Enrico Peyretti: In ricordo di Pier Cesare Bori. Uno scambio di lettere.

| 23 Novembre 2020 | Comments (0)

 

Enrico Peyretti: «la luce che illumina ogni uomo»

da Servitium, III n.134 (marzo-aprile 2001), pp. 95-105 [223-233] e il foglio (www.ilfoglio.info) n. 275, novembre 2000

La Società degli Amici (detti dall’inizio i “quaccheri”, tremolanti, per deriderli) – da non confondere con gli Amish! – è un movimento cristiano sorto in Inghilterra nel ‘600 per opera di George Fox. Da tre secoli e mezzo, gli Amici vivono una spiritualità evangelica interiore e molto essenziale, rifiutano le chiese storiche e ogni ministero ecclesiale, si radunano in culto silenzioso, decidono all’unanimità. Attraverso il loro impegno sociale, specialmente a servizio degli ultimi e respinti, come i carcerati, e il pacifismo nonviolento, vogliono testimoniare la praticabilità dei comandamenti più radicali del vangelo.

 

1.Un documento

La nostra via è il documento base del gruppo degli Amici di Bologna, approvato nel settembre 1998.

1. Il tratto distintivo dell’esperienza degli Amici (“quaccheri”) consiste nell’incontro silenzioso (il “culto”), che può essere oggi inteso e vissuto nel senso più ampio: come ricerca della luce, come adorazione, come preghiera, come meditazione, come speranza di poter discernere la propria via, come momento generativo di parole nuove. La premessa di questo è la consapevolezza della presenza della luce interiore in ogni persona, che induce sia all’attenzione e all’ascolto reciproco, sia all’impegno sociale.

2. Abbiamo scoperto la via dei quaccheri e la seguiamo a nostro modo. Quando abbiamo incontrato altri Amici, abbiamo rilevato la coincidenza con quello che noi siamo. Infatti per stabilire quello che corrisponde alla concezione degli Amici ci riferiamo all’esperienza e alla pratica quacchera: ai primi scritti degli Amici, a quello che abbiamo visto in altre comunità e alla nostra stessa esperienza e prassi.

3. Rispetto alle chiese sentiamo che il nostro elemento distintivo è la libertà, non come indifferenza e fastidio verso ogni norma, ma come attenzione e docilità all’autorità interiore. Di fronte alle istituzioni delle chiese, ci atteggiamo con questa libertà e riteniamo queste istituzioni talvolta apprezzabili, talvolta ammirevoli, talvolta non utili, comunque non indispensabili.

4. La Bibbia per alcuni di noi è fonte essenziale di ispirazione. Riteniamo comunque importante conoscerla, studiarla, e interpretarla nello Spirito. Apprezziamo anche le altre Scritture religiose, come testimonianza della luce, presente in ogni persona e tradizione.

5. Ci proponiamo di valorizzare i doni spirituali di ciascuno e riconosciamo a tutti noi un’autorità spirituale. L’esperienza e la pratica degli Amici sono il criterio principale in base a cui prendiamo le nostre decisioni.

6. Facciamo affidamento gli uni sugli altri, nell’ascolto, nell’accettazione, nel rispetto reciproco. Sappiamo di dover ancora crescere molto in questa direzione.

7. Diamo molta importanza allo studio e ci avvaliamo delle diverse competenze che sono fra noi.

8. Riconosciamo che Dio opera dove c’è giustizia, verità, bellezza; dove si cerca una luce interiore; dove nella teoria e nella pratica si cerca di promuovere dignità e responsabilità; dove si cerca di vivere un’utopia; dove c’è una uscita al di fuori di situazioni apparentemente chiuse; dove c’è chi fa cose che nessuno altrimenti farebbe e dà senza attendere nulla in cambio.

In uno dei campi estivi del Mir-Mn (Movimento della Riconciliazione – Movimento nonviolento), a Malles, in Altoadige, dopo il lavoro manuale, abbiamo studiato il movimento dei quaccheri. Queste sono alcune mie riflessioni a tale proposito (e.p.)

 

2. Uno scambio di lettere

2.1 Caro Amico Pier Cesare,

dopo le letture e i colloqui dei giorni scorsi intorno alla Società religiosa degli Amici, i cosiddetti quaccheri, del cui cammino spirituale tu ci hai parlato con tanta intensità, desidero comunicarti qualche mia riflessione. Avrò da fare anche considerazioni critiche, o perplesse, ma anzitutto voglio dirti che ho riconosciuto e gustato con gioia i grandi valori spirituali e cristiani di questa via, che voi attingete dal Vangelo di Giovanni: l’adorazione in spirito e verità, la luce che illumina ogni uomo, l’essere amici e non servi di Gesù, il culto fatto di silenzio-attesa e di libera e sobria espressione dello Spirito presente in noi. La vostra via religiosa è libera da riti e gerarchie, e voi la ritenete perciò, tra tutte le forme cristiane, la più fedele a Gesù, che fu ucciso per avere criticato e profondamente innovato la religione rituale e autoritaria del suo popolo, che non tradì, ma compì. Per voi, poiché il Messia è veramente venuto, la redenzione è avvenuta, e dunque si può vivere nella libertà dello spirito, realizzando e godendo la condizione paradisiaca del nuovo Adamo.

Il vostro metodo di preghiera, o comunque di ascolto della luce interiore, nel silenzio attento, è impegnativo e affascinante. Una mia prima perplessità nasce dal fatto che il “già” della redenzione mi sembra inestricabile, nell’esistenza reale, dal “non-ancora” della nostra condizione di viatores, come si diceva un tempo. Ciò non toglie nulla alla verità della redenzione, ma soltanto ne considera la storicità, il nostro entrarvi gradualmente. La condizione di unione mistica è di alcuni, o di alcuni momenti, non è la situazione stabile, neppure per i grandi mistici, che conoscono anche l’esperienza dello smarrimento nel buio, che anche George Fox, il primo dei quaccheri, conobbe. Siamo chiamati alla mistica, ma siamo nel tempo dell’etica e dell’apprendimento. Siamo nel cammino, non nell’arrivo, nel tempo del lavoro, non della raccolta finale. Secondo uno schema classico dell’elevazione umana a Dio, che anche tu hai ricordato, c’è il grado della disciplina, quello dell’intelletto, infine quello dell’unione: l’etica e l’ascetica, la dottrina, non sono tappe di cui si possa proporre lo scavalcamento, o che si possano dare per compiute, o soltanto inutili, in una proposta generale, rivolta a tutti. Altrimenti, la proposta degli Amici è per pochi dotati, coi rischi di ogni simile posizione. Oppure, volendo andare al di là di tutte le religioni (grande istanza, che è di Gesù, e, nel nostro tempo, di Tolstoj, di Gandhi, di Simone Weil, di Etty Hillesum, di Aldo Capitini, di Raimon Panikkar, per dire qualche nome), ritorna poi – come mi pare di aver colto dalle vostre descrizioni concrete – a forme religiose strutturate, con ruoli interni certo non sacralizzati né eternizzati, ma riproducenti le funzioni diseguali di ogni struttura, che riconosco utili in una comunità, che non demonizzo, ma che non realizzano l’utopia affascinante di una comunità tutta compiuta. Voi affermate il ministero profetico di tutti, uguale, senza gerarchie, ma poi avete bisogno di chi dirige con un certo polso le assemblee, dei fratelli anziani (“presbiteri”), di alcuni supervisori (“episcopi”), di alcuni amici che hanno un peso morale riconosciuto nella comunità. Nel quotidiano, la mistica ritorna religione. La chiesa si chiama “assemblea”, con parola che ha lo stesso significato. Non mi scandalizzo, è realismo e utilità generale.

Hai parlato di “terzo cristianesimo”, pneumatocentrico, dopo quello ecclesiocentrico cattolico e ortodosso, e quello bibliocentrico protestante. Questa intuizione, o vocazione, è immensamente preziosa. Guai se scomparisse tra i cristiani. Essa si ripresenta sempre, per grazia di Dio, da Giovanni evangelista, a Gioachino da Fiore, giù giù nel tempo, nell’attesa, talora nella breve comparsa, della “nuova pentecoste”. Si ripresenta anche in conflitto con le altre forme, ma non si deve temere né soffocare questo conflitto, che è vitale. Si deve viverlo senza violenza né offesa reciproca (che certo voi non commettete, anche se forse vi sentite la forma più vera): cattolici, orto-dossi, protestanti, religione del Padre, del Figlio, dello Spirito, forse sono facce insopprimibili di questa problematica e zoppicante sequela di Cristo che è il cosiddetto cristianesimo.

L’esperienza degli Amici nasce storicamente nella modernità, nell’età del soggettivo, della libertà individuale, della democrazia formalmente egualitaria, e si sviluppa nelle aree culturali anglosassoni in cui queste forme si sono più sviluppate. Nel quaccherismo il senso dell’individuo prevale su quello della comunità, avete detto, anche se non c’è culto quacchero individuale, ma solo insieme. La struttura culturale europea, a detta di molti studiosi, ha invece il primato della socialità sulla individualità, sebbene oggi sia fortemente influenzata e modificata dalla cultura anglo-statunitense. Ciò spiegherebbe forse, insieme alla pesante tradizione cattolica, che non ne sarebbe l’unica causa, la mancata comprensione dello spirito quacchero in Europa e specialmente in Italia, che ti rattrista. Io considero molto positivo, quando non si fa organicista e servile, il senso comunitario. Questo è oggi un (debole?) argine culturale al liberismo individualista, che appare come economico, ma è anche o soprattutto etico, e dilaga, producendo una competizione violenta mondiale dei forti tra loro e contro i deboli, o almeno un modello di indifferenza pratica verso i deboli, incapaci di competere. Ma i quaccheri, che hanno il vangelo nella loro origine, non sono liberisti etici. Il loro impegno sociale, per la giustizia e la pace, in modi silenziosi, non è inferiore al loro impegno spirituale. Nessun essere umano può essere offeso, o lasciato solo nell’offesa da lui subita o compiuta, perché la luce che illumina ogni uomo è in lui, anche se coperta dall’umiliazione o persino dal suo comportamento malvagio. Da qui, la nonviolenza. Il movimento variegato per la pace conosce troppo poco questa spiritualità della pace, che meriterebbe maggiore illustrazione.

La luce in ogni uomo. Tenerezza e bontà crescono in chi ne prende coscienza. Ma abbiamo anche oscurità, durezza e cattiveria, o semplici malumori, risentimenti, astiosità, collere, orgogli, insomma violenze, che bastano a guastare tanta parte della vita, e far soffrire, e tener lontano il paradiso. Anche chi vuole la pace e si spende davvero per costruirla, riconosce di non averla ancora, e per questo la cerca, e più lo riconosce più veramente la cerca. Io sono nonviolento perché sono violento. Quella luce c’è davvero, ma è appello, guida nel cammino, non uno stato raggiunto.

La Bibbia si dà per letta, hai detto. Non è al centro del culto. Ci si pone nello stesso Spirito che ha prodotto la Scrittura, per viverla. Lo dice anche Gregorio Magno: «Se non avessimo la Scrittura potremmo scriverla noi»1, come ricorda padre Benedetto Calati2. Benissimo. Ma il popolo è denutrito di Bibbia, e di ogni grande parola della spiritualità umana. È ingozzato da parole senza vita, è sommerso da fiumi di fragorose parole vuote, del commercio, del potere, della menzogna. Non si può dare per letta la Bibbia, e ogni grande scrittura o tradizione, se non per una élite che, al limite, si disinteressa dei poveri spiritualmente. La luce che è in ciascuno brilla se è scaldata dalle luci che incontra, che la accompagnano, la incoraggiano, la difendono e la proteggono. So bene che tu personalmente, che la Bibbia l’hai digerita e continui a nutrirtene, sei a servizio dei più poveri, in questo cammino tra le luci più belle della ricerca umana, perché sai, come George Fox, che la gloria di Dio risplende nel carcere. Ma il metodo di porsi al di là del libro sacro, delle parole spirituali, non comporta di abbandonare il popolo nella carestia spirituale?

Il grande pieno rispetto della libertà spirituale personale porta il quaccherismo ad articolarsi e differenziarsi, con divaricazioni notevoli. C’è il ramo europeo, più fedele all’ispirazione religiosa cristiana di Fox; c’è il ramo “programmato”, negli USA, che ha comunità organizzate con pastori e chiese; c’è un ramo evangelico-missionario, diffuso dagli USA in vari continenti. C’è una corrente cristocentrica, una fondata sulla Bibbia, una “universalista” che accoglie musulmani, buddhisti, anche atei, ed è quasi prevalente. In Europa tanti quaccheri non sono cristiani, ma “filosofici”.

Gli Amici non hanno un credo. Insistono su Cristo vivente, sulla luce interiore. La quale, però, per alcuni è Cristo, per altri no. La loro origine storica è cristiano-biblica, ma oggi è impossibile dire cosa credono. È importante la fides qua (l’atto di credere, la tensione), mentre, come tu hai detto, non ti appartengono più i contenuti, la fides quae. Non avere un credo comporta l’assenza di esclusioni, di scomuniche.

Questo dà una grande ampiezza spirituale, ed è bello e accogliente. Eppure, per la maggior parte delle persone in ricerca di Dio, temo che si risolva in un dissolvimento. Leggo nei miei appunti presi durante una conversazione di Raimon Panikkar: «L’atto di fede, che salva, è l’atto con cui l’uomo si riconosce non-finito, non perfetto, e ciò è un costitutivo dell’uomo, è la sua costitutiva apertura verso la trascendenza. Ognuno, poi, cerca di far cristallizzare questa visione e questo atteggiamento in proposizioni, in formulazioni, che sono le credenze, distinte dalla fede, anche se la fede che non si esprime in credenze può restare vaga, inefficace». Questa fede, costitutivo antropologico, non è altro che la luce che illumina ogni uomo. Il timore che Panikkar esprime mi sembra fondato: senza una espressione concettuale e verbale (non parlo delle eccessive fissazioni dogmatiche), essa può, per i più, svanire, restare auto-centrata, non trovare un riferimento oggettivo, un’alterità, che è condizione perché la fede sia relazione, risposta, quindi vita. Se i gradi del cammino spirituale sono disciplina, intelletto, unione, non possiamo scavalcare il passo dell’intelletto, del conoscere, del “dire”, con tutti i rischi, ciò che pensiamo e crediamo. Non possiamo ritenere di essere arrivati, e non camminare più con chi sale i primi gradini, dove in realtà ricadiamo tutti, almeno qualche volta. L’esigenza grande di correre e stare nell’unione col divino non può realizzarsi per tutti, né per tanti, col dimenticare i primi passi.

Voi spogliate la religione da riti, gerarchie, strutture, parole. Ed avete molte buone ragioni. Il fascino degli Amici è questo silenzio vivo, la presenza parlante nell’invisibile. Eppure, eppure… Abolire anche ogni festa, anche quel grande valore di civiltà, come sottolinea Erich Fromm in Avere o essere?, che è lo săbbat ebraico e i suoi sviluppi, mi sembra, al limite, una perdita, un danno, perché la festa è un respiro necessario allo spirito, come il silenzio. Anche se tutti i giorni hanno valore, e non c’è giorno sacro e giorno profano. Tanto è vero che la festa rinasce pure tra voi in momenti del giorno, in alcuni giorni tra gli altri, spontaneamente. Ma anche la memoria di giorni grandi (Pasqua, Pentecoste, o, al contrario, Hiroshima) a mio parere non deve sfuggirci, deve segnare e qualificare il nostro scorrere nel tempo. Così, mi sembra una perdita l’abbandono di ogni formula di preghiera, compreso il Padre nostro, suggerito dalla sapienza di Gesù. Anche nel coro universale delle voci oranti nei secoli c’è lo Spirito.

Di fatto, dove gli Amici sono più presenti nella società civile, hanno quei riconoscimenti che in altre società hanno le religioni più strutturate: per esempio il riconoscimento civile del matrimonio in Inghilterra, come avviene per il matrimonio cattolico in Italia. Anche forme rituali classiche di tutte le religioni, come il pellegrinaggio, si trovano in certe correnti quacchere, come il pellegrinaggio alla casa di George Fox. Nulla di male, anzi. Ciò dimostra quello che cercavo di dire: quando gli Amici diventano più numerosi, ritrovano le esigenze anche umili e popolari di ogni religione, senza perdere il loro specifico carisma.

Tra gli autori che abbiamo letto, Caroline Stephen parla di «completa sufficienza dell’individuo» nella comunicazione con Dio. E, nella conversazione, ho sentito dire: la chiesa non è necessaria. Ora, se si intende una necessità assoluta, una interposizione come sbarramento doganale tra Dio e la persona umana, ciò è molto vero, perché va negata ad ogni chiesa la padronanza sulla nostra vita religiosa. Ma se si intende quella necessità che è la società umana per ogni vita umana, allora anche la chiesa, la comunità dei credenti, è necessaria alla nostra vita religiosa. Come è necessaria l’amicizia, benché ogni persona sia già un valore pieno.

Allora, vorrei dire qualcosa, personalmente, sull’appartenenza cattolica. Può essere un’appartenenza libera e critica, e anche serena. Per molti, l’esperienza di una chiesa autoritaria e censoria è causa di un risentimento profondo, amaro, che ha diritto di essere capito, rispettato, anzi apprezzato, perché è un’istanza evangelica di libertà spirituale. Ma questa liberazione può avvenire nella serenità, nella misericordia, nel discernimento, e nella solidarietà con chi resta irretito nella dipendenza. Tutti conosciamo cattolici, e preti, che non “dipendono” spiritualmente dal papa, né lo guardano con astio. Non sempre, ma in qualche momento, io spero di avvicinarmi a questo atteggiamento. Concordo col n. 3 del documento La nostra via del gruppo degli Amici di Bologna.

Soprattutto, non dimentico la gratitudine verso questa chiesa cattolica che mi ha trasmesso la fede, attraverso tutti i suoi limiti e difetti. Nonostante se stesso, il cattolicesimo non è fisso: è cambiato di più negli ultimi trent’anni che negli ultimi quattro secoli. La fede dei miei genitori, e di altri maestri, era molto diversa dalla mia, ma è stata occasione e tramite per il dono divino della fede a me.

Un altro motivo per non rifiutare la tradizione cattolica, mentre apprezzo, ed anche in parte pratico, altre vie cristiane, è la sua storicità e concretezza. Potrebbe sembrare un argomento apologetico consunto, e persino giustificatore di troppe rigidità istituzionali, ma ha una sua anima di verità: l’incarnazione storica, la socialità (reciprocità, diceva Bernhard Häring) delle coscienze, la pedagogia popolare. L’abuso intollerabile di questi caratteri è evidente nella figura del Grande Inquisitore, nel quale Dostoevskij ha scolpito la più fulminante critica del cattolicesimo, come pure in tante figure di “piccoli inquisitori”, ma ciò non toglie che quei caratteri possano essere vissuti con senso evangelico. So che si può non essere d’accordo. Ma si può parlarne.

C’è anche una tolleranza cattolica, che alcuni criticano come eccessiva: ci stanno dentro Wojtyla e Küng, Ratzinger e Molari, Enzo Bianchi e Franco Barbero, quasi quasi anche Lefebvre. Questa confusione può anche essere felice, perché relativizza (toglie assolutezza e mette in relazione) le diversità. «Meglio uniti all’osteria che divisi in chiesa» è una battuta che mi piace: dice una bella verità, che dà la misura alle ambizioni spirituali.

Il vostro rifiuto di tutti i sacramenti, anche di battesimo ed eucarestia, si basa, se ho ben capito, su Galati 6, 15. Ma Paolo ha parlato altrove di battesimo e di eucarestia. Perché scegliere solo una parola e perdere di vista la complessità? Così, voi privilegiate il Vangelo di Giovanni. Fino a non ascoltare gli altri? E nello stesso Giovanni cogliete (soltanto?) alcune grandissime parole. Giovanni non ha la cena, ma ha ampiamente il discorso sul pane di vita. E c’è pure il capitolo 21, dove Gesù conferisce a Pietro un (diciamo così) “primato” pastorale, sulla base del maggiore amore che gli chiede. È importante quel dialogo: per due volte Gesù gli chiede un amore-agápe, e Pietro gli assicura solo l’amore-philía; la terza volta Gesù gli chiede soltanto amore-philía. Gesù chiama in alto, ma scende in basso. È vero che la sua esigenza è grande. È grande anche la sua condiscendenza. Chiede il massimo, e gli basta il minimo: per il dono di un bicchier d’acqua entri in paradiso. La chiesa cattolica, le chiese, sbagliano eccedendo a volte in un senso, a volte nell’altro. Ma sono due, non una sola, le direzioni sbagliate.

Lo spogliamento della religione, che vi caratterizza, è una esigenza seria, che riconosco e ammiro. Ne temo anche i pericoli. Dice l’esperienza che, per esempio tra gli immigrati sradicati, oppure in ambienti distruttivi come il carcere, quelli che hanno riferimenti più solidi e una pratica religiosa, cristiana o islamica, anche molto strutturata, resistono meglio. La religione, con tutti i suoi pesi e difetti, garantisce la sopravvivenza spirituale dove questa è minacciata da forze peggiori. I più poveri e indifesi hanno bisogno di religione. Soltanto dopo, quando saranno più forti, potranno superarla.

Nella nostra conversazione, abbiamo toccato qualche tema dell’etica, soprattutto riguardo alla pace e alla nonviolenza, caratteristiche dei quaccheri. Sul punto del matrimonio, a quanto ho capito, la promessa degli sposi davanti agli Amici non è “per sempre” ma «fin quando Dio ci aiuta». È un ammonimento per l’assoluta intransigenza cattolica. Eppure, una religione mistica, di alte esigenze spirituali, non fa con ciò una concessione anticipata alla “durezza dei cuori”? Le mie sono domande, non conclusioni.

Ho sentito cose molto belle sulla preghiera, leggendo Thomas Kelly e Mary Pennington. Di quest’ultima ho udito un brano, che non so se ho colto intero nei miei appunti: «Ogni verità è un’ombra eccetto la più alta, eppure ogni verità è una sostanza al suo posto, e ogni ombra è una vera ombra, e ogni verità è una vera verità». Ci vedo la relatività senza scetticismo, la passione del vero senza fanatismo, che sono valori rari. Da grandi maestri del nostro tempo imparo che la verità non è nelle teorie mentali, ma nella relazione agli altri, non è metafisica, ma etica. La vostra mistica si manifesta vera nell’impegno sociale. Questo può salvarla dal pericolo di essere una religione mistica di pochi, dei forti.

Tante altre cose verrebbero da dire, sperando di non avervi inteso troppo male. Se così fosse, correggimi. L’ottimismo vostro, basato sulla luce che illumina ogni uomo, il vostro illuminismo religioso, richiama l’altro punto di vista, il senso tragico dell’esistenza, non meno vero. Cristo è “in agonia fino alla fine dei tempi”, la redenzione è ancora inchiodata alla croce, senza pace. Già, e non ancora. Non ancora, e già. Due versanti del monte della salvezza.

Un nostro anziano amico, ormai scomparso, un giorno ti definì, per la tua sensibilità, “vibratile”. Potrebbe essere una traduzione dell’inglese quaker, tremante, scosso dallo Spirito. In quei giorni di lettura e colloquio mi hai fatto vedere nel quaccherismo un potente richiamo all’essenziale, potente di quella potenza mite – «voce di silenzio sottile» – che Elia udì uscendo sulla soglia della caverna. Una uscita dalla caverna più antica di quella di Platone. Sono due grandi tappe nel lungo cammino di uscita verso la luce, o di emersione della luce dal guazzabuglio del nostro cuore, un cammino sul quale stiamo tutti faticando, in intima compagnia. Ti ringrazio*. Enrico Peyretti

 

2.2 Caro Enrico,

ti ringrazio per il tuo testo, che riflette accuratamente le nostre letture e le nostre discussioni della settimana trascorsa insieme. È la reazione più attenta e degna di considerazione che io abbia ricevuta dal tempo in cui – un po’ meno di 10 anni fa – ho compiuto la scelta della Società religiosa degli Amici. Vorrei darti atto di questo, ed evitare di riprendere discussioni già fatte. Permettimi solo di replicare richiamando il nucleo della nostra posizione, da cui tutto dipende.

Il cristianesimo degli Amici è per me il tentativo più rigoroso, in epoca recente, di comprendere e vivere non solo le parole più radicali di Gesù sulla non resistenza al male, sul culto in spirito e verità ecc., ma anche e soprattutto il fatto cristiano semplicemente per ciò che significa: il Messia è venuto, il vecchio ordine è distrutto, la luce illumina ogni umano con la stessa oggettività e universalità con cui il peccato di Adamo oscurava ogni umano, il Paradiso è nuovamente aperto. Il silenzio nelle nostre assemblee in attesa della parola profetica, cui la stessa Bibbia è subordinata, la libertà dal rito e dalle gerarchie, il metodo delle decisioni, l’egualitarismo politico, la prassi pacifista, tutto è coerente con questo proposta (per cui è difficile mutuarne solo dei pezzi, senza snaturarla).

Questo tentativo rimane però tale, esposto alle obiezioni e in altra epoca alle persecuzioni delle grandi chiese, che con la loro saggezza e realismo hanno richiamato, come tu fai con finezza, il “non ancora”, la dimensione storica, istituzionale, liturgica e comunitaria ecc. Il risultato è stato nel passato l’isolamento sino alla fossilizzazione, e tuttora la grande solitudine di chi sostiene questa scelta, tanto più in Italia.

Questa difficile scelta contiene tuttavia grandi risorse e promesse. Sul piano della prassi, c’è una straordinaria e antica tradizione (la più nota all’esterno) nel campo dell’educazione, del pacifismo, della presenza in carcere e nei luoghi più critici della società. Sul piano intellettuale c’è una chiara visione d’assieme della storia del cristianesimo, c’è un rapporto non ambiguo con l’ebraismo, c’è una comprensione dell’islam nel suo nucleo profetico più profondo, c’è il facile incontro con le altre esperienze religiose, e c’è il peculiare illuminismo degli Amici che permette loro un bilinguismo originale, per cui nelle assemblee si parla sia la lingua della Bibbia sia quella della sapienza multiculturale. Sul piano spirituale, soprattutto, c’è la proposta degli Amici secondo cui agire è importante, capire è importante, ma è più importante ancora tacere, «tenersi in basso e attendere la luce».

Proprio con questo vorrei finire, ma devo aggiungere che la posizione degli Amici – a differenza da quella dei grandi sistemi politici e religiosi – contiene in sé un elemento di grande fiducia nella luce che è in ogni uomo. Questo impone di reagire al senso di solitudine cui ho accennato sopra. Nella prospettiva degli Amici, molte sono davvero le vie, compresa quella delle chiese di massa. L’elemento distintivo della via degli Amici non può essere l’esclusività della salvezza. E tuttavia… Rispondeva uno shaykh sufi, dinanzi ad un interlocutore che sosteneva l’equivalenza delle religioni: «Tutte le grandi religioni danno la pace interiore, ma non tutte danno la conoscenza». Appunto, ciò che trovo in più negli Amici è semmai un elemento di conoscenza e di libertà più grande: «Non più servi, ma amici» (Giovanni 15, 15). Pier Cesare Bori

1 Gregorio Magno, Homilia X in Ezechielem, lib. I; PL XXVI, 887C)

2 Benedetto Calati, Sapienza monastica, Roma 1994, p. 189.

* Qualche prima indicazione per chi vuole leggere: George Fox, John Woolman ed altri, La Società degli Amici. Il pensiero dei Quaccheri, a cura di P.C. Bori e M.

Lollini, Ed. Linea d’Ombra, Milano 1984; G. Fox, Il giornale [diario] di George Fox, trad. di Giovanni Pioli, Edizioni Religioni oggi, Roma 1969; G. Vola, I Quaccheri, Claudiana, Torino 1980.

Category: Culture e Religioni, Pier Cesare Bori e la rivista "Inchiesta", Storia della scienza e filosofia

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About Enrico Peyretti: Enrico Peyretti (Torino, 1935) è un attivista italiano, intellettuale, impegnato nella ricerca per la pace e nel movimento per la non violenza. È stato presidente centrale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI) tra il 1959 e il 1961. Nel periodo del post-Concilio Vaticano II animò a Torino alcune realtà ecclesiali di base. Fondò nel 1971 (e diresse fino al 2001), assieme ad "alcuni cristiani di Torino", la rivista mensile il foglio (www.ilfoglio.info), che ancora oggi rappresenta una delle più interessanti esperienze di riflessione su tematiche religiose e politiche da parte del Cristianesimo di base. Ha insegnato storia e filosofia nei licei. Svolge attività come ricercatore per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino (www.serenoregis.org), sede dell'Ipri (Italian Peace Research Institute); è membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Università piemontesi. È un riferimento all'interno del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione. Tra i suoi libri: " Alcuni elementi per una filosofia della pace ", Scuola di pace, Città di Boves, Anno accademico 1993-94 ; Dall'albero dei giorni, Soste quotidiane su fatti e segni, Servitium, Sotto il Monte (BG) (1998); La politica è pace, Cittadella, Assisi (PG) (1998); Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino (1999); Dov'è la vittoria?, Piccola antologia aperta sulla miseria e la fallacia del vincere, Il segno dei Gabrielli, San Pietro in Cariano (VR) (2005); Esperimenti con la verità. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (RM) (2005); Il diritto di non uccidere. Schegge di speranza, Il Margine, Trento (2009);Dialoghi con Norberto Bobbio su politica, fede, nonviolenza , Claudiana, Torino (2011); Il bene della pace. La via della nonviolenza , Collana L'etica e i giorni, Cittadella Editrice, Assisi (2012)

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