Andrea Enrico Pia: Ritorno al villaggio. Società rurale, teoria politica e il dibattito sulla “modernità” in Cina

| 4 Novembre 2012 | Comments (0)

 

 

 

 

 

Questo articolo di Andrea Enrico Pia, della London School of Economics, è stato pubblicato in “Inchiesta” 177, luglio-settembre 2012, pp. 78-82

 

Il socialismo cinese diventa pienamente comprensibile solo se inteso come un progetto di modernizzazione condotto con mezzi propri e diretto al raggiungimento di un tipo di società unica, portato avanti con la consapevolezza dell’esistenza di altre possibili ”modernità”, tutte parimenti rifiutate, ovvero: il socialismo burocratico di stampo sovietico e il capitalismo periferico […] proposto dal colonialismo occidentale.’ Così esordisce Lin Chun 林春, docente di scienze politiche alla London School of Economics nel suo The Transformation of Chinese Socialism. Di fronte agli incredibili risultati ottenuti in quarant’anni di continue riforme economico-sociali, da qualche anno in Europa e negli Stati Uniti la domanda su cosa sia rimasto del Maoismo, quale sia stato il suo lascito e in virtù di quali proprietà la società cinese degli anni Sessanta e Settanta sia riuscita a cambiare così repentinamente, sostenendo nel tempo tassi di crescita impensabili e riconfigurazioni epocali della propria struttura sociale, non cessa di tormentare giornalisti, accademici, funzionari e imprenditori. Come è stata possibile l’ascesa sul teatro internazionale della Cina? Come è stata possibile l’urbanizzazione di metà della popolazione in trent’anni? O ancora, come sono riusciti seicento milioni di cinesi a risollevarsi dalla propria condizione di povertà in soli quarant’anni?

Nel tentativo di dar senso al ‘miracolo’ cinese, inteso come unica e autentica rivoluzione ‘riuscita’ del mondo moderno, si è cercato negli anni di porre l’accento sui più disparati aspetti della società cinese contemporanea, suggerendo spesso come proprio in questo o quell’aspetto si trovasse il segreto del suddetto successo. Facciamo alcuni esempi: in campo economico, Yasheng Huang 黄亚生 nel suo Capitalism with Chinese Characteristics ha guardato alla nascita delle Zone Economiche Speciali lungo la costa orientale del Paese, alla decollettivizzazione e al nascere delle imprese di comune e di villaggio; studiosi di relazioni internazionali e di economia politica, come David Shambaugh in China’s Communist Party: Atrophy and Adaptation, hanno ricostruito il percorso della Repubblica Popolare Cinese verso la sua completa integrazione nel consesso internazionale e nel mercato globale; infine esperti di diritto, uno fra tutti Randall Peerenboom in China’s Long March toward Rule of Law, hanno sottolineato come la progressiva sistematizzazione del quadro legale cinese abbia permesso al Partito di mantenere il monopolio della rappresentanza politica. Le scienze sociali hanno invece indagato nel dettaglio le conseguenze sui comportamenti individuali e sul sistema di valori di questi giganteschi cambiamenti, rivelando come una società in trasformazione significhi soprattutto mutate aspettative e differenti obiettivi individuali (Private Life under Socialism di Yan Yunxiang 阎云翔 è una etnografia ricchissima proprio di questi preziosi dettagli). Queste riflessioni hanno lentamente imposto una nuova direzione al dibattito globale sulla Cina del ventunesimo secolo: si è passati dal domandarsi le ragioni del successo all’interrogarsi sulla sostenibilità nel tempo del modello.

Sono in molti oggi a sostenere, anche in Cina, che la Repubblica Popolare sia sull’orlo di una catastrofe sociale; catastrofe dovuta alle accumulate distorsioni in ambito economico, alla dilagante corruzione e alla perdita della bussola etica fra la popolazione. Lin Chun, la già citata autrice di The Transformation of Chinese Socialism, non è la sola a lamentare quanto sia andato perduto di quell’epoca in cui la Cina perseguiva un progetto di società radicalmente innovativo. L’obiezione che si fa strada oggi in Cina è: o si torna indietro o non si potrà mantenere la coesione sociale necessaria alla stabilità del sistema. In quanto segue cercherò di proporre una nuova angolatura dalla quale guardare alla costruzione della modernità cinese, fra socialismo, cultura tradizionale e imperativi della globalizzazione; un’angolatura che pone la Cina rurale come luogo privilegiato in cui discutere e osservare il formarsi della Cina contemporanea.

 

Implicazioni odierne di vecchie certezze

In Cina, la questione della governabilità e della modernizzazione della società cinese passa inevitabilmente dalla discussione di due cruciali momenti della storia recente di questo paese: l’ ‘umiliazione’ (guochi 国耻) subita ad opera delle potenze coloniali straniere a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo e il risultante processo di rinnovamento politico-sociale (‘auto-rafforzamento’, ziqiang 自强) promosso da importanti intellettuali del tempo come Liang Qichao 梁启超 e Kang Youwei 康有为. Entrambi gli eventi hanno lasciato in eredità alla Cina moderna non solo profondissime cicatrici costantemente titillate nel dibattito pubblico, ma una vera e propria impalcatura ideologica atta a dare un senso alla ‘natura’ della società cinese contemporanea. Questa impalcatura ideologica – la risposta all’interrogativo: in cosa la Cina è peggiore dell’Occidente? – ancora oggi descrive la Cina come una società prettamente ‘rurale’ (nongcun 农村), la cui mentalità ‘feudale’ (fengjian 封建) e la cui bassa ‘qualità’ (suzhi 素质) inficiano considerevolmente lo sviluppo civile della nazione. Gli abitanti di questa società rurale inoltre necessiterebbero del costante supporto e della guida (yindao 引导) del governo affinché li si possa aiutare ad uscire una volta per tutte dalla condizione di subalternità, anche culturale, cui la storia li avrebbe relegati. Modernizzazione (xiandaihua 现代化), preservazione della stabilità sociale (weiwen 维稳) e sviluppo economico (jingji fazhan 经济发展) passerebbero tutti in qualche modo dalla risoluzione della ‘questione rurale cinese’ (sannong wenti 三农问题).

Negli anni Novanta, con la comparsa sulla scena intellettuale cinese della ‘Nuova sinistra’ (xin zoupai 新左派), una corrente di rinnovamento politico fatta da intellettuali e funzionari, si incominciano a sentire in Cina voci critiche nei confronti delle politiche adottate dal Partito circa gli obbiettivi di sviluppo economico da conseguire. Wen Tiejun 温铁军, figura di spicco di questa Nuova sinistra e maggiore esponente del cosiddetto ‘Movimento di nuova ricostruzione’ (xin nongcun jianshe yundong 新农村建设运动) si fa promotore in questi anni di un nuovo approccio allo sviluppo delle aree rurali del Paese, nel segno del recupero della tradizione socialista interrotta con Deng Xiaoping. In quest’ottica sono stati un eccessivo entusiasmo verso la globalizzazione e l’apertura della Cina al mondo ad essere al contempo causa dell’instabilità sociale cinese e ragione del successo della sua economia. Ritornare al villaggio significa rivalutare la tradizione socialista cinese, smantellata nell’ultimo ventennio, certi che in essa si trovi la soluzione al problema rappresentato da una modernità raggiunta troppo in fretta. Si assiste al ritorno dello Stato in campagna, dopo anni di laissez-faire: governare con successo (guanli 管理) un villaggio equivale a governarne miriadi di altri e, per esteso, la società tutta, salvando al contempo i progressi degli ultimi quarant’anni e l’essenza stessa della Cina, intesa come ‘civilizzazione’.

 

La società di villaggio e il simulacro della ‘sinicità’

Questo modo di guardare al ‘villaggio’ come prototipo di ogni ‘cosa’ cinese, e allo studio dei problemi della popolazione rurale cinese (nongmin 农民) come vera e propria ‘missione’ dello Stato risale almeno al famoso antropologo Fei Xiaotong 费孝通, e dal 2007 con la pubblicazione del Rapporto Politico di Hu Jintao 胡锦掏 sul Diciassettesimo Congresso del Partito Comunista Cinese, ha un suo corrispettivo nella teoria politica nazionale che descrive l’operato del governo come avente ‘al centro il popolo’ (yi ren wei ben 以人为本). Fei, riformato prima sotto il maoismo e riabilitato poi con Deng, nel suo testo Xiangtu Zhongguo 乡土中国 aveva identificato in alcune strutture portanti della società tradizionale cinese i fattori responsabili della scarsa produttività della sua economia e della povertà della sua vita materiale. Per Fei la Cina tradizionale non conoscerebbe l’idea stessa di società: mentre l’individuo in Occidente sarebbe pensato come un filo che si intreccia ad altri fili costruendo reti di diversa larghezza e densità – ciò che comunemente chiamiamo ‘società’ – l’individuo cinese sarebbe meglio descrivibile come una serie di cerchi concentrici in uno stagno. Ad ogni cerchio corrisponderebbe un grado di ‘vicinanza’, la quale a sua volta determinerebbe l’importanza relativa conferita al ‘cerchio’ di conoscenze del soggetto stesso. La società cinese tradizionale sarebbe quindi una non-società: un insieme di famiglie, lignaggi, villaggi, che non riuscirebbero mai a pensarsi interdipendenti, ma che propenderebbero a favorire un cerchio o l’altro a seconda delle circostanze. Nessun progresso economico, ammoniva Fei, sarebbe mai stato possibile senza toccare questi presunti pilastri costitutivi della società tradizionale cinese. Il socialismo à la chinoise, dunque, sarebbe stata quella dottrina capace di liberare dalla arretratezza (luohou 落后) la società tradizionale cinese.

Questo modo in intendere la cultura tradizionale, certo controverso in Cina, ma periodicamente riaffiorante e mai del tutto rifiutato, avrebbe due importanti conseguenze sul piano pratico: in primis, senza il Partito la società rurale sarebbe in balia di irrefrenabili pulsioni particolaristiche che porterebbero all’aumento esponenziale della conflittualità sociale. Secondariamente, lo sviluppo economico della nazione non può non passare per lo sviluppo economico delle aree arretrate. Se si lasciasse indietro il cuore pulsante della nazione, la missione stessa del Partito perderebbe senso e con esso il suo diritto a governare. Governare la Cina è governarne la campagna.

 

La società rurale di oggi: un dilemma a tre corni

Prima di presentare in che modo il dibattito politico cinese affronti oggi la ‘questione rurale’ e concludere suggerendo in che modo questa discussione sia rilevante per capire il dilemma che la società cinese contemporanea si trova oggi a fronteggiare, è importante far notare un aspetto cruciale di tale dibattito: è la posizione dell’osservatore a determinare i contorni della discussione e a stabilire la validità degli interrogativi sollevati. In altre parole, quella che appare una semplice questione di amministrazione (quali sono le politiche volute dal Partito per governare la società rurale?), diventa uno spazio pre-politico in cui ciò che è conteso è la possibilità di decidere quali domande porsi. Abbiamo in questo spazio tre agonisti, tutti egualmente importanti nella costruzione della ‘modernità’ cinese: (i) il Partito e la sua visione ideologica della società rurale, animata però da autentiche preoccupazioni verso le fasce più deboli della popolazione; (ii) gli abitanti dei villaggi rurali e il loro interesse verso i propri ‘luoghi’, in cui la preoccupazione principale rimane la possibilità di mantenere una certa indipendenza dal controllo centrale; (iii) infine noi, i commentatori occidentali, forse ossessionati dall’idea che proprio in queste piccole comunità, ‘arretrate’ ed ‘autosufficienti’, si nascondano i ‘germogli’ della democrazia cinese, luoghi in cui l’autogoverno, in contrapposizione alla macchina spersonalizzante del Partito, sia una realtà, una di quelle di nostro gusto.

Procediamo con ordine: con l’avvento della Nuova ricostruzione rurale il modo in cui il governo si poneva la ‘questione rurale’ è cambiato: il problema non è più oggi in che direzione l’economia rurale debba svilupparsi ma di come costruire una società in cui lo sviluppo economico sia possibile. Questo cambio di rotta si deve principalmente al lavoro di He Xuefeng 贺雪峰, direttore del centro di Ricerca per il Governo Rurale presso l’Università di Scienze e Tecnologie Huazhong di Wuhan 武汉华中科技大学, e dei suoi collaboratori, i quali esaminando la struttura politica minima della società rurale, attraverso approfonditi studi longitudinali nella campagna cinese, sono giunti alla conclusione che le istituzioni tradizionali come l’ordine dettato dal lignaggio (zugui jiafa 族规家法) e la cooperazione inter-famigliare derivante dai metodi di produzione agricola tradizionali siano ormai completamente svaniti, rimpiazzati da una società atomizzata e sfarinata dall’avvento del mercato globale. L’introduzione delle elezioni di villaggio nel 1998, riforma grazie alla quale gli abitanti di ogni villaggio possono ora eleggere ogni tre, cinque o sei anni i propri ‘quadri’ locali (cunmin ganbu 村民干部) è solo una delle soluzioni pensate dal governo per ricostruire un senso di partecipazione e appartenenza in campagna. Altri strumenti in questo senso sono: la promozione di associazioni contadine (nongmin xiehui 农民协会) dedicate alla tutela dell’ambiente, all’organizzazione di eventi culturali o alla assistenza agli anziani; il supporto a cooperative agricole già esistenti attraverso istituti di micro-credito (xinyongshe 信用社) grazie ai quali i contadini possono finanziare progetti di sviluppo economico sul proprio territorio; la popolarizzazione di sistemi informali di arbitrato per la risoluzione delle dispute civili (tiaojie jiufen gongzuo 调节纠纷工作), un sistema veloce ed economico per rendere più facile, nelle comunità rurali, la soluzione dei conflitti, spesso legati ad uno sviluppo economico deregolato.

Il fine dichiarato di queste recenti iniziative è quello di ‘armonizzare’ la società, di renderla più stabile, di riprodurre quella società solida e ‘armoniosa’ che sarebbe esistita sotto il socialismo. Se è vero, come ci ricorda Flora Sapio in questo stesso Dossier, che il nuovo management sociale cinese è in gran parte ispirato ad un’agenda neo-liberista, è opportuno notare come il modo in cui la riforma stessa viene venduta, e forse anche interpretata, in Cina rimanda direttamente a quella politica di ‘socialismo’ che sembra un framework imprescindibile nel modo di intendere la società contemporanea nella Repubblica Popolare Cinese.

Non è così tuttavia che in campagna vengono immaginate e recepite tutte queste riforme. Né dai contadini né dai funzionari locali. Ad esempio, per quanto riguarda la cittadina presso cui sto attualmente conducendo quindici mesi di ricerca sul campo, i primi vedono nelle nuove associazioni e nuovi servizi proposti dallo stato solo scorciatoie (mianzi gongcheng 面子工程) escogitate dal governo locale per fare ‘bella figura’ con i dipartimenti pubblici sovraordinati risparmiando denaro ed energie; risorse che verranno successivamente spese in mazzette e gioco d’azzardo. Dove il Partito chiede e incentiva maggiore partecipazione, devolvendo pezzi di sovranità alle autorità locali, i contadini chiedono più supporto economico, maggiore de-responsabilizzazione. I secondi invece vedono in questa ‘apertura’ verso il ‘popolino’ (laobaixing 老百姓) solo il segno che il governo cinese sta attraversando una fase di ridimensionamento: ‘praticamente vendiamo porzioni di responsabilità pubblica ai contadini, perché noi non abbiamo soldi’ è opinione diffusa fra alcuni funzionari locali. E nemmeno l’accresciuta accessibilità ai ‘servizi giuridici’ di base sembra essere stata recepita con successo: i quadri e i capi di villaggio incaricati di gestire le risoluzioni appaiono infatti remare contro l’idea che la Legge possa portare maggiore ‘armonia’ ai contadini: ‘Noi qui cerchiamo di farvi andare d’accordo, di risolvere i vostri problemi in base a principi di buon senso (heli 合理), ma se volete, andate pure in tribunale, vediamo poi affidandovi alla legge (hefa 合法) cosa otterrete’, esclamò furente un segretario di Partito in mia presenza, durante una seduta conciliatoria.

E qui arriviamo a noi. Descrivere processi di state-building in Cina oggi è spesso un esercizio di autocontrollo sulle proprie aspettative su tale processo. Forse inevitabilmente, il dibattito in occidente sulla società cinese contemporanea sembra essere fortemente influenzato da alcune importanti figure della teoria politica occidentale. Mentre da Alexis de Tocqueville abbiamo ereditato l’interesse verso l’associazionismo, il libero incontrarsi di interessi particolari che si fa politica e quindi società, ad Hannah Arendt dobbiamo l’idea che la ‘politica’ sia il momento più alto della condizione umana, l’unico veramente libero.

Su queste premesse, gli osservatori occidentali muovono alla ricerca di qualcosa di simile nella ‘società in miniatura’ del villaggio cinese, scandagliando la possibilità di una futura Cina democratica, una Cina più familiare e quasi infantile. Il modo in cui l’incidente di Wukan , villaggio nella provincia del Guangdong 广东 che nel dicembre del 2011 è stato teatro di scontri fra le autorità locali e la popolazione con la conseguente cacciata delle forze dell’ordine e la proclamazione di nuove elezioni democratiche, è stato riportato sui media occidentali è evidentemente un esempio di queste aspettative. È questo forse il più grande limite di come la Cina è stata approcciata nell’ultimo decennio. Un piccolo esempio: nel mio studio di tre associazioni contadine per la gestione delle risorse idriche nel Nord-Est dello Yunnan 云南, ciò che mi ha colpito fin da subito è il modo in cui queste associazioni sono utilizzate. Mentre era facile pensare queste istituzioni ‘dal basso’ come inediti forum democratici che permettessero ai contadini di discutere pubblicamente della gestione di un ‘bene comune’ come l’acqua, a conti fatti questi meeting non vengono mai indetti e i contadini non partecipano attivamente alle decisioni della associazione, le quali vengono in definitiva demandate al ‘capo di villaggio’ (xiaozuzhang 小组长) una figura politica ‘tradizionale’. Alla domanda ‘Perché fate così poche riunioni?’, la risposta è invariabilmente: ‘Sì, da noi queste cose sono controllate piuttosto bene (hao guanli de 好管理的)’; oppure: ‘Ci si riunisce se c’è un problema da risolvere, altrimenti non ha senso discutere.’ Si ha la sensazione che rimanga qualcosa di non compreso nelle comunità di villaggio cinesi e che sia questo ‘qualcosa’ a impedire la completa attuazione delle riforme volute dal Partito e a resistere alla vulgata, comune in Occidente, che vorrebbe la democrazia una forza centrifuga inarrestabile.

La ‘questione rurale’ cinese, un intreccio di ideologia politica, sviluppo economico e rapporti centro-periferia è lentamente assurta negli ultimi anni a caso paradigmatico della ‘modernità’ cinese: ritornare al villaggio è sentito da tutti i partecipanti al dibattito – noi compresi, in un mondo globalizzato – come tappa cruciale per la progettazione della Cina del ventunesimo secolo. Il problema rimane tuttavia quanto il Partito sia in grado effettivamente di ridisegnare i contorni della società cinese a proprio piacimento, in un mondo in cui il ‘pubblico’ si ritira per lasciare spazio non solo allo spirito imprenditoriale dei propri cittadini, ma anche a nuove concezioni di politica e comunità, coltivate e messe in pratica ogni giorno dagli abitanti di una moltitudine di piccoli villaggi rurali.

 

 

 

Category: Osservatorio Cina

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