare di Ferdinand de Saussure cui dedica anche alcuni saggi pubblicati sulla "Rivista di Filosofia Neo-Scolastica", tra il 1967 e il 1969. Durante gli anni settanta inizia ad insegnare nella scuola dell'obbligo. Qui dà vita insieme a Elvio Fachinelli e ad altri a un esperimento didattico di scuola "antiautoritaria": l'esperienza è documentata e fatta oggetto di riflessione nel libro L' Erba voglio: pratica non autoritaria nella scuola. In quegli stessi anni, con Fachinelli, Lea Melandri e altri, scrive sulla rivista che ha preso il nome dal libro citato, «L'Erba voglio». A cavallo tra gli anni sessanta e gli anni settanta accade anche il suo incontro con i gruppi femministi di Milano e con Lia Cigarini e altre fonda nel 1975 la Libreria delle Donne di Milano, che diventerà una delle istituzioni storiche del femminismo italiano . Dal 1976 vive a Milano, ma lavora nel dipartimento di Filosofia dell'Università degli Studi di Verona dove, tra il 1983 e il 1984 è stata tra le fondatrici, insieme a Chiara Zamboni, Wanda Tommasi, Adriana Cavarero e altre della comunità filosofica femminile "Diotima" . Nel 1995 e nel 2001 pubblica, nella collana La dracma diretta da Adriana Valerio, i due volumi Lingua materna, scienza divina. Scritti sulla filosofia mistica di Margherita Porete e Le amiche di Dio dando, in questo modo, un importante contributo all'approfondimento del pensiero della differenza in ambito religioso. Tra i suoi ultimi libri: Non è da tutti.L'indicibile fortuna di essere donna, Carocci 2011; Dio è violent, Nottetempo 2012; Autorità , Rosenberg e Sellier 2013; Le amiche di Dio. Margherita e le altre, Orthotes editrice Napoli 2014

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