Francesca Brandes: Il coraggio di Olga

| 23 Ottobre 2020 | Comments (0)

 

 

                                                      Le tre opere  hanno come titolo: Caduta, Senza nome, Capanna con tende

 

 

Il coraggio di Olga

Giovane, determinata, temeraria:

l’azzardo di un’artista unica nel panorama italiano contemporaneo

*

Ciò che emerge subito, in Olga Lepri, è l’evidenza di un’energia propria. Non un attributo del suo operare, ma un significante preciso. Dagli occhi alle mani, lunghe, nervose: Olga – classe 1997 – è una pittrice interessante e originale. Moscovita di nascita, di madre russa e padre umbro, è cresciuta a Bruxelles in un ambiente poliglotta e cosmopolita; di qui, forse, un atteggiamento raffinato, insieme gentile e fermo. Di fronte alle sue opere, per lo più oli su tela e bellissimi disegni, si riprende fiducia nel destino dell’arte visiva in Italia. Non si può fare a meno di percepirne la dedizione, l’impegno su una base di continua ricerca. E si fa persino imbarazzante pensare parole, e non materia, per raccontare i suoi quadri.

Eppure è necessario cercare di capire, oltre la visione pura e semplice, cosa muova le mani, come il pensiero determinato di Olga si concretizzi in massa: «Avevo pensato di studiare Medicina; m’interessa molto l’anatomia, il corpo umano nella sua fisicità – racconta – e ancora, sempre, sento forte l’esigenza di analizzare soprattutto il movimento. Forse ho scelto l’Italia, l’Accademia di Belle Arti di Venezia per i miei studi proprio perché qui esisteva la possibilità di andare in questa direzione».

Dalle tematiche precedenti – mercati popolosi ed affollati, trasfigurati per piani sequenza; ritratti di poveri pescatori; dettagli da erbario, dove le brattee si annodano come liane – Olga ha via via evidenziato lo spunto della caduta.

Corpi colti nel precipitare, percepiti in una luce ossidata, come da ruggine dell’atmosfera. L’opera cresce nel suo farsi muscolare, drammatica, mentre solidifica grumi di uomini-radice senza volto. Sono mosse strutturate nell’ansia del movimento, nell’azzeramento di ogni evidenza narrativa. A chiederle la ragione di questi soggetti audaci e faticosi, Olga Lepri risponde con logica disarmante: «La pittura è già tutta nella pittura, non altrove. Volevo riappropriarmi di quel moto, e poi ho pensato, molto. C’è un’idea, c’è un progetto … ci deve essere un progetto, come un seme gettato nella terra. In seguito bisogna lavorare, e lavorare. Studiare, valutare l’angolo di caduta, e riprovare. Pittura è pensiero e lavoro fisico».

Le sue tele, come i fogli di un diario, un giorno dopo l’altro: è un venire alla luce (o un perdere luce?) che significa – al tempo stesso – decantarsi di ogni valenza narrativa, nella sua valenza mitica e affermazione di ogni stato dell’essere. Sostiene appunto Olga, e ha ragione da vendere, che la pittura sta tutta nella pittura.

Si evidenzia forte il concetto della durata: quella che esiste nello scorrere del tempo, che definisce e deteriora i corpi, gli oggetti. Vivere, e vedere, è durare. Profondamente controcorrente, Olga Lepri effettua una registrazione sismografica del dato anatomico. Non esiste pura forma, non è data contemplazione estetica: l’immagine cresce con tutte le sue scorie, smentisce l’assolutezza, è un passaggio di senso. Alimenta il dubbio nella riuscita, rimodula i limiti. La stessa luce che illumina la scena è variazione impercettibile del buio.

Di sicuro l’artista guarda (e analizza) i Maestri; tuttavia, li lascia vibrare in un modo così assoluto da filtrarli nell’alveo di un’ispirazione unitaria, e propria: la spinta vertiginosa del Tintoretto, il piglio leonardesco nello studio funzionale dei corpi, l’incarnarsi luminoso dei fiamminghi. La pittura, in Olga è un assoluto della vita: «Stato profondo di passione e di sensi, felicità, tormento», come scriveva molti anni fa Francesco Arcangeli.

Nelle sue prove di precipizio, Lepri riduce l’angolo visuale: «Certo, perché, un po’ alla volta – racconta convinta, quasi sezionasse la scena – al concetto di caduta non ho potuto fare a meno di associare la condizione di cecità a cui un corpo che precipita va incontro. Una cecità fisica intermittente. E la cecità non riguarda, secondo me, solo il moto oggettivo. È una cecità ideale, la nostra mancanza di risorse o, anche, l’improvvisa apparizione dal buio di una risorsa. Ci sto ancora lavorando».

Quella di Olga Lepri è una posizione temeraria nel panorama contemporaneo, un autentico azzardo: la creazione nel nulla pieno della tela di una persistente zona d’ombra, all’interno del corpo-massa da cui dinamizza il crollo; quasi un lume resistente al franare rovinoso della materia. La vera natura – suggerisce Olga – è nell’intermittenza. Non per nulla, è anche l’autrice di studi grafici memorabili sul battito d’ali di una mosca: autentica sequenza ottica, dal calcolo della propulsione alla sua progressione geometrica. Arte e scienza congiunte, dove la precisione stessa ci fa intuire il rischio di vivere. Una precisione che, a sua volta, può accecare.

Il lavoro di Olga, tra lampi ed epifanie, intuizioni di memoria e corpi in presenza, testimonia infatti anche l’incidente di percorso, una deriva di cielo: quella verità ungarettiana percepita «per crescita di buio», più che mai attuale nel nostro quotidiano. Di fronte alle tenebre che stiamo attraversando, l’artista non si ritrae, ma l’assenza di significato che il buio sembra indurre, non la seduce:

«Quando la cecità interviene – spiega convinta – intermittente o meno nella caduta, certo sperimento l’angoscia. L’abisso, però, non è vuoto; lo penso carico d’immagini, di spunti da decodificare, di idee. Allora – prosegue – l’oggetto del mio agire non sono più i corpi (concreti o astratti che li si voglia definire), quanto l’azione stessa». Ecco, l’evidenza sta nell’azione, nello slancio di quella nascita emersa dal vuoto.

Torna alla memoria una pagina dell’argentina Alejandra Pizarnik, che dice di Olga molto più di ogni deriva critica, di ogni intervista:

«Un mondo sotterraneo di creature dalle forme incomplete, un luogo di gestazione, un vivaio di braccia, tronchi, facce (…) e c’è qualcuno nella mia gola, qualcuno che stava prendendo forma in solitudine, e io, incompleta, bramosa di nascere, mi apro, sta arrivando, sto arrivando».

L’opera di questa giovane artista è soprattutto stato nascente. Uno spazio di appartenenze reciproche, congiunzioni dell’io e dell’altro da sé. Anche speranza. La coscienza scaturisce come un dono dalla cecità; come sosteneva Celan, è «parola sorvolata da stelle».

 

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                Le due opere di Olga Lepri hanno come titolo Nebbia e  Ciclope

Category: Arte e Poesia, Osservatorio sulle città

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About Francesca Brandes: Francesca Ruth Brandes vive ed opera a Venezia. Giornalista, saggista e curatrice d’arte, ha scritto e condotto per RadioRai programmi di attualità culturale. Si è spesso occupata di tematiche ebraiche. Ha pubblicato, fra gli altri, per i tipi di Marsilio Itinerari ebraici del Veneto, oltre a testi per il teatro e cataloghi monografici. È collaboratrice del Centro Internazionale della Grafica di Venezia e redattrice della rivista TESSERE.org. Tra le pubblicazioni si possono ricordare: L’altra storia, Eidos, 1995; La casa dei viventi. L’antico Beth Chaim di San Nicolò del Lido, Venezia, Atiesse, 1997; L’ultima farfalla a Terezin, testo teatrale, 1998; Canto a più grida (poesie), Venezia, 2005; Piccole benedizioni (poesie), Padova, 2006; Tikkun, Milano, 2008; Virgiliana, Mantova, 2008; Non appena avrò taciuto, Bassano, 2009; Trasporto (poesie), Faloppio (Co), LietoColle, 2009; L’undicesimo giorno (poesie), Faloppio (Co), LietoColle, 2012; Il dono di Ernani, Venezia, 2014; Ernani Costantini in privato, Venezia, 2016; Storie dal giardino (poesie), Milano, La Vita Felice, 2017

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