Luisa Muraro: L’ordine simbolico della madre

| 1 Giugno 2015 | Comments (0)

 

 

 

In occasione della festa della Repubblica del 2 giugno 2015 diffondiamo quattro lezioni della Enciclopedia Treccani sulle filosofe femministe . Le altre lezioni, sempre disponibili su www.Inchiestaonline.it nella rubrica “Donne, lavoro, femminismi” sono su Luce Irigaray, Adriana Cavarero e Rosi Braidotti

Come è possibile divenire donna in un mondo dominato dall’ordine simbolico maschile? Da questa domanda prende le mosse la riflessione di Luisa Muraro, co-fondatrice della Comunità Diotima e co-responsabile della rivista “Via Dogana” di Milano, che, sulla base delle pratiche femministe e delle suggestioni derivatale da Luce IrigarayJulia Kristeva, nel 1991 affida al volume L’ordine simbolico della madre le prime conclusioni.


ORDINE SIMBOLICO E ORDINE SOCIALE

Dopo aver sottolineato la non coincidenza di ordine simbolico e ordine sociale per cui l’ordine simbolico attiene all’interpretazione del mondo, al senso che si dà a esso, mentre l’ordine sociale riguarda le modalità, i rapporti, gli istituti nei quali il primo può storicamente tradursi, Muraro precisa che ciononostante, pur restando cioè separati, ordine simbolico e ordine sociale si implicano, perché se vero è che l’uno giustifica l’altro è anche vero che l’altro è prodotto dal primo. Tuttavia non è agendo sui rapporti sociali, e quindi rivendicando la parità, che si può affermare la differenza sessuale, ma sul senso che ciascuna dà al mondo a partire da sé, dal proprio desiderio e dall’amore per la madre.
La premessa è che l’instaurarsi del regime patriarcale e l’imporsi dell’ordine simbolico maschile hanno annullato ogni differenza, riconducendola a sé, a partire da quella sessuale. La conseguente rottura del rapporto madre-figlia, così che la seconda non solo venisse assimilata all’ordine maschile e nutrisse nei confronti della madre odio e avversione, ma che la prima scomparisse come inizio, ha reso la figlia “simbolicamente sterile”, cioè incapace di pensare e di essere. Afferma Muraro:“Sono nata in una cultura in cui non si insegna l’amore della madre alle donne. Eppure è il sapere più importante, senza il quale è difficile imparare il resto ed essere originali in qualcosa[…] l’inizio cercato è il saper amare la madre” e precisa che non della propria madre soltanto si tratta: “L’attaccamento femminile alla madre corrisponde a un amore non per la propria madre, ma per la sequela delle madri, ossia per quella struttura che fa di ogni bambina il frutto di un interno di un interno di un interno, e così via fino ai confini dell’universo”, fino all’inizio, che non coincide con l’origine, di una genealogia femminile.
È la filosofia, storicamente e strutturalmente maschile, che ha rimosso l’inizio, che inerisce al corpo sessuato femminile, a favore dell’origine, di un cominciamento assoluto, cioè, a partire da una tabula rasa, da un vuoto, dal nulla. Riconoscere la genealogia, riconoscere cioè che una è figlia di una madre che a sua volta è figlia di un’altra madre, riconoscere l’apporto di sapere di altre donne che sono venute prima di ciascuna è fondamentale, affinché il partire da sé, dalla propria esperienza non precluda, chiudendolo nella settorialità delle rivendicazioni, lo sguardo su tutto il mondo e venga meno, quindi, la dimensione politica del pensiero della differenza sessuale. La riconoscenza verso la madre è il primo atto di un guadagno di significato di sé nel mondo. “Saper amare la madre fa ordine simbolico” poiché dà o restituisce “l’autentico senso dell’essere”. Riabilitare la madre significa, insomma, riabilitare la funzione materna come funzione generativa, non solo riproduttiva. All’origine del sé e del linguaggio non ci può essere il nulla, poiché ciascuno e sempre “nato” e la nascita rinvia al principio materno in quanto essere nati è sempre essere nati da una donna.

L’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE

Come il sistema linguistico-concettuale sessuato al maschile si fonda sulla figura e sulla Legge del Padre e si riverbera nell’ordine simbolico descritto da Lacan, così il nuovo ordine simbolico delle donne deve fondarsi sulla figura della madre e sul suo rapporto armonico con la figlia.
Tornare alla madre, avere verso di lei riconoscenza, costruire una genealogia, un continuum della figura materna, significa dunque sottrarsi all’ordine simbolico maschile, che rappresenta la donna attraverso la determinazione della sua natura o della sua condizione e la relega perciò a un destino di procreazione e di cura, e cominciare a costituirsi in soggetto libero di formulare giudizi e addivenire a interpretazioni. Accettare la dipendenza dalla madre significa rafforzare la propria indipendenza, trovare “la rispondenza fra il (mio) pensiero e il (mio) essere. La rispondenza cercata comincia per me dal riconoscere il sentimento di una dipendenza che ho dentro e accettarlo nonostante ciò che si insegna abitualmente. La indipendenza si rafforza dall’accettazione della dipendenza”. “Solo la gratitudine verso la donna che l’ha messa al mondo può dare a una donna l’autentico senso di sé”. Questo accade però soltanto se ci si riappropria della lingua materna, poiché l’ordine simbolico è fondamentalmente lingua, o meglio i tanti linguaggi che ci parlano, dato che prima di parlare noi siamo “parlati”. “Io ho scelto di sostituire l’attaccamento alla madre con il saper-amarla e di considerare la lingua imparata da lei come la forma prima di questo sapere. Altri e altre, invece, preferiscono sostituire l’attaccamento alla madre dedicandosi interamente al lavoro, allo stato, alla famiglia, alla religione e alla lingua materna preferiscono lingue imparate in un secondo tempo oppure linguaggi artificiali oppure i soldi”.
Dunque, “il parlare è l’attività che meglio di ogni altra sembra render conto della relazione tipicamente femminile con la madre”. La lingua assume, infatti, le forme della differenza sessuale con il sistema dei generi grammaticali, maschile e femminile, ed è fondamentale nell’interpretazione del mondo. Attraverso di essa noi siamo identificati appena veniamo al mondo, come donna o come uomo ad esempio, e non appena accettiamo questa identificazione iscritta nei generi grammaticali accettiamo anche tutti gli atti interpretativi riferiti all’una e all’altro. Nella lingua, dunque, la posta in gioco è l’interpretazione del mondo che mette in gioco il senso. Come afferma Luce Irigaray, il parlare non è mai neutro, perciò la differenza sessuale ha bisogno di un linguaggio attraverso il quale possa parlare, interpretare, distruggere se necessario e trasformare. Le donne hanno bisogno di parole, di un simbolico conforme alla loro esperienza. Esse devono poter parlare di sé senza passare attraverso l’immaginario maschile. Appropriarsi della lingua è allora acquisire competenza simbolica che va mediata. A differenza però di Irigaray, per la quale la natura e l’essere sono sempre due, e quindi due sono anche i principi della simbolizzazione, uno paterno e maschile e l’altro materno e femminile, per Muraro esiste solo quello materno, del quale gli uomini si sono appropriati o si sono serviti spodestando le donne. “Mettendomi al mondo” – afferma Muraro parlando della madre – “lei ha sempre voluto la mia indipendenza simbolica come facente parte indissolubile della vita che lei mi ha donato” e la lingua alla quale introduce “è per me la prima che viene al suo posto”. Emerge qui anche la presa si distanza dalla posizione di Julia Kristeva chedistingue il semiotico della lingua materna dal simbolico della lingua paterna nei termini del balbettio dal discorsoPer Muraro, che coglie una intuizione di Lacan, il linguaggio è tutto materno ed è attraverso la parola della madre che il figlio riconoscerà più tardi il padre “come coautore della sua vita”. Dunque la maternità è corpo e linguaggio, biologico e simbolico insieme, e non vi è un ordine materno simmetrico, parallelo, finanche mimetico, nella sua verticalità, a quello del padre. L’asimmetria tra i sessi è irriducibile e ogni tentativo in questo senso significa cancellazione della differenza sessuale e di tutta la sua ricchezza e potenzialità. Questo si deve capire e sostenere perché le donne acquistino competenza simbolica, cioè capacità di far essere senso.

LA COMPETENZA SIMBOLICA E LA NECESSARIA MEDIAZIONE

Guadagnare consapevolezza di sé e della necessità di parlare a partire dalla propria esperienza dà quella che Muraro chiama competenza simbolica, “che è un saper stare al mondo con la capacità di dirne il senso. Altrimenti è come un non stare”. Essa non è un possesso, ma una qualità della relazione col mondo e ciò che essa a sua volta dà è la capacità di dire con parole proprie e di comunicare il senso della realtà di cui sono parte. Questo, cioè interpretare il mondo che cambia, significa per chi lo fa trovarsi al centro del mondo come realtà interpretata. Perciò l’agire simbolico, dare senso alla realtà, è anche agire politico, trasformarla. La competenza simbolica è il principio per una interpretazione libera di quello che è esperienza di donne. È dare senso al reale che attraverso il simbolico prende senso. Avere competenza simbolica è avere il senso della necessaria mediazione che è “rendere dicibile e accettabile una qualsiasi cosa della realtà”.È solo con la mediazione necessaria, infatti, ovvero fedele all’esperienza di ciascuna, che la competenza simbolica dà senso alla propria presenza nel mondo.Ogni mediazione in eccesso la depotenzia.Occorre perciò dare il giusto valore alle cose, avere misura, che è il seme del simbolico. La mediazione ha a che fare con la lingua più che con la legge; essa apre all’interpretazione del mondo come possibilità di altro e, in questo senso, attiene alla rivoluzione simbolica che è quella della differenza sessuale come forma del sapere.

 

L’AUTORITÀ FEMMINILE

Attraverso la mediazione si guadagna autorità e quindi capacità di trasformare il mondo, non in opposizione al maschile, ma in relazione alla sua differenza. Infatti, nell’orizzonte di senso creato dall’autorità femminile, dalle mediazioni femminili, l’uomo entra con la sua differenza; cessa pertanto la sua assolutizzazione derivata dalla sua assenza assoluta da quell’orizzonte ed egli, riconoscendo l’autorità femminile, acquista quella misura che altrimenti “è destinata a infrangersi nel disprezzo delle donne, ma anche degli altri uomini e quindi nelle guerre”. L’autorità femminile ha perciò qui un’autentica valenza politicaL’autorità non coincide con il potere, con il dominio, che è causa di disordine simbolico che è a sua volta premessa di disordine sociale, ma è qualità relazionale, capacità di commisurarsi con il reale in uno scambio di senso e di valore che, come suggerisce l’etimologia, accresce e arricchisce qualitativamente la nostra esperienza; è accordarsi tra sé e sé, fra sé e il mondo, circa quello che si vuole essere e fare. Il senso ultimo dell’autorità sta dunque nella mediazione e in sua mancanza quello che si esercita è un potere. In questo senso autorità è anche indice di superiorità della differenza femminile, in quanto capacità di entrare in un rapporto di disparità, e tutti i rapporti per essere sono di disparità, senza rivalità e senza subordinazione, unico modo o il più sicuro, afferma Muraro, “perché l’uomo possa avere uno scambio proficuo con l’altro sesso”. E “la differenza sessuale costituisce l’esperienza umana più bisognosa di mediazione.” Mediazione, quindi, non rivendicazione di parità.

FORZA E VIOLENZA

Nell’ultimo lavoro di Muraro Dio è violentla forza simbolica sembra essere l’unico elemento di contrappunto alla violenza che esiste nelle cose e fra i viventi proprio perché mostra tutta l’efficacia e l’autorità di un agire che mette al centro il proprio desiderio e il partire da sé, ma poiché è un agire per amore del mondo è immediatamente un agire politico.
Alle prevaricazioni del potere, scrive Muraro, bisogna opporre una “azione possibile ed efficace”, la quale comporta inevitabilmente “una certa violenza”. Forza e violenza non coincidono ma sono prossime, ed è nella loro prossimità, cioè nella prossimità di ciò che dobbiamo dosare e conservare, la forza, e ciò di cui non disponiamo come mezzo, la violenza, che si troverà il punto di leva per andare fino in fondo alla propria forza di resistenza e di opposizione all’arroganza del potere.
“Si tratta – scrive Muraro – di pensare una violenza che non è strumento di nessuno, che il diritto non può fare sua giustificandola, e che nessuno può fare sua, manifestazione di una giustizia che ci oltrepassa dalla quale, però, noi umani possiamo lasciarci usare, consapevoli del rischio inevitabile di cadere in errori ed eccessi”. Lontana dal proporre pratiche violente, eppure attenta a ogni rischio, Muraro, in perfetta coerenza con il suo pensiero, si pone ancora una volta sul terreno del simbolico, laddove la soggettività, di fronte alla rottura definitiva del contratto sociale e al dilagare della violenza, affrancatasi dalla dipendenza simbolica nei confronti del potere, si impone con tutta la forza necessaria, ovvero “quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere”.

 

Category: Donne, lavoro, femminismi, Storia della scienza e filosofia

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About Luisa Muraro: Luisa Muraro nasce a Montecchio Maggiore (in provincia di Vicenza) nel 1940. Si laurea in Filosofia all'Università Cattolica di Milano, presso la quale inizia la carriera accademica. Come racconta lei stessa, il suo docente di riferimento era Gustavo Bontadini, mentre si è poi laureata in filosofia della scienza con Evandro Agazzi. Nella sua formazione universitaria, un ruolo centrale ha lo studio della linguistica ed in particolare di Ferdinand de Saussure cui dedica anche alcuni saggi pubblicati sulla "Rivista di Filosofia Neo-Scolastica", tra il 1967 e il 1969. Durante gli anni settanta inizia ad insegnare nella scuola dell'obbligo. Qui dà vita insieme a Elvio Fachinelli e ad altri a un esperimento didattico di scuola "antiautoritaria": l'esperienza è documentata e fatta oggetto di riflessione nel libro L' Erba voglio: pratica non autoritaria nella scuola. In quegli stessi anni, con Fachinelli, Lea Melandri e altri, scrive sulla rivista che ha preso il nome dal libro citato, «L'Erba voglio». A cavallo tra gli anni sessanta e gli anni settanta accade anche il suo incontro con i gruppi femministi di Milano e con Lia Cigarini e altre fonda nel 1975 la Libreria delle Donne di Milano, che diventerà una delle istituzioni storiche del femminismo italiano . Dal 1976 vive a Milano, ma lavora nel dipartimento di Filosofia dell'Università degli Studi di Verona dove, tra il 1983 e il 1984 è stata tra le fondatrici, insieme a Chiara Zamboni, Wanda Tommasi, Adriana Cavarero e altre della comunità filosofica femminile "Diotima" . Nel 1995 e nel 2001 pubblica, nella collana La dracma diretta da Adriana Valerio, i due volumi Lingua materna, scienza divina. Scritti sulla filosofia mistica di Margherita Porete e Le amiche di Dio dando, in questo modo, un importante contributo all'approfondimento del pensiero della differenza in ambito religioso. Tra i suoi ultimi libri: Non è da tutti.L'indicibile fortuna di essere donna, Carocci 2011; Dio è violent, Nottetempo 2012; Autorità , Rosenberg e Sellier 2013; Le amiche di Dio. Margherita e le altre, Orthotes editrice Napoli 2014

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