Massimo Canella: Invito alla lettura 1: I “Colloqui” di Guido Gozzano (1911)

| 5 Gennaio 2021 | Comments (0)

 

 

I “COLLOQUI” DI GUIDO GOZZANO (1911)

 

Giungeva lo Zio, signore virtuoso, di molto riguardo,

ligio al passato, al Lombardo – Veneto, all’Imperatore;

giungeva la Zia, ben degna consorte, molto dabbene,

ligia al passato, sebbene amante del Re di Sardegna…

“Baciate la mano agli Zii!”, dicevano il Babbo e la Mamma,

e alzavano il volto di fiamma ai piccolini restii.

 

Il mondo rievocato da Gozzano in “L’amica di nonna Speranza” non proviene da una ricostruzione storiografica o dall’invenzione letteraria, ma dalla memoria familiare, pur adattata e trasfigurata. Il nonno del poeta, Carlo, amico di Massimo d’Azeglio e impegnato come medico nella guerra di Crimea, era un grande proprietario terriero di Agliè, nella provincia piemontese; il padre, Fausto, ingegnere padre di dieci figli, fu il costruttore della ferrovia del Canavese (il territorio di Ivrea) e aveva sposato in seconde nozze Diodata Mautino, figlia di un altro proprietario terriero che era stato Senatore del Regno. Anche la “villa triste” in cui Totò Merumeni si rinchiude “in un silenzio di chiostro e di caserma” era quella “dove in altri tempi giungeva Casa Ansaldo, / Casa Rattazzi, Casa D’Azeglio, Casa Oddone”: grandi nomi della Destra storica. Guido va visto anzi tutto, quindi, come il rampollo di una vecchia élite che non sente la necessità di intraprendere, prova una ripugnanza istintiva per l’evoluzione sociale e preferisce dedicarsi alle belle lettere e, almeno a parole, ai piaceri, intesi molto goliardicamente.

Un altro elemento extratestuale che mi sembra inevitabile dichiarare prima di qualsiasi altra analisi consiste nel fatto che fin dai diciannove anni Guido Gozzano è un giovane malato, che con la poesia rielabora anche la sua esperienza – come già Sergio Corazzini nel brevissimo tempo che gli fu dato (“Perché mi dici poeta? […] Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.”) Credo che se un giovane che sta morendo parla di un giovane che sta morendo, anche se il tema è consono alla poetica del suo ambiente, sia doveroso anche alzare gli occhi per un po’dal testo e guardarlo in viso. I Colloqui, frutto di un prolungato lavoro certosino, son divisi in tre parti: Il giovenile errore, reminiscenza leopardiana e petrarchesca, che ospita la produzione di un dandy sensibile; per finire, in un momento di tregua del male, Il reduce; in mezzo Alle soglie, più segnata dall’esperienza della malattia. “Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto, / mio cuore, bambino, che è tanto felice di esistere al mondo, / mio cuore, dubito forte – ma per te solo m’accora – / che venga quella Signora dall’uomo detta la Morte.” Lo stesso verso finale della raccolta, che lo mostra, non so se più pascolianamente o più entomologicamente, intento a dare un’erba alle “disperate cetonie capovolte”, potrebbe avere un doppio senso autobiografico che lo renderebbe notevole.

I critici hanno individuato ogni possibile influenza letteraria rintracciabile nei suoi versi: da un esordio significativamente dannunziano,  i cui echi permarranno pur nel rifiuto sprezzante della retorica patriottica e della magniloquenza, ai neo-simbolisti francesi attenti alla compiutezza artistica ma anche alla poetica delle piccole cose, e quindi a Pascoli, al gruppo “crepuscolare” eccetera. Guido stesso si segnala come meditatore giovanile di Arturo (Schopenhauer) e Federico (Nietzsche) e il suo Toto Merumeni sarebbe “il ‘buono’ che desidera il Nietzsche: / “… in verità derido l’inetto che si dice / buono perché non ha l’ugne abbastanza forti” non per volontà di potenza esteriore, ma per nicciama “capacità di guardare in faccia il dolore”.

Dalle sue poesie si ricava un abbozzo di un suo modo di vedere, che mi ricorda  un Leopardi più rassegnato, disposto a passare il testimone, convinto dell’accidentalità della vita umana e della stabile potenza della Natura, vista non come matrigna ma coi filtri dell’interesse per le scienze naturali e della fede nei loro risultati. Non pare casuale, e testimonia la sua raffinatezza, che dopo i Colloqui egli si accingesse a mettere in versi le meraviglie dell’entomologia in endecasillabi tardo-settecenteschi.

In versi precedenti ai Colloqui aveva detto: “ma dunque esisto! O strano!/ vive fra il Tutto e il Niente / quella cosa vivente / detta guidogozzano”. E la difficoltà personale e sociale di trovarle adeguate “illusioni” leopardiane, o detto altrimenti “cure”, per il tempo che accidentalmente le è dato, ispira a volte accenti “moderni”: “Soffro la pena di colui che sa / la sua tristezza vana e senza mete: / l’acqua tessuta dall’immensità / chiude il mio sogno come in una rete, / e non so quali voci esili inquete / sorgano dalla mia perplessità:”

Dal punto di vista degli “artifizi” letterari, materia di cui mi confesso profano, mi colpiscono l’insistita dichiarazione di sdoppiamento, la ricreazione di ambienti perduti tramite oggetti o stampe e la creazione o rivisitazione di figure femminili, filtrate regolarmente dal ricordo o dalla nostalgia.

“Non vissi. Muto sulle mute carte / ritrassi lui, meravigliando spesso. / Non vivo. Solo, gelido, in disparte, / sorrido e guardo vivere me stesso.” Lo sdoppiamento avrà un sostrato caratteriale, si intreccia con i condizionamenti della malattia, ma fondamentalmente è il modo consapevole di Guido di ricordare in continuazione la natura non ingenua, laboriosissima, sempre ironica, a volte illustrativa delle sue creazioni. A dire il vero le poesie della raccolta o sono espliciti divertissement o riguardano la presunta memoria di momenti intimi in cui l’autore non si presenta mai come “un buono / sentimentale giovine romantico… / Quello che fingo d’essere e non sono!”, e nemmeno come uno che comunque “ama e vive la sua dolce vita”. Piuttosto egli fa declamare a sé stesso, in versi carichi di reminiscenze trecentesche: “Amore no! Amore no! Non seppi / il vero Amor per cui si ride e piange;/ Amore non mi tanse e non mi tange; / invan m’offersi alle catene e ai ceppi.” Il guidogozzano in altri termini mi sembra apparire come qualcosa di unitario, l’immagine di un illusionista che in qualche modo si cela. Vedo piuttosto la piena consapevolezza di giocare sempre, con perizia d’artista, solo con la memoria, l’illusione e la delusione, mai con la rappresentazione delle “grandi” passioni della vita. La conclusione di una elegantissima riproposizione della vicenda di Paolo e Virginia (“i figli dell’infortunio”) mi sembra essere una confessione sia del Guido vivente nel sogno, sia del Guido suo gelido osservatore, sul carattere della loro attività: “Amanti! Miserere, / miserere di questa mia giocosa / aridità larvata di chimere!”

L’abilità di risalire dalle sensazioni prodotte dagli oggetti (in preferenza, ma non esclusivamente stampe e fotografie) alla rievocazione multidimensionale di un ambiente, pur non mancando a quanto pare di qualche lontana ispirazione francese, accompagna il volontario ritiro dell’autore in una dimensione estetica signorile di sensazioni sottili, contrapposte alla volgarità della vita ordinaria (comprese le contrapposizioni politiche). In La signorina Felicita il buon padre di lei, “in fama di usuraio”, lo porta in un salone per leggergli un contratto.

Io l’ascoltavo docile, distratto / da quell’odor d’inchiostro putrefatto, / da quel disegno strano del tappeto, / da quel salone buio e troppo vasto…/ “la Marchesa fuggì, le spese cieche…” / da quel parato a ghirlandette, a greche… / “dell’ottocento e dieci, ma il catasto:::” / da quel tic tac dell’orologio guasto… / “l’ipotecario è morto, e l’ipoteche…” / Capiva poi che non capivo niente / e sbigottiva: “ma l’ipotecario / è morto, è morto!!…” / “E se l’ipotecario / è morto, allora…”

Malgrado la sua asserita e probabile incapacità di “amare veramente”, oltre che a sé stesso Gozzano nelle sue poesie lascia spazio solo alle donne. (Una volta alla madre, presenza d’altra parte inevitabile al fianco di un giovane malato.) Probabile del resto che sapesse di avere molte acquirenti e lettrici.

Racconta di rapporti con popolane, corrivi e senza problemi, anche se in qualche maniera non vincenti. Totò Merumeni (l’eautontimorumenos, il punitore di sé stesso) sogna per il suo martirio attrici e principesse, ma nella realtà (raccontata) la mattina la sua cuoca diciottenne, “fresca come una prugna al gelo mattutino, / giunge nella sua stanza, lo bacia in bocca, balza / su lui che la possiede, beato e resupino…”

Racconta di rapporti meno padronali e meno sereni, come quello descritto in una poesia della raccolta precedente, attorno a Palazzo Madama a Torino, con “la povera cosa, / la povera cosa che m’ama”: “Alzò la veletta. S’udì / (o misera tanto nell’atto!) / la voce: ‘Che male ti ho fatto, / o Guido, per farmi così?’[…] Avevo un cattivo sorriso: / eppure non sono cattivo, / non sono cattivo, se qui / mi piange nel cuore disfatto / la voce: ‘Che male t’ho fatto, / o Guido, per farmi così?”

Se quella poesia si intitolava Il rimorso, nella nostra raccolta c’è nella parte finale L’onesto rifiuto: “Non son colui, non son colui che credi! / Curiosa di me, lasciami in pace!”

Ci sono rincontri, o relazioni sopportate ormai a fatica, con donne in genere belle, colte e amiche, di cui impietosamente Guido sottolinea lo sfiorire – o, come dice a proposito della cavouriana contessa di Castiglione, “l’onta suprema della decadenza”. Decadenza presentata sempre come catastrofe, oltre che per vezzo decadentistico e per prurigine erotica, per ironica consolazione: “amici miei, non mi vedrete in via, / curvo dagli anni, tremulo e disfatto!” Nel caso ritorni il feeling, soprattutto in assenza dei segni del declino, non manca scioltezza liberty nell’espressione: “Sentii l’urtare sordo / del cuore, e nei capelli / le gemme degli anelli / l’ebbrezza del ricordo… /Vidi le nari fini, / riseppi le sagaci / labbra e commista ai baci / l’asprezza dei canini, / e quel s’abbandonare, / quel sogguardare blando, / simile a chi, sognando, / desideri sognare…”

E ci sono infine le coprotagoniste: le “donne del suo sogno”, l’ottocentesca Carlotta, la bimba Graziella, anche la signorina Felicita che taglia le camicie e ha fatto la seconda classe, ma a suo dire “lo farebbe più felice /di un’intellettuale gemebonda”; e la cocotte conosciuta da bambino, su cui, dato lo scrupolo con cui chiarisce le sue intenzioni, penso sia giusto lasciare la parola a questo giovin signore morto a trentadue anni, che a me continua a sembrare un artista grande.

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,

di rimpianto. Non amo che le rose

che non colsi. Non amo che le cose

che potevano essere e non sono

state… Vedo la casa, ecco le rose

del bel giardino di vent’anni or sono!

Oltre le sbarre il tuo giardino intatto

Fra gli eucalipti liguri si spazia…

Vieni: t’accoglierà l’anima sazia.

Fa ch’io riveda il tuo volto disfatto;

ti bacierò (sic): rifiorirà, nell’atto,

sulla tua bocca l’ultima tua grazia.

Vieni! Sarà come se a me, per mano,

tu riportassi il me stesso di allora.

Il bimbo parlerà con la Signora.

Risorgeremo dal tempo lontano.

Vieni! Sarà come se a te, per mano,

io riportassi te, giovane ancora.

Category: Arte e Poesia, Culture e Religioni, Guardare indietro per guardare avanti

About Massimo Canella: Massimo Canella, laureato in Scienze politiche all'Università di Padova, è attualmente docente a contratto presso l'Università Ca' Foscari di Venezia: "Strumenti giuridici e ruolo delle istituzioni per i beni culturali" al corso di laurea specialistica interateneo fra Padova e Venezia su "Storia e gestione del patrimonio archivistico e bibliografico". Ha coordinato il Servizio Beni librari e archivistici e Musei della Regione del Veneto con particolare riferimento allo sviluppo di reti informatiche e relazionali, e alla Soprintendenza ai beni librari. Ha realizzato progetti pluriennali sulla valorizzazione del patrimonio culturale e sull'arte contemporanea. Ha partecipato ai Comitati nazionali del Servizio Bibliotecario Nazionale e del Sistema Archivistico Nazionale e al comitato di redazione del Notiziario bibliografico del Veneto. E' autore di numerose pubblicazioni su i beni culturali (vedi elenco nella rete Linkedin a suo nome)

Leave a Reply




If you want a picture to show with your comment, go get a Gravatar.