Massimiliano Panarari: Due interviste a Martha C. Nussbaum

| 15 Dicembre 2013 | Comments (0)

 

 

Diffondiamo da La stampa.it due interviste fatte da Massimiliano Panarari a  Martha C. Nussbaum nata a New York 66 anni fa. Studiosa di filosofia antica, diritto e etica, insegna Law and Ethics all’Università di Chicago.

 

1. Martha C. Nussbaum: Se la politica non dà emozioni chi ci rimette è la democrazia

[Intervista di Massimiliano Panarari, lastampa.it , 15 Dicembre 2013]

 

Riscoprire Mazzini. E, soprattutto, rilanciare il patriottismo, quello «buono», che ha visto come interpreti e «profeti» personaggi del calibro di Lincoln, Martin Luther King e il Mahatma Gandhi. È quanto propone Martha C. Nussbaum, che ieri, nell’Aula Magna dell’Università di Bologna (presenti tra gli altri Romano Prodi, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni), ha tenuto una «Lecture» sul tema «Perché le emozioni contano in politica: il volto di Giano del patriottismo». Una volta all’anno, infatti, buona parte dell’accademia e del mondo culturale del nostro Paese si riunisce a Bologna per officiare al rito laico della Lettura del Mulino (casa editrice, rivista e club intellettuale esclusivo e sofisticato), che invita uno dei protagonisti della cultura internazionale a tenere una conferenza aperta alla città. L’intellettuale-star, questa volta, era la celebre filosofa politica statunitense.

 

Professoressa Nussbaum, da tempo lei si occupa delle emozioni dal punto di vista cognitivo e politico. In quale senso lo è anche il patriottismo, tema della Lettura 2013 (e del suo ultimo libro Political Emotions. How Love Matters for Justice, in uscita tra qualche mese per i tipi del Mulino)?

«Il patriottismo rappresenta, giustappunto, una forte emozione avente per oggetto la nazione. Non si tratta di semplice approvazione o di una manifestazione di impegno, ma di un’autentica forma di amore, per la quale la nazione ci appartiene ed è nostra – come ribadiscono anche i suoi rituali, a partire dalle canzoni: si pensi all’americana My Country, ’Tis of Thee, alla Marsigliese o all’inno nazionale indiano Jana Gana Mana. Naturalmente, il patriottismo non è una cosa buona in sé e per sé, e può essere anzi pessima, ma costituisce una narrazione importante. E se le persone interessate a lottare per la giustizia, le libertà e contro la povertà rifuggono dai simboli e dalle emozioni, a prevalere saranno gli individui animati da finalità meno nobili, a scapito della democrazia».

Quale ruolo hanno avuto le emozioni nella duplice elezione di Barack Obama?

«All’inizio Obama ha suscitato nell’opinione pubblica americana forti emozioni di speranza e di rinnovamento delle politiche economiche e sociali. Io ne coltivavo di meno, conoscendolo direttamente (è stato mio collega presso la Law School dell’Università di Chicago), e sapendo quindi, a differenza di tanti miei concittadini, che ha un orientamento più centrista che progressista. Col tempo, le emozioni prevalenti nei confronti della sua presidenza stanno diventando di disappunto e disillusione; e le ragioni fondamentali sono, a mio giudizio, tre: l’inefficienza e l’inefficacia nell’implementazione della riforma sanitaria (l’Obamacare), la scadente qualità di alcune nomine giudiziarie (insieme alla scarsa convinzione con la quale ha sostenuto la battaglia politica per alcune altre che necessitavano dell’approvazione del Senato), e la sostanziale indifferenza con cui ha affrontato le politiche educative e dell’istruzione sin dall’individuazione del ministro (con esiti perfino peggiori di quelli dell’era Bush). L’elettorato liberal si rivela ora decisamente deluso».

È oggi possibile per un leader progressista, di fronte alla marea montante dei populismi, gestire in maniera consapevole le emozioni?

«Ritengo proprio di sì. D’altronde, basta pensare al fatto che, nel passato, ciò è avvenuto in situazioni persino peggiori della fase attuale. Franklin Delano Roosevelt ha preso le mosse da un contesto nel quale non esisteva di fatto alcun sistema di protezione sociale, nel pieno della Grande Depressione e mentre dominava l’emozione negativa della paura, ed è riuscito a dare vita al New Deal e a creare dal nulla un regime di welfare funzionante. Jawaharlal Nehru ha fondato lo Stato indiano partendo da zero e, analogamente, Nelson Mandela partiva da una condizione agli antipodi di qualunque democrazia liberale e sviluppata. E, dunque, io penso che, ancorché difficile, gestire in modo consapevole le emozioni sia sempre possibile. A proposito di populismo, poi, i Tea party sono ormai finiti, perché troppo estremi e caratterizzati da un’alleanza con i fondamentalisti religiosi altamente instabile, e così la loro mentalità primitiva, “da frontiera”, appare sempre più minoritaria».

Lei ha studiato a lungo anche le tematiche di genere: perché le donne faticano maggiormente ad affermarsi in politica?

«La ricerca in ambito psicologico dimostra che le differenze di genere in ambito politico rappresentano una questione culturale. Le persone trattano i figli in relazione alla loro percezione del genere, e questo ha degli effetti di lungo termine, che potrebbero, in verità, essere corretti mediante politiche di istruzione adeguate (fondate anche sull’espansione delle capacitazioni). Con l’eccezione dell’Italia e degli Usa, durante questi ultimi decenni si contano però vari casi di leader donne di rilievo (anche se dissento da alcune di loro sotto il profilo delle politiche): da Golda Meir a Indira Ghandi, da Margaret Thatcher fino ad Angela Merkel. E se Hillary Clinton si candiderà, molto, da questo punto di vista, potrebbe cambiare anche nel mio Paese».

Il pensiero antico ci aiuta ancora a capire la politica del presente?

«La corrente più utile al riguardo è quella degli stoici – e, in particolare, lo stoicismo romano – perché erano consapevoli dell’esigenza di gestire e sviluppare relazioni con altri Paesi, e avevano concepito la nozione dei doveri transnazionali di giustizia. Mentre Aristotele, che è utilissimo quale filosofo, non lo è più come pensatore politico, poiché non credeva nell’eguale dignità di tutte le persone e riteneva che le città dovessero dedicarsi in via praticamente esclusiva alle questioni interne, senza occuparsi di ciò che avveniva al di fuori delle proprie mura. Una visione che contrasta con il principio dell’incommensurabilità dell’idea di bene, la quale rende la politica un’attività complessa che non può (o meglio, non dovrebbe) gestire la vita pubblica e l’esistenza degli individui all’insegna di una sola scala valoriale».

 


2. Martha Nussbaum:  Cari economisti prendetela con filosofia

[ Intervista di Massimiliano Panarari, lastampa.it, 27 marzo 2012]

 

I soldi e il Pil non danno la felicità. A sostenerlo, da un po’ di tempo, sono in diversi. E non stiamo parlando di qualche teorico anticapitalista o degli alfieri della decrescita, ma degli esponenti del filone, giustappunto, dell’«economia della felicità». E di figure come Martha Craven Nussbaum, la celebre filosofa statunitense che insegna Law and Ethics all’Università di Chicago, una delle protagoniste della cultura progressista e liberal internazionale, interprete originale – per usare una sua espressione, che rimanda agli esordi come antichista – di una «concezione aristotelica della socialdemocrazia».

Il suo ultimo libro è infatti dedicato al Creare capacità (il Mulino, pp. 216, € 15), con la finalità, come recita il sottotitolo, e ci racconta in questa intervista, di «liberarsi dalla dittatura del Pil».

 

Professoressa Nussbaum, come vanno cambiati i criteri di misura del Pil?

«Io non dico di smettere di misurarlo, ma il Pil pro capite non costituisce una rilevazione adeguata del grado di sviluppo. Per cominciare, trascura la distribuzione; e infatti può assegnare valori elevati a nazioni che, al loro interno, presentano diseguaglianze allarmanti. In secondo luogo, non è un buon misuratore di molti dei fattori differenti che fanno avanzare il processo di sviluppo. Sanità e educazione non sono ben correlate al Pil; e il successo della Cina ha mostrato al mondo che anche la libertà politica e religiosa ha ben poco a che fare con questo indicatore. Lo “Human Development approach” (altrimenti conosciuto come “Capabilities approach”) si basa, invece, su quello che i componenti di una popolazione sono veramente capaci di fare e di essere; e, dunque, su quali opportunità dispongono realmente in ambiti come la longevità, la salute, l’educazione, la facoltà per le donne di proteggere la propria integrità corporea, la possibilità per i lavoratori di godere di relazioni di pari opportunità e di non discriminazione e, naturalmente, le libertà politiche e religiose. L’idea è che ciascuno di questi fattori deve essere valutato separatamente, e che tutti si rivelano significativi per poter contare anche su un minimo di giustizia sociale. Il mio paradigma presenta una stretta relazione con la legge costituzionale: una buona costituzione attribuisce a tutti i cittadini diritti fondamentali in questi e altri settori, e il processo politico deve trovare le strade per dare attuazione a tali diritti».

Quali «buone pratiche» esistono e vanno nella direzione da lei indicata?

«La prima da ricordare è l’esistenza degli Human Development Reports del Development Programme delle Nazioni Unite (Undp), e cioè i rapporti, pubblicati a partire dal 1990, che raccolgono dati nei campi al centro del nuovo paradigma; ora imitati dagli Human Development Reports a livello di quasi ogni singola nazione. Negli ultimi dieci anni abbiamo anche assistito alla crescita e al rafforzamento della Human Development and Capability Association, un’associazione internazionale di cui Amartya Sen e io siamo i presidenti fondatori, e della quale fanno parte circa un migliaio di membri di 80 Paesi diversi. Voglio poi menzionare la Banca mondiale che per alcuni anni si è rivelata sempre più ricettiva nei confronti di queste nostre idee. Il presidente francese Sarkozy ha fatto stilare un eccellente rapporto sulla misurazione della qualità della vita, nominando a capo della commissione che l’ha elaborato lo stesso Sen, Joseph Stiglitz e Jean-Paul Fitoussi. Quest’anno ho poi incontrato il Parlamento tedesco che sta producendo un rapporto analogo, e si rivela fortemente interessato all’approccio fondato sulle “capacità” (ovvero le condizioni per poter sviluppare appieno le proprie abilità in un contesto che permetta effettivamente di utilizzarle).
«Ma le cose migliori stanno accadendo in India, dove il governo manifesta una grande attenzione al tema: il capo dei consiglieri economici del primo ministro Manmohan Singh è Kaushik Basu, che al momento della sua nomina era presidente della Human Development and Capability Association, mentre il capo dei consiglieri economici di Sonia Gandhi è Jean Dreze, coautore di Sen. E un’altra nostra collaboratrice, Indira Jaising, una formidabile avvocata impegnata per i diritti delle donne, è stata nominata Vice-Procuratore generale».

In che modo le istituzioni nazionali possono migliorare le capacità dei loro cittadini?

«Le “capacità interne”, che consistono in competenze sviluppate e non innate, sono prodotte dal sistema nazionale di educazione, come pure dall’interesse verso la salute e la sicurezza dell’infanzia. E molto importanti sono anche le leggi contro la violenza domestica. L’educazione dovrebbe sviluppare non soltanto competenze utili sotto il profilo economico, ma anche abilità come il pensiero critico, la capacità di immedesimarsi nella situazione degli altri, la comprensione dell’economia globale e della storia del mondo. E poi ci sono quelle che io chiamo “capacità combinate” e sono più che competenze: vale a dire opportunità reali che esistono esclusivamente quando il governo e il sistema legale di una nazione le rendono concretamente possibili e permettono effettivamente agli individui di scegliere come agire. Mi sto riferendo alle occasioni di impiego, alle leggi che tutelano i lavoratori di fronte alla discriminazione e allo sfruttamento, alle norme che salvaguardano la salute e la sicurezza delle donne, alla protezione delle libertà religiose e politiche, alle disposizioni che difendono la qualità ambientale. Nel caso di ciascuna di queste fondamentali capacità, naturalmente, non è sufficiente fare buone leggi, ma è necessario anche farle rispettare».

Serve anche il pensiero filosofico per cambiare il modello tradizionale di Pil?

«L’approccio della capacità è scaturito dalla collaborazione tra la filosofia e l’economia. L’economia era tradizionalmente una parte della filosofia: Adam Smith, John Maynard Keynes e altri grandi economisti del passato erano anche filosofi. Mentre oggi Sen rappresenta di fatto il solo economista eminente che è anche un filosofo di primo piano. Dobbiamo, quindi, fare nuovamente affidamento sulla cooperazione tra le due discipline. I filosofi sono necessari per riflettere sulle questioni della giustizia sociale e possono contribuire mediante argomentazioni normative complesse, mentre gli economisti possono fornire il know-how tecnico per arrivare a realizzare gli obiettivi. Proprio per questo abbiamo fondato la Human Development and Capability Association».

 

 

Category: Culture e Religioni

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About Martha Nussbaum: Martha Nussbaum nasce nel 1947 a New York, figlia di George Craven, avvocato di Philadelphia, e Betty Warren, una designer di interni. Descrive la propria educazione come quella di una "élite WASP della East Coast... molto sterile, molto interessata ai soldi e allo status". In seguito avrebbe descritto la propria impazienza verso i "filosofi mandarini" come il "rigetto della mia educazione aristocratica. Non mi piace niente che assurga ad essere un gruppo chiuso o un'élite, nemmeno se è il Bloomsbury group oppure Derrida". Studiò teatro e i classici alla New York University, ottenendo il Bachelor of Arts nel 1969, e gradualmente si interessò di filosofia mentre ad Harvard studiava sotto la guida di G.E.L. Owen. A questo periodo risalgono anche il suo matrimonio con Alan Nussbaum (da cui divorziò nel 1987), la sua conversione al Giudaismo, e la nascita della figlia Rachel, che è attualmente docente di Storia tedesca.Negli anni settanta e ottanta continuò a studiare filosofia e i classici ad Harvard, fino a quando non si spostò alla Brown. Il suo libro del 1986, The Fragility of Goodness (titolo italiano: La fragilità del bene), un saggio sull'etica greca, le diede fama presso gli umanisti. Il più recente Frontiers of Justice (Le nuove frontiere della giustizia) la rese poi una teorica della giustizia globale. L'opera della Nussbaum si è spesso focalizzata sulle ineguaglianze di libertà e opportunità tra uomini e donne, e ha sviluppato una personale forma di femminismo che trae ispirazione dalla tradizione liberale, enfatizzando però il fatto che il liberalismo implica un ripensamento radicale dei rapporti tra i sessi e di quelli interni alla famiglia. Altro importante ambito di indagine sono le emozioni. La Nussbaum ha infatti avallato la teoria "Neo-stoica" delle emozioni, secondo cui esse sarebbero delle valutazioni che attribuiscono alle cose e alle persone esterne un particolare valore per il soggetto agente, fatto di estrema importanza per lo sviluppo della persona. Su tali basi ha proposto le analisi di dolore, compassione, amore[5] e, successivamente, di disgusto e vergogna.Nella sua attività, la Nussbaum ha inoltre preso parte a svariati dibattiti con altri intellettuali, sia nei suoi scritti di carattere accademico, sia su riviste popolari e recensioni, sia infine quando fu chiamata in causa come testimone in tribunale. La sua testimonianza al processo in Colorado per Romer V. Evans (il quale negava che la storia della filosofia potesse fornire allo Stato le basi per impedire a omosessuali e lesbiche di ricorrere ad una legge locale contro la discriminazione) è stata definita dai critici falsa e fuorviante.[7][8] Dal canto suo, la Nussbaum rispose a queste critiche in lungo articolo, "Platonic Love and Colorado Law"[9], a cui seguì l'attacco contro Robert P. George, suo strenuo avversario. Tra gli altri intellettuali di cui ha criticato i libri nelle sue recensioni, ricordiamo Allan Bloom, Harvey Mansfield e Judith Butler. Dibattiti ben più seri in ambito accademico sono stati invece sostenuti con John Rawls, Richard Posner e Susan Moller Okin. Attualmente, Martha Nussbaum è membro della American Academy of Arts and Sciences (dal 1988) e della American Philosophical Society. È inoltre Presidente Fondatore e Presidente Emerito della Human Development and Capability Association. A tutt'oggi ha ottenuto 32 titoli onorari da svariate università in Nord America, Europa e Asia, e nel 2005 e 2008 è stata nominata tra i cento intellettuali più importanti al mondo dalla Foreign. Tra le sue ultime opere: M. Nussbaum, Sex & Social Justice. New York: Oxford University Press, 1999; M. Nussbaum, Trading on America's puritanical streak, "The Atlanta Journal-Constitution", 14 March 2008; Martha Nussbaum, Non per profitto, Princeton, Princeton University Press, 2010. Scoietà editrice il Mulino, Bologna.

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