Bologna. Salvare il teatro dei ragazzi del Pratello guidati dal loro regista Paolo Billi

| 12 Ottobre 2015 | Comments (0)

Aderiamo come redazione di Inchiesta alla iniziativa di salvare il Teatro dei ragazzi del Pratello, carcere minorile di Bologna. Riportiamo la petizione che può essere sottoscritta su Change. org e i commenti di due dei più recenti spettacoli teatrali realizzati con la regia di Paolo Billi. Le immagini sono prese da questi spettacoli

Come è stato scritto su Bologna repubblica.it del 2 ottobre 2015 dopo sedici anni, l’ormai tradizionale spettacolo realizzato tutti gli anni nel mese  novembre dai ragazzi dell’Istituto penale minorile di Via del Pratello a Bologna non vedrà la luce perché  “lo spazio non è agibile”. Per salvare la rappresentazione, con le sue repliche, da sempre progetto educativo del regista Paolo Billi, è partito un appello on line firmato già da oltre duecento sostenitori. Intellettuali, artisti e tantissimi insegnanti chiedono al sindaco Virginio Merola di “farsi garante che il progetto teatrale nel 2016, con i suoi tre mesi di lavoro quotidiano, lo spettacolo e le sue repliche, sia messo nelle condizioni di essere realizzato, affinché non si disperda un patrimonio della città, perché quel che è stato costruito a Bologna è unico in Italia”.

Tra i firmatari, lo scrittore Stefano Benni, gli attori Paolo Hendel, Angela Malfitano e Francesca Mazza, il direttore d’orchestra Aldo Sisillo, Roberto Morgantini, Irene e Federico Enriques, della casa editrice Zanichelli, lo storico Carlo Ginzburg, Adriana Scaramuzzino, il compositore Claudio Scannavini.

Il caso dell’inagibilità dell’ex chiesa all’interno del carcere minorile, usata per mettere in scena gli spettacoli realizzati dalla compagnia di ragazzi diretta da Paolo Billi,risale a luglio scorso . Da allora nulla si è mosso.  “Per motivi legati alla agibilità dello spazio – spiegano i promotori dell’appello – le porte dell’Istituto penale minorile non saranno aperte ai cittadini e agli studenti di istituti superiori e dell’Università, che sempre numerosi hanno assistito alle tante repliche dello spettacolo”. Le repliche dello spettacolo, si legge nella petizione che si può firmare su change.org

“sono sempre state uno dei momenti fondamentali per il progetto educativo, formativo e artistico che il regista Paolo Billi e il Teatro del Pratello portano avanti con i ragazzi del Pratello. I ragazzi sono protagonisti di un lavoro teatrale in cui, con disciplina e rigore, dimostrano qualità sorprendenti. Da non dimenticare che sono assunti come giovani attori firmando il loro primo contratto regolare di lavoro”.

 

 

1. La petizione  da firmare su Change org : Appello al sindaco di Bologna

 

Appello al Sindaco di Bologna

A novembre del 2015, l’ormai tradizionale spettacolo presso l’Istituto Penale Minorile, che da ben sedici anni viene realizzato, non vedrà la luce, per motivi legati alla agibilità dello spazio. Le porte dell’IPM non saranno aperte ai cittadini e agli studenti di Istituti Superiori e dell’Università, che sempre numerosi hanno assistito alle tante repliche dello spettacolo.

Le repliche dello spettacolo sono sempre state uno dei momenti fondamentali per il progetto educativo, formativo e artistico che il regista Billi e il Teatro del Pratello portano avanti con i ragazzi del Pratello. I ragazzi sono protagonisti di un lavoro teatrale in cui, con disciplina e rigore, dimostrano qualità sorprendenti. Da non dimenticare che sono assunti come giovani attori firmando il loro primo contratto regolare di lavoro.

Chiediamo al Signor Sindaco

di farsi garante che il progetto teatrale nel 2016, con i suoi tre mesi di lavoro quotidiano, lo spettacolo e le sue repliche, sia messo nelle condizioni di essere realizzato, affinché non si disperda un patrimonio della città, perché quel che è stato costruito a Bologna è unico in Italia.

Bologna, 1 ottobre 2015

Gianni Sofri, insegnante in pensione; Dario Melossi, docente; Graziella Giovannini, docente; Giuseppina Speltini, docente; Carlo Ginzburg, docente; Luisa Ciammitti, storica dell’arte; Andrea Ginzburg, docente; Bruna Zani, docente; Flavia Franzoni, esperta in politiche sociali;Pietro Valenti, direttore ERT; Stefano Benni, scrittore e molti atri


2. Lo spettacolo Danzando Zarathustra (2012)

Liberamente ispirato a F. Nietzsche con la Compagnia del Pratello: Alex, Andi, Ayoub, Bassem, Chieb, Hamed, Hasan, Isaac, Saad, Sedat, Valentino e con Botteghe Molière: Susanna Accornero, Gilda Gamannossi, Rosalia Quartana, Irene Gregis, Maddalena Pasini

Drammaturgia, scene e regia: Paolo Billi – Collaborazione drammaturgica e Laboratori di scrittura: Filippo Milani – Aiuto regia e laboratorio di movimento: Laura Bisognin Lorenzoni – Coreografie: Elvio Pereira de Assunçao

Realizzazione spazio scenico: Gazmend LIanaj (IIPLE – corsi professionali) – Laboratori di Scenografia: Irene Ferrari – Luci: Flavio Bertozzi – Tecnico luci: Micaela Piccinini – Foto di scena: Marco Caselli – Documentazione fotografica: Alessandro Zanini (Istituzione G.F: Minguzzi)

Organizzazione: Amaranta Capelli – Ufficio stampa: Pepita Promoters – Collaborazioni: Lucia Manes Gravina, Francesca Pedone, Veronica Billi, Alessandro Li Mandri – Tirocini: Grazia Comunale, Giulia Armao, Elena Fammilume

 

Commento di Masssimo Marino: Controscene

Balla in un deserto di rovine, custodite da due guardiani, una tribù di strani personaggi. È formata da un matto-poeta, da un uomo-scimmia, da un funambolo, da una compagnia di comici, da un predicatore girovago visionario, da un maestro altrettanto nomade e paradossale, da pellegrini e vagabondi vari. Compaiono dai ruderi, in luci brune dai contrasti taglienti, danzando, profetizzando, mostrando dettagli delle loro figure in balletti di teste che spuntano dal suolo, di braccia  che si agitano, di gambe più o meno frenetiche, di ombre.

Irrompono con tutti i loro corpi, con cappelli da fool con campanelli, come equilibristi sull’abisso che si bilanciano con lunghi bastoni, come nocchieri traghettatori, come sperduti viandanti o saggi che predicano la gioia della danza e dello spirito in un deserto di convenzioni e convenienze. Sbucano dal molle, traballante suolo, che si squarcia rivelando cunicoli, emergono da fondali di luci lontane, da bordi trasparenti, forze della terra, anime in pena in cerca di un poco di luce e di cielo.

Lanciano agli echi dei ruderi di quel labirinto che si erge di fronte agli spettatori frasi oracolari, sulla danza, sul ridere, sul bene e sul male, sul giusto e l’ingiusto. Su come tutto sia diverso da come appare a un primo sguardo, di come la maschera teatrale nasconda altre fattezze, forse ghigni, forse bellezze. Rovesciano convinzioni inveterate con le parole del saggio al di là del bene e del male, lo Zarathustra di Nietzsche. Per rivelare che forse, in quei luoghi dove solo l’acqua sporca pulisce, tra squarci e anguste cripte reclusorie, quello che abbiamo visto è solo il dimenarsi di un effimero popolo di insetti, ombre che presto svaniranno ingoiate da qualche occasionale incidente, da uan catastrofe, dal passo implacabile e immemore della storia

Sono bravissimi i ragazzi detenuti nel carcere minorile bolognese di via del Pratello e le giovani attrici di Botteghe Molière nell’ultimo spettacolo di Paolo BilliDanzando Zarathustra, una sinfonia di movimenti, di apparizioni, di fantasmi. Intorno allo spettacolo c’è il luogo reale, il carcere, che in questo caso rinchiude giovani vite, e diventa metaforico spazio di detriti. Billi, che con la sua Compagnia del Pratello nell’istituto penale minorile bolognese lavora da quattordici anni, producendo uno spettacolo a stagione, mescola piani differenti, in una drammaturgia costruita su rielaborazioni di parti di Così parlò Zarathustra riscritte dai ragazzi detenuti in un laboratorio di scrittura.

Così si mescolano la “gaia scienza” e le vicende storiche del carcere del Pratello, da convento a luogo di contenimento in epoca napoleonica, riferimenti ai tanti spettacoli realizzati e allusioni agli abusi avvenuti nella casa di reclusione denunciati l’anno scorso che hanno acceso sull’istituto i riflettori dei media. Billi, senza entrare nella cronaca spiccia, con domande etiche, filosofiche, che acquistano il valore di allusioni metaforiche, si chiede se tutto quello che ha fatto con il teatro fosse cartapesta posticcia a celare, a mascherare una realtà di “orrori”, o se non sempre chi crede di essere nel giusto stia dalla parte della verità. Innesta anche riferimenti biblici, chiedendosi se il più grande pericolo per l’uomo non ci si celi nella sicurezza del giudicare ciò che è buono e giusto, con il risultato che quando si crede di essere nel giusto si smette di cercare e si arriva a crocifiggere chi cerca nuovi valori.

Non definisce: lancia questioni, disseminandole in una fitta trama di azioni, tra i movimenti dolci, distesi o convulsi, il baluginare delle immagini, il vorticare dei valzer di Johann Strauss o il rarefarsi e il raggrumarsi delle sonorità con le musiche di Steve Reich e di Gesualdo da Venosa. I troppi piani incrociati a volte confondono le acque, lasciando solo baluginare a tratti le idee portanti e annebbiandole subito dopo, quasi che il regista-autore voglia sfumare qualsiasi presa di posizione troppo netta e far parlare solo il disagio di essersi trovato in una situazione che all’improvviso ha cambiato aspetto all’esperienza, portando avanti il teatro sempre tra difficoltà e critiche, ricominciando ogni anno di nuovo. L’ambiguità poetica certe volte corre il rischio di diventare un’ulteriore maschera. Qualche volta l’aria risulta cerebrale o gnomica, nonostante la priorità data alla danza, ai corpi. Ma la sincerità è sempre garantita, esposta, toccante in certi momenti, e bella è la prova dei ragazzi, molti al primo cimento con il teatro. L’entusiasmo, il maturo gioco d’insieme conquistano il pubblico, in recite sempre col tutto esaurito, fino al 15 dicembre.

 

3. Lo spettacolo Il patto con il diavolo (2013)


liberamente ispirato a “L’histoire du soldat” di Igor Stravinsky con la Compagnia del Pratello: Asamoah, Amine, Bilel, Fathi, Karim, Hicham, Ibrahim, Nicolae, Pasquale, Seif e con Botteghe Molière: Chiara Amplo Rella, Martina Rossetti, Maddalena Pasini, Elena Debortoli. Regia di Paolo Billi

Laboratorio di scrittura: Filippo Milani; Laboratorio di movimento: Elvio Pereira de Assunçao;  Laboratorio di decorazione: Irene Ferrari. Con le cure di Francesca Pedone e Elena Fammilume

Realizzazione spazio scenico: Gazmend LIanaj ( Corsi IIPLE, per la provincia di Bologna) Luci: Flavio Bertozzi Foto di scena: Marco Caselli Documentazione fotografica: Sandro Capatti, Alessandro Zanini Organizzazione: Amaranta Capelli tirocini: Yeni Rizzuti

 

Commento: Intervista al regista Paolo Billi fatta da Lucia Cominoli per Bandiera gialla

D. C’è sempre un filo conduttore che lega il quadro degli spettacoli della Compagnia del Pratello… Dal contrasto apparenza-realtà a un lavoro sulla scrittura scenica articolato e raffinato che vanta ormai un certo pubblico di affezionati. Sono elementi che ritroveremo anche ne Il patto con il Diavolo? Su che linea corre, questa volta, il viaggio nella opera di Igor Strawinskij?

Il lavoro di quest’anno in realtà parte più che altro da un semplice gioco, dall’idea cioè di giocare con il Diavolo che si nasconde da qualche parte dell’Istituto Penale Minorile così come si nasconde in tanti altri posti…Ci interessava cercare di capire chi è il Diavolo, sempre giocando con l’ironia e chiaramente in quest’operazione puntando a svelare le apparenze. Il cuore dello spettacolo è una piccola operina di Strawinskij, L’Histoire du Soldat, perché esemplifica in maniera credo ancora molto vicina a noi un possibile patto con il Diavolo, un patto peraltro che porta al trionfo finale del Diavolo e questo è un elemento che ho ben tenuto presente.

Più concretamente nel gioco che abbiamo inventato con i ragazzi, anche attraverso il laboratorio di scrittura, si immagina una compagnia di comici con un carro, il carro con cui lo stesso Strawinskij auspicava di portare in giro la sua operina, che fu concepita allora con solo sette elementi per essere proposta al di fuori del luoghi tradizionali del teatro. Questo carro di comici, che ha ben poco di quello dei comici dell’Arte, lo abbiamo chiamato “Piadina Theatre”. Somiglia più a uno di quei carri che vendono le piadine di notte ma che all’occorrenza si può trasformare in un carro-palcoscenico. Il carro di comici verrà poi visitato da figure istituzionali, che sono tutte i travestimenti del Diavolo e che reclamano il proprio patto da onorare, un patto che viene tenuto celato per quasi tutto lo spettacolo. Solo alla fine ci sarà lo svelamento finale in cui , e questo è uno dei contributi dei ragazzi nel laboratorio di scrittura, viene fuori che c’è sempre un Diavolo più grande che governa i diavoli sottostanti. Questo Diavolo, guarda caso, è proprio il Capocomico a cui i diavoletti, cioè il sindaco-diavolo, l’impiegato comunale-diavolo, il poliziotto-diavolo   reclamavano il patto… Si scopre in realtà che in realtà il Capocomico ha gabbato i diavoli  in quanto lui stesso Diavolo di ordine superiore…Quello che vedrete quindi sarà dunque il teatro comico di un Diavolo di prima categoria.

Attraverso questo gioco sono così emerse piccole cose, quest’anno non è un lavoro con un respiro paragonabile allo scorso Zarathustra, è molto più definito, limitato, semplice, non ci si perde e non ci sono tante possibilità di lettura dello spettacolo, è tutto molto, molto piccolo. Vale anche per la scena, niente di più che il carro di cui parlavo lasciato ai margini della strada, mentre il pubblico, disposto per la parte lunga del teatro, se ne sta al bordo di un marciapiede. Niente grandi costruzioni dunque né tutta una serie di elementi che negli anni passati avevano un forte impatto visivo e coreografico. C’è poi da dire che a livello produttivo, ancor più quest’anno che negli anni scorsi, abbiamo dovuto fare i conti con un incredibile alternanza di ragazzi. Tutto il viaggio lo abbiamo compiuto con fasi alterne a partire da sedici-diciassette ragazzi per arrivare alla fine soltanto a sette…Per fortuna il testo e lo spettacolo erano semplici e questo ha permesso lo scambio dei ruoli. Il protagonista per esempio è stato vestito in corso d’opera addirittura da tre persone diverse, non era mai successo.

D. Affrontare il Diavolo in carcere, scrivi, è ambivalente. Può essere divertente o può “portare scalogna”. Di certo significa prendere di petto un forte stereotipo, non solo per il fuori ma anche per il dentro. Come hanno reagito i ragazzi, per lo più stranieri, al confronto con una figura così complessa dal punto di vista simbolico e culturale?

Non è stato facile, soprattutto per gli Arabi, che su questa figura prendono le distanze, in tutti i sensi. Farli giocare col Diavolo non è stato così semplice perché Satana è forza sacra, che non si tocca, così come non si toccano altre divinità e non ci si può neanche più di tanto scherzare. Alcuni, durante le improvvisazioni, si sono rifiutati di aderire a certi input, ci sono state delle prese di posizione forti e con noi è stata la prima volta. Alla fine però tutto è stato giocato sull’ironia, cercando di svelare alcune stereotipie umane e poi, fondamentalmente, prendendosi in giro. Questo ha permesso di divertirsi e di superare certi irrigidimenti culturali…

D. Anche il linguaggio e il movimento hanno cambiato forma?

Sì, la drammaturgia nata grazie alle proposte di Filippo Milani nel laboratorio di scrittura, è questa volta molto meno lirica, non esiste cioè più una componente che fino ad ora ci aveva fortemente connotato anche perché è il tema stesso che non lo prevede. Si è giocato molto sui luoghi comuni legati al Diavolo con una parte dedicata a “come appare il Diavolo” e una a “come fottere il Diavolo”, per me una delle chiavi più interessanti. Il laboratorio di scrittura ha prodotto i testi della cornice dello spettacolo che contiene  L’Histoire du Soldat, che è stata prosciugata e restituita in maniera piuttosto fedele. Tutta a cornice è stata  dunque costruita con i testi dei ragazzi. Per ora poi lo spettacolo si farà con  musiche registrate sperando che a primavera ci possa essere un’edizione con musica dal vivo, con l’accompagnamento ovvero di un’orchestra, un passaggio che sarebbe fondamentale. Dal punto di vista del movimento invece, i ragazzi si sono cimentati con Elvio Pereira de Assuncao in una serie di coreografie già previste dal copione originale. Anche qui c’è stato un cambio d’approccio, non dare più allo spettacolo un movimento in termini di coreografie collettive ma anche di coreografie a coppie  o individuali molto più precise e definite, chiaramente sempre sulle musiche di Strawinskij.

D. Questa volta impersoneranno i continui travestimenti del Diavolo e le sue burle ma la presenza delle istituzioni, che in questi anni sei riuscito a riportare in piazza e sul palco, resta una costante. Anche se, forse, è cambiato il tipo di approccio, più ironico e canzonatorio che dialogico…

Gioco in maniera ironica anche nei miei confronti. Il patto che questi diavoli-istituzioni hanno fatto con il Capocomico, infondo, qual’è? E’ che io istituzione che ti ho permesso di fare teatro negli ospizi, nelle carceri, nei manicomi voglio che tu onori il tuo patto…Questa è la parte del patto diavolo-istituzione. Ci sono dentro anch’io che mi prendo in giro nel calderone del cosiddetto teatro sociale o come si dice adesso “solidale”, insomma nei luoghi della sfiga, di cui faccio parte. Il mio rapporto con le istituzioni non è mai statico, bisogna sempre cercare di tenerlo in movimento. Se mi chiedi se è importante portare le istituzioni al centro della scena da Diavolo risponderei che più che altro bisogna farle ballare, perché poi, quando le cose vengono riconosciute, ci sono le convenzioni e si regolano i rapporti.  Tutto tende a sedersi e nel momento in cui ti siedi e ti istituzionalizzi…beh, vendi l’anima.. a quel Diavolo che balla, anche se è zoppo. Perché il Diavolo è zoppo ma balla…

D. Nei Quaderni di Teatro Carcere 1. Mappe ristrette (Titivillus, 2013) hai dichiarato che spesso il teatro in carcere ha il potere di preannunciare la realtà…Cosa significa sul piano pratico?

Il carcere è un microcosmo chiuso che anticipa sicuramente quello che sta per accadere fuori e questo è da sempre una sua particolarità. Una delle battute più interessanti dello spettacolo è per l’appunto quando Strawinskij dà al Diavolo la capacità di anticipare i tempi, di conoscere quello che accadrà…Al di là del gioco sul Diavolo comunque anticipare è riuscire a cogliere senza per forza argomentare e razionalizzare alcune visioni che potranno avere un valore in futuro perché ora ti si proiettano davanti. Questo è fare teatro.Il teatro in questi luoghi non per forza deve essere di commiserazione o di denuncia, serioso, in prosa o giocato sulle emozioni epidermiche scaturite dal fatto di trovarsi di fronte a uno sfortunato. Il teatro è e deve restare, anche in carcere, la possibilità di dipingere.


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Category: Carceri, Musica, cinema, teatro

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