Don Giovanni Nicolini: il sogno e i segni di una società gentile

| 10 Ottobre 2012 | Comments (0)

 

Abbiamo ascoltato da Francesco Campione una spiegazione del termine gentilezza che, secondo la grande tradizione della classicità latina, risale alla gens, cioè ad famiglia. La gentilezza esprime lo stile di una grande tradizione familiare e quindi, secondo il significato latino-occidentale, è un grande segno di distinzione, una vera liturgia della signorilità, che in qualunque condizione e circostanza la persona gentile riesce a celebrare.

Tutt’altro significato è quello legato alla cultura ebraica. Per un ebreo le genti sono gli “altri” Contrapposte al popolo di Dio sono le genti, quelle genti che, tornando al linguaggio della latinità, coincidono coi pagani, coloro che abitano nel pagus, ossia nel villaggio. Questa distinzione è stata sempre, nella storia dell’ebraismo, anche rivalità, perchè dalle genti, dai gentili bisognava difendersi con gelosia, perchè la scelta che Dio ha fatto di questo piccolo popolo di pastori del Sinai è così preziosa e fragile che va difesa. Gli ebrei le hanno sempre prese da tutti…sono vissuti in mezzo ai due massimi rappresentanti dell’imperialismo di tutti i secoli: da una parte l’Egitto, dall’altra il grande impero Assiro-Babilonese. Tutte le volte che le due grandi potenze entravano in guerra passavano sul loro territorio sterminandoli, arruolandoli o schiavizzandoli. Gli ebrei hanno quindi sempre guardato agli altri, ai gentili, con sospetto, paura ed una certa antipatia, finchè nella loro storia si è presentato un giovane rabbino del nord, un maestro che si chiama Gesù, un maestro ebreo, della Galilea, il quale si mette a sostenere la tesi che è arrivato il momento di abbattere questo muro di separazione tra gli ebrei e gli altri. Bisogna insomma accettare di gettare un ponte tra il popolo di Dio, con la sua nobiltà, la sua eccezionalità – ma dicevamo anche la sua fragilità – e tutti gli altri. Ed è lì che la gentilezza assume un significato molto particolare: da quel momento in poi vuol dire, da quel momento in poi, gettare un ponte tra le nostre diversità, perchè siamo diversi, per età, cultura, tradizione, per nazionalità, sessualità, psicologia, per le condizioni di salute e per quelle economiche. Tutte queste diversità sono occasione pericolosa, minaccia di inimicizia, mentre la gentilezza è il ponte tra le diversità; diventa la grande liturgia del volersi bene, il sentimento fondamentale. Quello che dà autenticità e significato profondo alla gentilezza è il fatto che “siamo diversi ma io ti voglio bene e ti accetto come sei, non voglio possederti o che tu diventi me, non voglio assimilarti ma ti apprezzo e ti accolgo nella tua diversità perchè ti voglio bene”.

Non sempre però è facile volersi bene: la gentilezza è quindi fatalmente esposta ad un giudizio, spesso ironico, e di ipocrisia: “sei gentile ma, in fondo, non mi vuoi bene”. C’è una decisione che bisogna prendere perchè molte volte sembra che la mancanza di gentilezza venga ampiamente giustificata con la verità dei sentimenti, delle posizioni. Sarebbe ipocrisia essere gentile con te: se il tuo modo di pensare e fare è per me avverso ed insopportabile, perchè dovrei recitare la commedia della gentilezza? Noi viviamo in una cultura, o sottocultura oserei dire, dove la grande esaltazione di quello che io sento, penso, voglio comporta un grande disprezzo nei confronti della vita civile e della gentilezza accusata di ipocrisia: “Voglio essere sincero con te quindi ti dico ciò che penso e voglio e tu puoi evidentemente fare con me la stessa cosa”. Il tutto si aggrava perchè oggi la sincerità viene pensata istintivamente non a livelli alti di pensiero, ideologie, fede ma in termini di senso, molto più immediati ed animaleschi.

Io non sono d’accordo su questa posizione, quindi preferisco vivamente correre il rischio dell’ipocrisia. Credo fermamente che sia molto importante la liturgia della gentilezza, o se preferite la commedia della gentilezza. Mi pare che dobbiamo a tutti i costi, a livelli culturali profondi, trovare la via della pace, e la pace non è quando io vinco la guerra contro di te e ti domino e quindi, come dicevo prima, fino ad assimilarti, a importi la mia lingua, i miei costumi, il mio modo di pensare. Questa pace sa molto di pace imperiale, che rischia di essere cimiteriale. Quando è nato il rabbino di Galilea Gesù dominava in tutto il mondo la pax romana che era come a dire “se alzi un dito ti prendi un colpo”. E si capisce che c’è la pace, nessuno si muove più, ma questo implica l’uccisione di grandi culture, prospettive, potenzialità.

Io amo la gentilezza in quanto costume culturale profondo della convivenza delle diversità. Invece di concedere il diritto assoluto all’aggressione verbale, del pensiero o anche di armi peggiori credo si debba a tutti i costi sostenere la gentilezza come la grande via, il grande segreto della pace. Sono quasi 40 anni che faccio il prete, celebrando la Messa ogni giorno dico “il Signore sia con voi” e non mi è mai capitato che qualcuno mi dicesse “e tu vai a quel paese!”: tutti rispondono secondo la liturgia prescritta “e con il tuo spirito”, secondo una traduzione non fedelissima dell’originale latino ma nemmeno formula scortese.

Credo alla connessione tra gentilezza e pace perchè confido che la pace sia la possibilità della convivenza tra le diversità. Questo oggi è essenziale non solo per evitare il conflitto ma anche perchè il rifiuto della diversità, le culture o meglio sottoculture del campanile ammazzano le civiltà, che nella solitudine con se stesse irrimediabilmente decadono, illanguidiscono. La ricchezza della cultura è il dialogo con la cultura dell’altro, col pensiero dell’altro. Invece di essere un nemico, l’altro, il diverso da me, è una grande occasione di arricchimento della mia cultura, delle mie caratteristiche e anche certamente incentivo delle modificazioni della mia cultura e delle mie proprietà, perchè l’altro ha qualcosa di molto importante da dirmi; la gentilezza diventa una condizione dell’ascolto dell’altro. Perciò io sostengo l’ipocrisia o la liturgia della pace, proprio perchè a tutti i costi bisogna che io riesca ad affrontare, sopportare e persino accogliere la diversità, e mi pare questo un grande segreto. La gentilezza non necessariamente coincide con una sensazione di benessere: si usa dire che si sta bene quando ci si sfoga, ma a mio avviso è meglio aspettare. “Voglio dire quello che ho dentro!”: ma aspetta un momento! Moltissime volte a me capita di dover dire ad una persona, nel confessionale, di non rivelare ai propri cari alcune verità. Mi permetto di far conto sulla sensibilità, sul livello di resistenza e forza della persona che dovrebbe ricevere quella particolare notizia e credo che, se si deve custodire il vincolo della pace e la speranza di una comunione profonda allora occorre tener chiuse dentro di sé alcune verità, e attendere il momento, il modo, il linguaggio giusti, gentili: perchè la gentilezza è il grande sentimento dell’amore.

Abbiamo vissuto in questi anni una gravissima mancanza di gentilezza nei confronti della donna e del femminile. La Chiesa cui appartengo è una struttura ancora oggi di fatto maschilista, celibataria, solitaria, con un’esaltazione della tipicità maschile per cui la propria verità fa diventare la diversità altrui un errore. Mentre è certo che il femminile porta un’altra concezione della verità, un altro frammento edificante la verità: solo insieme possiamo cercare di costruire qualcosa di vero, dal momento che la verità non appartiene a nessuno, non perchè non esista ma perchè essa è sempre più grande di noi.

L’altro da me è una fonte importantissima di costruzione della verità. Nella fatica, anche: nella mia casa convivono cinque nazionalità diverse, cinque culture. Non sempre è facile, ma cerchiamo una vicinanza imparando qualche parola della lingua dell’altro o assaggiando le specialità gastronomiche di un altro paese. Questa sera mangeremo ad esempio una pietanza del Camerun: non è immediatamente quello che corrisponde al mio palato padano ma mi apre certamente una possibilità di degustazione nuova.

Gli esempi a me sembrano molto importanti. In questi ultimi tempi ho avuto modo di apprezzare la grande gentilezza del Presidente Napolitano. Io l’ho sempre ammirato per tanti aspetti, probabilmente per vicinanza generazionale e per cultura, nonostante la diversa personalità. La sua capacità di custodire diversità, dialogare con tutti, cercare le vie della pace anche con una certa severità e determinazione è un esempio molto bello.

Anche la mia attività di parroco del Sant’Orsola ogni giorno mi insegna qualcosa: è un luogo dove quotidianamente circolano ottomila persone tra malati, parenti, il personale, i fornitori. E’ un ambiente difficile, molto delicato, nel quale io faccio una straordinaria esperienza della gentilezza. Certo ci sono anche quelli che perdono la pazienza, e non è escluso che i miei amici primari siano pronti a mordersi l’un l’altro per conquistare cattedre e posti di prestigio, ma l’esperienza quotidiana del rapporto con le persone malate è positivo. E’ una cosa che peraltro è capitata anche a me. Lo scorso anno, per motivi che non sono ancora riuscito a capire, sono caduto in coma per parecchi giorni. Quando mi sono risvegliato ho fatto uno strano pensiero, da uomo di chiesa: mi sono reso conto che non c’era la Messa. Ma osservando le persone che venivano a trovare i parenti malati, i miei vicini di letto, gli infermieri che erano pronti ad accudirci e servirci, ho capito che quella liturgia di attenzione, affetto, delicatezza rispetto nei confronti delle nostre persone era una specie di Messa, una grande celebrazione, di grande bellezza.

Si potrebbero aggiungere moltissimi esempi. Termino il mio intervento con un riferimento al mondo arabo. Quando a un uomo di cultura araba nasce il primogenito quell’uomo cambia nome, diventa “papà di”, per l’importanza dell’evento. Conobbi un Abu Kaiser, “papà di Cesare”, tassista di Gerico, la città più antica e calda del mondo, posta a 300 metri sotto al livello del mare. Quando alla sera arrivava il pullman e scendevano i giovani che tornavano dall’università di Gerusalemme, il figlio di Abu Kaiser, tra di loro, andava vicino al suo papà, gli prendeva la mano e gliela baciava. Gentilezza, formalità? Sì, ma quanta profondità dietro, quanta cultura della relazione, dell’attenzione, della responsabilità! Al punto da farmi ricordare quella bellissima novella di Boccaccio nel Decamerone, che ha avuto un momento molto importante anche nella cultura laica del XIX secolo, in cui si parla di una grande famiglia araba, di grande ricchezza e cultura, che aveva come tradizione quella di passare un anello molto prezioso all’elemento di maggior spicco della nuova generazione, per garantire la preservazione della grandezza familiare, finchè il padre di tre figli egualmente virtuosi si trova di fronte alla necessità di compiere questa ardua scelta. Decide allora di recarsi dal miglior gioielliere della città a cui commissiona altri due anelli, perfettamente uguali all’originale. L’orefice fa due copie così perfette dell’anello che quando il padre si reca a ritirarli lui stesso non riesce a distinguere l’originale. Chiama poi i figli ad uno ad uno dicendo ad ognuno di loro di averlo scelto come destinatario dell’anello, raccomandandogli di custodirlo e di vivere ciò che l’anello implica con tutta la forza della propria intelligenza, virtù e dedizione. La cosa curiosa è che questi tre anelli, nella cultura del medioevo sono simbolo delle tre grandi confessioni monoteiste, ebraica cristiana e “saracina” come allora era definita la religione musulmana. La “morale” è che non si sa quale delle tre sia la giusta, la vera, ma l’importante è che ognuno viva nel migliore dei modi la sua appartenenza ad esse, in modo da conservare l’armonia e la pace della famiglia; ne resta il ricordo nei nostri presepi: il bue e l’asino compaiono solo in un vangelo apocrifo, e con una certa importanza, perchè per molti secoli il bue e l’asino hanno rappresentato gli ebrei e i cristiani, che pur nelle loro discordie di fronte al Bambino cessavano i loro conflitti. Ai tempi di Francesco d’Assisi e delle crociate il bue e l’asino passarono a rappresentare i cristiani e i musulmani: davanti al bambino occorreva fare la pace. C’è la possibilità anche fra di noi, poveri buoi ed asini della storia, di un accordo nobilissimo per il nome e la sostanza della pace.

 

Don Giovanni Nicolini dopo la laurea in Filosofia ha studiato Teologia all’Università Gregoriana. È stato ordinato per la Chiesa di Bologna nel 1967. Nel 1992 viene nominato assistente diocesano dell’Azione Cattolica, compito che tiene per due mandati fino a quando, nel 1998, diventa vicario episcopale per la carità. Negli anni Settanta, durante il suo diaconato alla Corticella, raduna attorno a sé un gruppo di giovani che danno vita alla comunità delle Famiglie della Visitazione. È stato presidente della Caritas diocesana, e dal 1999 è parroco a Sant’Antonio da Padova alla Dozza.

 

Questo testo è stato pubblicato in Inchiesta, 175, gennaio marzo 2012 all’interno del convegno sulla gentilezza organizzato dall’Auser Regionale dell’Emilia Romagna di cui è presidente Franco Di Giangirolamo

 

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Category: Culture e Religioni

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About Don Giovanni Nicolini: Don Giovanni Nicolini È nato a Mantova nel 1940. Laureato in filosofia all’Università Cattolica di Milano, ha compiuto gli studi teologici alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. A Bologna è stato ordinato diacono nel 1967 e presbitero nel 1972. Parroco a Sammartini di Crevalcore (Bo) fino al 1999, è attualmente parroco a S. Antonio da Padova alla Dozza di Bologna. È stato assistente di zona dell’Agesci, assistente diocesano dell’Azione Cattolica, direttore della Caritas Diocesana di Bologna e Vicario Episcopale della Carità. È fondatore e superiore delle Famiglie della Visitazione, comunità monastica legata alla Piccola Famiglia dell’Annunziata fondata di Giuseppe Dossetti. Cura per la rivista Ambiente la rubrica Uguali.

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