Letizia Bianchi: Madri negli asili nido bolognesi e nella Plaza de Mayo

| 8 Ottobre 2011 | Comments (0)

 

 

 

Riportiamo da you tube dell’ 11 ottobre 2011 l’intervento di Letizia Bianchi al convegno “Mamma vieni al Nido” organizzato dai genitori dei nidi di Bologna l’8 ottobre 2011 inserendo anche la sua laudazio per la Laurea honoris causa dell’università di Bologna alle Madres de Plaza de Mayo il 17 ottobre 2007

1. Letizia Bianchi: Intervento al convegno “Mamma vieni al nido” organizzato da i genitori dei nidi di Bologna l’8 ottobre 2011

 

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=rAZEeLMCInw[/youtube]

 

 

2. Letizia Bianchi: Laudazio per la  Laurea honoris causa dell’Università di Bologna alle Madres de Plaza de Mayo il 17 ottobre 2007

 

Le Madri di Piazza di Maggio, ormai da trent’anni, tutti i giovedì marciano nella Piazza centrale di Buenos Aires che ha dato loro il nome. Ho detto marciano e non, fanno il giro della piazza, perché come loro sottolineano, non girano in tondo: seppure camminiamo in circolo stiamo andando verso una meta : e’ stato camminando a braccetto attorno alla piazza che abbiamo costruito il nostro pensiero. Ma cosa voleva dire marciare nel giugno1977 in Argentina quando hanno iniziato? E perché continuare a farlo ancora oggi?


Chiedere, incontrarsi, dire, creare legami

Il 24 marzo 1976 va al potere in Argentina una giunta militare che nei sette anni di esistenza incarcerò 10.000 prigionieri politici, costrinse all’esilio 1milione e 500.000 dissidenti, fucilò 3000 persone in strada e fece sparire 30.000 persone. I due terzi dei desaparecidos – “è un triste privilegio argentino che oggi questa parola si scriva in castigliano in tutto il mondo” – aveva tra i venti e i trenta anni. Scomparvero anche centinaia di bambini, subito dopo il parto o ancora in fasce.

C’era complicità in tutti i settori della società: nella magistratura, nella chiesa, nel sindacato, nell’università, nei giornali.

La vita diventa un incubo quando tutto quello che sei stata educata a rispettare, tutti quelli che fino ad allora erano stati amici si devono considerare nemici. Quando non fu di connivenza, la reazione della società argentina di fronte ai sequestri e alle violenze fu di paura e sgomento, di incredulità. Il risultato fu una società paralizzata dal terrore, attenta a non dire una parola di troppo, disposta ad occuparsi solo delle cose che riguardavano strettamente la propria famiglia e i propri affari. Le Madri dei desaparecidos nei giorni dopo il sequestro dei figli, si dicevano che era successo qualcosa di impensabile.

Mi ripetevo, no non può essere, non può essere. Però era (.Beba)

Per una madre è impensabile, però è successo, è successo. (Juanita)

Era impensabile ed era successo. Da subito, le madri cercarono di stare a quanto stava loro accadendo. Prima singolarmente poi insieme, si recarono in tutti i luoghi, andarono da tutte le persone che potevano dar loro notizie dei figli che erano stati portati via all’improvviso, senza nessuna spiegazione. E’ quanto meno si aspetta un potere dittatoriale, che fa affidamento sulla paura per ottenere acquiescenza. Ma – dicono le Madri – cosa gli poteva succedere di peggio di era già successo?

La prima marcia avvenne nel giugno 1977. Da alcuni mesi le Madri si recavano una volta alla settimana nella Plaza de Mayo dove si affaccia la Casa Rosada, sede del Governo argentino che ospita anche il Ministero degli interni. C’erano andate perché ci lavoravano persone a cui era stato loro detto potevano rivolgersi per avere notizie dei figli. Quando il loro gruppo in Piazza divenne più numeroso, arrivò la polizia, disse che c’era lo stato di assedio, gli assembramenti erano vietati, che dovevano circolare. E loro marciarono. Iniziò così il rapporto delle Madri con la Piazza, luogo pubblico e di incontro per eccellenza.

Il primo anno fu di grande solitudine e di grande attività: il desiderio di far sapere al mondo cosa era successo ai figli, cosa stava avvenendo in Argentina al di là delle menzogne dei golpisti, le portò ad inventare i più svariati modi per comunicare. Scrissero ho un figlio scomparso sulle banconote e quando si accorsero che la gente spaventata le distruggeva, iniziarono a farlo su banconote di grosso taglio affidando la circolazione del loro messaggio a quel mediatore universale che è il denaro; andarono in chiesa la mattina presto, e nei libri di preghiera dove c’era il segno della liturgia del giorno, infilavano un foglio in cui era scritto, è venuta la polizia e si è presa mio figlio; stampare volantini era proibito, scrissero a mano ognuna di loro centinaia di cartoline che distribuivano all’angolo delle strade.

Le madri , come ha scritto Daniela Padoan in un bel libro a cui sono profondamente debitrice1, hanno sempre avuto una grande capacità di convertire una cosa nel suo contrario: un insulto pazze in un punto di forza si, siamo pazze d’amore per i nostri figli, una costrizione circolate in una libertà marciamo, un divieto non si fanno volantini in una invenzione. Una delle armi più potenti da loro usate è stato il linguaggio. Le parole vanno scelte bene, usate per dire la realtà di ciò che avviene nel mondo, per dare agli avvenimenti il proprio senso e segno. Nelle madri la cura della parola rimanda alla verità e quindi alla lingua materna:

una madre insegna al bambino a nominare le cose con parole che corrispondono al vero. Una mela è una mela. (Hebe).

E soprattutto è questione di responsabilità di fronte alle parole che si dicono: ogni parola è una promessa .

Noi abbiamo imparato dai nostri figli la verità delle parole o per meglio dire la forza delle parole che contengono la verità” (Hebe).

Tale è la forza delle loro parole d’ordine. Tutto l’opposto dell’uso che le dittature fanno del linguaggio, nel quale le parole servono per stornare la realtà dalla realtà; nel l’eufemismo “volo” invece che “gettare vivo in mare” è un modo per nascondere a se stessi e al mondo la realtà delle azioni compiute, nel quale l’etichettamento –pazze, terroristi – aiuta ad ingenerare in noi un senso di distanza e nell’altro un senso di non appartenenza al consorzio umano. Sarà per questo che le madri non vogliono che si parli di bambini di strada: in questo modo diventano della strada e possiamo non occuparcene, ma se sono bambini, sono nostri, e a noi adulti spetta prendersi cura di loro.

Con tutti questi mezzi cominciarono a spezzare il muro di omertà e di silenzio. Nel 1978 ci furono i Mondiali di calcio. Le madri in un momento in cui tutta l’Argentina tifava per la nazionale furono forse le uniche a non esultare per le loro vittorie. E per questo erano considerate antipatriottiche oltre che pericolose. Il loro progetto era approfittare della presenza straniera per far sapere al mondo che l’Argentina non era i tre stadi nuovi costruiti a tempo di record, le strade aperte per l’occasione, la sospetta bravura nel calcio: l’Argentina erano i loro figli desaparecidos e i campi di concentramento. E ci riescono: la troupe olandesi non filma la cerimonia inaugurale dei giochi ma va in piazza a riprendere la marcia delle Madri e la loro nazionale di calcio, arrivata seconda, non ritira la coppa. Il mondo incomincia a reagire .

Le Madri dicono sempre che quello che ha permesso loro di sopravvivere, che ha impedito ad una dittatura brutale di farle sparire tutte, fu aver rotto l’isolamento e la solidarietà internazionale. Teniamolo a mente.

Non tutte però sono sopravvissute: tre di loro furono sequestrate nel dicembre del 1977 e poi scomparvero. In questa occasione, in riconoscenza per quanto hanno fatto, permettetemi di ricordarne i nomi delle Madri delle Madri: Azucena Villaflor De Vincenti, Esther Balestrino de Careaga, Mary Ponce.

Chiedere, incontrarsi, dire, stringere relazioni: è proprio quello che tutte le dittature maggiormente reprimono perché sanno che possono esistere solo se il legame tra generazioni viene spezzato, le relazioni famigliari sconvolte, i rapporti tra vicini avvelenati dal sospetto della delazione. Quando il tessuto sociale si sfrangia e si corrompe, la società si atomizza e tutto può succedere. Per questo quando nel giugno 1982, dopo la catastrofica avventura delle isole Falkland, la dittatura cade, o oggi che l’attuale Presidente argentino Kirchner si dice figlio delle Madri di Piazza di Maggio, esse non sentono di aver raggiunto il loro scopo, perché sanno che il lavoro di tessitura sociale non ha fine. Non si può che continuare a marciare…

Nel fare della lotta hanno imparato che perché in Argentina come nel resto del mondo, Nunca màs 2 (Mai più) non sia solo un urlo di dolore o un angoscioso richiamo, bisogna sempre continuare a tessere relazioni e occuparsi di chi ha difficoltà o stenta in questo tessuto ad inserirsi. Che è poi il compito di ogni educatrice ed educatore, il senso “vero”del lavoro che noi tutte e tutti portiamo avanti nella Facoltà in cui lavoriamo, il senso vero del fare Università. Poter vivere in una società che non esclude e lavorare perché possa essere tale, operando nella quotidianità della vita e del lavoro, facendo di questo un sapere.

 

Storia vivente

Le Madri in più di una occasione hanno sostenuto che a loro non interessa la memoria o il ricordare come azione politica. Il ricordo, la memoria di quanto è successo ai loro figli è cosa intima. Non vogliono ricordare né le torture né gli abusi sessuali, né tutto un apparato di morte (sarebbe come violarli una seconda volta). Non vogliono risarcimenti, lapidi; non intendono fare di quanto è successo ai loro figli un monumento.

Nell’università de La Plata all’ingresso c’è oggi una lastra di marmo con su scritto i nomi dei desaparecidos: i ragazzi che vanno lì a studiare non sanno niente di loro, di quali vite e destino si celino dietro a quei nomi e non si chiedono perché questa lapide, cosa è successo. (Hebe)

La storia dei loro figli vogliono che sia storia vivente: continuare quello che i figli avevano iniziato a fare, fare anche loro quello che i figli facevano. Per questo lavorano con i giovani e per loro, si occupano dei bambini che vivono nella strada, continuano ad andare puntualmente in piazza, luogo di lotta e di conquista, hanno aperto la casa delle Madri, una scuola, una università, una stamperia, un centro culturale, un caffè letterario. Fanno corsi di ceramica, laboratori di scrittura, di comunicazione mediatica. Lavorano e si preoccupano perché le nuove generazioni possano vivere con dignità, pensare, studiare, dissentire, criticare, far lavoro politico senza che nessuno li reprima come è successo ai loro figli.

Abbiamo preso un profondo impegno con i nostri figli di non abbandonarli mai

Come sono riuscite in questo? Le madri dicono che l’unica lotta persa è quella che si abbandona. La loro bussola, la forza interiore che le ha sempre sostenute è stata la riconoscenza per quello che i figli e le figlie avevano fatto e per cui erano stati fatti sparire.

Abbiamo preso un profondo impegno con i nostri figli di non abbandonarli mai (Hebe).

Dopo aver accettato che non sarebbero più tornati, esse hanno fatto un doloroso passaggio dall’impegno per il loro ritorno, all’impegno con quanto loro avevano fatto, credevano e speravano. Non erano stati fatti sparire a caso. Spariva chi voleva un mondo migliore e lavorava perché si potesse realizzare, sparivano i giovani e ci si impossessava dei bambini. Centinaia di bambini vennero dati in adozione alla nascita ad amici di chi ne aveva ucciso la madre, cancellandone nome ed origini. Si eliminava la possibilità stessa di un futuro diverso da quello progettato dalla dittatura. Un vero e proprio genocidio generazionale, una rottura cinica e spietata di genealogie.

Abbiamo preso un impegno irrinunciabile con i nostri figli, dicono le Madri.

Le madri non possono rimetterli al mondo, ma possono fare qualcosa dell’ordine della vita, della creazione : e costruiscono legami sociali e un mondo più simile a quello che i figli desideravano. Il loro dolore si converte in lotta. E’ per questo, soprattutto per questo che le madri non hanno mai accettato la morte dei figli.

Per le madri niente morte. Vita” (Beba).

La loro vita è stata ed è testimonianza della resistenza della vita sulla morte, del dar vita materno sul dar morte dei regimi. La morte che loro combattono non è l’umano fine di ogni vita. E’ alla morte imposta, alla morte anonima, che è la vera faccia del potere, che si ribellano.

 

Socializzazione della maternità

Sopportare la scomparsa di un figlio non si può spiegare, non me lo spiego nemmeno io; noi Madri non ce lo spieghiamo ancora. Le madri avevano iniziato a portare il fazzoletto bianco che oggi le distingue, negli anni della dittatura come un modo per riconoscersi ed identificarsi reciprocamente nei raduni che il regime faceva per autocelebrarsi, per imporre la loro lettura di quanto stava avvenendo. Le madri partecipavano per far sentire un’altra voce, per dare con la loro presenza esistenza ai figli. All’inizio si misero in testa un pannolino dei figli , poi un fazzoletto bianco di batista su cui era scritto il nome dei figli, delle figlie scomparse, portavano una loro fotografia sul petto, cartelli con le loro immagini. Ma quando iniziarono a vedere che c’erano madri che non venivano in piazza, madri che erano morte, altre che non osavano combattere o non volevano, altre che cercavano persino di ignorare la scomparsa dei figli, capirono che non potevamo lasciare soli e dimenticati tutti quei ragazzi e ragazze che non avevano nessuno a lottare per loro.

Abbiamo capito che dovevamo farci madri di tutti. E’ stato un passaggio lungo, che abbiamo chiamato socializzazione della maternità, anche se le parole, come sempre, sono venute dopo; prima è venuto il sentimento che ci ha spinte (Hebe)

Togliere il nome dal fazzoletto, la fotografia dal petto, non portare più il cartello con la loro immagine, segnalò il passaggio. Alcune di noi perché la cosa non fosse troppo violenta cominciarono scambiandosi le foto dei figli e così si marciava con il figlio, con la figlia di un’altra; tutto così si realizzò più dolcemente. Man mano, lentamente, ognuna con il tempo che le era necessario, diventarono le madri dei trentamila desaparecidos: li rivendichiamo tutti, li amiamo tutti, li difendiamo tutti . Tutti stavano facendo qualcosa di giusto e di bello, tutti a modo loro e come hanno creduto e potuto.

La socializzazione della maternità fu una decisione molto importante: dimostra come tutto, a partire dalla cosa più sacra che è la maternità, si possa condividere e socializzare.( Beba)

Fu capire che non si poteva scegliere, escludere, privilegiare. Fu stare alla lezione dei figli e delle figlie, quello per cui avevano lottato: stavamo davvero imparando da loro che avevano a cuore tutti. Gli altri sono io” dicono le madri, facendo dell’ empatia e della responsabilità quotidiana della vita e del vivente il loro impegno e la loro politica.

Apprendere dai figli

Le Madri non si stancano di ripetere di essere figlie dei loro figli, messe da loro al mondo della consapevolezza di ciò che dobbiamo agli altri , oltre che a noi stessi e alla nostra famiglia.

Credo che sia bello per ogni mamma guardare i propri figli, già quando sono piccoli, pensare quanto ha da imparare da loro ogni giorno; il rapporto che un adulto può avere con un bambino è uno scambio meraviglioso (…)la loro allegria diventa la tua”. (Hebe)

Lo scambio generazionale è importante nell’accrescere l’esperienza di ciascuno di noi e non è a senso unico. Ma le Madri non si fermano ad apprendere dai loro figli piccoli, attraverso la loro lotta hanno capito meglio i figli e le figlie e hanno capito che questo è lo scambio più vitale che ci può essere nelle famiglie, come nella scuola o all’università, sapere apprendere gli uni dagli altri. L’energia che deriva dal riconoscimento di questo debito reciproco, il praticarlo insegnando ed apprendendo gli uni dagli altri , il saper restituire in forma accresciuta ed elaborata ciò che gli altri ci hanno dato è una delle cose più importanti che possiamo tutte e tutti guadagnare dalla loro esperienza.

Grazie alle Madri e a Hebe.

 

Note

1 Daniela Padoan, Le pazze. Un incontro con le madri di Plaza de Mayo, Bompiani, Milano, 2005. Le parole delle Madri riportate in corsivo sono tratte dalle interviste contenute nel volume.

2 Nunca màs, Mai più è il titolo del Prologo  alla relazione fatta dalla Comision Nacional sobre la desparicion de personas (CONADEP) voluta dal Presidente Alfonsin con l’incarico di raccogliere le denuncie e le testimonianze sulle violazioni dei diritti umani perpretati nei sette anni di dittatura

 

 

 

 

Category: Donne, lavoro, femminismi, Osservatorio America Latina, Scuola e Università, Video

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About Letizia Bianchi: Letizia Bianchi ha insegnato Sociologia della famiglia all’Università di Bologna. è soprattutto una maestra: il suo pensiero si articola nello scambio con le donne e gli uomini con cui insegna. Ha pubblicato articoli e saggi sul tema della relazione di cura. Tra questi ricordiamo A casa con sostegno, Franco Angeli, Milano 2001; Cura familiare, cura professionale, in G. Colombo, E. Cocever, L. Bianchi, Il lavoro di cura, Roma 2004. Più recentemente ha lavorato sulla questione della socializzazione della maternità e ha pubblicato: intervista con Giannina Longobardi a “Una città” n. 183, aprile 2011 Le tombe vuote. Sulle madri di Plaza de Mayo ha scritto anche un articolo per “Via Dogana”, n. 202, settembre 2012, Il nemico non abita più qua. Le madri di Piazza di Maggio. In un testo del 2001 in un covegno dal titolo "Le maestre e il professore" a cura di Vito Cosentino e Guido Armellini ha scritto di se" Io sono un professore ma è tutta la vita che tento di essere una docente e da sempre sono alla ricerca di maestre da cui imparare"

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