Nello Rubattu: Patratà

| 12 Dicembre 2018 | Comments (0)

 

A ognuno di noi è capitato di essere colpiti da qualcosa che ha fatto da detonatore a idee che si avevano in testa ma che non si riusciva a mettere a fuoco. Sono sensazioni che in qualche maniera segnano i percorsi che la nostra testa poi elabora ricollocandoli nella nostra personale grammatica. Una grammatica che serve poi a declinare in maniera comprensibile i racconti della nostra esistenza. Detto così, sembra che la si voglia fare difficile, in realtà, quello che sto cercando di rendere esplicito, è un processo mentale che fa parte del fatto che siamo semplicemente esseri umani. In buona parte è quel meccanismo che ci rende per questo tutti molto simili fra di noi. Noi non siamo solo ciò che mangiamo (lo dicevano e lo dicono nella loro saggezza, i tedeschi che non fanno altro che traslarlo da quanto che a loro volta affermavano i greci), ma siamo anche quello che pensiamo. Il pensiero non è altro, almeno in sintesi, che quella fase di elaborazione al servizio del’organizzazione dell’esistenza di ognuno di noi. L’altro giorno, fra una visita medica e un’altra (sono diabetico da una vita) che in questo periodo devo sorbirmi, passavo per i portici – uno dei tanti – che segnano più di altri simboli, la vita di chi abita a Bologna, Ero molto vicino alle torri, un duecento metri, e sotto quel portico frequentato e rumoroso per le macchine che passavano proprio in quel tratto di strada – si chiama via Rizzoli, per essere chiari – si svolgeva un “racconto” dell’umano che chissà perché, mi ha colpito questa volta in maniera particolare e mi ha fatto riflettere. Saranno state le undici del mattino, era freddo, ma non così pesante da obbligarti a non fare quattro passi. La gente era tanta, una folla. In quel tratto di portici non mancano i negozi.

Intorno a me passavano persone che provenivano da tutti gli angoli del pianeta: bengalesi, neri, alcuni rom, senegalesi, cinesi, arabi, donne mussulmane con il velo e altre più giovani vestite come tutte le altre ragazze di questa città, ragazzi e ragazze che probabilmente avevano fatto fuga da scuola, mamme con la carrozzina, un cieco che vendeva cianfrusaglie, vicino al solito senegalese con il suo tapettino di accendini, signore intente a fissare le vetrine, un cameriere con il suo grembiulone che si dirigeva con un vassoio pieno di caffè verso chissà quale ufficio, un ragazzo dell’Est che vendeva il giornale dei demunie della città, un’altro che sul bordo della strada distribuiva il resto del carlino, un gruppo di sudamericani che suonavano musica andina, un suonatore slavo che si impegnava in una csardas (quella di Monti, un autore napoletano), che tutti però pensano sia ungherese, invece è solo un musicista partenopeo che l’ha composta all’inizio del novecento per le orchestrine che deliziavano i caffè chantant di mezza Italia; una signora in abiti etnici, con un gonnone zingaresco e un foulard elaborato che nascondeva una massa di cappelli trattati con qualche cosa che somigliava all’hennè; una ragazzina che forse aveva compiuto da poco i diciotto anni, orgogliosa di sfoggiare una mini (sembra ritornata di moda, ero davvero tanto tempo che non ne vedevo una), che le permetteva di mettere in evidenza un elaborato tatuaggio che prendeva tutto un lato della gamba. Probabilmente saliva ancora più su; intanto due ragazzini mi sono passati proprio a filo di spalla con quei pattini elettrici a due ruote, che da queste parti ho visto stanno spopolando molto di più che da noi in Sardegna. Forse perché la pianura da queste parti la fa da padrona; delle ragazze straniere, sicuramente del Nord, probabilmente arrivate in città, attraverso uno dei tanti programmi di scambi universitari, vestite leggere (solo una maglietta e un jeans e giubottino leggero),camminavano allegre parlando fra di loro e mangiando un enorme gelato: io avevo freddo e il termometro di un negozio proprio lì vicino segnava dieci gradi. Loro, invece, bianche come il latte, bionde, abbastanza tonde, anche se non in maniera esagerata, e con occhioni celesti, sembravano proprio neanche sentirlo; un barbone intanto, stava ancora dormendo, tutto avvolto in strati di coperte, si teneva vicino un carrello di supermercato pieno fino all’orlo di buste, abiti e libri. Vicino a lui un cartello “La fine del mondo è vicina, che cosa ve ne fate dei soldi?”. Più avanti, quasi alla fine del portico, non lontano da un caldarrostaio, tre membri di non so quale chiesa evangelica, esponevano una grande affiches su un treppiede: a caratteri di scatola la scritta “Conosci Gesù?”. Loro erano ben vestiti: i capelli tagliati corti e ordinati, sembravano di ritorno da un battesimo e sorridevano, mentre aspettavano pazientemente che qualcuno si avvicinasse a parlare con loro del fatto se si conosceva davvero Gesù.

In quel caos, nonostante tutto, sembrava ci fosse ordine. Un ordine umano, fra esseri che comunque si percepivano simili. Nessuno voleva un pezzo di strada più grande. “La calle es de todos” (la strada è di tutti), è una citazione che compare in un video di un gruppo musicale di Barcellona. Raggruppa musicisti di strada che interpretano insieme a Peret (un vecchio e ora morto musicista gitano, da tutti considerato l’inventore della rumba catalana) una canzone di un cantante sudamericano “El muerto es vivo”. Anche in quel video si cerca di mettere in risalto la singolarità del caos che rappresenta l’esistenza e anche io, sotto quei portici in quel momento, stavo interpretando la parte di un film davvero molto simile. Ecco, tutto questo mi ha fatto riflettere, mi ha colpito. La vita in qualche maniera è proprio questa continua elaborazione della diversità, sia singola che individuale. Una “diversità” che fa capire quanto la follia di alcune idee che stanno in questo momento attraversando la testa della gente, siano non solo profondamente sbagliate, ma inumane. Troppe forze (politiche?), in questo momento di paura, di mancanza di lavoro, di incertezza, stanno cercando di convincere la gente che si ha bisogno di “ordine” e che “l’ordine” è quella cosa che dovrebbe rendere tutti uguali… e siccome uguali, tutti più sicuri da possibili uragani economici e incontrollate crisi sociali. Ed essere uguali, vuole anche dire che il diverso è inutile e fuori luogo. Un disturbo. Forse per un po’ di tempo vinceranno loro, queste forze oscure di questo male esistenziale. Alla fine, però, quel castello di inumanità crollerà… Purtroppo, le macerie non travolgeranno solo loro, ma anche coloro i quali vi hanno creduto in maniera passiva, per paura dell’ignoto o pensando che quello che ci è stato insegnato, sia in qualsiasi caso, il luogo più sicuro dove rifugiarsi. Un signore diceva che tutto questo fa parte di quel male esistenziale che lui chiamava “il mito dell’ordine”. Tutti noi ne possiamo essere colpiti. Nessuno è davvero escluso.

 

Category: Culture e Religioni, Osservatorio Sicilia, Osservatorio sulle città

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About Nello Rubattu: Nello Rubattu è nato a Sassari. Dopo gli studi a Bologna ha lavorato come addetto stampa per importanti organizzazioni e aziende italiane. Ha vissuto buona parte della sua vita all'estero ed è presidente di Su Disterru-Onlus che sta dando vita ad Asuni, un piccolo centro della Sardegna, ad un centro di documentazione sulle culture migranti. Ha scritto alcuni romanzi e un libro sul mondo delle cooperative agricole europee. Attualmente vive a Bologna

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