Ivan Franceschini: La legge come un’arma? Limiti e contraddizioni del discorso su lavoro e diritti in Cina

| 4 Novembre 2012 | Comments (0)

 

 

 

Questo articolo di Ivan Franceschini, ricercatore della Università Ca’ Foscari, Venezia, è stato pubblicato in “Inchiesta” 177, luglio-settembre 2012, pp. 86-89

 

Da decenni ‘Cina’ e ‘lavoro’ sono un binomio inscindibile agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. Storie cinesi di salari da fame o addirittura non pagati, incidenti sul lavoro, licenziamenti di massa, proteste operaie sono state riportate con regolarità dalla stampa internazionale, contribuendo alla pessima fama di quella che è stata definita la ‘fabbrica del mondo’. Eppure, ciò che colpisce maggiormente l’osservatore non è tanto la diffusione dei fenomeni di sfruttamento in Cina, quanto piuttosto il fatto che essi accadano a dispetto della retorica dello Stato cinese sulla necessità di tutelare i diritti dei lavoratori. Di fatto, sono ormai quasi vent’anni che le autorità cinesi hanno avviato un’opera legislativa finalizzata alla costruzione di un corpo giuslavoristico che non ha nulla di invidiare a quelli di tanti paesi occidentali, accompagnandola ad una costante attività di propaganda mirata a promuovere la conoscenza di leggi e regolamenti tra i lavoratori.

Come spiegare dunque il paradosso di uno Stato che da un lato invita i lavoratori a ‘servirsi dell’arma del diritto’ (yi falü wei wuqi 以法律为武器) e dall’altro tollera l’esistenza di violazioni diffuse di quelle stesse leggi che ha contribuito a creare? Come conciliare i discorsi contrastanti che descrivono le autorità cinesi alternativamente come garanti dei diritti dei lavoratori di fronte al capitale internazionale e come responsabili della compressione di salari e diritti al fine di attrarre investimenti? Per azzardare una risposta a queste domande è necessaria una riflessione su quello che è stato il processo che ha portato alla nascita del diritto del lavoro in Cina, nonché sulla questione della percezione del diritto da parte dei lavoratori cinesi. Solamente in questo modo si capirà come il diritto del lavoro in Cina più che un’arma al servizio dei lavoratori si riveli uno strumento nelle mani dello Stato, il quale se ne serve ai fini del rafforzamento della legittimazione politica e del mantenimento della stabilità sociale.

 

Diritti calati dall’alto

Un discorso ufficiale sui diritti dei lavoratori ha iniziato ad emergere in Cina nella prima metà degli anni Ottanta, sull’onda del boom del settore privato e dell’introduzione del sistema dei contratti di lavoro. Fino ad allora i lavoratori cinesi, per lo più dipendenti di imprese statali e collettive, si erano trovati ad agire nel contesto delle ‘unità di lavoro’ (danwei 单位), strutture che, detenendo un monopolio pressoché assoluto sull’erogazione del welfare nell’ambito di un modello occupazionale a vita – la cosiddetta ‘ciotola di riso di ferro’ (tiefanwan 铁饭碗) – fungevano da strumento di controllo sociale, ponendo i lavoratori in un rapporto di sudditanza nei confronti dello Stato. In questa situazione, la retorica ufficiale ruotava non tanto attorno al concetto di legge (falü 法律) e diritti (quanli 权利), quanto piuttosto ad una presunta titolarità dei lavoratori nei confronti dello Stato e dei suoi asset, una nozione racchiusa nel termine zhurenweng 主人翁, letteralmente ‘senso di padronanza’, un principio radicato nello spirito rivoluzionario del Partito Comunista e ancora oggi incastonato all’articolo 42 della Costituzione cinese, lì dove si legge che:

Il lavoro è un dovere glorioso per tutti i cittadini che ne abbiano le capacità. I lavoratori delle imprese statali e delle organizzazioni economiche collettive in città e campagna, hanno il dovere di comportarsi verso il proprio lavoro con l’atteggiamento di padroni dello Stato (zhurenweng de taidu 主人翁的态度).

Con la riforma del lavoro e la ‘rottura’ della ciotola di riso di ferro alla metà degli anni Novanta, quella che fino a quel momento poteva a buon diritto essere definita una vera e propria ‘classe operaia’ ha vissuto un processo di rapida frammentazione. Il declino dell’industria statale e collettiva, l’emergere di un settore privato e l’allentamento dei controlli sui flussi migratori dalle campagne alle città contestualmente hanno portato ad una progressiva differenziazione degli interessi, già di per sé molteplici, dei lavoratori cinesi. Nella Cina delle riforme non si parla più semplicemente di ‘lavoratori’ (gongren 工人) o di ‘impiegati e lavoratori’ (zhigong 职工), ma più specificamente lavoratori migranti (nongmingong 农民工), cassintegrati delle imprese statali (xiagang 下岗), funzionari pubblici (gongwuyuan 公务员), formiche (yizu 蚁族), giovani istruiti in uno stato di sottoccupazione, e tanti altri sottogruppi sociali classificati in base alla loro posizione lavorativa.

In questo contesto di frammentazione e di crescente diversificazione, lo sfruttamento è diventato una realtà sempre più comune. Nel giro di pochi anni nelle relazioni industriali cinesi è emerso ciò che Ching Kwan Lee ha definito ‘dispotismo disorganizzato’, una formula ove con ‘disorganizzato’ si fa riferimento alla mancanza di coordinazione tra le diverse misure di riforma, mentre con ‘dispotismo’ si richiamano la dipendenza istituzionale del lavoro dalla produzione per la propria sussistenza, l’imposizione di metodi coercitivi di controllo della manodopera da parte dei datori di lavoro e l’apprensione collettiva dei lavoratori. Ed è proprio nel contesto di questo ‘dispotismo disorganizzato’ che in Cina è emerso con forza il discorso ufficiale sul diritti.

Sin dall’inizio si è trattato però di un’idea di diritto costruita interamente a tavolino, una creazione delle élite politiche ed accademiche del Paese sulla base di quelle che venivano di volta in volta percepite come le necessità non solo dei lavoratori, ma soprattutto del capitale. Come ha rilevato Mary Gallagher nel suo Contagious Capitalism, le autorità cinesi hanno deciso di rivolgersi alla rule of law per tre ragioni fondamentali: innanzitutto per un’esigenza di legittimazione derivante dal fatto che la Rivoluzione Culturale aveva reso obsoleto il vecchio armamentario ideologico socialista che fino a quel momento aveva giustificato il mantenimento del potere da parte del Partito; in secondo luogo, per la necessità della legge come strumento funzionale all’apertura agli investimenti esteri e all’integrazione nei flussi internazionali di capitali; infine per utilizzare il diritto come strumento per il controllo e la gestione delle trasformazioni sociali. Non si è trattato dunque dell’esito di rivendicazioni riflettenti esigenze provenienti dal basso come avvenuto in passato con i movimenti operai di tanti paesi europei, quanto piuttosto di decisioni prese interamente dall’alto attraverso logiche pragmatiche ed opportunistiche.

Ecco allora che negli ultimi quindici anni, in seguito a lunghe sperimentazioni su base locale, le autorità hanno adottato una serie di leggi nazionali finalizzate a regolamentare i vari aspetti delle relazioni industriali. E l’elenco è impressionante, visto che in questo periodo, oltre alla Legge sul lavoro del 1994 e ad un numero indefinito di regolamenti settoriali o locali, sono state approvate una Legge sulla sicurezza nelle miniere, una Legge sulla prevenzione e il controllo delle malattie occupazionali, una Legge sulla produzione sicura, una Legge sui contratti di lavoro, una Legge sulla promozione dell’occupazione, una Legge sulla mediazione e l’arbitrato delle dispute sul lavoro, una Legge sui sindacato e una Legge sulla sicurezza sociale. Ad ogni modo, anche se in alcune occasioni lo Stato ha dato una parvenza di democraticità e partecipazione alla propria attività legislativa, ad esempio invitando la popolazione a inviare i propri commenti sulle bozze di legge – il caso più importante è quello della Legge sui contratti di lavoro, che nel marzo 2006 ricevette ben 192.000 commenti dal pubblico – di fatto la legislazione sul lavoro cinese rimane il frutto dell’elaborazione da parte di una ristretta élite.

 

I lavoratori cinesi e il diritto

Eppure, nonostante questa natura elitaria, la retorica del diritto e dei diritti promossa dalle autorità cinesi sembra aver fatto breccia tra i lavoratori cinesi, in particolare tra i giovani migranti. Come ha raccontato Ching Kwan Lee nel volume Against the Law, mentre i vecchi lavoratori cassintegrati delle ex-imprese statali, permeati dalla retorica maoista della Cina pre-riforme, nelle loro proteste in genere adottano slogan e coreografie che richiamano l’atmosfera politica della Cina precedente le riforme e spesso si lanciano in captatio benevolentiae nei confronti del Partito, i giovani lavoratori migranti nel mobilitarsi utilizzano un linguaggio più razionale, imbevuto di termini e artifici propri del diritto, una dinamica che si è ripetuta in infinite occasioni negli ultimi anni, non ultimo lo sciopero della Honda della primavera del 2010, che all’epoca ha avuto una risonanza mediatica enorme, in Cina come all’estero.

Ma come va interpretato il fatto che le proteste dei lavoratori cinesi sempre più spesso riflettono la retorica del diritto creata dallo Stato? Questa crescente consapevolezza del diritto da parte dei lavoratori implica una loro maggiore disponibilità a confrontare lo Stato o una maggiore acquiescenza? La questione è più complessa di quanto potrebbe sembrare a prima vista e, nonostante negli ultimi due anni fiumi d’inchiostro siano stati versati su giornali e riviste accademiche per raccontare quello che è stato definito un ‘risveglio dei diritti’ (quanli de juexing 权利的觉醒) tra i giovani lavoratori cinesi, la realtà rimane estremamente confusa e, come spesso accade in Cina, contraddittoria.

Innanzitutto, è necessario sottolineare che la penetrazione del diritto tra i lavoratori cinesi è lungi dall’essere omogenea, considerato che importanti differenze si registrano non solamente su base generazionale, ma anche settoriale. Un’indagine da me condotta nel maggio del 2012 su centocinquanta migranti impiegati in tre imprese metal meccaniche italiane a Shenzhen ha riportato una conoscenza del diritto relativamente alta tra i lavoratori intervistati, con il 93% dei lavoratori in grado di rispondere correttamente sull’ammontare del salario minimo legale, l’86% a conoscenza delle norme relative al calcolo del salario per gli straordinari e il 75% consapevole dei limiti alle ore di lavoro mensili. Dati molto differenti sono però emersi da un’indagine condotta nel maggio del 2010 da Kaxton Siu su 389 lavoratori migranti impiegati in imprese tessili di proprietà hongkonghina basate a Shenzhen. In quel caso, appena il 72% dei lavoratori era a conoscenza del salario minimo legale, il 34% delle modalità per il calcolo del salario per gli straordinari e il 16% del tetto massimo di ore di lavoro al mese. Come ho sottolineato con Kaxton Siu e Anita Chan in uno studio di prossima pubblicazione, questa differenza nel livello di conoscenza del diritto tra i lavoratori nei due settori è spiegabile con le diverse modalità di calcolo dei salari, che nel metalmeccanico avviene su base oraria e nel tessile a cottimo.

E’ poi importante distinguere tra ‘proteste basate sul diritto’ e ‘proteste basate sugli interessi’, ove il primo tipo di mobilitazione è finalizzato alla rivendicazione del rispetto di un diritto già legalmente riconosciuto, mentre il secondo avanza richieste superiori al minimo legale. Adottando questo frame work teorico si scopre che, a dispetto delle oscillazioni nella conoscenza del diritto da parte dei lavoratori e dell’enfasi dei media e degli attivisti sulle occasionali ‘proteste basate sugli interessi’, i casi in cui i lavoratori cinesi si organizzano per richiedere più di quanto non sia già concesso loro per legge rimangono rari. Come Anita Chan e Kaxton Siu hanno rilevato in un recente studio che ha preso in esame oltre cento casi di sciopero verificatisi nella provincia del Guangdong negli ultimi vent’anni, la quasi totalità delle proteste operaie nella provincia meridionale dal 1993 ad oggi sono state ‘proteste basate sul diritto’ isolate e scoordinate. In questo senso, sembra che lo sviluppo di una legislazione sul lavoro in Cina abbia favorito una certa acquiescenza, incanalando le dispute e prevenendo così l’emergere di un movimento operaio combattivo e articolato.

E il fatto che i lavoratori cinesi nutrano una relativa fiducia nei confronti del diritto – e di conseguenza dello Stato – emerge anche dalla mia ricerca tra i metalmeccanici. Posti di fronte alla domanda ‘ritieni che la legislazione cinese sul lavoro sia in grado di tutelare i diritti dei lavoratori’, dei centocinquanta lavoratori intervistati appena 10 hanno risposto ‘non può’ (bu keyi 不可以), contro 43 ‘forse’ (yexu neng 也许能), 80 ‘in teoria sì’ (yinggai keyi 应该可以) e 12 ‘assolutamente sì’ (wanquan neng 完全能). Anche le interviste che ho condotto nel febbraio del 2011 tra i migranti di un villaggio della provincia dello Hunan hanno confermato questo atteggiamento relativamente fiducioso dei lavoratori nei confronti del diritto, con alcuni lavoratori che sono arrivati al punto di affermare: ‘Naturalmente la legge è efficace! Se neanche la legge funziona, allora cosa può funzionare?’ Tuttavia, tra la fiducia nella legge nella teoria e la volontà o capacità di ricorrere alla legge per risolvere i propri problemi nella pratica rimane una sostanziale differenza. Non c’è dunque da stupirsi se, mentre la maggioranza dei lavoratori nella mia indagine ha indicato che nel caso in cui si fosse trovato coinvolto in una disputa sul lavoro avrebbe cercato prima di risolverla con i propri diretti superiori, poi si sarebbe rivolta all’ufficio delle risorse umane dell’azienda e infine all’ufficio amministrativo del lavoro, una sostanziale minoranza ha dichiarato che la sua unica scelta sarebbe stata quella di ‘votare con i piedi’ (yijiao toupiao 以脚投票), vale a dire andarsene.

 

Conclusioni

Tutto ciò ci riporta alla domanda formulata in apertura di quest’articolo: come spiegare il paradosso di uno Stato che da un lato invita i lavoratori a ‘servirsi dell’arma del diritto’ e dall’altro tollera l’esistenza di violazioni diffuse di quelle stesse leggi che ha contribuito a creare? Sulla base di quanto esposto finora, possiamo affermare che la chiave di questo paradosso va ricercata nella natura stessa del diritto del lavoro cinese il quale, lungi dall’essere solamente una semplice arma nelle mani dei lavoratori, nelle sue formulazioni, nei suoi contenuti e persino nella sua applicazione, rimane un prodotto costruito a tavolino dalle autorità. In questo senso, la retorica sui diritti dei lavoratori promossa dalle autorità tramite l’apparato giuslavoristico si configura come un vero e proprio ‘discorso egemonico’ finalizzato prima di tutto al mantenimento della stabilità sociale e al rafforzamento della legittimità del Partito. Anche se in apparenza si tratta di un discorso fortemente progressista, in realtà esso è fortemente conservatore, in quanto rimane mirato soprattutto al mantenimento dello status quo e alla prevenzione dell’emergere di un movimento dei lavoratori organizzato e pro-attivo.

Se da un lato la formulazione e la propaganda delle leggi sul lavoro finora è stata in grado di arginare e canalizzare le dispute lavorative, riconducendole nell’ambito di un linguaggio condiviso tra le autorità e i lavoratori, dall’altro l’incapacità dello Stato di mantenere le proprie promesse rischia di trasformare questa retorica del diritto in un’arma a doppio taglio. Come ha rilevato Mary Gallagher in uno studio pubblicato nel 2007, i lavoratori cinesi che hanno un’esperienza diretta con il diritto vanno incontro ad un processo di disillusione in cui si trovano gradualmente a passare da aspettative di successo molto elevate ad una valutazione molto negativa dell’efficacia del procedimento giuridico. Come risultato, il sistema che ruota attorno alla somministrazione della giustizia non fa altro che produrre un gruppo di cittadini perfettamente consapevoli dei meccanismi del diritto ma assolutamente disillusi nei confronti del sistema giudiziario e politico. E da questo alla formulazione di un discorso dei diritti alternativo a quello ufficiale il passo è potenzialmente breve, con tutte le conseguenze del caso.

 

 

 

 

Category: Osservatorio Cina

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About Ivan Franceschini: Ivan Franceschini. Ha conseguito il Dottorato in Lingue, culture e società presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Oggi è Marie Curie Fellow presso l'Australian Centre on China in the World (Camberra) con un progetto di ricerca sul lavoro cinese in prospettiva globale. Ha vissuto iim Cina dal 2006 e poi in Cambogia per un anno e mezzo. Ha pubblicato nel 2009 Cronache dalle fornaci cinesi (Cafoscarina). Nel 2010 ha curato Germogli di società civile in Cina (Brioschi) insieme a Renzo Cavalieri. Nel 2012 ha scritto il libro Cina.net Post dalla Cina del nuovo millennio, Edizioni O barra O. Nel 2015 ha curato il rapporto Made in China 2014 per conto dell'Iscos Cisl. Sempre nel 2015 ha curato e tradotto l'il libro di Lu Xun, Fuga sulla luna e altre antiche storie rinarrate, Edizioni ObarraO , Milano, 2015

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