Riccardo Terzi: L’idea di solidarietà

| 13 Settembre 2013 | Comments (0)

 

 


Riccardo Terzi si interroga sul significato della parola solidarietà “in una società che tende ad essere regolata solo dalla logica competitiva, in cui ciascuno si afferma a scapito dell’altro”

 

(1) Il destino di tutte le parole è quello di essere logorate e consumate dal tempo, e finiscono così per restare intrappolate nella banalità vuota e ridondante della retorica. Tutto il nostro vocabolario deve perciò essere ridefinito, per restituire alle parole la loro forza significante e discriminante. Le parole sono così divenute oggi un importante campo di battaglia, nel quale si decide il senso che vogliamo dare alla nostra vita, al nostro stare nel mondo.

La solidarietà: quante volte questo concetto viene usato e abusato, come una sorta di condimento sentimentale che serve solo ad addolcire la realtà, a neutralizzarne le contraddizioni e le asprezze! Con un pizzico di solidarietà tutto si aggiusta, tutto alla fine viene giustificato e accettato, e il vero senso della parola si perde, e ciò che resta è solo una retorica a buon mercato, che scivola sulle cose senza lasciare nessuna traccia. Proviamo allora ad esplorare il senso della solidarietà e le sue possibili interpretazioni, per capire che cosa essa può significare nel concreto della nostra vita collettiva.

 

(2) In primo luogo, entro quale perimetro la solidarietà può essere esercitata? Se il perimetro è troppo stretto, la solidarietà viene strozzata dentro un meccanismo angusto di autodifesa e diviene così non un gesto di apertura, ma all’inverso una manovra di arroccamento. Si tratti di un clan familiare, di una corporazione, di una loggia massonica o di un’organizzazione criminale, in tutti questi casi c’è un rigido confine che separa ciò che è dentro e ciò che è fuori, e la solidarietà interna ha come sua inevitabile conseguenza l’ostilità verso tutto ciò che sta oltre il confine. Il tratto dominante diviene allora una logica di esclusione, e questa logica la ritroviamo nelle più svariate manifestazioni della nostra vita sociale, ogni volta che si costituisce una dialettica amico-nemico, dentro-fuori, ogni volta che una determinata comunità si fonda sul rifiuto dell’altro.

Così accade, ad esempio, in tutte le forme di identità etnica, che affidano il loro destino ad una presunta originaria purezza, e che perciò sono sempre in guerra con tutto ciò che dall’esterno può intorbidare questa identità profonda e offuscare le sue radici, culturali o religiose, spesso anche solo immaginarie, avvolte nel mito. Il leghismo ha offerto al Nord questo modello di solidarietà, nel quale l’intolleranza di stampo razzista non è una deviazione, ma è una componente essenziale che dà coerenza e vitalità a tutto un modo di pensare, perché è la comunità stessa che si definisce a partire dall’individuazione del nemico. Ma lo stesso discorso, in fondo, vale per tutti i nazionalismi, e se dunque alla retorica separatista sostituiamo la retorica patriottica non abbiamo sostanzialmente cambiato il nostro schema mentale.

Ma fin dove può essere allargato il perimetro della solidarietà? La risposta alle chiusure e alle intolleranze è l’universalismo, l’idea di una solidarietà senza confini? Siamo tutti portati a rispondere positivamente a questo interrogativo, e sentiamo profondamente il valore delle istanze universalistiche, ma dobbiamo avvertire che anche in questa nobile tensione etica c’è una trappola, c’è un possibile svuotamento della solidarietà come pratica reale. Se il confine si allarga a dismisura, la nostra solidarietà diviene solo astratta, teorica, perché non ha più un oggetto concreto e visibile a cui indirizzarsi. Non c’è più “il prossimo”, ma solo una nebulosa lontana che non interferisce direttamente nella nostra vita.

Può essere utile rileggere alcuni passi dello “Zibaldone” di Giacomo Leopardi, là dove egli ironizza sulla favola dell’amore universale, che gli appare solo come l’alibi ideologico a sostegno della condotta egoistica, perché l’amore per tutti equivale all’amore per nessuno. L’universalismo rischia così di essere solo un escamotage opportunistico per salvarsi la coscienza, senza mettere davvero in discussione gli assetti sociali dati e il proprio stile di vita.

Per Leopardi, che sognava un possibile riscatto dell’Italia dopo una lunga decadenza, era la nazione il luogo della solidarietà. Oggi possiamo e dobbiamo guardare oltre, perché siamo entrati nell’epoca della globalizzazione, e tutte le identità tradizionali vengono rimesse in discussione. Ma resta valida, a mio giudizio, la sua avvertenza: l’universalismo può alla fine essere solo la sublimazione dell’indifferenza. Ci sentiamo “cittadini del mondo”, senza più sentire nessuno specifico vincolo di appartenenza, ma l’ingresso in questa dimensione cosmopolitica allargata ha l’effetto di riconsegnarci alla nostra singola vita individuale e di dissolvere tutti i vincoli sociali. E, se guardiamo bene alla realtà, è questa oggi la traiettoria prevalente, con la solidarietà che si degrada a retorica, a esibizione moraleggiante, senza che ci sia nessuna analisi in profondità delle contraddizioni del nostro tempo. E’ il fenomeno che Papa Francesco chiama la “ globalizzazione dell’indifferenza”.

Oggi, di fronte ad un mondo sempre più integrato, il punto di vista di Leopardi è sicuramente superato, e si può tentare di agire in un orizzonte più vasto. L’idea di solidarietà va ripensata e ridefinita alla luce dei nuovi processi globali. Ma è essenziale, a me pare, mantenere tutta la concretezza del suo impatto con la realtà, mantenere cioè il senso di una “prossimità” a cui si rivolge. Da questo punto di vista, ha un valore emblematico il fenomeno dell’immigrazione, perché in esso stanno insieme universalismo e prossimità, ed esso ci parla, insieme, del mondo e della nostra concreta vita associata. E proprio qui, su questo terreno determinato, vediamo l’insufficienza, se non il fallimento, delle teorie universalistiche astratte, perché nella realtà si è aperto un groviglio di contraddizioni, sociali e culturali, che non può essere affrontato solo con le risorse dell’etica, e con la declamazione dei diritti, ma richiede strategie politiche e capacità di governo, di regolazione dei processi. Finora, non c’è stata nessuna saldatura tra il discorso etico e il discorso politico, e sull’immigrazione assistiamo ad una continua oscillazione, dall’approccio moraleggiante a quello del più cinico realismo. È questo forse oggi il più impegnativo banco di prova su cui si misura, nel concreto, l’idea di solidarietà.

L’Europa può essere il nuovo orizzonte in cui costruire una nuova solidarietà tra i popoli, ponendo fine alla lunga e tragica stagione delle guerre e dei conflitti nazionali. Ma il dominio tecnocratico che caratterizza tutte le istituzioni europee si è mosso finora in una direzione opposta, e l’Europa di oggi non è il luogo di una comune appartenenza, ma è dominata da una ristretta oligarchia di potere che impone la sua logica esclusiva, a scapito delle ragioni della solidarietà, come è stato visibilmente nel caso drammatico della Grecia e come può accadere in altri paesi, se non si cambia il paradigma di governo delle istituzioni europee.

Quindi, tornando alla questione del perimetro, non mi sembra possibile una risposta univoca. Ci deve essere uno slancio inclusivo e universalizzante, ma occorre pur sempre stare con i piedi piantati nella realtà, e pensare alla solidarietà non come una teoria, ma come una pratica reale. Ciò che è essenziale è lo spirito di apertura, di non esclusione, così da impedire cristallizzazioni, chiusure, logiche di setta. La solidarietà parte dal vissuto concreto, e nello stesso tempo è sempre impegnata ad allargare il suo campo di azione. È questo equilibrio di particolare e universale che di volta in volta dobbiamo saper realizzare.

(3) Il secondo grande quesito riguarda il rapporto tra le cause e gli effetti. Se la solidarietà è un modo di farsi carico delle situazioni di sofferenza, a quale livello interveniamo, sulle ragioni strutturali di questa sofferenza, o sulla sua immediatezza esistenziale? Qui c’è uno storico spartiacque tra la tradizione socialista e quella cristiana. Il socialismo si è occupato delle cause, la religione cristiana degli effetti. Ma ha un senso questa dicotomia, questa divaricazione, o non si tratta piuttosto di integrare questi due punti di vista? L’accento unilaterale sulle cause lascia del tutto scoperto un territorio di bisogni, di sofferenze, di diritti che reclamano una qualche forma immediata di riconoscimento. D’altra parte, l’accento unilaterale sugli effetti finisce per trascurare del tutto i meccanismi sociali che producono le situazioni di sofferenza, e allora la pur nobile azione di solidarietà resta confinata in uno spazio ristretto, e non ha la forza di progettare una linea di cambiamento.

Ciascuna di queste due opzioni è di per sé monca e parziale, e solo nell’integrazione dei due diversi, ma non opposti, punti di osservazione, si può conseguire un livello sufficiente di efficacia. Cause ed effetti sono due aspetti connessi, intrecciati, e la loro separazione è sempre un atto arbitrario. Se ci occupiamo solo di un lato, non ci occupiamo dell’intero, ovvero della totalità della condizione umana.

È essenziale che queste diverse istanze si possano incontrare e produrre una sintesi positiva. Non è questione di dottrina, di ideologia, ma solo di convergenza pratica, di efficacia dell’azione, con un intervento multilaterale che sia capace di tenere insieme i diversi lati della realtà, il presente e il futuro, l’immediato e la prospettiva, in un quadro unitario di pensiero e di azione.

 

(4) La solidarietà conosce una pluralità di forme, di percorsi, di soggetti a cui indirizzarsi, perché essa si occupa dell’arcipelago della sofferenza umana, che ha infinite sfumature e che riguarda in tutta la sua interezza e complessità la vita concreta delle persone, nei suoi aspetti fisici e mentali, economici e relazionali, materiali e spirituali. Verso dove, allora, la solidarietà si deve prioritariamente indirizzare? Non c’è, non ci può essere, nessuna scala gerarchica, e ciascuno può scegliere liberamente il suo particolare campo di intervento, sapendo che è solo un segmento, un frammento di realtà, ma sapendo anche che nel frammento è in gioco la totalità della persona. Ci si può occupare di malati terminali, di tossicodipendenti, di carcerati, di immigrati, di senzatetto, di malati mentali, e così via all’infinito. Tutto concorre ad ingrossare il grande fiume collettivo della solidarietà.

Ciò che unifica tutte queste diverse traiettorie è l’idea di persona, il valore della sua autonomia e della sua dignità. Se guardiamo bene, in tutte le situazioni di sofferenza si tratta di ricostruire le condizioni dell’autonomia, per una vita che sia liberamente scelta e non dominata da potenze esterne. In questo consiste la dignità, su cui insiste in numerosi passaggi la nostra Costituzione.

Autonomia” è la parola-chiave, perché essa significa poter progettare la propria vita e alleggerire, nella misura massima possibile, tutto il peso dei condizionamenti, dei vincoli, delle imposizioni autoritarie. La persona, e non la classe, è il soggetto della solidarietà, non perché il concetto di classe abbia perso significato, come alcuni sostengono, ma perché qui si tratta della condizione umana, nei suoi aspetti più generali, e l’appartenenza di classe è solo una delle componenti di questa condizione, importante ma non esaustiva.

Resta comunque essenziale il tema del lavoro, perché, nonostante tutte le trasformazioni avvenute, il lavoro resta l’elemento strutturante su cui si costruisce l’identità della persona. E del lavoro non dobbiamo occuparci solo nei suoi aspetti quantitativi, ma anche e soprattutto per la qualità della vita che in esso viene messa in gioco. Non basta creare lavoro, ma occorre vedere come il continente del lavoro può essere liberato dalle tante forme di oppressione, di dominio autoritario, che mettono tra loro in opposizione lavoro e autonomia della persona. È il classico tema dell’alienazione, di cui si sono occupati i filosofi, e che ormai non sembra più interessare nessuno, neppure a sinistra, perché al centro è stato messo il mercato, e non più la persona. Se rovesciamo il punto di osservazione, considerando lo stesso mercato come un’istituzione che deve essere regolata in funzione dei bisogni umani, si apre allora tutto un vasto territorio di riprogettazione sociale, e in questo lavoro la solidarietà riprende tutto il suo significato, per un recupero della socialità della nostra convivenza e della dignità della persona.

 

(5)Nella pratica della solidarietà non ha nessun valore di principio, a mio giudizio, la contrapposizione tra pubblico e privato, che è solo il prolungamento di un’antica disputa ideologica ormai svuotata di significato. Il pubblico non è di per sé una garanzia di rispetto dei diritti fondamentali, e il privato non può essere identificato con l’affarismo speculativo. In entrambi i campi, ci possono essere diverse soluzioni, diversi approcci, e occorre quindi un’attenta valutazione qualitativa, con una posizione di severità critica, senza condanne o assoluzioni aprioristiche.

Come recita il principio costituzionale della sussidiarietà, pubblico e privato si possono integrare e insieme concorrere alla realizzazione del bene comune. Occorre una garanzia pubblica per quanto riguarda l’attuazione dei diritti fondamentali, e nello stesso tempo c’è uno spazio assai vasto che può essere coperto dalla libera iniziativa sociale, valorizzando tutta la rete dell’associazionismo e del volontariato.

La solidarietà è la capacità di entrare in relazione con le aree di sofferenza, ed essa è quindi una domanda che si rivolge a tutte le forme dell’iniziativa sociale, pubblica o privata che essa sia, valutando le diverse iniziative col metro esclusivo dei bisogni umani che reclamano il loro riconoscimento. In questo campo, è dannoso sia l’appiattimento esclusivo sullo Stato, sia quello sul mercato, perché è tutta la società di mezzo che può essere il luogo in cui prendono forma concreti progetti di socialità e di solidarismo, e il sindacato è uno dei possibili protagonisti di questo lavoro nel sociale, tenendo insieme lavoro e cittadinanza, impresa e territorio, diritti sociali e diritti civili.

 

(6) Che rapporto c’è tra solidarietà e giustizia? Io penso che debbano essere tenute nettamente distinte, perché la giustizia è una dimensione della politica, mentre la solidarietà è una dimensione dell’umano, ed essa quindi, come dice la stessa dottrina della Chiesa Cattolica, eccede la giustizia, va oltre il sistema delle norme giuridiche che regolano un determinato sistema sociale. La giustizia si traduce nell’eguaglianza della norma, che si applica ad un ventaglio indefinito di situazioni individuali ed ha quindi sempre necessariamente un carattere coercitivo, unificante, ed essa non può occuparsi del singolo soggetto , ma solo di ciò che è generale. La giustizia è astratta, mentre la solidarietà è concreta. Il caso in cui è più visibile questa dicotomia è quello della situazione carceraria, la quale per un verso è la giustizia in atto, è l’attuazione della legge, ma è anche un luogo di sofferenza che ha bisogno di essere abitato da gesti di solidarietà. C’è quindi un territorio umano che viene comunque lasciato scoperto dall’azione politica, anche la più giusta e illuminata, ed è il territorio largamente inesplorato e interstiziale nel quale è messa in gioco l’esperienza esistenziale della persona, che rappresenta sempre una deviazione, uno scarto, un movimento che si smarca da tutto ciò che sta sotto il dominio del politico e del giuridico. La solidarietà si occupa di questi interstizi, sapendo che essi non sono un residuo secondario, ma sono il luogo in cui si decide della qualità concreta della vita.

 

(7) A questo punto non possiamo evitare la domanda che è davvero cruciale e impegnativa per ciascuno di noi: in che misura la solidarietà struttura la nostra vita, ne costituisce la trama e la forma, in che misura, quindi, siamo disposti a farci guidare coerentemente da una regola di solidarietà? Papa Francesco ha parlato dei “cristiani da salotto”, la cui religiosità è solo formale, conformistica, e la cui vita reale non è governata dalla fede, ma solo dalla convenienza. È un esame di coscienza che dovrebbe valere per tutti, cristiani o no, perché questo scarto tra i valori predicati e i comportamenti reali tende sempre a riprodursi, e spesso accade che non si ha neppure coscienza di questa contraddizione. È quindi essenziale il discorso sugli stili di vita. E questo discorso ha molto a che fare con l’attuale crisi della rappresentanza, perché il rapporto tra rappresentanti e rappresentati può funzionare solo se c’è un legame autentico, una comunanza di valori e di vita, e il rapporto fiduciario entra in crisi se c’è il senso di una distanza, di una estraneità, se la politica si presenta con il volto della casta, del privilegio, dell’opportunismo.

In una società che tende ad essere regolata solo dalla logica competitiva, in cui ciascuno si afferma a scapito dell’altro, in cui è solo il successo il metro di misura su cui ciascuno viene valutato, la solidarietà, se viene presa sul serio, rappresenta il totale rovesciamento di questa logica. Essa è il movimento con il quale, individualmente e collettivamente, ci liberiamo della logica competitiva ed entriamo in un diverso orizzonte, nel quale non sta più al centro l’io narcisistico, ma il senso della socialità, a condizione naturalmente che non si tratti solo di cambiare la facciata, le apparenze, ma la sostanza delle nostre scelte di vita. E questa, ripeto, è la sfida a cui dobbiamo rispondere. Fin dove siamo davvero disposti a metterci in gioco? Il punto centrale di tutto questo discorso è che l’io si realizza nel rapporto con l’altro, rovesciando così la tesi della Thatcher per cui esistono solo gli individui e non esiste la società. La solidarietà vive nella prossimità, nel lavoro quotidiano di relazione con l’altro e di costruzione di una nuova socialità. Non si esaurisce nell’eccezionalità di una emergenza o nel gesto esteriore, ma è reale solo in quanto diviene una forza vitale. E tutto questo richiede anche un impegnativo lavoro interiore, per liberarci di tutte le infinite scorie morali e sociali che inquinano la nostra vita.

 

Category: Dichiariamo illegale la povertà

Avatar

About Riccardo Terzi: Riccardo Terzi è segretario nazionale dello Spi Cgil. É nato a Milano l'8 novembre 1941.  Dal 1975 al 1981 ricopre l'incarico di segretario Provinciale dell'allora Partito Comunista Milanese. Esponente di spicco nella cultura della sinistra italiana collabora con diverse riviste, tra cui "Gli argomenti umani" ed è membro della Commissione nazionale per il progetto dei Ds. Il suo ingresso nel sindacato risale al 1983. Dal 1984 entra nella Cgil Lombardia per essere eletto poi segretario generale regionale. Incarico che ricoprirà dal 1988 al 1994. Successivamente e fino al 2003 viene chiamato dalla Cgil nazionale per diventare responsabile delle politiche istituzionali della confederazione. Torna in Lombardia per ricoprire l'incarico di segretario generale regionale Spi-Cgil, fino al 2006, quando, viene eletto segretario nazionale allo Spi-Cgil con delega all'ufficio Studi e ricerche.

Leave a Reply




If you want a picture to show with your comment, go get a Gravatar.