Don Andrea Gallo: La morte come dono

| 22 Maggio 2013 | Comments (0)

 

 


 

Don Andrea Gallo è morto oggi alle 17.45 di mercoledì 22 maggio 2013. “Inchiesta” lo ricorda con brani, interviste e testimoninze.

 

 

 

1. Don Andrea Gallo: La morte come dono

Ancora giovane, fui invitato alla Scala di Milano.
Che splendore, quale musica! Avvolto in quell’atmosfera, per la prima volta mi venne da pensare: ma questo è un angolo del Paradiso! Angeli, arcangeli, cherubini, musica celestiale…
Lasciatemi immaginare l’accoglienza della morte di Sergio con questa musica celestiale.
Si racconta che gli uomini si lamentassero con Dio: «Hai dato le ali a tante creature e ti sei dimenticato degli esseri umani!». «Ma no» disse Dio.
«Alle creature umane ho donato la musica per poter volare, alzarsi, emozionarsi.»

Non so se mi riuscirà, dinanzi al silenzio della morte di Sergio, di meditare brevemente con voi. La Chiesa primitiva definiva il vero uomo «colui che non ha paura della morte».
Papa Giovanni disse alla fine: «Mi rallegro perché mi è stato detto: “Andremo nella dimora del Signore”».
«Laudato si’ mi’ signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare.» Francesco nel Cantico delle Creature aggiunse quest’ultima strofa.

Nel momento in cui sparisce la fede (se uno ce l’ha), scompare la speranza e ogni intermediario, ogni comunicazione. Don Bosco, nella sua pedagogia, aveva inserito, ogni mese, l’esercizio della buona morte. Resta, questa è la mia personalissima riflessione, soltanto un immenso amore misterioso e profondo, che ci avvolge tutti, credenti e non credenti, tutti figli e figlie inondati da un incessante flusso dello spirito agapico dell’Amore universale.

Intanto, la morte di Sergio è tacere e riposarsi in pace. È emblematica la sequenza del requiem che inizia la liturgia funebre: Dies irae, dies illa solvet saeclum in favilla (il giorno dell’ira, quel giorno che dissolverà il mondo terreno in cenere). La morte è tornare alla terra nostra madre. Nell’immagine dell’amore, Adamo vuol dire terra.

Vi invito ad ascoltare sant’Agostino: «Quelli che ci hanno lasciato non sono assenti, sono invisibili, tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime». La morte, ci dicono i teologi, è trovarsi davanti al Giudizio. Ma quale Giudizio e di chi? Ci troveremo davanti a chi ha già perdonato: l’Amore.
I nostri cari defunti, se ci fermiamo un attimo, insegnano a tutti noi a continuare a vivere nell’amore degli uomini, e nell’amore alla vita, alla verità, alla libertà, all’uguaglianza universale.

Non è facile imparare a morire, non è facile obbedire fino alla morte e quindi fare obbedienza alla morte, non è facile fare di essa un dono d’amore per la famiglia, per gli amici.

«Non c’è amore più grande di chi dà la vita per gli amici» ha detto Gesù la sera prima della
Passione. Un’affermazione che è sempre piaciuta ai miei vecchi amici atei, anarchici. Ma la morte resta un evento difficile, un evento doloroso. Qoelet, il sapiente predicatore che tenta una meditazione sulla vita e sulla morte, non ha risposte né certezze. Tuttavia intravede nel cuore profondo dell’uomo quel desiderio di eternità.
Gesù, dopo secoli, non parla di immortalità, ma di vita nuova, cieli nuovi, terre nuove.
Ci invia un messaggio: miei cari, vi lascio in un mondo stordito dal fascino dell’apparenza, in una cultura che conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuno, ho sempre cercato di essere per voi uomo, padre, nonno, fratello, volevo amarvi tanto, a uno a uno, ce l’ho messa tutta.

Vi ho tenuto nascosta una cosa che ora non posso più nascondervi: debbo proprio partire.
Addio.

Questo testo segnalato da genova.locale.it è stato preso dal libro di Don Andrea Gallo, In cammino con Francesco (Chiarelettere 2013) e si tratta di una omelia pronunciata a Genova il 27 novembre 2008 in occasione del funerale del violoncellista Sergio Bonfanti che aveva fondato a Genova nel 1995 l’Associazione Pasquale Anfossi della quale era stato presidente e direttore artistico.

 

 

2. Comunità San Benedetto: Cronistoria di Don Andrea Gallo

“Un prete che si è scoperto uomo”

Andrea nasce a Genova il 18 Luglio 1928 e viene immediatamente richiamato, fin dall’adolescenza, da Don Bosco e dalla sua dedizione a vivere a tempo pieno “con” gli ultimi, i poveri , gli emarginati, per sviluppare un metodo educativo che ritroveremo simile all’esperienza di Don Milani, lontano da ogni forma di coercizione.

Attratto dalla vita salesiana inizia il noviziato nel 1948 a Varazze, proseguendo poi a Roma il Liceo e gli studi filosofici.
Nel 1953 chiede di partire per le missioni e viene mandato in Brasile a San Paulo dove compie studi teologici: la dittatura che vigeva in Brasile, lo costringe, in un clima per lui insopportabile, a ritornare in Italia l’anno dopo.

Prosegue gli studi ad Ivrea e viene ordinato sacerdote il 1 luglio 1959. 
Un anno dopo viene nominato cappellano alla nave scuola della Garaventa, noto riformatorio per minori: in questa esperienza cerca di introdurre una impostazione educativa diversa, dove fiducia e libertà tentavano di prendere il posto di metodi unicamente repressivi; i ragazzi parlavano con entusiasmo di questo prete che permetteva loro di uscire, poter andare al cinema e vivere momenti comuni di piccola autogestione, lontani dall’unico concetto fino allora costruito, cioè quello dell’espiazione della pena.

Tuttavia, i superiori salesiani, dopo tre anni lo rimuovono dall’incarico senza fornirgli spiegazioni e nel ’64 Andrea decide di lasciare la congregazione salesiana chiedendo di entrare nella diocesi genovese: “la congregazione salesiana, dice Andrea, si era istituzionalizzata e mi impediva di vivere pienamente la vocazione sacerdotale”. 
Viene inviato a Capraia e nominato cappellano del carcere: due mesi dopo viene destinato in qualità di vice parroco alla chiesa del Carmine dove rimarrà fino al 1970, anno in cui verrà “trasferito” per ordine del Cardinale Siri.

Nel linguaggio “trasparente” della Curia era un normale avvicendamento di sacerdoti, ma non vi furono dubbi per nessuno: rievocare quel conflitto è molto importante, perché esso proietta molta luce sul significato della predicazione e dell’impegno di Andrea in quegli anni, sulla coerenza comunicativa con cui egli vive le sue scelte di campo “con” gli emarginati e sulle contraddizioni che questa scelta apre nella chiesa locale.
La predicazione di Andrea irritava una parte di fedeli e preoccupava i teologi della Curia, a cominciare dallo stesso Cardinale perché, si diceva, i suoi contenuti “non erano religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti”.

Un’aggravante, per la Curia è che Andrea non si limita a predicare dal pulpito, ma pretende di praticare ciò che dice e invita i fedeli a fare altrettanto: la parrocchia diventa un punto di aggregazione di giovani e adulti, di ogni parte della città, in cerca di amicizia e solidarietà per i più poveri, per gli emarginati che trovano un fondamentale punto di ascolto.Per la sua chiara collocazione politica, la parrocchia diventa un punto di riferimento per molti militanti della nuova sinistra, cristiani e non.

L’episodio che scatena il provvedimento di espulsione è un incidente verificatosi nel corso di una predica domenicale: lo descrive il settimanale “Sette Giorni” del 12 Luglio 1970, con un articolo intitolato “Per non disturbare la quiete”.
Nel quartiere era stata scoperta una fumeria di hashish e l’episodio aveva suscitato indignazione nell’alta borghesia del quartiere: Andrea, prendendo spunto dal fatto, ricordò nella propria predica che rimanevano diffuse altre droghe, per esempio quelle del linguaggio, grazie alle quali un ragazzo può diventare “inadatto agli studi” se figlio di povera gente, oppure un bombardamento di popolazioni inermi può diventare “azione a difesa della libertà”.

Qualcuno disse che Andrea era oramai sfacciatamente comunista e le accuse si moltiplicarono affermando di aver passato ogni limite: la Curia decide per il suo allontanamento dal Carmine.
Questo provvedimento provoca nella parrocchia e nella città un vigoroso movimento di protesta ma, la Curia, non torna indietro e il “prete scomodo” deve obbedire: rinuncia al posto “offertogli” all’isola di Capraia che lo avrebbe totalmente e definitivamente isolato.

Lasciare materialmente la parrocchia non significa per lui abbandonare l’impegno che ha provocato l’atteggiamento repressivo nei suoi confronti: i suoi ultimi incontri con la popolazione, scesa in piazza per esprimergli solidarietà, sono una decisa riaffermazione di fedeltà ai suoi ideali ed alla sua battaglia “La cosa più importante, diceva, che tutti noi dobbiamo sempre fare nostra è che si continui ad agire perché i poveri contino, abbiano la parola: i poveri, cioè la gente che non conta mai, quella che si può bistrattare e non ascoltare mai. 
Ecco, per questo dobbiamo continuare a lavorare!”

Qualche tempo dopo, viene accolto dal parroco di S. Benedetto, Don Federico Rebora, ed insieme ad un piccolo gruppo nasce la comunità di base, la Comunità di S. Benedetto al Porto: quest’anno festeggiamo trentadue anni: se il nostro progetto con tanti compagni e compagne non fosse un poco riuscito, potremmo essere ancora qui ???

Dopo tanti anni, la nostra porta è sempre aperta!

Dal sito della Comunità san Benedetto al Porto 22 maggio 2013

 

 

3. Ricordi: Comitato No Tav , Don Luigi Ciotti, Gad Lerner, Maurizio Landini

Comitato No Tav

Quando venne a trovare i Valsusini in passato li definì “Imprescindibili”, sabato invece ci ha chiamati “presidio di Resistenza”. Il polivalente di Vaie strapieno, più di mille persone, una coda di persone rimaste fuori, tutto questo in occasione della visita di Don Gallo in Valle.

83 anni compiuti da poco ma l’energia e la grinta di un ventenne hanno spinto “Il Gallo” in due ore di intervento. Molteplici i temi toccati, dalla Resistenza al No Tav, ai politici corrotti, al fascismo, la chiesa… Andrea ne ha per tutti, la verve che lo distingue incanta la platea che lo ascolta in silenzio con attenzione e che sbotta solo per applaudire alla considerazioni e alle battute di Don Andrea.

Sono No Tav e sono fiero di esserlo, …gurda che bella gente che c’è qui, il Governatore non sa cosa si perde! …vabbè anche se non viene, va bene lo stesso…”

Ci ha regalato due ore di entusiasmo, di divertimento ma anche e soprattutto di riflessione sul mondo di oggi e sui peronaggi che lo compongono, spronandoci a non mollare mai la nostra lotta.

Stai tranquillo Gallo!!! …non molleremo mai!!!

Don Luigi Ciotti.

«Un prete che ha dato un nome a chi non lo aveva o se lo era visto negare». Don Luigi Ciotti, presidente di Libera e Gruppo Abele, ricorda così don Andrea Gallo, il prete di strada morto oggi a Genova. «Ci mancherai tanto, Andrea, e ti dico grazie – aggiunge il sacerdote torinese -. Grazie per i tratti di cammino percorsi insieme. Grazie per le porte che hai aperto e che hai lasciato aperte. Grazie per aver testimoniato una Chiesa capace davvero di stare dalla parte degli ultimi, dalla parte della dignità inviolabile della persona umana».

Per don Ciotti, il prete genovese «ha incarnato la Chiesa che non dimentica la dottrina, ma non permette che diventi più importante dell’attenzione per gli indifesi, per i fragili, per i dimenticati. Il suo dare un nome alle persone nelle strade, nelle carceri, nei luoghi dei bisogni e della fatica, è andato di pari passo con un chiamare per nome le cose». «Andrea – continua don Ciotti – non è mai stato reticente, diplomatico, opportunista. Non ha mai mancato di denunciare che la povertà e l’emarginazione non sono fatalità, ma il prodotto di precise scelte politiche ed economiche. Ha sempre voluto saldare il Cielo e la Terra, la sfera spirituale con l’impegno civile, la solidarietà e i diritti, il messaggio del Vangelo con le pagine della Costituzione. Le sue parole pungenti, a volte sferzanti, nascevano da un grande desiderio di giustizia, da un grande amore per le persone»

Gad Lerner

Fra i tanti ricordi di don Andrea Gallo da quando l’ho conosciuto a Genova nel 1979 ce n’è uno speciale, ed è la volta che Maurizio Landini ci invitò a parlare in piazza Duomo a Milano allo sciopero della Fiom Cgil. Lui arrivò col colbacco e una grande sciarpa rossa, esordì ricordando la sua esperienza partigiana ma poi si ricordò di essere un sacerdote, guardò la Madonnina in cima al Duomo, e proseguì rivolgendosi proprio a lei, la Madonnina. Un dialogo con lassù come intercessione per le buone ragioni e i diritti degli operai che riempivano la piazza. Questo era il cristianesimo di don Gallo. Una preghiera e un sigaro toscano, caro Andrea.Marzabotto, 1

Maurizio Landini

Sono stati il segretario della Fiom Maurizio Landini e il prete di strada don Andrea Gallo (nella foto di apertura) i protagonisti della festa del 25 aprile 2012 a Monte Sole, il luogo, sull’Appennino bolognese, che ricorda la strage di Marzabotto, quando nel settembre del 1944 le milizie nazifasciste uccisero circa 800 persone per rappresaglia contro i partigiani della Brigata Stella Rossa. A Monte Sole sono salite circa 20 mila persone, molte delle quali giovani, che hanno partecipato a una giornata anche con molte altre iniziative di carattere storico, commemorativo e musicale.

Don Andrea Gallo, citando Gramsci, ha invitato i giovani ad “agitarsi, organizzarsi e studiare“, ha letto alcuni passi della Costituzione e ha ricordato la sua esperienza di giovanissimo partigiano. “Nel 1943 – ha detto don Gallo – sono entrato nella Resistenza e a 17 anni ho visto nascere la democrazia, ora che sto per morire non voglio vederla scomparire. Io non sono preoccupato, ma sono incazzato, per quello che fanno tutte le istituzioni compresa la mia chiesa e il ‘pastore tedesco‘”.

Landini, oltre alla Resistenza, ha ricordato anche le lotte per il lavoro del dopoguerra. “Ci sono volute le lotte della classe operaia – ha detto – per applicare i diritti presenti nella Costituzione. Oggi siamo di fronte a un attacco ai diritti del lavoro senza precedenti, il lavoro senza diritti non è lavoro ma è schiavitù.

 

 

4. Chiara Pieri: Una vita con Don Andrea all’insegna dell’accoglienza

Alla Comunità di San Benedetto la porta è sempre aperta. Sono in tantissimi quelli che si mettono in fila per incontrare Don Gallo, per chiedergli un aiuto o semplicemente per parlargli. E non sono solo genovesi, spesso vengono anche da fuori, alcune domeniche persino in pullman.
Anche quando arriviamo noi, fuori dall’ufficio del Don c’è già la fila: persone che non arrivano a fine mese o che non riescono più a dar da mangiare o a vestire i propri figli, né a pagare l’affitto, ma anche senzatetto, trans e tossicodipendenti.

Ad accoglierli da quasi trent’anni c’è Lilli, uno dei pilastri della Comunità. Con i suoi occhi azzurrissimi e il passo incerto per un problema alle gambe che si porta dietro da quando era bambina, questa volta è lei e non il Don a raccontarci come si svolge la vita a San Benedetto, dove da quarant’anni si aiutano gli ultimi.

Non vuole però apparire in prima persona. Ci indica un motto, che tiene appeso sopra la sua scrivania: «Costruire una vita è mettere un mattone sull’altro, così cresce una casa, così cresce una vita. Non ha importanza chi la porta a termine, è importante chi anche solo per un attimo ha posato un mattone». L’unico personaggio pubblico a San Benedetto è il Don, che, tra i tanti libri che ha scritto, gli interventi in piazza e in tv, i fan su Facebook e non da ultimo il sostegno al candidato sindaco del centro sinistra a Genova Marco Doria, è diventato un volto noto a tutti gli italiani. Ma sia ben chiaro: «Tutte le iniziative del Don sono fatte per la Comunità. Per sé non tiene un euro» precisa la Lilli «Il suo è un donarsi completamente, solo perché la comunità ha bisogno di sopravvivere. Con tutti questi tagli è sempre più difficile andare avanti».

La crisi si fa sentire ed è davvero un fenomeno in aumento quello di chi si rivolge a San Benedetto per vestiti, un pasto caldo o addirittura un posto dove dormire, anche se non sempre è possibile aiutare: «Il giovedì sera diamo la cena ai senza fissa dimora: arrivano anche 70, 80 persone, e il sabato mattina a prendere i vestiti ne vengono anche 100 o 120. Sono soprattutto famiglie con figli piccoli, che non sanno più come mantenere. Alla nostra porta bussano di continuo, ma non sempre abbiamo una soluzione per tutti. Oggi, per esempio è arrivata una trans di 26 anni, buttata fuori di casa dalla famiglia. Ci dovremo inventare una soluzione, perché non c’è nessuno che se ne occupi. Un grosso problema è anche quello delle donne senzatetto, a Genova c’è una grave mancanza in questo senso, mentre per gli uomini, purtroppo solo per gli italiani però, c’è qualche posto in più».

Lilli, però, non è solo quella che accoglie e cerca di smistare le tante richieste che arrivano, a lei spetta anche il compito di cucinare per la Comunità, di norma otto-dieci persone al giorno, compresi Don Gallo e Don Federico, il parroco di San Benedetto che dal 1970 ospita il Don (prete senza parrocchia) e la sua Comunità. «Mi piace molto preparare piatti emiliani, la mia terra d’origine, ma tutto nel segno della sobrietà. Perché l’importante è far star bene la gente, senza sprechi. Se c’è una cosa che fa arrabbiare il Don, infatti, è proprio lo spreco. Lui crede nella Provvidenza, ma dice che per farla arrivare ce la dobbiamo meritare e quindi se vogliamo avere più risorse, dobbiamo evitare di sperperare».

Stare vicino al Don non sempre è facile: «Qualche volta vorrebbe che noi più ‘vecchi’ lo capissimo al volo, che comprendessimo di quali necessità c’è bisogno, ma non sempre succede e allora si innervosisce. Poi è meglio non stargli troppo vicino quando si sveglia!». Ma nonostante qualche difetto per tutti i membri della Comunità, Lilli compresa, l’aver incontrato Don Gallo è stata un’esperienza che ha cambiato la vita: «Quando sono arrivata a San Benedetto e ho deciso di fermarmi, sono andata da Don Andrea e gli ho detto che volevo impegnarmi, ma che avevo avuto nel passato alcune difficoltà. Lui mi ha detto: ‘Alt! Tu chiedi di camminare con la comunità, d’ora in poi andiamo avanti insieme’. Don Andrea accetta tutti per come sono, senza giudicare. Il non giudizio è una delle sue più grandi doti. Un altro grande pregio di Don Andrea è quella di saper ascoltare e non obbligare nessuno a fare quello che non vuole fare. Per lui la cosa più importante è l’accoglienza, dà ascolto a tutti il più possibile, nonostante gli 84 anni che si fan sentire».

Il Don è il punto di riferimento della Comunità, sia per chi è arrivato da poco, sia per chi è lì da tanto, come Lilli, come Domenico, che si occupa della Libreria di San Benedetto, come Elisa e Megu che gli stanno sempre a fianco e come Daniele, membro della Comunità: «Per noi il Gallo è come un padre. Non lo lasciamo mai solo, stiamo con lui anche fino a notte fonda quando l’insonnia non lo fa dormire» spiega Lilli, che per stare dietro al Don si è anche adoperata con i nuovi mezzi di comunicazione. È lei che si occupa di smistare le tante mail che arrivano a Don Andrea e alla Comunità. «Non scrivono solo tossicodipendenti, ma anche persone che tentano il suicidio, che chiedono l’assoluzione. Gli rispondiamo spesso, cerchiamo di tenerli su, di farli desistere. E poi c’è chi vuole far battezzare i figli dal Don, chi vuole incontrarlo, parlargli o anche chi vuol donare qualcosa».

Tuttavia, al contrario di quello che si potrebbe pensare, non sono tante le donazioni genovesi: «Don Andrea non ha mai fatto appelli, perché non ama chiedere. Tutto quello che abbiamo lo riceviamo spontaneamente e lo sistemiamo per darlo a chi ne ha bisogno. La nostra comunità nulla chiede e nulla rifiuta, perché come dice il Don è nella Provvidenza che dobbiamo credere e ce la dobbiamo meritare.

Articolo tratto da genova.mentelocale.it 9 maggio 2012

 

 

5. Don Gallo: Sogno un papa sudamericano e a Grillo e al M5S dico: diventate democratici

Il mio sogno è quello di un papa sudamericano, anche se i 115 cardinali che entrano oggi in Conclave difficilmente lo eleggeranno. Li hanno nominati Wojtyla o Ratzinger, e quindi sono espressione di una Chiesa che non vuole cambiare».
Dopo settimane di polemiche sulle sue prese di posizione – dalle tirate d’orecchie a Beppe Grillo all’auspicio di vedere un papa gay – ora pesa le parole Don Gallo: dal suo studio nella Comunità di San Benedetto il prete degli ultimi studia i giochi di potere delle più alte sfere della Chiesa romana.

«Chiudetevi bene, ma lasciate uno spiraglio per lo spirito santo» scrive su Twitter il don: le scelte dei porporati blindati nella Cappella Sistina si riverbereranno anche su di lui, prete da marciapiede, che fuori dai giochi di potere della Curia c’è sempre stato.
E per marcare ancora meglio la sua posizione, domenica scorsa ha celebrato una messa in memoria di Chavez. Chiudendola cantando dall’altare El pueblo unido. Qualche tempo prima, era toccato a Bella ciao.

Don, come ti è venuto in mente di dire messa per Chavez? «È stata una richiesta di alcuni fedeli sudamericani, ecuadoriani e venezuelani. Per me è stato un modo per ricordare un cammino di liberazione di un popolo. Un popolo che il nostro Occidente opprime da 500 anni, che è arrivato a una svolta grazie a un movimento pacifico e partigiano. I sudamericani sono persone concrete: qualche anno fa, a Roma, ho partecipato a una riunione della Fao insieme a dei campesiños boliviani. Mentre troppi si spendevano in parole vuote, in esercizi di retorica, loro parlavano di azioni reali e cose concrete per andare verso la vera democrazia».

E qui in Italia, come stiamo messi a democrazia? «Il paese è immerso nella crisi perché è la democrazia che non regge. In questo momento serve una tregua di riflessione per prepararsi a una vera competizione democratica. Bisogna sedersi intorno a un tavolo e varare le riforme più urgenti, tra cui una nuova legge elettorale, e andare a votare di nuovo in autunno. L’alternativa è un gioco al massacro».

Ce l’hai con Grillo? «Chiudersi nel bunker non serve a niente: questo il momento di andare al tavolo e discutere».

Con Beppe siete amici. Gliele hai dette queste cose? L’hai chiamato? «No, perché lui non sente nessuno. In questo momento è una vera furia e sbatte il telefono in faccia anche agli amici. E pensare che mi aveva telefonato lui il 16 febbraio, prima delle elezioni, dicendomi che ci saremmo incontrati a Genova. È stata l’ultima volta che l’ho sentito».

Tu hai sempre appoggiato Sel. Che ne pensi del Movimento Cinque Stelle? «Il voto di massa al M5S è stato un grande esercizio democratico. Ma quella di Grillo è una democrazia autoritaria. L’obiettivo del movimento, ora, dev’essere quello di prendere coscienza e maturare, diventando democratico al proprio interno. La logica del peggio è illogica. Per questo sono contento che Michele Serra e tanti altri abbiano ripreso cose che io dico da tempo per scrivere un appello che inviti Grillo alla responsabilità di questo momento storico: io sono stufo di sentire gente che viene a bussare alla porta della mia Comunità perché è in difficoltà per la crisi, per il precariato o perché ha perso il lavoro. Come diceva Manzoni, quando i colpi cadono all’ingiù sono i cenci che van per aria».

Ma vedi un terreno d’incontro tra Pd, Sel e Cinque Stelle? «Al di là degli insulti reciproci non c’è incompatibilità, ma ci sono soltanto incomprensioni. Il popolo grida per avere delle riforme. Adesso è importante trovare un accordo per farle. Bisogna dare dei segnali, come la legge elettorale, il diritto di cittadinanza e i beni comuni».

Se la politica deve cambiare, la Chiesa cosa deve fare? «Deve riformarsi, altrimenti non starà più in piedi: deve abbandonare la sua struttura assolutistica e monarchica e ripartire da quella primavera della Chiesa che è stato il Concilio. Abbiamo bisogno di un dialogo al nostro interno, anche se a noi ultimi non ci caga mai nessuno. Tre sono le riforme da fare: un ritorno alla povertà, l’ordinazione femminile e il celibato».

Che papa vorresti? «Un papa che cammini insieme agli altri, con gli ultimi. Abbiamo bisogno di un testimone autentico, che sappia cercare la brace che c’è sotto la cenere. Sogno un papa extraeuropeo. Un sudamericano lo meriterebbe davvero, perché l’America Latina è una conca di cattolicesimo autentico».

Matteo Paoletti  ha pubblicato questa intervista in Mentelocale 12 marzo 2013

 

6. Don Gallo: Sogno un papa gay

«Sarebbe un sogno vedere un Papa Gay affacciarsi a San Pietro, e che lo rivelasse a tutti, sarebbe la parità tra i figli di Dio». Come nel suo stile, Don Gallo interviene con una provocazione nel dibattito intorno al Conclave che sta per riunirsi a Roma per eleggere il successore di Benedetto XVI sul soglio pontificio.

Il prete degli ultimi, da sempre attento ai diritti degli omosessuali e della comunità Lgbt, scalda a suo modo l’atmosfera sulle imminenti scelte del Vaticano, con un sogno impossibile affidato a Twitter. O meglio, a Tuitte, come l’ha ribattezzato lui stesso.

Un messaggio che è stato immediatamente fatto rimbalzare sul social network, e che su Facebook è diventato in breve un tormentone. Non certo il primo per Don Gallo, che all’indomani delle dimissioni di Ratzinger è diventato in rete protagonista di una provocazione partita dal basso: «Ho un sogno, Papa Gallo», il fotomontaggio di Carlo Besana diventato in breve tempo virale.

«Le prinçese sono i miei apostoli», aveva ricordato Don Gallo proprio a mentelocale presentando il calendario 2012 Transgender Sexworkers. Chissà quale apertura dimostrerà il successore di Benedetto XVI

Pubblicato in La stampa, Genova 7 marzo 2013.

 


7. Don Gallo: Mi hanno sempre affascinato le trans

«Mi hanno sempre affascinato le trans» dice un Don Gallo scherzoso come al solito, durante la presentazione del libro Container e tacchi a spillo. L’accompagnatrice operaia (Fedelo’s, 2012), scritto a quattro mani da Marco ‘Valentina’ Canepa e Paola Pettinotti.

Lunedì 5 marzo, nonostante la serata di pioggia, un pubblico abbastanza numeroso si è presentato a Palazzo Ducale per ascoltare la genesi di un libro particolare, come Container e tacchi a spillo, un po’ thriller, un po’ romanzo psicologico, che racconta, tra verità e fantasia, la storia di Valentina, trans che vive a Genova e lavora in porto come camallo.

Insieme alle autrici, al co-editor e a Don Gallo, che con la Comunità di San Benedetto da anni si occupa di fornire un aiuto alle trans del ghetto, c’era anche il filosofo Gianni Vattimo: «Sono onorato di essere qui, non nel mio solito ruolo di professore universitario un po’ trombone, ma perché sono gay e credo nell’importanza dei diritti civili, che riguardano tutti, come rivendicazione della personalità».

Il docente torinese ha anche raccontato di come è stato difficile per lui come omosessuale, rapportarsi alla società, specialmente in gioventù: «Da ragazzo pensavo che avrei dovuto fare il parrucchiere o l’architetto, perché quelli erano considerati all’epoca lavori adatti a un omosessuale. Ma ho scelto la carriera universitaria. Quando ho fatto outing, in realtà senza saperlo, perché era stato pubblicato un articolo in cui era presente il mio nome come candidato per il F.u.o.r.i.! (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano), ho subito pensato a mia mamma e poi al mio lavoro. Mi dicevo, ‘Non mi chiameranno più a tenere una conferenza su Heidegger’. Invece, poco tempo dopo sono stato eletto preside della Facoltà, fortunatamente non ho subito discriminazione».

Anche Don Gallo ha ricordato l’importanza dei diritti civili per il rispetto della dignità della persona, citando a questo proposito l’Associazione Princesa, che riunisce le trans genovesi e che si batte perché possano partecipare alla società civile, lavorando e non solo prostituendosi. Ne è un esempio il calendario 2012, che mostra le ‘ragazze del ghetto’ intente in diverse occupazioni, che vorrebbero, ma non possono fare. «Quando è nata l’associazione io non c’ero – ha raccontato scherzosamente il Don – Qualcuno ha chiesto: ‘Chi è il presidente?’. E qualcun altro ha risposto: ‘Don Gallo’. Il giorno dopo mi chiama la curia e mi convoca per mezzogiorno, un mezzogiorno di fuoco. Mi presento e il cardinale mi guarda con preoccupazione e dice: ‘Don Andrea come la mettiamo con le transessuali?’. Io lo guardo e gli rispondo: ‘Eminenza come la mettiamo con le transessuali? Anche loro sono figlie di Dio‘».

«Sono una persona fortunata – ha detto Valentina – perché quando ho deciso di rivelare al mondo di essere transessuale e di fare il camallo ho potuto farlo. Molte altre trans non hanno la mia stessa fortuna e sono costrette alla prostituzione per necessità. Il libro nasce anche da questo, dal raccontare come la mancanza di lavoro sia anche una perdita di dignità».

Paola Pettinotti, invece, ha spiegato perché abbiano scelto il genere del thriller: «Container e tacchi a spillo è un libro che si può leggere a più livelli. È molto pulp, ma sotto la superficie ci sono ragionamenti e sentimenti autentici».

Chiara Pieri, Mentelocale, Genova 6 marzo 2012.

 

 

8. Don Gallo: Dalla Chiesa mi voleva arrestare

E pensare che il cardinale Canestri, vent’anni fa, lo consigliò bonariamente: «Tu e il parroco ormai siete avanti con gli anni, mi disse, se mancate voi chissà cosa succede a San Benedetto, dovreste lasciare spazio a qualcun altro. E io: eminenza, ma qui dentro ci sono un presidente, un consiglio direttivo, tanti responsabili laici. Don Federico ed io non abbiamo nemmeno la firma in banca…».

Il 18 luglio don Andrea Gallo, fondatore e anima della Comunità San Benedetto, compirà ottant’anni. E le preoccupazioni del cardinale Canestri ora fanno sorridere: il prete di strada è ancora al suo posto, così come don Federico Rebora, l’anima spirituale e nascosta della Comunità

Gli acciacchi dell’età si fanno un po’ sentire, ma la mente è lucidissima.

Don Gallo racconta, risponde alle domande senza dimenticare un particolare. Ricorda di quella volta che, giura, il generale Dalla Chiesa voleva arrestarlo per complicità con i terroristi della XXII Ottobre e lo aveva salvato solo l’intercessione di Siri. O quell’altra che un anarchico si andò a sfogare con lui: «Era dispiaciuto per non aver potuto partecipare a un attentato»…

Ma prima di iniziare il colloquio, svegliandosi nelle prime ore del pomeriggio completamente digiuno (dopo una interminabile notte di lavoro, incontri e lettura) don Gallo va in chiesa. E prega, faccia a faccia al Crocifisso. Con la stessa compostezza con cui ascolta ragazzi sbandati per la droga, lucciole in cerca di una via d’uscita dal racket, intellettuali e giornalisti.

Don Gallo, di lei si dicono tante cose. La più comune è che fa un buon lavoro, peccato che sia un prete…

«Io sono prima di tutto un sacerdote, sempre. Ora mi si adatta anche il termine “presbitero”, che significa anziano».

Si dice anche: prete ribelle.

«Non alla Chiesa, a volte ribelle alle ingiustizie, d’istinto, senza calcoli. Il cardinale Bagnasco, quando è venuto in visita, mangiando con me il bollito me l’ha detto: a volte, la lingua bisogna saperla anche mordere».

Lei da quel giorno se la morde?

«Quando l’ho fatto non me ne sono mai pentito, il cardinale aveva ragione. Ma come diceva Govi: a volte ti prende uno sciuppun de futta…».

In qualche modo, lei è certamente un’icona della città di Genova, ed è un’icona col sigaro in bocca. A ottant’anni, fuma ancora?

«Sempre, soprattutto quando sono solo, perché il toscano mi aiuta a meditare e pregare. Ho iniziato perché lo fumava uno zio, fratello di mamma. Ma finché sono stato nei salesiani, dal 1948 come novizio fino al ‘64, non mi è stato possibile fumare. Così, quando ho lasciato l’ordine di don Bosco per entrare nella chiesa diocesana genovese come sacerdote, per prima cosa ho acceso un sigaro».

Il sigaro è il simbolo della Cuba comunista…

«Posso avere simpatia per i cubani, il cardinale Tarcisio Bertone, tornando da Cuba e visitando la nostra comunità, me ne ha portato uno in dono. L’ho messo da parte come un caro ricordo, ma non l’ho mai fumato. Se lo facessi, sarebbe come tradire i miei toscani, quelli che per me sono gli unici sigari».

Però l’ha tenuto, quel sigaro. In ricordo del cardinale che è diventato Segretario di Stato Vaticano?

«Soprattutto in ricordo di Fidel Castro, il cardinale mi ha detto che gli era stato dato da lui personalmente. Però anche Bertone ha tutta la mia stima, io rispetto i miei superiori e sono pronto a ascoltare le loro correzioni».

Lei sa che, con il suo modo di fare anticonvenzionale, piace talvolta più ai laici non credenti che ai cattolici?

«Siri una volta, parlando con il sindaco Cerofolini, gli disse: quel don Gallo con i giovani è come il cacio sui maccheroni. Fulvio me lo raccontò solo a distanza di anni, dopo la morte del cardinale, ma era una indicazione pastorale, bisogna saper parlare a tutti. E poi io credo nei segni. Lo sa chi mi battezzò?»

Il suo parroco?

«No, un laico dichiaratamente massone e non credente, il professor Ugo Erede, che in Liguria ha fatto scuola ai grandi medici. Il mio è stato un parto difficilissimo, chiamarono quel luminare come ultima speranza quando sembrava che né mia madre né io dovessimo farcela. Mi tirò fuori col forcipe e, vedendo un Crocifisso in stanza, capì che i miei erano cattolici e consigliò di battezzarmi subito. Visto che un prete non c’era, mi battezzò lui».

Per molti che vivono fuori dalla Liguria, la chiesa genovese è fatta da due nomi contrapposti: don Gallo e don Gianni Baget Bozzo, la sinistra e la destra. Amici o nemici?

«Ai tempi della guerra partigiana, avevo sedici anni, io e Baget eravamo nella stessa brigata cattolica comandata da mio fratello Dino. Poi Gianni ha fatto delle scelte: ha fondato un gruppo politico che si chiamava “Ordine civile”, è entrato in consiglio comunale, poi nel giugno del 1960 si è schierato apertamente con Tambroni. Quando è diventato sacerdote, non più giovanissimo, mi sono un po’ stupito. E poi è stato socialista e ora è azzurro. Abbiamo percorso strade diverse, non ci sentiamo mai. Però l’ultima volta che ci siamo incontrati, ci siamo abbracciati».

Lei è comunista?

«No. Ma la scomunica ai comunisti all’indomani della guerra è stata male interpretata e male applicata. Il testo latino diceva che erano colpiti quelli che abbracciavano nella sua piena sostanza il materialismo ateo. Invece tanti padri di famiglia, in quei giorni, si sentivano in colpa per aver votato Pci».

Però lei è considerato da sempre vicino alla sinistra. E qui, nella sua comunità, ha accolto anche brigatisti in regime di semilibertà…

«Questa comunità è aperta a tutti, da sempre. Quando nel maggio del 1979, il generale Dalla Chiesa ordinò una maxi operazione negli ambienti della sinistra di Genova, disponendo perquisizioni, fermi, controlli e una ventina di arresti a persone accusate di “fiancheggiamento” delle Brigate Rosse, dopo l’uccisione di Guido Rossa, io so per certo che ero tra quelli nel mirino. Mi sono state dedicate cinque pagine della relazione parlamentare della Prima Commissione politica sul terrorismo, la mia personale convinzione è che in quell’occasione sia stato Siri ad opporsi al mio arresto: per poter incarcerare un sacerdote, infatti, doveva essere necessariamente avvertito prima il suo arcivescovo».

Non ha mai temuto di essere strumentalizzato, usato, dagli anni del brigatismo all’avventura del G8?

«Ai tempi dell’offensiva delle Brigate Rosse, a San Benedetto, avevamo aperto un vero “deposito bagagli” per aiutare chi non aveva una casa, e le Br avrebbero potuto benissimo usarlo per nascondere armi e esplosivo, nessuno avrebbe controllato. Ma non lo hanno fatto. Una volta, invece, venne a sfogarsi da me un giovane: dietro alla stazione di Principe erano in sosta alcuni pullman spagnoli, il gruppo di autonomi al quale apparteneva aveva deciso di lanciare delle molotov a scopo dimostrativo: perché erano gli anni di Franco, la Spagna era un simbolo della destra. Quel giovane era disperato, piangeva».

Era pentito per aver partecipato a un attentato?

«No, era disperato perché avevano estratto a sorte chi avrebbe lanciato le bottiglie incendiarie e lui non era stato scelto. Non so perché venne da me, ma certo fu l’occasione per aprire un dialogo».

Lei, con la sua scelta di una comunità aperta, riceveva le confidenze di molti, poteva fare breccia anche nella coscienza dei brigatisti…

«Un episodio che mi colpì fu quello della morte dell’avvocato Edoardo Arnaldi, sospettato di contiguità con le Br. Quando iniziò una perquisizione nel suo studio, mise sul tavolo tre pistole regolarmente denunciate, ma mentre gli uomini delle forze dell’ordine stavano eseguendo i controlli, si sentì uno sparo. Un’inchiesta accertò che era stato un suicidio. Lui era ateo, ma i suoi familiari mi fecero sapere che l’avvocato Arnaldi aveva detto una volta: se al mio funerale ci sarà un prete, voglio che sia don Gallo…».

Intervista di Bruno Viani, 8 luglio 2008


 

 

 


 

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Category: Culture e Religioni

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