Alberto Cini: Il Dandy e il Boxer. Storie di straordinaria omosessualità in una conversazione con mio padre

| 28 Giugno 2016 | Comments (0)

Quella volta, quella prima volta, forse l’unica volta che parlai con mio padre di omosessualità. Quella volta capii qualcosa, che nei miei giri d’amicizie e frequentazioni culturali non avevo incontrato. Probabilmente lo scarto generazionale, oppure l’aspetto di esperienze diverse dalle mie. L’omosessualità maschile vista da due eterosessuali, in una discussione casuale, tra padre e figlio.

Questa introduzione non deve far pensare, ad una relazione meravigliosa tra padre e figlio tanto da poter affrontare gli argomenti importanti della vita, tutt’altro, la relazione con mio padre è stata molto difficile.
Spesso, può accadere che una buona relazione dialettica, che ci potrebbe essere tra due individui, non decolli bene, proprio per motivi affettivi e di ruolo, quella era il mio caso. Queste affinità di tipo culturale, con mio padre erano passate in sordina per la congestione degli aspetti proiettivi emotivi, d’investimento narcisista, di dipendenza, di aspettative mancate, che spesso caratterizzano la relazione genitori figli. La letteratura e la storia era l’unico canale libero da incomprensioni, tra me e mio padre.

Tutto comincia con un ricordo di tipo Proustiano, anche se il biscottino stimolo di memoria è stato l’inizio di un film. Billy Eliot. Nella scena iniziale, si vede il ragazzino che va in palestra a tirare di Boxe, e nella stessa palestra c’è un corso di danza classica, tipologia di attività per lui estremamente attraente, alla quale si dedicherà, sacrificando il ring. Questa dicotomia tra Boxe sede del macismo e danza luogo del femmineo è la base di questo scritto. Ma si capirà più avanti.

Inoltre c’è una riflessione sul bisogno che l’essere umano ha di dividere in categorie le cose. dico le “cose” non le persone, poiché quando categorizzo le persone è come se le considerassi cose, per via della riduzione oggettivista dettata dalla necessità di astrazione. Lo vedo negli aspetti comuni del razzismo, e della sola discriminazione nello stereotipo, classificazione dell’altro come categoria.
Esempio banale che come educatore spesso discuto con i ragazzi: “I marocchini stiano a casa loro” “ma se nella tua ballotta la metà sono marocchini” “Che c’entra, loro sono miei amici!” – “ Quelli di “giù” non hanno voglia di lavorare” “ma la tua ragazza è di Bari!!” “Va bene! È un’altra cosa, lei è in gamba!”. Sono discorsi irrazionali, che colpiscono tutti, anche perché esprimere aggressività verso qualcuno ha una funzione fortemente catartica, quindi piacevole, almeno compensatoria. Se non si utilizza il razzismo, basta anche il pettegolezzo. Lo stereotipo di una razza, o di una nazione è un tratto culturale importante, anche nella reazione aggressiva opposta a quello che ho detto sopra. Quando ero in Francia, a fare animazione di teatro sperimentale nei quartieri tunisini, attività faticosissima, trovai notevole difficoltà, pur viaggiando con amici tunisini, suonatori con i quali si condividevano le piazze. ci si trovava ad essere espulsi dai paesi dove la giunta era di desta, ma la stessa sensazione di invasione e di relativa espulsione la sentivi quando entravi da straniero nei luoghi caratterizzati da popolazione immigrata. Durante le animazioni, i giovani mi fregavano tutta la scenografia, il classico tiro dei pomodori e della verdura era frequente, finché alcune donne dissero forte, “sei italiano, quindi canta!” “Ma non so cantare!” rispondevo, e giù parole poco edificanti che si capivano benissimo anche in arabo. Allora cantai malissimo, “o sole mio” e feci, “l’italiano” vero, stereotipato, riconoscibile, la tensione si placò e trovai anche gli applausi.

Per onore di chiarezza culturale è necessario fare una precisazione, dato che sto parlando in modo colloquiale e discorsivo su queste pagine. Il concetto di “razzismo” studiato dall’antropologia culturale e il significato dello “stereotipo sociale” sviluppato nelle psicologia sociale, sono aspetti che si intersecano e si sovrappongono continuamente, ma non sono la stessa cosa, questo è un altro argomento però.
Perché ho voluto parlare di Categorie e di Billy Eliot, perché nella discussione con mio padre non era emerso in sé, un problema legato all’omosessualità, però mi accorsi della sua tensione contro quelli che lui chiamava i dandy.

La discussione cominciò, quando rientrando in casa, vidi come di consuetudine, mio padre sulla poltrona del salotto a leggere. Leggeva “Il ritratto di Dorian Gray”.

Dopo due chiacchiere sul romanzo che apprezzava molto, vidi che storse il naso parlando di Oscar Wilde. Con insofferenza ripeté varie volte “Ma lui era un Dandy, era proprio un Dandy che andava in giro con un giglio, un esibizionista!”
Pensando che fosse per un preconcetto rispetto, appunto alla categoria, degli omosessuali, gli risposi: ”ma cos’hai contro gli omosessuali, nel tuo lavoro ce ne sono tanti! Anche il tuo primo padrone, quello che hai sostituito nel negozio, avevo sentito dire che lo era”, lui mi rispose: ” a parte che il padrone del negozio…” lui lo chiamava per nome, ma non me lo ricordo “era pederasta e non omosessuale, nel mio lavoro…” -lui era parrucchiere – “ non ci sono meno omosessuali nel salone di quanti ne puoi incontrare sul ring!”. Difatti mio padre era Parrucchiere e Boxeur. Ai tempi della discussione aveva già attaccato i guantoni al chiodo e anche le forbici.

Gli chiesi delucidazioni, e lui mi raccontò quello che sapeva del filone dell’omosessualità nel pugilato, e soprattutto la storia simbolo del grande Emile Griffith. Nella mia infanzie la Boxe è stato un interesse forte che coinvolgeva le persone che vedevo nel mio nucleo amicale e famigliare, alla pari del calcio. Ricordo le nottate dove anche mia nonna, restava sveglia per vedere le finali dei campionati mondiali. Si andava a vedere gli incontri con la famiglia, poi mia madre non volle più portarmi perché l’ambiente non era proprio adeguato ad un bambino piccolo e per via del fumo di sigaretta, molto abbondante negli anni sessanta, intorno al ring.

Attualmente pugili omosessuali che hanno fatto outing ci sono, chi anche con dediche e richieste di pubbliche al proprio partner, ai microfoni dei giornalisti dopo gli incontri vittoriosi, come Orlando Cruz.
Cominciavo a capire quell’insofferenza verso i dandy, e come l’omosessualità del pugile era un problema della boxe. Era come dire: affermazione ” il pugile è omosessuale”, risposta “cosa c’entra, è un campione, nessuno mette in discussione la sua mascolinità, la sua forza, noi l’ammiriamo, poi nel suo privato faccia quel che vuole!”. Come se questa categorizzazione tra dandy e maci, entrambi omosessuali, potesse rassicurare gli altri maschi in fase di ammirazione, rassicurando che in loro non alberga non tanto qualcosa di omosessuale, ma soprattutto niente di femmineo.

La storia di Griffith è molto interessante e anche umanamente coinvolgente. Per non parlare della sua amicizia profonda con il nostro campione di pugilato Nino Benvenuti, uomo di destra, iscritto all’MSI, che aiutò molto il pugile americano nei momenti difficili, e lo sostenne anche economicamente, un rapporto che divenne pubblico, e che non lasciava intendere nulla di “equivoco” per quei tempi, anche perché Benvenuti come stile di vita era molto accreditato. Benvenuti, affermando la sua forte amicizia con Emile Griffith, dichiarò ai giornalisti che lui, pur non capendo il perché, se il suo amico ci teneva tanto sposare un altro uomo e avere gli stessi diritti delle coppie etero, allora che glieli dessero pure. Non credo fosse la linea del suo partito, ma ad un grande amico non gli si nega nulla. Questa è la differenza tra categorie e persone.
La vicenda di Griffith, fu invece simbolicamente importante, perché la sua omosessualità divenne pubblica il 24 marzo del 62, quando di fronte ai giornalisti prima dell’incontro per il titolo mondiale dei pesi welter, l’avversario cubano, si avvicinò e gli tastò il sedere in modo evidente, dicendogli “maricon” l’equivalente sudamericano di “frocio”. Poi nell’incontro, alla dodicesima ripresa, con una sequenza micidiali di colpi, Griffith uccise il pugile cubano con sedici colpi alla testa. Quella sera la furia di Griffith era inarrestabile, l’arbitro non volle intervenire, sbagliando. Mio padre me lo diceva che per lo spettacolo si cercava sempre il KO al tappeto, mentre bastava vincere ai punti. Ma per i giornali, quella era la vendetta del pugile gay all’offesa dell’avversario. Un coming out pubblico, di una violenza inaudita, forzata, negli anni sessanta, e nel mondo macista della boxe non era una cosa facile da sostenere.
Fu allora che gran parte del pubblico, si esaltò a sostenere il pugile gay, come divo dello scandalo, ovviamente non era un sostegno alla libertà sessuale. Griffith andò fortemente in crisi per quel fatto, e dichiarò ai giornalisti l’assurdità della sua situazione dicendo questa frase: ” Se dichiaro che amo un uomo tutti mi condannano, se lo uccido per spettacolo tutti mi acclamano!”.
Griffith fu aggredito fuori da un locale, anni dopo, si dice da un gruppo di delinquenti, una lite accidentale, ma ben armati con mazze da baseball, io credo poco che non ci sia un mandante. Lo ridussero in fin di vita. Fu poi Nino Benvenuti, come ho detto, il nostro campione dei super welter degli anni 65/66, a sostenerlo e curarlo fino alla sua morte a settantacinque anni, ammalato di Alzheimer.

Ora, dopo la storia raccontatami da mio padre, che lui sosteneva storia simbolo perché divenne la punta pubblica di quell’iceberg della omosessualità nella boxe e nello sport in generale, in quegli ambienti del mito macista, dove si viveva o direttamente o in modo sublimata, l’attrazione per gli altri uomini e si negava il femminile. A Griffith cosa si contestava, quello che si diceva allora, che avesse una passione sfrenata per i cappellini da donna e per le acconciature stravaganti. Le acconciature me le ricordo, perché passavo molto tempo in negozio da mio padre, vedevo tutti i tipi di acconciature, le miscele per il colore, giocavo con i caschi. Acconciature stravaganti appunto, Griffith poteva essere tutto ma non un dandy. Anche per mio padre, la stravaganza era femminile, ma l’uomo non poteva essere stravagante, Griffith era l’opposto di Oscar Wilde.

Ma che rapporto c’è tra lo scrittore e la boxe e il sesso e la morte e la condanna pubblica, paradossalmente tutta la vita di Oscar Wilde si gioca sul ring di questi quatto angoli. Per Oscar Wilde il romanzo “Il ritratto di Dorian Gray”, che mio padre stava leggendo e da dove nasce questo racconto, non trovò allora un grande consenso di pubblico. Eppure, il senso della storia era già scritta nel suo nome, imposto dalla madre, poiché etimologicamente nel mito irlandese, Oscar, significa “colui che non invecchia”.

La fortuna dei Wilde venne meno, quando il padre fu accusato di stupro e venne condannato a risarcire economicamente la vittima. Ma il vero “colpo d’incontro”, termine pugilistico, a Oscar Wilde fu dato dal padre del suo partner, Bose. Il padre di Bose era il Marchese di Queensberry, colui che dettò le regole della boxe moderna, facendola divenire un vero sport, la nobile arte. Precedentemente gli scontri erano molto violenti, il Marchese introdusse l’uso dei guantoni, dei round, e soprattutto le categorie di peso. Pensiamo quindi, all’uomo che riformulò la boxe, il suo investimento simbolico per questa attività, tutto preso a dare alla brutalità macista una dignità sportiva, vedere il proprio figlio approcciare gli uomini in altro modo, se fosse stato un campione come Griffith… ci si poteva passare sopra, macio per macio, ma mettersi con un dandy, questo il mondo della boxe non lo poteva sopportare.

Il Marchese di Queensberry, padre di Bose, riuscì a far condannare Wilde a due anni di carcere. Ecco che si è chiuso il cerchio che si era aperto all’inizio, sempre con la presenza dei padri, dei figli e della nobile arte, e degli aspetti omosessuali che i maschi si portano dietro, più o meno elaborati, negati, vissuti, pensati, fuggiti, rimossi, sublimati ecc. ecc.

Category: Culture e Religioni, Fumetti, racconti ecc.., Psicologia, psicoanalisi, terapie, Sport e giochi

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About Alberto Cini: Alberto Cini nasce a Bologna nel 1960, lavora come Educatore Professionale e Formatore, presso la cooperativa C.S.A.P.S.A in servizi rivolti all’handicap e all’adolescenza. Specializzato in Psicodramma con i terapeuti argentini Prof. Roberto Losso e Prof.ssa Ana Packciarz de Losso, è conduttore di laboratori espressivo teatrali, di scrittura creativa e grafico pittorici. Diplomato in massaggio tradizionale, shiatzu e massaggio aiurvedico, si specializza sull’approccio solistico alla persona. Ha pubblicato due raccolte di poesie, “Il fiore d’acqua” e “Le tre sfere”, stralci delle sue opere inedite si trovano sulla rivista di poesia “Versante Ripido”, per la quale disegna vignette satiriche e opere di contatto tra poesia e disegno grafico. Artisticamente viene educato all’arte dalla pittrice Bianca Arcangeli, sua insegnante e con la quale ha mantenuto un costante rapporto di condivisione e di confronto. Questo primo approccio lo influenza particolarmente sul rapporto tra parola e segno, tra la poesia e la pittura. Sensibile agli aspetti formativi e pedagogici dell’espressione artistica approfondisce il simbolismo della forma e del colore, l’arte terapia, terapie non convenzionali e tecniche di sviluppo della persona con il filosofo indiano Baba Bedi che frequenta per vari anni nella sua casa milanese. Non percorrendo formazioni accademiche approda alla scuola dello scultore Alcide Fontanesi, col quale comincia un lungo apprendistato formativo sull’espressionismo astratto. Le sue opere sono presso la galleria d'arte Terre Rare di Bologna

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