In piedi con i poveri: la povertà nel Vangelo

| 15 Dicembre 2011 | Comments (0)

In relazione alla iniziativa “Dichiariamo illegale la povertà” pubblichiamo l’intervento di p. Silvano Nicoletto responsabile della Comunità Stimmatini di Sezano (Verona)

In relazione all’iniziativa “Dichiariamo Illegale la Povertà” (DIP), ritengo importante che i credenti, da un lato, recuperino il senso più autentico dei testi evangelici cercando per quanto possibile di sottrarli ai significati con cui nel corso dei secoli sono stati rivestiti e, dall’altro, andare oltre il significato spirituale religioso che alcune parole hanno acquisito nella tradizione cristiana, tra queste il termine “povertà”.

È praticamente impossibile, a livello interculturale ed interreligioso avere un pensiero unico circa le sottili sfumature di distinzione tra povertà, miseria, sobrietà, essenzialità, stili di vita ecc… Il mondo dei significati esistenziali è senza dubbio decisivo per pervenire a scelte di giustizia, ma è altro, ovvero distinto non separato, da ciò che si propone il percorso di DIP.

Nel contesto di DIP, povertà è legato alla “privazione -sottrazione” di quei beni comuni che rendono rendono impossibile la vita umana per la maggioranza della popolazione del pianeta. Tale privazione-sottrazione va dichiarata un crimine per il semplice fatto che non permette di vivere. Questo concetto basilare è comprensibile da tutti.

 

 

Il Vangelo e il suo Contesto

Prendo lo spunto dal testo delle beatitudini secondo il vangelo di Matteo 5, 1-12. Questa bellissima pagina , più di altre, se non correttamente collocata nel suo contesto, rischia di essere fraintesa come un concentrato di esortazioni più o meno spiritualiste: povertà di spirito banalmente intesa come distacco dalle cose, o come atteggiamento di fiducioso abbandono nelle mani di Dio, o come indicazione morale in relazione all’uso dei beni: se non divento come Francesco d’Assisi non merito quanto promette questa parola…

Il contesto che chiarisce il contenuto è, prima di tutto, l’ambiente della primitiva comunità nella quale il vangelo è nato, ovvero quello di cinquanta sessant’anni dopo la vicenda di Gesù di Nazareth. In altre parole Matteo scrive per dei gruppi cristiani giunti alla fede in Cristo, provenendo in precedenza dall’esperienza religiosa del giudaismo.

Il carattere ecclesiale è evidente soprattutto nei primi due versetti :

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo” .

Gesù seduto in mezzo ai suoi che s’avvicinano a lui per essere ammaestrati, più che la scena di un momento è un’espressione plastica per descrivere il rapporto che i cristiani mantengono con Gesù: egli è seduto in mezzo ai suoi come il Maestro che dona la parola. Un’immagine per affermare l’autorevolezza del suo messaggio.

L’altro riferimento alla chiesa primitiva è il richiamo alla presenza delle folle. Ci sono i discepoli che s’avvicinano e ci sono le folle un po’ più distanti, presenti sullo sfondo. Il linguaggio scenico dà rilievo al fatto che la comunità dei discepoli è chiamata ad ascoltare la parola di Gesù non solo per sé ma anche per gli altri, per le folle. Immediatamente dopo queste dichiarazioni “solenni” di Gesù, al v. 13, si dice:

Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido, con che cosa si dovrà dare sapore ai cibi? … Voi siete luce del mondo…”.

A volte il sale veniva usato, non solo per dare sapore o conservare i cibi, ma per alimentare i fuochi durante la notte e quando perdeva le sua proprietà di combustione veniva naturalmente gettato. È forse per questo che all’invito di essere sale, segue quello di essere luce. La comunità degli amici e delle amiche di Gesù deve accendere fuochi.

Sempre a proposito del contesto, non bisogna dimenticare che i destinatari sono ex giudei, ovvero esperti frequentatori delle scritture antiche e dell’alleanza di Mosè. Per loro è di capitale importanza che Gesù si collochi in linea di continuità con le promesse antiche. Egli è il frutto più bello dell’albero della genuina tradizione dei padri.

Nel nostro brano, appartenente al cosiddetto “discorso del monte”, Gesù viene presentato come un nuovo Mosè: il primo, dal monte Sinai promulga la Legge che condurrà il popolo nella Terra della promessa; Gesù Cristo, nuovo Mosè, dal monte proclama le Beatitudini, Magna Charta, nuova legge per giungere ad un’altra terra della promessa: il Regno di Dio ( dei cieli secondo Mt.).


Uno sguardo sulla struttura.

vv. 1-2 1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava

Come già abbiamo avuto modo di notare, si tratta dell’ambientazione non solo scenica che rispecchia il sentire della comunità credente: il messaggio di Gesù è qualcosa di grande che viene dato in consegna alla sua comunità, la quale ha il compito di aprirlo ad altri.

vv.3-10 3 “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

4 Beati gli afflitti,

perché saranno consolati.

5 Beati i miti,

perché erediteranno la terra.

6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

perché saranno saziati.

7 Beati i misericordiosi,

perché troveranno misericordia.

8 Beati i puri di cuore,

perché vedranno Dio.

9 Beati gli operatori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio.

10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,

perché di essi è il regno dei cieli.

 

Beati, beati, beati, parola ripetuta per otto volte di seguito. Difficile non percepire che probabilmente, in origine, si tratta di una preghiera della liturgia della comunità.

Ebbene, la preghiera per eccellenza della Bibbia, quella dei salmi, inizia proprio con questa parola: Beato.

Beato l’uomo che non andò nel consiglio di empi” ( salmo1)- ( ashrélieto, beato un risanato che assapora il ritorno delle forze)

vv. 11-12 11

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

Infine, come a chiusura dell’inclusione, il testo ci riconduce al contesto della comunità delle origini: una comunità confessante il messaggio di Gesù di Nazareth fino alla massima disponibilità di subirne le conseguenze in termini di emarginazione e persecuzione. Qui il discorso è diretto ai destinatari: Beati Voi, …quando vi succede questo e questo per causa mia.


Il messaggio

Abbiamo qui in anteprima tutto il messaggio della vita e delle parole di Gesù. Qui si sta parlando di una qualità di vita nuova perché i criteri di ciò che Gesù chiama “Regno dei cieli (o di Dio – da non confondersi con il paradiso!)”, sono all’opposto di quanto si verifica nelle strutture mondane del potere e della religione.

La proclamazione esordisce con: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” e chiude con “beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Si tratta del tipico stile narrativo semitico detto inclusione: l’inizio lo ritroviamo anche alla fine. Quindi, i poveri in spirito sono i perseguitati per causa della giustizia. Non sono coloro che sono spiritualmente distaccati dalle cose, gli animi leggeri perché vivono di sobrietà ed essenzialità o coloro che sono fiduciosamente abbandonati alla provvidenza Dio, per quanto nobili possano essere questi sentimenti.

Si tratterà allora di capire cosa si deve intendere per giustizia. In buona sostanza, la giustizia evangelica è quel nuovo ordine di rapporti e di vita insieme che si trova agli antipodi dell’ordine oppressivo e violento stabilito dai poteri forti della politica e della religione ad essa asservita. La giustizia può essere considerata la strada giusta che il Dio di Gesù vuole per tutta l’umanità.

I poveri sono coloro che si sottraggono ai criteri del potere mondano (per questo sono perseguitati!) per “mettersi sotto” la volontà di Dio che è una volontà di riscatto per l’umanità. Il linguaggio figurato fa pensare ad una sottomissione, in realtà, la giustizia di cui si parla corrisponde ad un progetto di promozione, di riscatto. È il Regno, cioè laddove le “nuove regole” di Dio, così come ce ne parla Gesù di Nazareth, orientano la vita, la strada giusta per l’umanità.

È importante questo concetto perché ad esso è legato il termine “poveri in spirito”. Con questo termine, Matteo si riferisce alla terza parte del libro di Isaia dove povero in spirito viene espresso con un termine shefàl ruah che letteralmente è “abbattuto di vento”. Indica chi è così prostrato da essere piegato a terra, con il vento del fiato che scarseggia1, come lo erano i sottomessi ad un qualsiasi regime (non dimentichiamo che il linguaggio è figurato). I poveri in spirito sono dunque coloro che stanno sotto. Il contesto intende indicare innanzitutto coloro che passano da un regime di un certo tipo ad un altro, dall’obbedienza a certi parametri di valore a quelli, appunto della nuova giustizia. In pratica, è come se Gesù affermasse: “Felici, quelli che assumono i nuovi criteri per vivere le relazione con gli altri, felici coloro che cercano di cambiare le cose secondo giustizia a partire da ciò che il Vangelo suscita in loro”.

Allora la parola “beati” (= coloro che riacquistano il vigore) riferita ai “poveri in spirito” (= schiacciati, sottomessi dal fiato corto) può, a buon diritto, essere tradotta, come dichiarò felicemente Tonino Bello, con “In piedi”.

In piedi, gli schiacciati

in piedi, i non violenti,

in piedi, gli operai della pace

in piedi, i cercatori e perseguitati per la giustizia…In piedi!

 

DIP è, non solo giusto, ma anche giustificato dal fatto che l’iniziativa mira a mettere al bando tutti quei fattori e quei processi che impediscono tutte le persone buttate a terra di mettersi in piedi.

 

 

Category: Culture e Religioni, Dichiariamo illegale la povertà

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