Roberto Dall’Olio: Intervista con il poeta Umberto Piersanti

| 10 Ottobre 2013 | Comments (0)

 

 

 

D. Tu sei Urbinate e Urbino è candidata a capitale europea della cultura. Cosa senti?

R. Urbino tra le piccole città d’Italia è stata inserita insieme a Firenze e altre città Rinascimentali nella lista delle poleis europee della cultura perché pur essendo piccola ha nella sua storia e nel suo presente una dimensione europea; col Ducato di Montefeltro è di importanza universale al pari di Ferrara e Mantova, e anche con Piero della Francesca e Paolo Uccello e alcuni capisaldi del Rinascimento. Ricorderei inoltre che con il Castiglione ha contribuito all’unificazione della lingua italiana. Dunque Urbino ha le basi per questa candidatura, anche per via dell’Università e della scuola di grafica, per essere inserita nel novero delle città europee della cultura. Venendo a me, io sono uno di quegli autori che ha fatto della terra una patria poetica, questo concetto è contenuto nella lettera con cui Sereni dice a Bertolucci di aver fatto di Parma e dintorni una patria poetica, quando lo scrittore locale attraverso il locale diventa universale. Sarebbe possibile pensare a Pascoli senza Romagna e Garfagnana, Pavese senza le Langhe, Bertolucci senza Parma e l’Appennino? Per quanto mi riguarda, io e Urbino – la polis – e le Cesane alture attorno alla polis che rappresentano il cosmo, il luogo della natura gli alberi che sprofondano la terra e le Cesane si confondono con la galassia…


D. Tu  sei il poeta di Urbino e più esattamente il poeta delle Cesane: è una definizione che è esatta ma al tempo stesso riduttiva ?

E’ riduttiva solo se non si approfondiscono le definizioni. Per uscire fuori dall’Italia possiamo citare Walcott che ha fatto di Santa Lucia, isola lunga 15 chilometri, il centro di una produzione poetica mondiale. Io non ho paura del locale perché fa rima con universale come diceva Paolo Volponi. Molte mie poesie parlano di luoghi diversi e internazionali, pagine verso Istanbul, Spagna, il mare, Cirenaica… insomma non ho raccontato solo Urbino e le Cesane, però sono essi il centro di un senso e un’attenzione universale. Pensiamo a Seamus Heaney…

 

D. La tradizione ti appartiene ma hai una grande originalità, la tua voce a volte appare solitaria

R. Franco Loi una volta recensendo il mio testo “l’Albero delle nebbie” disse che io ero uno dei pochi che potevo usare la lingua di Petrarca, Dante perché l’ho nel sangue, perché sono un italiano del Centro Italia; la lingua di Leopardi, Pascoli, d’Annunzio, non la uso come la usa Valduga o Zeichen come citazione post moderna, io la uso come viva e vera, sono presuntuoso, sono riuscito a fare percepire questa lingua come viva e vera, una lingua alta e intrisa di quotidianità come diceva Leopardi. Io sono un autore classico ma non classicista, dietro di me c’è tutta una tradizione che è connaturata con la modernità. Tradizione che io racconto in un mondo che è scomparso un mondo mitografico che è un altrove molto personale, per cui sia per la lingua che per i temi, senza mode ecologiche, come nel mio testo “I luoghi persi”, dice l’Agazzi, io perseguo nella drammaticità delle cose e nel dolore delle cose nelle piante dei fiori, la grazia armonica dell’essere; il mio occhio non è quello del botanico, ma dell’artista che si muove tra il classico e il romantico, tra inquietudine e armonia come fu per Raffaello, tra uomo e cosmo, tra polis e natura, appunto perseguendo una grazia che oggi non appartiene più alla scrittura; oggi l’inquietudine viene amplificata da tutti gli scrittori, non tentata di essere messa sotto controllo sotto la cifra dell’armonia, seppur non facile e non idillica. Lo psicanalista Trevi ha parlato della mia poesia come di “Arcadia d’ombra”. Dove l’inquietudine dell’ombra trova la sua mobile ricomposizione nell’armoniosa gestualità dell’arcadia…

 

D.Vuoi parlarci della tua scrittura anche di fronte alla realtà storica e politica?

R. Già nella mia poesia io avevo affrontato più volte queste dimensioni dell’essere dell’uomo. In particolare nel “Tempo differente” avevo attraversato tematiche sociali e politiche. Nel Sessantotto io scrissi cose un po’ appartate, pervase da un desiderio di giustizia collocabile a sinistra, tuttavia mi caratterizzò sempre la non accettazione del politicamente corretto e delle verità rivelate. Ho cercato sempre di fare i conti con la complessità della storia perché anche se scegli una parte che ha ragione nell’epoca in cui ti trovi, essa rimane pur sempre una parte. Ovviamente non occorre dire che le parti non sono tutte uguali, non sono indifferenti, anzi, in una nazione che è stata tutto e il contrario di tutto, in particolare la Seconda guerra mondiale e il Sessantotto li ho vissuti prendendo una posizione netta nel mio romanzo “L’estate dell’altro millennio” che è il mio capolavoro in prosa. Racconto un’epoca in cui entriamo in guerra con una mentalità contadina molto forte e ne usciremo trasformati profondamente, è l’estate del ’39 che la guerra separa come se fossero mille anni da ciò che verrà dopo, millenaria ma non millenarista. Entriamo in guerra con “Parlami d’amore Mariù”, poi arriva il jazz, siamo con gli stivali di cartone ed usciamo con l’atomica…

C’è si l’eroe partigiano ma anche il fascista in buona fede che morirà combattendo con fedeltà ai suoi ideali, fascisti che moriranno uccisi da partigiani jugoslavi. C’è la complessità che non mi fa perdere la bussola: so che c’è chi è dalla parte della storia che ha ragione, ma ciò non toglie che i partigiani fucilino un poveraccio che non c’entra nulla. Inoltre non perdo mai lo sguardo lirico anche in “Cupo tempo gentile”, l’altro mio romanzo più importante e riuscito, che parla di un protagonista del Sessantotto il quale, quando la polis sembra avviluppata nel sangue e nel dolore, trova nella natura una consolazione, una dimensione di superiore armonia. Andrea, questo il nome del protagonista, de “Cupo tempo gentile”, trova la natura come forza capace di sovrastare il rumore della polis. E anche questa è una posizione di un solitario ancora di più nei miei romanzi che nelle poesie, perché credo sia un mondo raccontato. Personalmente non credo in una trama avvincente, neppure inseguo le piste dell’avanguardia: seguo una tradizione classica di modelli irraggiungibili come “La luna e i falò” di Pavese.

 

D. E il femminile?

R. C’è un eros, nei miei testi poetici e in prosa, che non è consumistico, è tragico, complesso, anche qui tentare un’armonia è in totale controtendenza. La donna invece, misteriosa, innalza l’uomo, per raggiungerla devi fare un cammino altrimenti la perdi. Io ho parlato di un eros diretto e forte, esplicito ma sempre attraverso una visione della donna piena, senza contrasto aperto e feroce, diversamente rispetto a Pavese, un autore a me carissimo. Anche nella mitizzazione del femminile io appartengo alla tradizione classica. Come nel sogno di un eros senza il senso di colpa e di peccato io appartengo alla tradizione classica.

 

D. La lettura oggi, i libri oggi e il tema della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte

R. Citando un articolo di Stella sulla lettura, apparso sul Corriere della Sera, che difendeva il genere della letteratura di massa rispondendo a Vargas Llosa, io non sono affatto d’accordo con il Corriere…una delle poche volte…io non sono un nemico del genere in quanto tale, però oggi è così invasivo che il genere ha preso il sopravvento su tutto, oggi devi essere horror noir giallo e quanto altro e con un dominio totale dell’intreccio della trama, del plot; si vede sempre in lontananza la telenovela. Io credo che soprattutto la narrativa sia così in gran parte combattuta e vinta da questa tendenza. Oggi viviamo un fenomeno che il feuilletton è diventato fondamentale e non episodico come nell’Ottocento. Allora io trovo che il genere, l’appiattimento sul genere televisivo siano dominanti nella letteratura, meno nella poesia perché la poesia non ha possibilità di richiamo consumistico.

Oggi il clichè domina anche nei romanzi contemporanei migliori e conduce un po’ a quella che si può chiamare la dittatura del plot, cioè dell’intreccio in quanto tale in un tempo dove tutto viene cambiato sotto lo stile assolutizzante del barocco, cioè un’invasività delle mode del nostro tempo una pervasività della moda. La dimensione della spettacolarità oggi pervade e spesso disturba se non distrugge l’autentica ricerca letteraria e culturale. Il demone della velocità di ogni cosa, senza spazio per un risveglio della primavera com’era in Bambi, si vede persino nei cartoni animati…

 

 

 

1. Un breve profilo di Umberto Piersanti

Umberto Piersanti nasce nel 1941 a Urbino, dove vive e insegna all’università. Ha esordito in poesia con il volume La breve stagione (Quaderni di «Ad Libitum», 1967), seguito da Il tempo differente (Sciascia, 1974), L’urlo della mente (Vallecchi, 1977), Nascere nel ’40 (Shakespeare & Company, Milano, 1981), Passaggio di sequenza (Cappelli, Bologna, 1986). Nel 1994 vedono la luce un’opera narrativa, L’uomo delle Cesane (Camunia, 1994), e I luoghi persi, (Einaudi, 1994) volume poetico con il quale ha inizio il trittico einaudiano. Questo duplice sentiero è destinato a continuare negli anni successivi con la pubblicazione di due nuovi romanzi (L’estate dell’altro millennio, Marsilio, 2001; Olimpo, Avagliano, 2006) e di due nuove raccolte poetiche (Nel tempo che precede, 2002; L’albero delle nebbie, Einaudi, 2008). Operatore culturale, organizza eventi spesso legati alle radici della sua terra d’origine; saggista (L’ambigua presenza. Indagine sulla lettura della poesia in Italia, Bulzoni, 1981), autore di film (L’età breve, 1969, Sulle Cesane, 1982), recentemente ha ripubblicato tutta l’opera poetica precedente ai tre volumi einaudiani con il titolo Tra alberi e vicende. Poesie 1967-1990 (a cura di A. Moscè, Archinto, 2009). Da segnalare infine il volume di conversazioni Il canto magnanimo – a colloquio con Umberto Piersanti, a cura di R. Galaverni e M. Raffaeli, peQuod, 2005; e la raccolta di saggi critici Umberto Piersanti. Il poeta dei luoghi persi (a cura di G.P. Grattarola, L’orecchio di Van Gogh, 2010).

 

 

2. Cupo tempo gentile: Il nuovo romanzo di Umberto Piersanti

Recensione di Davide D’alessandro pubblicata il 13 maggio su “I Fatti del nuovo Molise”

Chi conosce Umberto Piersanti sa che dietro Andrea, il protagonista del suo nuovo romanzo, non si cela, bensì si rivela l’autore stesso, che ha attraversato anche il Sessantotto, senza mai anteporre la politica alla vita, la lotta alla natura, l’odio all’amore, il volantino alla poesia, le grandi dissertazioni su come e quando cambiare il mondo al gusto di inoltrarsi per i campi con una dolcissima fanciulla.
Ha ragione Antonio De Simone quando dice che, in Piersanti, la teologia politica in realtà è ontologia della natura. Non è un caso se l’incipit suona come segue: “Il vento veniva giù dalla pineta e si rompeva contro le immense vetrate dell’aula posta sopra il grande giardino che dicembre aveva spogliato d’ogni verde. Solo qualche minuscola palma estranea e livida dentro il freddo d’Appennino”. Non è un caso se la natura e l’amore ci sono e prevalgono anche quando la protesta infuria. C’è chi vuole cambiare il mondo, come gli amici di Andrea, e chi vorrebbe sì vederlo diverso, ma senza urlarlo, senza affermarlo con violenza.

Il tempo che descrive Piersanti è ancora un tempo gentile, ma già presenta e prepara il colore cupo destinato a sfociare nel nero e, vorrei dire, nel rosso assoluto. Ma i colori forti non sono né di Andrea, né di Piersanti. Urbino ha le mura color miele, i monti che la guardano sono ancora lì, imponenti, mentre la rivoluzione, a parole o armata, non ha prodotto cambiamenti. Ha prodotto violenza, morte, ha consentito, per dirla con Canetti, a qualcuno di combattere il potere e di pretenderlo poi per sé, il potere, come càpita sempre all’uomo da quando è venuto sulla terra.
Le pagine di Piersanti, quelle liriche e quelle calde, quelle dolci e quelle intense, quelle misurate e quelle cariche di passioni, disegnano un racconto vero di quegli anni, che per Mario Capanna furono “formidabili” e per Piersanti quasi “un incidente”, una frattura, un calice amaro comunque da bere, come si è chiamati a bere la vita. Ma Andrea, ma Piersanti, che pure erano presenti dentro il cinema quando, con fare violento, fu impedita la proiezione di “Berretti verdi”, avevano e continuano ad avere un sguardo diverso, differente, riflessivo, pacato, misurato, riformista. Caratteri, impronte, modi d’essere che non s’addicono a coloro che non hanno mai avuto dubbi tra il bianco e il nero, il bene e il male, ritenendo il primo sempre e soltanto da una parte e il secondo sempre e soltanto dall’altro. Ma la virtù, come si è incaricata di dimostrare quotidianamente la vita da quando è vita, risiede nel mezzo, dove sono contemplate le richieste, le sofferenze e le ansie del primo e del secondo.

“Cupo tempo gentile”, edito da Marcos Y Marcos, è un libro necessario per chi ha vissuto quegli anni, per chi deve ancora farsene una ragione e per chi, come i giovani di oggi, vogliono indagare il passato per non sbagliare il presente. Anche da quegli anni, complessi e laceranti, è possibile cogliere il frutto migliore, è possibile fare esperienza e ricordare che la vita e l’amore vengono prima della politica e della battaglia politica, che inoltrarsi nei campi, “tra paesi e trattorie, boschi e torrenti, guardare Assisi dal Subasio, quella chiesa semplice e solenne e sotto tutte le case con le pietre bianche, inframmezzate dalle torri” è lo spettacolo più bello del mondo, superiore e mai paragonabile, per ampiezza, per benessere, per estasi, all’occupazione di un’Università, al cazzotto sferrato in faccia a qualcuno o, peggio, all’eliminazione fisica del “presunto” nemico.
Il tempo può essere cupo, gentile, nerissimo e rossissimo. Può essere anche color miele, come le mura d’Urbino. Sta sempre a noi scegliere la tinta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  1. Tu sei Urbinate e Urbino è candidata a capitale europea della cultura. Cosa senti?

Urbino tra le piccole città d’Italia è stata inserita insieme a Firenze e altre città Rinascimentali nella lista delle poleis europee della cultura perché pur essendo piccola ha nella sua storia e nel suo presente una dimensione europea; col Ducato di Montefeltro è di importanza universale al pari di Ferrara e Mantova, e anche con Piero della Francesca e Paolo Uccello e alcuni capisaldi del Rinascimento. Ricorderei inoltre che con il Castiglione ha contribuito all’unificazione della lingua italiana. Dunque Urbino ha le basi per questa candidatura, anche per via dell’Università e della scuola di grafica, per essere inserita nel novero delle città europee della cultura. Venendo a me, io sono uno di quegli autori che ha fatto della terra una patria poetica, questo concetto è contenuto nella lettera con cui Sereni dice a Bertolucci di aver fatto di Parma e dintorni una patria poetica, quando lo scrittore locale attraverso il locale diventa universale. Sarebbe possibile pensare a Pascoli senza Romagna e Garfagnana, Pavese senza le Langhe, Bertolucci senza Parma e l’Appennino? Per quanto mi riguarda, io e Urbino – la polis – e le Cesane alture attorno alla polis che rappresentano il cosmo, il luogo della natura gli alberi che sprofondano la terra e le Cesane si confondono con la galassia…

 

  1. Tu sei il poeta di Urbino e più esattamente il poeta delle Cesane: è una definizione che è esatta ma al tempo stesso riduttiva ?

E’ riduttiva solo se non si approfondiscono le definizioni. Per uscire fuori dall’Italia possiamo citare Walcott che ha fatto di Santa Lucia, isola lunga 15 chilometri, il centro di una produzione poetica mondiale. Io non ho paura del locale perché fa rima con universale come diceva Paolo Volponi. Molte mie poesie parlano di luoghi diversi e internazionali, pagine verso Istanbul, Spagna, il mare, Cirenaica… insomma non ho raccontato solo Urbino e le Cesane, però sono essi il centro di un senso e un’attenzione universale. Pensiamo a Seamus Heaney…

 

  1. La tradizione ti appartiene ma hai una grande originalità, la tua voce a volte appare solitaria

Franco Loi una volta recensendo il mio testo “l’Albero delle nebbie” disse che io ero uno dei pochi che potevo usare la lingua di Petrarca, Dante perché l’ho nel sangue, perché sono un italiano del Centro Italia; la lingua di Leopardi, Pascoli, d’Annunzio, non la uso come la usa Valduga o Zeichen come citazione post moderna, io la uso come viva e vera, sono presuntuoso, sono riuscito a fare percepire questa lingua come viva e vera, una lingua alta e intrisa di quotidianità come diceva Leopardi. Io sono un autore classico ma non classicista, dietro di me c’è tutta una tradizione che è connaturata con la modernità. Tradizione che io racconto in un mondo che è scomparso un mondo mitografico che è un altrove molto personale, per cui sia per la lingua che per i temi, senza mode ecologiche, come nel mio testo “I luoghi persi”, dice l’Agazzi, io perseguo nella drammaticità delle cose e nel dolore delle cose nelle piante dei fiori, la grazia armonica dell’essere; il mio occhio non è quello del botanico, ma dell’artista che si muove tra il classico e il romantico, tra inquietudine e armonia come fu per Raffaello, tra uomo e cosmo, tra polis e natura, appunto perseguendo una grazia che oggi non appartiene più alla scrittura; oggi l’inquietudine viene amplificata da tutti gli scrittori, non tentata di essere messa sotto controllo sotto la cifra dell’armonia, seppur non facile e non idillica. Lo psicanalista Trevi ha parlato della mia poesia come di “Arcadia d’ombra”. Dove l’inquietudine dell’ombra trova la sua mobile ricomposizione nell’armoniosa gestualità dell’arcadia…

 

  1. Vuoi parlarci della tua scrittura anche di fronte alla realtà storica e politica?

Già nella mia poesia io avevo affrontato più volte queste dimensioni dell’essere dell’uomo. In particolare nel “Tempo differente” avevo attraversato tematiche sociali e politiche. Nel Sessantotto io scrissi cose un po’ appartate, pervase da un desiderio di giustizia collocabile a sinistra, tuttavia mi caratterizzò sempre la non accettazione del politicamente corretto e delle verità rivelate. Ho cercato sempre di fare i conti con la complessità della storia perché anche se scegli una parte che ha ragione nell’epoca in cui ti trovi, essa rimane pur sempre una parte. Ovviamente non occorre dire che le parti non sono tutte uguali, non sono indifferenti, anzi, in una nazione che è stata tutto e il contrario di tutto, in particolare la Seconda guerra mondiale e il Sessantotto li ho vissuti prendendo una posizione netta nel mio romanzo “L’estate dell’altro millennio” che è il mio capolavoro in prosa. Racconto un’epoca in cui entriamo in guerra con una mentalità contadina molto forte e ne usciremo trasformati profondamente, è l’estate del ’39 che la guerra separa come se fossero mille anni da ciò che verrà dopo, millenaria ma non millenarista. Entriamo in guerra con “Parlami d’amore Mariù”, poi arriva il jazz, siamo con gli stivali di cartone ed usciamo con l’atomica…

C’è si l’eroe partigiano ma anche il fascista in buona fede che morirà combattendo con fedeltà ai suoi ideali, fascisti che moriranno uccisi da partigiani jugoslavi. C’è la complessità che non mi fa perdere la bussola: so che c’è chi è dalla parte della storia che ha ragione, ma ciò non toglie che i partigiani fucilino un poveraccio che non c’entra nulla. Inoltre non perdo mai lo sguardo lirico anche in “Cupo tempo gentile”, l’altro mio romanzo più importante e riuscito, che parla di un protagonista del Sessantotto il quale, quando la polis sembra avviluppata nel sangue e nel dolore, trova nella natura una consolazione, una dimensione di superiore armonia. Andrea, questo il nome del protagonista, de “Cupo tempo gentile”, trova la natura come forza capace di sovrastare il rumore della polis. E anche questa è una posizione di un solitario ancora di più nei miei romanzi che nelle poesie, perché credo sia un mondo raccontato. Personalmente non credo in una trama avvincente, neppure inseguo le piste dell’avanguardia: seguo una tradizione classica di modelli irraggiungibili come “La luna e i falò” di Pavese.

 

5) E il femminile?

 

C’è un eros, nei miei testi poetici e in prosa, che non è consumistico, è tragico, complesso, anche qui tentare un’armonia è in totale controtendenza. La donna invece, misteriosa, innalza l’uomo, per raggiungerla devi fare un cammino altrimenti la perdi. Io ho parlato di un eros diretto e forte, esplicito ma sempre attraverso una visione della donna piena, senza contrasto aperto e feroce, diversamente rispetto a Pavese, un autore a me carissimo. Anche nella mitizzazione del femminile io appartengo alla tradizione classica. Come nel sogno di un eros senza il senso di colpa e di peccato io appartengo alla tradizione classica.

 

 

6) La lettura oggi, i libri oggi e il tema della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte

 

Citando un articolo di Stella sulla lettura, apparso sul Corriere della Sera, che difendeva il genere della letteratura di massa rispondendo a Vargas Llosa, io non sono affatto d’accordo con il Corriere…una delle poche volte…io non sono un nemico del genere in quanto tale, però oggi è così invasivo che il genere ha preso il sopravvento su tutto, oggi devi essere horror noir giallo e quanto altro e con un dominio totale dell’intreccio della trama, del plot; si vede sempre in lontananza la telenovela. Io credo che soprattutto la narrativa sia così in gran parte combattuta e vinta da questa tendenza. Oggi viviamo un fenomeno che il feuilletton è diventato fondamentale e non episodico come nell’Ottocento. Allora io trovo che il genere, l’appiattimento sul genere televisivo siano dominanti nella letteratura, meno nella poesia perché la poesia non ha possibilità di richiamo consumistico.

Oggi il clichè domina anche nei romanzi contemporanei migliori e conduce un po’ a quella che si può chiamare la dittatura del plot, cioè dell’intreccio in quanto tale in un tempo dove tutto viene cambiato sotto lo stile assolutizzante del barocco, cioè un’invasività delle mode del nostro tempo una pervasività della moda. La dimensione della spettacolarità oggi pervade e spesso disturba se non distrugge l’autentica ricerca letteraria e culturale. Il demone della velocità di ogni cosa, senza spazio per un risveglio della primavera com’era in Bambi, si vede persino nei cartoni animati…

 

 

1. Un breve profilo di Umberto Piersanti

 

Umberto Piersanti nasce nel 1941 a Urbino, dove vive e insegna all’università. Ha esordito in poesia con il volume La breve stagione (Quaderni di «Ad Libitum», 1967), seguito da Il tempo differente (Sciascia, 1974), L’urlo della mente (Vallecchi, 1977), Nascere nel ’40 (Shakespeare & Company, Milano, 1981), Passaggio di sequenza (Cappelli, Bologna, 1986). Nel 1994 vedono la luce un’opera narrativa, L’uomo delle Cesane (Camunia, 1994), e I luoghi persi, (Einaudi, 1994) volume poetico con il quale ha inizio il trittico einaudiano. Questo duplice sentiero è destinato a continuare negli anni successivi con la pubblicazione di due nuovi romanzi (L’estate dell’altro millennio, Marsilio, 2001; Olimpo, Avagliano, 2006) e di due nuove raccolte poetiche (Nel tempo che precede, 2002; L’albero delle nebbie, Einaudi, 2008). Operatore culturale, organizza eventi spesso legati alle radici della sua terra d’origine; saggista (L’ambigua presenza. Indagine sulla lettura della poesia in Italia, Bulzoni, 1981), autore di film (L’età breve, 1969, Sulle Cesane, 1982), recentemente ha ripubblicato tutta l’opera poetica precedente ai tre volumi einaudiani con il titolo Tra alberi e vicende. Poesie 1967-1990 (a cura di A. Moscè, Archinto, 2009). Da segnalare infine il volume di conversazioni Il canto magnanimo – a colloquio con Umberto Piersanti, a cura di R. Galaverni e M. Raffaeli, peQuod, 2005; e la raccolta di saggi critici Umberto Piersanti. Il poeta dei luoghi persi (a cura di G.P. Grattarola, L’orecchio di Van Gogh, 2010).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. Cupo tempo gentile: Il nuovo romanzo di Umberto Piersanti

 

Recensione di Davide D’alessandro pubblicata il 13 maggio su “I Fatti del Nuovo Molise”


Chi conosce Umberto Piersanti sa che dietro Andrea, il protagonista del suo nuovo romanzo, non si cela, bensì si rivela l’autore stesso, che ha attraversato anche il Sessantotto, senza mai anteporre la politica alla vita, la lotta alla natura, l’odio all’amore, il volantino alla poesia, le grandi dissertazioni su come e quando cambiare il mondo al gusto di inoltrarsi per i campi con una dolcissima fanciulla.
Ha ragione Antonio De Simone quando dice che, in Piersanti, la teologia politica in realtà è ontologia della natura. Non è un caso se l’incipit suona come segue: “Il vento veniva giù dalla pineta e si rompeva contro le immense vetrate dell’aula posta sopra il grande giardino che dicembre aveva spogliato d’ogni verde. Solo qualche minuscola palma estranea e livida dentro il freddo d’Appennino”. Non è un caso se la natura e l’amore ci sono e prevalgono anche quando la protesta infuria. C’è chi vuole cambiare il mondo, come gli amici di Andrea, e chi vorrebbe sì vederlo diverso, ma senza urlarlo, senza affermarlo con violenza.

Il tempo che descrive Piersanti è ancora un tempo gentile, ma già presenta e prepara il colore cupo destinato a sfociare nel nero e, vorrei dire, nel rosso assoluto. Ma i colori forti non sono né di Andrea, né di Piersanti. Urbino ha le mura color miele, i monti che la guardano sono ancora lì, imponenti, mentre la rivoluzione, a parole o armata, non ha prodotto cambiamenti. Ha prodotto violenza, morte, ha consentito, per dirla con Canetti, a qualcuno di combattere il potere e di pretenderlo poi per sé, il potere, come càpita sempre all’uomo da quando è venuto sulla terra.
Le pagine di Piersanti, quelle liriche e quelle calde, quelle dolci e quelle intense, quelle misurate e quelle cariche di passioni, disegnano un racconto vero di quegli anni, che per Mario Capanna furono “formidabili” e per Piersanti quasi “un incidente”, una frattura, un calice amaro comunque da bere, come si è chiamati a bere la vita. Ma Andrea, ma Piersanti, che pure erano presenti dentro il cinema quando, con fare violento, fu impedita la proiezione di “Berretti verdi”, avevano e continuano ad avere un sguardo diverso, differente, riflessivo, pacato, misurato, riformista. Caratteri, impronte, modi d’essere che non s’addicono a coloro che non hanno mai avuto dubbi tra il bianco e il nero, il bene e il male, ritenendo il primo sempre e soltanto da una parte e il secondo sempre e soltanto dall’altro. Ma la virtù, come si è incaricata di dimostrare quotidianamente la vita da quando è vita, risiede nel mezzo, dove sono contemplate le richieste, le sofferenze e le ansie del primo e del secondo.


“Cupo tempo gentile”, edito da MarcosYMarcos, è un libro necessario per chi ha vissuto quegli anni, per chi deve ancora farsene una ragione e per chi, come i giovani di oggi, vogliono indagare il passato per non sbagliare il presente. Anche da quegli anni, complessi e laceranti, è possibile cogliere il frutto migliore, è possibile fare esperienza e ricordare che la vita e l’amore vengono prima della politica e della battaglia politica, che inoltrarsi nei campi, “tra paesi e trattorie, boschi e torrenti, guardare Assisi dal Subasio, quella chiesa semplice e solenne e sotto tutte le case con le pietre bianche, inframmezzate dalle torri” è lo spettacolo più bello del mondo, superiore e mai paragonabile, per ampiezza, per benessere, per estasi, all’occupazione di un’Università, al cazzotto sferrato in faccia a qualcuno o, peggio, all’eliminazione fisica del “presunto” nemico.
Il tempo può essere cupo, gentile, nerissimo e rossissimo. Può essere anche color miele, come le mura d’Urbino. Sta sempre a noi scegliere la tinta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Category: Arte e Poesia

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About Roberto Dall'Olio: Roberto Dall'Olio (1965) è attualmente Assessore all'intercultura, valorizzazione dei beni culturali e sport del Comune di Bentivoglio (Bologna). È membro del direttivo bolognese dell'Anpi. Poeta e autore dal forte impegno civile, insegna Storia e Filosofia al Liceo Classico "Ariosto" di Ferrara. Ha vinto il concorso nazionale di poesia va pensiero a Soragna (Parma).Tra le sue pubblicazioni: Entro il limite. La resistenza mite in Alex Langer (La Meridiana, 2000); Per questo sono rinato (Pendragon, 2005); La storia insegna (Pendragon, 2007); Il minuto di silenzio (Edizioni del Leone, 2008), La morte vita (Edizioni del Leone, 2010).

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