Roberto Mancini: Il male non è un destino

| 17 Novembre 2012 | Comments (0)

 

 

 

E’ stato tenuto nei giorni 8-9 settembre a Città di Castello il XXVI convegno di studi organizzato da l’Altrapagina dal titolo “ L’esperienza umana e l’enigma del male”. Questa scheda, in cui è sintetizzato l’intervento del filosofo  Roberto Mancini, è stata  pubblicata su L’Altrapagina on line ed è stata scritta da Achille Rossi

 

Più avanza l’umanizzazione e meno il male ha potere. Solo così i sentimenti negativi non diventano logiche, come accade nel sistema economico dove prevale l’angoscia della sopravvivenza

«Del male sappiamo ancora poco, perché abbiamo trascurato la comprensione di noi stessi e abbiamo preso per buono quello che ci hanno detto». Tutta la relazione di Roberto Mancini, potrebbe essere letta come lo sviluppo di questo suo pensiero. Il filosofo di Macerata è più preoccupato di meditare sull’antropodicea, cioè su una giustificazione dell’uomo, che di avanzare ipotesi sulla teodicea, ossia su una giustificazione di Dio. Il suo discorso cerca di mostrare le ragioni per passare dalla rassegnazione alla responsabilità e si basa sia sugli studi di antropologia genetico-relazionale sia sulle indicazioni della coscienza evangelica. Mancini è convinto che spesso le riflessioni sul male non siano costruite a partire da un amore e da una compassione sincera per gli esseri umani ma da un tacito disprezzo nei loro confronti. Questi sentimenti costruiscono una mentalità, che il filosofo chiama “regime di verità” perché nessuno la mette in discussione, che considera l’umanità come «ontologicamente indegna, meschina, inaffidabile, ottusa, pericolosa».

Le conseguenze sono ovvie: questa indegnità dell’uomo gli impedisce di accettare la propria dignità, di sentirsi realmente figlio di Dio, anzi lo rende consapevole che l’origine del male sta nella natura umana e quindi il male è inesorabile. Se l’uomo è costitutivamente malvagio non rimane che affidarsi al potere per arginare il male e limitarne la diffusione. È quello che hanno fatto le istituzioni religiose con la sottolineatura del peccato originale e del castigo dell’inferno. Sembra quasi che l’uomo venga dal male e non dalle mani di Dio.

Questo “regime dell’indegnità” ha anche una versione laica, che invece di richiamarsi al peccato preferisce parlare di finitezza dell’uomo. Heidegger, ad esempio, parla di vivere per la morte come espressione di libertà e di autenticità. Come dire che noi siamo veramente liberi perché siamo originariamente segnati dal male. Mancini coglie in questi pensieri la riproposizione della teologia del peccato e ritiene che l’antropologia della finitezza non ci offra lo spazio per pensare la dignità infinita dell’uomo e la presenza dell’eterno in lui. Ai teorici della finitezza, che si richiamano a un ordine naturale per sottolineare la presenza inevitabile del male, Mancini fa notare che la natura non è un ordinamento compiuto, ma una storia aperta in cui l’uomo ha il compito di mettere ordine. Per questo non ci si può incaponire a imitare la natura. E il filosofo dichiara subito la sua preferenza per la parola “creaturalità” piuttosto che per quella di finitezza. Creatura è quell’essere che sarà veramente se impara a esistere secondo l’amore, anziché secondo il potere.

In realtà il male trionfa quando noi siamo complici, quando agiamo in maniera distruttiva. Si tratta di diminuire il male agito, di rompere il contagio che esso provoca e di abbandonare la disistima per l’uomo. Nel nostro mondo il male fa ancora una bella figura perché noi gli rendiamo omaggio, sia che adottiamo un atteggiamento ottimista che pessimista nei suoi riguardi. L’ottimismo affida la vittoria sul male a un potere storico che ci permetterà di averne ragione, ma non riesce a vedere il male che si annida nel presunto bene e in fondo disprezza l’uomo perché non crede nella sua disponibilità a convertirsi e a cambiare. Quando la certezza di una vittoria storica sul male s’incrina, l’ottimismo si rovescia nel suo contrario e riafferma la tendenza all’assolutizzazione del potere.

Non rimane che provare a uscire dalla logica dell’indegnità riproposta persino nella liturgia eucaristica, che prima della comunione fa ripetere ai fedeli: «Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa…». Dovremmo piuttosto pensarci in un’altra prospettiva e individuare il cammino dell’umanizzazione. Qui possono darci una mano le antropologie genetico-relazionali, che mostrano come l’uomo si sviluppi nel tempo attraverso le relazioni che intavola con le persone e con il proprio ambiente di vita. Ognuno di noi si rispecchia nel mondo che lo circonda, che può far emergere il volto migliore o deformato di noi stessi. Anche la libertà è in via di formazione e il suo orientamento verso il bene può essere sviato o bloccato. Insomma, l’umanità in noi è come un seme che cresce attraverso rapporti di amore.

Ma anche il male è generato relazionalmente quando ci allontaniamo da Dio, da noi stessi, dagli altri. E il male si sviluppa se noi lo nutriamo; non è un destino, è solo la negazione della nostra umanità. Più avanza l’umanizzazione meno il male ha potere. A lungo andare i sentimenti negativi diventano logiche, come accade nella vita economica attuale dove prevalgono la logica dell’angoscia e quella della sopravvivenza.

Un’altra fonte che Mancini ritiene decisiva per la critica al male è “la coscienza evangelica”. Con questa espressione il filosofo di Macerata intende un campo di coscienza a cui può pervenire chiunque lasci affiorare nel cuore gli stessi sentimenti di Gesù e si metta a seguire la logica del Vangelo. La fede evangelica ha una grande attenzione all’umano ed esprime una sapienza antropologica che trova riscontro anche in altre fedi e merita di essere ripresa. Ma cosa ci rivela più precisamente la coscienza evangelica? Ci fa vedere che «l’amore è l’origine, il fondamento, il respiro e la luce della vita umana e del mondo».

Si appassiona il filosofo nello spiegare che l’amore e la verità sono la stessa cosa. Perciò «bisogna essere disponibili ad assumere l’amore evangelico come sguardo e luce del nostro pensare, senza continuare a ridurlo a un tema o a un oggetto su cui pensiamo seguendo altre logiche».

La prima conseguenza di questa identità è che non solo siamo invitati a diventare figli di Dio, ma che siamo figli dell’amore di Dio. Un amore creativo e non distruttivo, paziente, misericordioso e non violento. L’iniziativa di Dio nei confronti dell’uomo si chiama misericordia. E il male, che secondo il Vangelo nasce sempre dal cuore, non è altro che il mancato incontro con questo amore: dove non c’è amore, lì c’è il male. L’amore invece crea facendo nascere e alimenta la formazione della libertà, che nella sua essenza è libertà per l’amore.

In questa prospettiva appare chiaro che il male non è la nostra natura, ma la nostra tortura: l’umanità di ogni figlio d’uomo è un seme delicato e meraviglioso che va coltivato con cura da adulti che abbiano sviluppato in se stessi questo germe. E Dio non è più il personaggio immaginato dalle teologie dell’indegnità, che infligge ai colpevoli il supplizio eterno, ma la misericordia infinita che si china sui suoi figli perduti per ricomporne l’umanità e dona loro nuova vita.

L’ultima considerazione di Mancini è rivolta alla speranza in una liberazione definitiva dal male. La speranza attesta che «nel nostro esistere e nel nostro amore c’è un senso che non può essere rinnegato o cancellato». Perciò la disperazione ha torto nella sua pretesa di verità e il male non può rappresentare la verità della vita né avere l’ultima parola.

Il filosofo conclude il suo discorso con l’invito a “seminare semi di misericordia”, che è l’atteggiamento più rivoluzionario, perché è la capacità di sentire la realtà di tutti e la vita come comunione. Il pubblico, contagiato dall’entusiasmo e dalla lucidità del pensatore, assente con un lungo insistito applauso.

 

Category: Culture e Religioni, Storia della scienza e filosofia

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