Tommaso Facchin: Cavalcare l’onda del dissenso. Il web cinese tra mobilitazioni dal basso e nuove strategie di controllo

| 4 Novembre 2012 | Comments (1)

 

 

 

 

Qualcuno di voi ha messo su Internet quello che abbiamo mangiato…’, sospira il Gesù del vignettista Kuang Biao 邝飚, in un’improbabile ultima cena cinese. Alla sua destra, un Giuda con tanto di cellulare in mano sembra aver appena pubblicato in rete le immagini delle pietanze del celebre pasto.

I più ottimisti potrebbero pensare che la rete cinese oggi assomigli a questa vignetta. Se così fosse, significherebbe che anche in Cina il Potere ha qualche segreto in meno. Eppure, nell’imminenza del cambio di leadership, il Partito – seppur scosso da scandali che rischiano di minarne la credibilità – appare più impenetrabile che mai. In una situazione del genere, il ruolo di Internet diventa difficile da interpretare, soprattutto là dove gli spazi di espressione si configurano come terreno fertile per rumors, voci false o contraddittorie, abili manipolazioni e paranoie sempre più diffuse. In una rete sempre più avvinghiata in questa piega ‘emozionale’, a scarseggiare sono non solo i fatti, ma anche le analisi sulle ragioni che a tali fatti hanno portato.

Vale dunque la pena riflettere su un network di comunicazione che negli ultimi dieci anni ha conosciuto una crescita travolgente, connettendo oltre 510 milioni di utenti (dati China Internet Network Information Centre, gennaio 2012), ma che per molti versi sembra aver tradito le attese di coloro i quali, soprattutto in Occidente, lo vedevano come un nuovo medium che avrebbe migliorato la trasparenza, la partecipazione democratica o addirittura le libertà politiche nella Repubblica Popolare. Per comprendere la traiettoria della rete cinese e il suo ruolo nell’interazione fra opinione pubblica e autorità, è importante considerare alcuni casi emblematici accaduti nell’ultimo decennio.

 

Lei non sa chi sono io…

Alla fine di ottobre del 2008 un breve video inizia a circolare in rete. Ritrae un uomo paffuto in camicia bianca che si avvia, evidentemente ubriaco, verso la toilette di un ristorante. Lungo il percorso chiede indicazioni a una ragazzina e, non contento, la invita ad accompagnarlo; poi i due spariscono dall’inquadratura delle telecamere di sorveglianza. Qualche secondo dopo si vede la ragazzina ritornare correndo disperata verso il tavolo dei genitori. A quel punto si accende un’animata discussione, ripresa dalla telecamera, tra il padre della bambina e l’uomo in bianco. Il primo accusa il secondo di aver afferrato la ragazzina per il collo tentando di trascinarla con sé nel bagno degli uomini.

Di fronte ai testimoni del ristorante e sotto l’occhio della telecamera, l’uomo in bianco inveisce contro i presenti, sostenendo di essere un alto funzionario governativo. Con arroganza chiede quanti soldi vogliano da lui per questo ‘pizzicotto’ che avrebbe dato alla ragazzina e minaccia guai seri per questi ‘signori nessuno’ che hanno osato disturbarlo. La polizia arriverà poco dopo, chiamata dai genitori, senza però trovare prove sufficienti del tentativo di violenza.

Probabilmente fino a qualche anno prima, il funzionario avrebbe pagato e il caso difficilmente sarebbe andato oltre le cronache locali. Ma nel 2008 gli utenti di Internet in Cina sono oltre 250 milioni e la rete ha già aiutato a far sentire la ‘voce dei più deboli’ in molte occasioni. Poche ore dopo essere stato messo on-line, il video della telecamera di sorveglianza già circola nei forum cinesi. In breve tempo, i netizen scoprono il nome del quadro coinvolto nel fatto: si tratta di Lin Jiaxiang 林嘉祥, alto dirigente dell’Amministrazione Marittima di Shenzhen 深圳. Un pezzo grosso, insomma. I commenti che chiedono giustizia diventano decine di migliaia e continuano ad aumentare. La pressione dell’opinione pubblica on-line è talmente forte che il 4 novembre il governo centrale deve intervenire e Lin Jiaxiang viene destituito dal suo incarico. Un successo per i netizen cinesi, che gioiscono come se giustizia fosse stata fatta. Poco importa se le immagini della toilette degli uomini siano sparite e la polizia abbia concluso che non c’erano prove sufficienti ad incriminarlo .

Già alla metà del decennio scorso, vittorie come questa, con membri corrotti del Partito destituiti o svergognati in pubblico grazie al ‘tribunale’ della rete, si contano a decine. Ma che fine ha fatto il video che manca, quello della telecamera che inquadrava l’ingresso della toilette degli uomini? Cos’hanno visto i testimoni presenti? Che cosa racconta di preciso la bambina che ha subito violenza? A quale altro incarico è stato trasferito Lin Jiaxiang? Domande che sulla rete rimangono senza risposta. Eppure, nonostante ciò, alla fine di questa vicenda l’impressione generale è che il ‘popolo della rete’ (wangmin 网民) ancora una volta sia riuscito a fare giustizia.

 

La ‘giustizia’ del popolo della rete

Di fronte a mobilitazioni del genere, molti commentatori si sono confrontati sul potenziale insito nella rete cinese in termini di partecipazione, libertà d’espressione o addirittura trasformazione in senso democratico dell’ordinamento politico. Molti, soprattutto in Occidente, si sono detti convinti del fatto che un regime autoritario non può arginare per lungo tempo la forza liberatrice della rete, dando vita ad una corrente di pensiero che alcuni, in particolare EvgenY Morozov, hanno definito cyber-utopismo. Così facendo hanno però sottovalutato le autorità cinesi, assumendo che esse fossero del tutto inconsapevoli e impreparate di fronte a una tecnologia che per prime avevano introdotto e diffuso nel Paese.

Al contrario, negli anni, gli esperti di propaganda e comunicazione a Pechino hanno saputo adattarsi al nuovo strumento, favorendone l’utilizzo dal punto di vista commerciale, filtrandone i contenuti con un sistema di censura capillare, incentivando l’auto censura preventiva attuata dai fornitori di servizi, e soprattutto iniziando ad utilizzare attivamente la rete per veicolare contenuti e far convogliare gli sfoghi degli ‘indignati da tastiera’.

Analizzando vari casi simili a quello del funzionario Lin Jiaxiang, alcuni studiosi, come David K. Herold dell’Università di Hong Kong, hanno descritto una sorta di nuovo ‘contratto sociale’ fra autorità centrali e netizen per la supervisione dei quadri locali (tradizionalmente difficili da tenere sotto controllo) e per la lotta alla corruzione. In altre parole le autorità cinesi, anziché censurare proteste che potrebbero sfociare in una mobilitazione reale, cercano di trarre massimo giovamento e piegare a proprio vantaggio gli eventi, rinforzando la narrazione che vede il Partito come difensore degli interessi popolari anche contro i soprusi di funzionari locali corrotti.

Mentre la responsabilità viene scaricata alla periferia, il centro rafforza la propria credibilità con provvidenziali interventi risolutori e la base ha modo di sfogarsi on line, evitando di scendere in strada. Vista da questa prospettiva la rete inizia ad essere uno degli strumenti da tenere in considerazione anche per chi deve tenere a bada gli umori di una popolazione con numeri e tensioni sociali non indifferenti.

 

Avvicinare il Partito alle masse

Passando in rassegna le pubblicazioni ufficiali, si trovano non poche indicazioni su come Internet stia venendo strumentalizzato dalle autorità cinesi. ­­Non solo dal 2008, sull’onda dei disordini tibetani, la leadership cinese sta ponendo l’enfasi sulla necessità di ‘guidare l’opinione pubblica’ (yulun yindao 舆论引导) – una formula che sottolinea la necessità non tanto di oscurare le notizie, quanto di riportarle in una maniera politicamente accettabile – ma esiste anche un importante documento, il ‘Libro Bianco sullo stato di Internet in Cina’ (Zhongguo hulianwang baipishu 中国互联网状况白皮书) pubblicato nel giugno del 2010, nel quale, oltre a sottolineare l’importanza del web per lo sviluppo economico nazionale, la rete viene indicata come canale fondamentale di comunicazione fra le autorità e i cittadini. Attraverso la rete le amministrazioni a livello nazionale e locale, gli organi di pubblica sicurezza, i dipartimenti di comunicazione istituzionale, i quadri stessi del Partito, hanno finalmente la possibilità – così almeno suggerisce il Libro Bianco – di confrontarsi con i netizen, sondare gli umori della popolazione, diffondere informazioni utili.

Già nel 2008, Hu Jintao 胡锦掏, partecipando ad una chat simbolica con i netizen cinesi, aveva incoraggiato l’uso della rete da parte delle autorità e aveva osservato, fra le altre cose, come il web fosse diventato un luogo ideale per sondare gli umori della popolazione. Dichiarazioni vuote e scollegate dalla realtà? In parte sì, se si considera la lentezza di un apparato burocratico amministrativo che fatica a ringiovanirsi. Tuttavia sono certamente indicative di quello che è il nuovo approccio alla rete da parte delle autorità cinesi, consapevoli che la partita della credibilità agli occhi dell’opinione pubblica si gioca anche nello spazio virtuale – spazio che rappresenta un’alternativa sicuramente preferibile alla piazza.

Secondo quanto dichiarato al Renmin Ribao 人民日报 da Wang Chen 王晨, direttore dell’Ufficio statale per Internet e l’informazione, alla fine del 2011 gli organi governativi e gli uffici pubblici ai vari livelli avevano aperto in tutto 40.000 microblog, ed era necessario insistere su quella strada, sfruttando con più convinzione questi nuovi canali di comunicazione con il pubblico. L’esempio più importante in questo senso è quello del portale ‘Filo diretto con Zhongnanhai’ (zhitong Zhongnanhai 直通中南海), che nel settembre del 2010 prometteva ai cittadini un accesso pressoché diretto ai leader del Politburo. Peccato che dopo alcuni mesi, di fronte ad un evidente fallimento in termini di visite, l’intero sito sia stato silenziosamente rimosso dalla rete.

Nonostante fallimenti del genere, il web è diventato un’arena fondamentale su cui le autorità possono testare gli ‘umori delle masse’. Già da qualche anno, l’Accademia cinese delle scienze sociali 中国社会科学院 pubblica puntualmente un rapporto sullo stato dell’opinione pubblica on line. Sin dal 2007, questi rapporti hanno individuato l’emergere di una ‘nuova classe d’opinione’ (xin yijian jieceng 新意见阶层) alla quale viene riconosciuto un peso non indifferente in termini di capacità di accendere il dibattito pubblico, attrarre l’attenzione dei media, creare mobilitazioni nella società. Ad oggi sono ancora pochi gli studi che aiutino a definire meglio la composizione sociale di questo nuovo gruppo di cittadini al quale sempre più spesso viene conferito il ruolo di rappresentante del sentire popolare. Eppure un peso sembrano avercelo, almeno agli occhi delle autorità. Nel novembre del 2009, andando controcorrente, l’editorialista del Fengzhuang Zhoukan 凤凰周刊, ironizzava su come ormai nel discorso pubblico e nei media il termine ‘popolo’ (renmin 人民) fosse ormai stato sostituito da ‘popolo della rete’ (wangmin 网民), un’entita alla quale veniva riconosciuta un’influenza straordinaria.

Di fronte a circostanze simili, risulta chiaro che a contrapporsi, nella rete cinese, non siano soltanto ‘libertà d’espressione’ e ‘censura’ in senso tradizionale. Si tratta piuttosto di una dinamica più complessa nella quale l’auto-legittimazione da parte del potere, la manipolazione dell’opinione pubblica, la concessione di valvole di sfogo (virtuale), rientrano nelle strategie che il governo cinese da anni attua per trarre il massimo vantaggio da un medium che si sta rivelando molto più utile alla causa dell’armonia sociale di quanto pensassero gli utopisti della liberazione su Internet.

 

Lo spettro dei rumors

Se esistono delle crepe in questo regime dei media on line, è possibile intravederle nelle situazioni di crisi più eclatanti. Più di un decennio di evoluzione ‘manovrata’ della rete ha portato con sé effetti collaterali non facili da gestire per chi governa, soprattutto quando gli eventi hanno un impatto talmente forte che la manipolazione e la ‘guida dell’opinione pubblica’ diventano difficili da attuare.

E’ accaduto nel luglio dell’anno scorso in occasione del disastro ferroviario di Wenzhou 温州, quando i tentativi di insabbiare le responsabilità ufficiali si sono scontrati con un’indignazione popolare talmente forte da mettere all’angolo le autorità cinesi. In quel caso l’ondata emozionale sul web è stata più forte delle censure ed ha contagiato anche i media tradizionali che hanno fatto il loro dovere esigendo spiegazioni e maggiore trasparenza dalle autorità.

Altre crepe, seppure con sviluppi differenti, si sono viste quest’anno in occasione dell’uragano politico che ha travolto Bo Xilai 薄熙来, ex-segretario di Partito della megalopoli di Chongqing 重庆, nonché uomo politico particolarmente in vista, fra i papabili per il Politburo. In questo caso, trattandosi di una lotta per il potere interna al Partito, c’è stata molta meno emotività a livello popolare, ma gli effetti di un regime dei media ‘deforme’ hanno aggravato ulteriormente la credibilità del Partito di fronte all’opinione pubblica. Non è certo un caso se Bo è stato letteralmente spazzato via da uno scandalo che ha travolto anche la moglie Gu Kailai 谷开来, condannata di recente per l’omicidio di Neil Heywood, uomo d’affari britannico legato alla famiglia Bo, sulla cui morte rimangono ancora grosse ombre.

Dietro all’eliminazione (politica) di Bo Xilai, c’è evidentemente una lotta fra fazioni interne al Partito. Ma cosa sappiamo di questa lotta? Quasi nulla. Qual è stato il contributo della rete cinese a fare chiarezza su questa vicenda? Poco o nullo. Anzi, in quest’occasione la rete si è dimostrata essere una vera e propria fabbrica di rumors, indiscrezioni, voci false, contraddizioni e paranoie. La gestione di questo incidente ha dimostrato come, a fronte di tutti i proclami di trasparenza e anche dell’abilità nell’utilizzo dei nuovi media da parte delle autorità, quando gli scandali coinvolgono i vertici assoluti del potere, al pubblico non è dato sapere quasi nulla. Durante tutta la vicenda, i rumors sono stati semplicemente ‘armonizzati’, come si usa dire in cinese alludendo al filtraggio dei commenti on line. Questo non ha fatto altro che aumentare le voci che davano credito alle indiscrezioni più assurde: qualcuno ha parlato di colpi di pistola nella notte nella zona di Zhongnanhai a Pechino, altri addirittura di un colpo di stato con carri armati che si stavano radunando nella capitale. Soltanto voci e insinuazioni che circolavano in rete, nessuna inchiesta di tipo giornalistico, soltanto scarni comunicati dell’agenzia di stampa ufficiale Xinhua 新华.

Ad alcuni mesi di distanza, con Bo Xilai definitivamente destituito e fuori dai giochi, le voci continuano ad inseguirsi. Quando di recente la moglie Gu Kailai è apparsa in tribunale, piuttosto gonfia in viso e quasi irriconoscibile, su Internet molti hanno dubitato della sua vera identità, speculando sulla possibilità che quella apparsa nei media fosse in realtà una sosia. Il risultato è che le parole ‘sosia’ o ‘sostituto’ sono state bloccate per giorni nel motore di ricerca interno a weibo. Nella mancanza di informazioni di prima mano, con una stampa alla quale viene impedito di lavorare, il cuore del potere cinese, Zhongnanhai 中南海, rimane assolutamente impenetrabile. Ciò non fa che aumentare le illazioni e diminuire la credibilità del governo. Ed è proprio questo il pericolo maggiore che le autorità cinesi si trovano oggi a dover fronteggiare.

Una rete filtrata e manipolata o lasciata alle ondate emozionali del popolo della rete, restituisce un quadro della realtà che è poco credibile. Nella mancanza di un racconto della realtà fatto da professionisti a cui venga consentito di lavorare in libertà, ciò che rimane all’opinione pubblica sono i comunicati delle agenzie di stampa ufficiali fatti circolare attraverso i vari media oppure, in alternativa, le voci non confermate, le indiscrezioni, le falsità, le paranoie. Chi cercava nella rete la chiave per portare maggiore apertura e verità nella società cinese, rimarrà deluso. Ma questo non significa che le preoccupazioni per il Partito finiscano qui.

 

Questo testo di Tommaso Facchin, filmaker ed esperto  di comunicazione on line, è stato pubblicato in “Inchiesta”, 177, luglio-settembre 2012, pp. 93-96

 

Category: Nuovi media, Osservatorio Cina

Avatar

About Redazione: Alla Redazione operativa e a quella allargata di Inchiesta partecipano: Mario Agostinelli, Bruno Amoroso, Laura Balbo, Luciano Berselli, Eloisa Betti, Roberto Bianco, Franca Bimbi, Loris Campetti, Saveria Capecchi, Simonetta Capecchi, Vittorio Capecchi, Carla Caprioli, Sergio Caserta, Tommaso Cerusici, Francesco Ciafaloni, Alberto Cini, Barbara Cologna, Laura Corradi, Chiara Cretella, Amina Crisma, Aulo Crisma, Roberto Dall'Olio, Vilmo Ferri, Barbara Floridia, Maria Fogliaro, Andrea Gallina, Massimiliano Geraci, Ivan Franceschini, Franco di Giangirolamo, Bruno Giorgini, Bruno Maggi, Maurizio Matteuzzi, Donata Meneghelli, Marina Montella, Giovanni Mottura, Oliva Novello, Riccardo Petrella, Gabriele Polo, Enrico Pugliese, Emilio Rebecchi, Enrico Rebeggiani, Tiziano Rinaldini, Nello Rubattu, Gino Rubini, Gianni Scaltriti, Maurizio Scarpari, Angiolo Tavanti, Marco Trotta, Gian Luca Valentini, Luigi Zanolio.

Comments (1)

Trackback URL | Comments RSS Feed

  1. Avatar io ha detto:

    grazie per aver messo l’immagine sbagliata…

Leave a Reply




If you want a picture to show with your comment, go get a Gravatar.