Maurizio Scarpari: Lo specchio cinese

| 2 Agosto 2020 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamo da La lettura del Corriere della sera di domenica 2 agosto 2020

 

“Trasmetto, non creo; credo negli antichi e apprezzo la loro cultura” è una delle massime più note di Confucio (551-479 a.C.), volta a esaltare il patrimonio di conoscenze e di valori accumulato nel corso dei secoli, modello di civiltà al quale guardare con rispetto e ammirazione al fine di porsi in una linea di continuità. Tale affermazione va integrata con una seconda: “Solo chi comprende a fondo il nuovo sulla base di un’attenta analisi di quanto è già noto è degno di diventare un maestro”, che evidenzia lo spirito con cui il Saggio guardava al passato, fonte di conoscenza per comprendere appieno il presente. La storia e la cultura sono state viste dai letterati confuciani, che hanno dominato la scena intellettuale cinese per oltre due millenni, come il “corretto bilanciamento di passato e presente”, per usare le parole di Xunzi (III secolo a.C.), sono il punto di partenza del percorso di crescita che ogni individuo deve intraprendere per elevare la propria persona.

Ancor oggi la storia e le tradizioni sono per i cinesi fonte d’ispirazione, lo “specchio” (jian) che, riflettendo gli avvenimenti in modo nitido e oggettivo, scevro da interpretazioni soggettive, svolge una funzione educativa fondamentale, fornendo esempi di comportamento individuale e sociale da emulare o, al contrario, da evitare.

I Classici sono il distillato della sapienza dei saggi sovrani del passato e del valore esemplare delle loro gesta, “offrono a chiunque li legga una visione completa del futuro – ha affermato Xunzi –, rappresentano una sicurezza per diecimila generazioni a venire; la loro influenza è immensa, il loro valore è notevole, i loro effetti benefici arrivano ovunque. […] Cosa mai potrebbe recar maggior godimento al nostro intelletto?” L’opera per la quale Confucio riteneva sarebbe stato maggiormente ricordato non è una delle tante collezioni di precetti e aneddoti che mettono in risalto la sua statura morale, ma il Chunqiu (Primavere e autunni), una cronistoria degli eventi succedutisi a Lu, suo paese natio, tra il 722 e il 481 a.C. Scritto in uno stile sobrio, al grande sinologo francese Édouard Chavannes (1865-1918) parve “un’arida storia priva di anima”, mentre per i cinesi ha rappresentato una costante fonte di riflessione. A lungo considerato opera del Maestro, la sua influenza sulla storiografia cinese è stata immensa, avendo i suoi esegeti ritenuto che nell’essenzialità di quelle parole si celassero i princìpi più elevati del suo magistero. Il successo del Chunqiu si deve anche ai suoi commentari, il più lungo dei quali, lo Zuozhuan (Commentario di Zuo), compilato tra il IV e il III secolo a.C. in uno stile narrativo accurato e vivido, può essere considerato l’archetipo di un genere letterario che ha portato alla nascita del romanzo storico e della storiografia.

La tradizione annalistica “delle primavere e degli autunni” non ebbe mai fine, ma ciò che maggiormente ha caratterizzato la produzione storica cinese, rendendola un unicum, sono le cosiddette Storie dinastiche (Ershisi shi): un corpus di 24 storie che non ha pari nel patrimonio culturale di altre grandi civiltà (25 se si considera anche quella relativa all’ultima dinastia imperiale redatta a inizio Novecento), compilato nell’arco di oltre ventun secoli, costituito da oltre quaranta milioni di caratteri, con quasi 350.000 personaggi citati e 30.000 biografie. Ogni nuova dinastia redigeva la storia della precedente sulla base di resoconti e documenti ufficiali, spesso riservati, secondo un processo che si fece sempre più specializzato e burocratizzato, volto a trasmettere alla posterità un sentimento di appartenenza a una grande civiltà, le cui origini si perdevano nella notte dei tempi. Per i cinesi quest’opera monumentale rappresenta la Storia, ed è così che sono soliti chiamarla: Shi, che significa appunto “storia”.

Tutto ebbe inizio nel 91 a.C., anno in cui l’astrologo di corte Sima Qian (145-86? a.C.) completò il lavoro iniziato dal padre, anche lui astrologo di corte: lo Shiji (Memorie di uno storico), la prima narrazione concepita come storia universale del mondo, che per i cinesi dell’epoca si identificava con la propria civiltà, venendo considerate “barbare” le popolazioni che vivevano al di fuori dei confini imperiali, di cui ben poco sapevano. Sima Qian utilizzò ogni trattato e documento che riuscì a reperire, ma fece ricorso anche a fonti orali, che verificò e integrò con sue osservazioni personali ricavate dai viaggi di studio che condusse in diversi luoghi dell’impero. Fissò un metodo e fornì un modello che furono seguiti, con opportuni adattamenti, per oltre due millenni. La pubblicazione dello Shiji svolse un ruolo politico importante, poiché dotò la nuova dinastia di uno strumento di legittimazione che, lungo un’interminabile sequenza di avvicendamenti dinastici, la legava ai padri fondatori della civiltà.

Col tempo la figura dello storico, così come l’aveva intesa Sima Qian, andò mutando, identificandosi sempre più con quella dell’erudito in grado di coniugare molteplici discipline e di assumere in prima persona, se necessario, responsabilità di governo. Nel 1084 vide la luce lo Zizhi tongjian (Lo specchio che riflette la storia quale ausilio per l’arte di governo), un lavoro imponente di quasi due milioni di caratteri, nel quale il suo autore, Sima Guan (1019-1086), diretto discendente di Sima Qian, propose una lettura innovativa della storia, che andava ben oltre la riproposizione minuziosa e l’analisi degli avvenimenti, ponendo a loro commento sottili questioni inerenti alla natura umana e all’arte di governo. Quest’opera ispirò a lungo le menti più brillanti, come Zhu Xi (1130-1200) e Wang Fuzhi (1619-1692), che seppero coniugare storia, letteratura, pensiero filosofico, arte di governo e impegno politico.

Nel corso dei secoli la metafora dello “specchio” è rimasta centrale nella riflessione storiografica, anche se spesso è difficile rintracciare una fedeltà a tale principio, come nel caso di quella che può essere considerata la più importante storia generale della Cina moderna, Zhongguo tongshi (1989-1999, edizione rivista 2004), oltre 12 milioni di caratteri, per la cui realizzazione sono stati coinvolti più di 500 studiosi sotto la direzione di Bai Shouyi (1909-2000): uno sforzo corale imponente, che ricostruisce i fatti fini al 1949, ma risente fortemente dell’influenza del pensiero marxista-leninista. L’ideologia e il clima politico del momento hanno condizionato altri recenti lavori. La valorizzazione della tradizione e delle dottrine politiche del passato da parte di Xi Jinping non è esente da re-interpretazioni e adattamenti, funzionali agli obiettivi strategici della nuova classe dirigente.

Per il periodo più antico una novità rilevante che pone le basi per un’aggiornata valutazione storica è rappresentata dalle numerose scoperte archeologiche, che stanno fornendo una gran mole di manufatti, manoscritti e dati inediti che consentono di integrare le nostre conoscenze con il rigore dell’evidenza archeologica, questa sì “specchio” fedele della realtà delle epoche alle quali risalgono i reperti, imponendo una revisione, in taluni casi radicale, di concezioni e convinzioni che sembravano acquisite.

La consapevolezza di appartenere a una civiltà dal glorioso passato è parte integrante dell’identità di ogni cinese ed è alla base del sentimento di orgoglio nazionale, unendo in un comune patriottismo i cinesi del continente e le sempre più numerose comunità all’estero.

Category: Guardare indietro per guardare avanti, Osservatorio Cina, Storia della scienza e filosofia

About Maurizio Scarpari: Maurizio Scarpari ha insegnato Lingua cinese classica dal 1977 al 2011 presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha ricoperto diverse cariche accademiche, tra le quali quelle di Prorettore Vicario, Presidente del Consiglio dei Direttori di Dipartimento, Direttore del Dipartimento di Studi sull’Asia Orientale, componente del Consiglio di Amministrazione, del Senato Accademico e dell’Advisory Board dell’Università Ca’ Foscari. È stato anche Presidente di Ca’ Foscari Formazione e Ricerca S.r.l. e componente del Consiglio di Amministrazione dell’Ente per il Diritto allo Studio Universitario (ESU) di Venezia. Le sue ricerche riguardano principalmente la Cina pre-imperiale, i settori privilegiati sono il filologico-linguistico classico, l’archeologico e quello relativo alla storia del pensiero filosofico antico e alla sua incidenza sul pensiero politico attuale. È autore di oltre un centinaio di libri e articoli scientifici. Tra i suoi ultimi libri si segnalano Il confucianesimo. I fondamenti e i testi (Torino, Einaudi 2010) e Mencio e l’arte di governo (Venezia, Marsilio 2013). Per la collana Grandi Opere Einaudi ha curato la serie in più volumi La Cina (2009-2013). Per Inchiesta ha di recente pubblicato il saggio “Confucianesimo e religione” nel dossier “Passato e presente nella Cina d’oggi” curato da Amina Crisma (Inchiesta, XXXXIII, 181, pp. 64-96: 76-85). Insieme a L. Lanciotti ha curato la mostra di arte e archeologia cinese Cina. Nascita di un Impero (Roma, Scuderie del Quirinale, 2006-2007), insieme a S. Rastelli ha curato la mostra Il Celeste Impero. Dall’Esercito di Terracotta alla Via della Seta (Torino, Museo di Antichità, 2008), insieme a S. De Caro ha curato il catalogo della mostra I due imperi. L’aquila e il dragone. Ha inoltre fatto parte del Comitato Scientifico delle mostre 7000 anni di Cina. Arte e archeologia cinese dal Neolitico alla Dinastia degli Han (Venezia, Palazzo Ducale, 1983), Cina a Venezia. Dalla Dinastia Han a Marco Polo (Venezia, Palazzo Ducale, 1986), Cina 220 A.C. I guerrieri di Xi’an (Roma, Palazzo Venezia, 1994), Cina. Alla corte degli Imperatori. Capolavori mai visti dalla tradizione Han all’eleganza Tang (25-907) (Firenze, Palazzo Strozzi, 2008), I due imperi. L’aquila e il dragone (Milano, Palazzo Reale, 2010; Roma, Curia Iulia e Palazzo Venezia, 2010-2011).

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