Edoarda Masi: Un saluto

| 25 Ottobre 2011 | Comments (0)

Claudia Pozzana (che insegna lingue e letteratura cinese all’Università di Bologna) e Alessandro Russo (che insegna sociologia all’Università di Bologna) ricordano Edoarda Masi morta da pochi mesi.

Claudia Pozzana: L’ultima volta che siamo andati a trovare Edoarda, a giugno, assieme a te e ad Angela Pascucci, lei era provata dalla malattia, ma lucidissima sulle questioni più spinose del presente e perfino capace di fare dell’ironia sulla sua malattia, dicendoci che quella stessa aveva colpito il vecchio Mao. Anche se questo non era di grande consolazione.

Alessandro Russo: Quando avevi incontrato per la prima volta Edoarda?

CP: Quando ero studentessa di cinese al primo anno, nella primavera del ’68, un amico mi diede da leggere un saggio di Edoarda sui “Quaderni Rossi” e poco dopo comprai La contestazione cinese e la raccolta di saggi di Lu Xun da lei tradotti La falsa libertà. Fu proprio dalla lettura di questi saggi e dell’introduzione di Edoarda che cominciai ad appassionarmi allo studio del movimento del 4 maggio 1919. Fu subito per me un modello ineguagliabile di stile intellettuale, oltre che un ponte fondamentale per accedere alla Cina del Novecento. Quando incontrai poi personalmente Edoarda a Pechino, nella primavera del 1976, da studentessa a Beida, ero molto emozionata, ma ancor più stupita di come fosse emozionata lei, perfino un po’ spaesata, nel rimettere piede, 19 anni dopo, nella stessa università nella quale era stata tra i primissimi studenti italiani in Cina negli anni Cinquanta. in effetti ci mettemmo subito a discutere di politica cinese contemporanea, la situazione era estremamente interessante e difficile e lei coglieva con grande sottigliezza che la posta in gioco era di natura epocale. Nel libro che scrisse un paio d’anni dopo, Per la Cina, basato sulla sua esperienza a Pechino e a Shanghai tra il ‘76 e il ‘77 questo era il tema chiave.

AR: Anche per me il primo incontro intellettuale con Edoarda furono quei due libri del 1968, La contestazione cinese e La falsa libertà. Il primo dei due fu un’autentica rivelazione, per la profondità e la tenacia delle sue analisi sulla politica cinese di quegli anni, che invece nell’immaginario giornalistico corrente era immerso nella più fitta superstizione.

CP: Questi due libri esprimevano perfettamente i due livelli del suo impegno intellettuale nei confronti della Cina, quello politico e quello letterario, sempre intrecciati ma mai fusi insieme. La figura di Lu Xun era stata per lei quella che incarnava la relazione, al tempo stesso strettissima e a distanza, tra questi due piani. Citava volentieri la frase di Lu Xun “La letteratura è scritta con l’inchiostro e col sangue sono scritte solo le macchie di sangue”. Lu Xun era anche certamente una grande fonte di ispirazione per un atteggiamento radicale, critico e vigile sul presente.

AR: Lu Xun è stato anche per Edoarda la fonte di ispirazione di una intellettualità politica radicale a distanza dai partiti. Tutto il suo percorso politico, fin dalla seconda metà degli anni ‘50, è quello di una intellettualità radicale post-partitica. La Cina è sempre stata per lei il luogo in cui era emersa la crisi irreversibile degli stati socialisti e dei partiti comunisti. Ed era anche il luogo a cui lei guardava criticamente per capire se potevano esserci delle strade nuove di una politica di liberazione e di uguaglianza.

CP: Sono ancora estremamente interessanti le sue analisi della metà degli anni ‘60, circostanziate e documentatissime, sulla polemica cino-sovietica, in un momento in cui sulla stampa dell’allora PCI le posizioni cinesi erano presentate come pura follia. Per lei invece quella polemica era sintomatica della profonda crisi dell’intera tradizione politica rivoluzionaria, così com’era concepita negli stati socialisti e nei partiti comunisti.

AR: La singolarità della sua posizione politica era che al tempo stesso coltivava una vasta ricerca sulla letteratura cinese classica e contemporanea, sulla quale ha lasciato opere straordinarie sia di traduzione che di interpretazione. Basti ricordare la splendida traduzione del Sogno della camera rossa, realizzata proprio negli anni 60, o le Cento trame di capolavori della letteratura cinese, certamente la più originale storia intellettuale cinese scritta in italiano, o la preziosa raccolta di saggi Storie del bosco letterario. La vastità  della sua scholarship era inversamente proporzionale alla sua autentica modestia.

CP: La sua modestia era reale non solo perché disdegnava ogni accademismo, ma ancor più perché per lei la ricerca di un’intellettualità politica dopo i partiti comportava una costante riflessione autocritica, come ne Il libro da nascondere, che prendeva il titolo dal pensatore cinese “maledetto” Li Zhi. Era drasticamente critica nei confronti delle “anime belle”, ma nei confronti di se stessa era preoccupata di non cadere nella “cattiva infinità”. Praticamente ogni nostro testo è passato al vaglio della sua lettura critica, che non lesinava incoraggiamenti, ma non risparmiava neppure le critiche più pungenti. Portiamo nel cuore la sua amicizia e lo spirito della sua vigilanza intellettuale.

 

Category: Donne, lavoro, femminismi, Editoriali, Osservatorio Cina

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About Claudia Pozzana: Claudia Pozzana (1949) è professore associato di Lingue e Letterature della Cina e dell’Asia Sud-Orientale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Ha pubblicato molte traduzioni di poeti cinesi contemporanei e scritto numerosi saggi sulla storia della poesia in Cina. Ha curato la raccolta di testi filosofici di Li Dazhao (Primavera e altri scritti, Pratiche, 1994), una delle personalità più rappresentative fra i rivoluzionari cinesi nel primo terzo di secolo. Con Alessandro Russo ha pubblicato su «Inchiesta» (aprile -giugno 2010) un saggio sulla contemporaneità mondiale della Cina. Tra i suoi lavori: La poesia pensante. Inchieste sulla poesia cinese contemporanea (Quolibet Studio, 2010).

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