Gad Lerner: Licia Pinelli racconta una Milano democratica dopo Piazza Fontana

| 2 Gennaio 2015 | Comments (0)

 

 

E dopo? Cosa ne sarà della tua vita dopo che tuo marito, un mite ex partigiano anarchico divenuto ferroviere, del quale sei perdutamente innamorata, è precipitato da una finestra del quarto piano nel cortile della Questura di Milano?

Bisognerà aspettare quarant’anni, dal 15 dicembre 1969 fino al 9 maggio 2009, perché un presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, riceva la vedova Licia insieme alle sue figlie Silvia e Claudia divenute adulte, e pronunci quelle parole, “morto innocente”, in ricordo di Giuseppe Pinelli.

“Mi sono sentita nel ‘mio Paese’. Non era sempre stato così!”, scrive oggi Licia Rognini Pinelli in un agile, commovente libretto pubblicato da enciclopediadelledonne.it intitolato semplicemente Dopo. Per raccontare come una donna del popolo che non aveva mai lavorato fuori casa, Dopo si ritrovi d’un colpo sovraccaricata di una tragedia più grande di lei. Tragedia sentimentale, familiare e politica. Un marito additato come complice della strage di piazza Fontana. Due bambine piccole da mantenere intanto che la pensione di reversibilità non arriva. Lo sforzo per rimanere una persona che non sia “solo” la vedova Pinelli, ma persegua una vita normale; anche se, è lei stessa a scriverlo: “Non ho avuto, come spesso mi chiedono, un altro compagno. Per molte ragioni, la principale è che non mi sono più innamorata o non ho voluto farlo”.

Furono certo in molti a credere subito nell’innocenza di Pinelli, ma quella solidarietà diffusa da sola non risolveva il problema della sopravvivenza. Fu così che una mattina di febbraio del 1970, dopo aver cambiato tre tram, Licia raggiunse a Città Studi l’Istituto dei Tumori dove Giulio Alfredo Maccacaro dirigeva la prima struttura di ricerca sulle malattie professionali generate dal lavoro industriale. Fu il professor Maccacaro a offrirle un impiego e, con esso, l’ambiente umano capace di sostenerla in quei momenti difficilissimi.

Le memorie di Licia Pinelli, delineano un affresco prezioso della Milano democratica che in seguito verrà dileggiata come “radical chic”, ma che intanto reagiva alla disinformazione di regime e all’ingiustizia. “Di quei giorni tristi ho un ricordo bello: la visita di Enzo Jannacci e Beppe Viola”, mentre la morte di Pino veniva archiviata prima come “suicidio” e poi come “morte accidentale”. Nell’ufficio di Maccacaro, Licia batterà a macchina la prima stesura del pamphlet “La strage di Stato”, opera collettiva di ricercatori universitari e giornalisti indipendenti. Conoscerà Cesare Musatti; il pittore Enrico Baj dipingerà dopo averla incontrata I funerali dell’anarchico Pinelli; Franca Rame la cercherà per mettere in scena la sua storia insieme al marito Dario Fo. Poi gli avvocati, da Marcello Gentili e Domenico Contestabile fino a Carlo Smuraglia. Nascono amicizie inaspettate, come quella con la gran signora della borghesia milanese, Camilla Cederna, che fino all’ultimo le chiese di leggere in anticipo i suoi libri e che la presentò a un emozionato Giovanni Testori.

Ritrovata una certa sicurezza personale, Licia Pinelli va a lavorare all’Istituto di Psicologia della Facoltà di Medicina e, una volta in pensione, collabora da volontaria alla Lega in difesa dei diritti dei portatori di handicap. Nuove amiche le spalancano una finestra sul mondo: lei che non si era mai mossa da Milano scoprirà la passione per i viaggi in Europa, nel Sud Italia, perfino in Cina. Senza mai smettere di coltivare la memoria del marito con l’aiuto di Piero Scaramucci, padre David Turoldo, Marino Livolsi, Corrado Stajano, Bruno Manghi, le persone che le erano state vicine fin da quella notte terribile del fermo di Pino e del trasferimento forzato in Questura. Lapidi che perpetuano la denuncia dell’ingiustizia patita, da piazza Fontana al cimitero anarchico di Carrara. Incontri pubblici nei quali impara a vincere la timidezza, ma senza mai eccedere nei toni, grazie anche alla sua nuova passione: il coro diretto dal maestro Mino Bordignon in cui Licia canta come contralto.

E’ così che Licia Pinelli ci racconta con struggente serenità come sia stato possibile elaborare un lutto scevro dal rancore ma fermo nel presidiare l’onore di Giuseppe Pinelli. Grazie a lei, e alla rete di amicizie che ha saputo intessere, anche le sue figlie impareranno a perpetuare nel Dopo una memoria cui Napolitano renderà nel 2009 il dovuto riconoscimento.

 


Category: Donne, lavoro, femminismi, Editoriali, Libri e librerie, Osservatorio Milano

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About Gad Lerner: Gad Lerner è nato a Beirut, in Libano, nel 1954 da una benestante famiglia ebraica, stabilitasi in Palestina sin da prima della nascita di Israele (dove vivono tuttora molti suoi parenti). Il padre, Moshé Lerner, nacque in un kibbutz di Haifa da genitori galiziani originari di Drohobyč, una cittadina all'epoca austro-ungarica, attualmente sita in Ucraina; la madre, Revital Taragan, nacque a Tel Aviv, ma si trasferí giovanissima in Libano, da Joseph Taragan, un ricco mercante turco, e da Zipora Taragan, a sua volta figlia di intellettuali lituani aderenti al movimento politico di Hovevei Zion. Lerner visse a Milano dall'età di tre anni. Apolide, chiese la cittadinanza italiana, a cui aveva diritto dal 1967 (come apolide ivi residente da dieci anni), all'età di trent'anni, ma dovette aspettarne due a causa della burocrazia, per ottenerla nel 1986 e solo grazie al primo matrimonio con una cittadina italiana. È sposato in seconde nozze con Umberta dalla quale ha avuto cinque figli; è inoltre proprietario di una cascina dove coltiva uva da vino barbera e nebbiolo. È un acceso sostenitore dell'Inter, squadra che segue, per sua stessa ammissione, fin da bambino e per la quale sottoscrive regolarmente l'abbonamento allo stadio.Comincia l'attività giornalistica nel 1976 nel quotidiano Lotta Continua, organo dell'omonimo movimento politico di sinistra extraparlamentare, fino a diventarne vice-direttore. L'attività nel quotidiano durerà in tutto tre anni, terminando nel 1979. Successivamente lavora al quotidiano Il Lavoro di Genova, a Radio Popolare, al quotidiano Il manifesto e al settimanale L'espresso. Il salto di qualità e la fama arriva con la televisione, con una serie di programmi firmati e condotti in video per Rai 3, tra cui Profondo Nord. Tornato alla carta stampata dal 1993 al 1996 è vicedirettore de La Stampa, allora diretta da Ezio Mauro, prima di tornare nuovamente in Rai per condurre su Rai 1 e poi su Rai 2, Pinocchio (1997-1999). Nel luglio 2000 ottiene la direzione del TG1. Durante il suo breve mandato come direttore del TG1 Lerner compie una scelta editoriale molto discussa, decidendo di non mandare in onda l'ultima intervista rilasciata dal giudice Paolo Borsellino, ucciso in un attentato mafioso il 19 luglio 1992. Dopo soli tre mesi si dimette, il 1º ottobre, a seguito di polemiche scaturite da un servizio sulla pedofilia, contenente immagini pedopornografiche (in realtà foto di minori tratte da una sorta di album sequestrato e consegnato ai cronisti dalla polizia stessa, secondo lo stesso Lerner, e solo per pochi istanti), mandato in onda nell'edizione di prima serata del giornale contro un preciso divieto del giornalista stesso. Nel 2001 passa a Tele Monte Carlo, destinata a diventare da lì a poco LA7, dove, per un breve periodo, assume l'incarico di direttore dei notiziari. Fu l'ultimo direttore di TMC News e primo direttore del TG LA7. Per qualche anno scrive come editorialista sul Corriere della Sera. Per oltre dieci anni ha condotto su LA7 il programma di approfondimento L'infedele, è un ascoltato consulente sui temi della comunicazione per personalità politiche, collabora al quotidiano La Repubblica, ai settimanali Vanity Fair Italia e Nigrizia. Nel luglio del 2013 dà ufficialmente l'addio a La7 e approda a Laeffe. È autore di alcuni libri, tra cui Operai, del 1988, Il millennio dell'odio, del 2000 e Tu sei un bastardo, pamphlet sul meticciato sociale e culturale dell'epoca odierna. Nell'ultimo libro "Scintille" (2009), parla del suo ritorno ai luoghi di famiglia: l'Ucraina e il Libano. Con il libro ha ricevuto una candidatura al premio Alabarda d'oro 2010.

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