Aldo Ridolfi: Una storia del chiosco della cattedrale di San Zeno (Verona)

| 20 Ottobre 2019 | Comments (0)

 

Per una lettura del XXV-2018 “Annuario storico zenoniano”. Me lo chiedo spesso davanti a volumi di serio impegno storico ove le analisi riposano sullo spoglio imponente di documenti, su competenze bibliografiche decennali, sul vaglio serrato di tesi precedenti e contemporanee. Mi chiedo spesso quale fruibilità possano avere per il non specialista (come è il caso di chi scrive) simili lavori, e se nella loro complessa architettura contengano aperture, spiragli tali da consentire a tutti coloro che vogliono di fare propria una parte di quel lavoro.

La risposta è spesso affermativa. Lo è anche per il XXV-2018 volume dell’ “Annuario storico zenoniano” uscito da poco a cura del professor Giancarlo Volpato, per i tipi della Grafica Editrice e con il contributo di quattordici studiosi, ognuno con una sua specifica specializzazione. Le 354 pagine – tutte dedicate al chiostro – che compongono l’ultima fatica voluta dal “Comitato per le Celebrazioni di San Zeno” consentono di cogliere elementi essenziali, fondamentali, pedagogicamente orientanti e utili a tutti, anche a chi specialista zenoniano non è.

Poniamo infatti per un attimo attenzione alla costante dialettica lontananza-vicinanza che innerva ogni nostro dire quotidiano. Essenziale nella costruzione del nostro mondo di cose e di pensieri, spontaneamente insorgente nel nostro discorrere, essa trova qui una palestra di straordinaria vitalità. A cominciare dal “racconto” (sì, uso proprio la parola racconto) delle trasformazioni del chiostro, esaminate da Fabio Coden, fra età carolingia e gotica, ove uomini come Raterio, Alberico, Gaudio e Giuseppe della Scala riprendono nuova vita. Così, in parallelo alle sottilissime analisi sulla tessitura muraria e alla collocazione precisa di testimonianze epigrafiche, è possibile cogliere, in tutto il suo meraviglioso fascino, come lo scorrere del tempo agisca sulle pietre seguendo una logica che gli studiosi riescono a ricostruire. E dunque, in questo tipo di lettura, espressioni come «Nel corso dei secoli,…» non rimangono dato cronologico ma contengono, nella loro pregnanza, proprio quel desiderio, quella smania del tutto umana di avvicinare ciò che è cronologicamente lontano nel duplice percorso di avvicinare a noi i fatti del passato e di approssimarsi noi a quei fatti.

Questo andirivieni tra lontano e vicino riprende con le immagini del chiostro tra Ottocento e Novecento, scelte e presentate da Flavio Pachera e Maristella Vecchiato. Qui è la forza dell’immagine fotografica a veicolare la storia. Questa parentesi temporale è vicina a noi ma solo perché, appunto, l’effetto nefasto della lontananza viene superbamente vanificato dalla forza dell’immagine. E allora ecco che la preesistente pavimentazione del chiostro, il pozzo, il campaniletto, il calendario del 1930, la scoperta della data 1278, compongono un puzzle che ci consente di vederci un po’ più chiaro, di entrare in rapporto con la diacronia, fonte, questa, innervante non solo il sapere storico ma la stessa nostra collocazione nel mondo.

Tale dialettica viene consentita anche da tre studi di fatto da riservarsi agli addetti ai lavori. Uno riguarda la catalogazione di un centinaio di iscrizioni presenti o aventi relazioni con il chiostro dell’abazia. Sulle competenze necessarie per questa catalogazione epigrafica lascio al lettore immaginare, ma esse, quando non possedute, sono tali da negare a larga parte dei visitatori non solo la comprensione, ma anche la semplice lettura. E allora arriva propizia la traduzione che, se non ci risolve il retroterra cui l’iscrizione rinvia, ci indica una via attraverso la quale possiamo accostarci al passato.

E poi, en passant, Silvia Musetti ci ricorda che tutto questo materiale connota «la particolare natura assunta dal chiostro, che è diventato… luogo di raccolta di memorie cittadine». Non è poco come riflessione a margine, non è poco perché riporta la storia alla sua dimensione umana che è «conquista irrinunciabile» (J. Le Goff). Analoghe osservazioni valgono anche per il secondo lavoro, quello di Alfredo Buonopane e Carolina Simeoni, che si occupa del Lapidario romano presente nel chiostro. Ma dunque, ecco: «Agli dei Mani… Lucio Celio Quinziano per la moglie carissima e incomparabile…» e, in occasione della morte di un figlio: «Più giusto sarebbe stato che voi [figlio] aveste fatto questo monumento per me», a sottolineare vere e proprie continuità antropologiche.

Il terzo, brevissimo, di Vittorio Rioda, inerente l’analisi petrografica, consente all’autore di affermare che «l’unità litologica rafforza l’idea generale che la struttura sia stata edificata presumibilmente nel corso di un unico evento costruttivo» e ciò, mi sia consentito, richiama in scena, ancora, la dimensione umana, la libera decisione di uomini, il valore della interdisciplinarità in ogni settore della vita.

Ma un altro parametro è opportuno considerare e cioè quello delle modifiche che il tempo introduce nel rapporto tra gli uomini e il monumento. Indice, tale rapporto, dello status di quella società che lo esprime e perciò densissimo di messaggi.

Ed allora ecco che nel 1929, nel chiostro, una «turba di ragazzi» gioca e una boccia finisce sull’affresco della Crocefissione. E in pieno Trecento, ancora dentro i cosiddetti secoli bui, ecco che il chiostro diventa «uno dei luoghi possibili per redigere i documenti» e ove «una pecia di terra» transita da una mano ad un’altra a suggerire la centralità sociale del luogo che così acquista una vitalità fruibile e godibile, oggi, da tutti. Tralascia, questo particolare lettore, senza scandalo, l’impegno filologico affidato ad altri, ma trattiene per sé il piacere della curiosità e il gusto di ricomporre le cose entro il suo modesto – ma non per questo minore – orizzonte. E dunque il racconto del ciclo pittorico trecentesco di Tiziana Franco, con le sue difficoltà di lettura ma anche con le gioie che la comprensione di un universo di sette secoli fa induce, lascia anche trapelare brani di vita quotidiana che, una volta snidati, diventano elementi di trasversale meditazione. Non si tratta, sia chiaro, di voler forzatamente semplificare, ma di promuovere una lettura possibile anche ad un largo pubblico.

Giovanni Villani ci ricorda che «in epoca moderna, il chiostro di San Zeno visse una sua felice stagione musicale… »: altro esempio del rapporto tra gli uomini e il chiostro. Ove emerge la versatilità culturale del monumento, la sua polisemia, da un lato, ma da un altro un consorzio civile che entra, con i suoi codici comportamentali, ad arricchire, appunto, quella polisemia.

Se poi qualcuno potesse sospettare che in quei secoli lontani i rapporti istituzionali e personali potessero essere modellati su paradigmi elementari, semplici, univoci, ebbene, basta una “nota a margine” relativa al pittore Paolo Ligozzi – che tanta parte ha avuto negli affreschi cinque-seicenteschi del chiostro – a svelare dinamiche umanamente comprensibili e, proprio per questo, di sicura cittadinanza nella storia. Ligozzi, osserva Enrico Maria Guzzo, abitava infatti nel quartiere sanzenate e «questo può aver contribuito a creare anche un legame personale» con i committenti. La commessa gli arriva, certo, per il suo valore artistico, ma anche da altre vie, e ciò assurge, per noi oggi, a valore imprescindibile per cogliere quale fosse, anche allora, il piano della prassi e il suo procedere in una società già ricca di stratificazioni e di varianti. Quelle che scopriamo attraverso questa lettura non specialistica sono diversità e affinità rispetto al nostro mondo del XXI secolo: utili, utilissime riflessioni che alla fine depongono per l’ancora pregnante vitalità del detto secondo cui si capisce il presente solo se si conosce il passato.

La ricostruzione del passato è destinata a portare con sé anche visioni straordinariamente efficaci della vita, essendo la prospettiva lunga, quella storica appunto, capace di dilatare il senso degli eventi fino ad inglobare visioni “filosofiche”, che chi scrive sente come degno coronamento alla ricognizione dei fatti. Portata a termine una minuziosa ricostruzione della “migrazione tombale” del cardinale e vescovo Adelardo, il cui sarcofago, verso la fine dell’Ottocento, migra dalla navata destra della basilica al chiostro, Dario Cervato, con sottile ironia, ha buon gioco ad osservare che nemmeno le tombe, considerate «le cose più stabili di questo mondo», in realtà lo sono, come bene dimostra quella di Adelardo. E questo – consentitemi – ci porta a sfiorare questioni esistenziali e religiose dalle quali non dovremmo mai staccarci del tutto. Ma anche ci mostra come dietro ad una scritta, ad un messaggio si celino sempre uomini che rivivono grazie al foscoliano culto delle tombe, purché «serbi un sasso il nome»! Così accade anche per i due Giovanni da Piacenza. Nonostante la loro quasi contemporaneità, l’omonimia, il rettorato di due chiese veronesi, la rarefazione di riferimenti precisi, quali date e luoghi, Giancarlo Volpato ha comunque tracciato dei percorsi verosimili. Tuttavia la ricerca, ove viene a mancare il conforto definitivo dei documenti, lascia spazio alla cautela. E anche questa è una grande lezione che travalica la disciplina storica e giunge al lettore come soffio di saggezza applicabile ad un’infinità di contesti.

Perché quello che conta – per gli storici e per chi storico non è – alla fine, è la possibilità di raccogliere a fattore comune la miriade di fatti che si vanno via via raccontando. Su questa strada, allora, il lettore non specialista deve essere grato a quell’ampia pagina di don Santi Fontana, «uomo poliedrico e coltissimo» e appassionato di epigrafia. Ebbene, l’incipit dell’inedito qui pubblicato da Angelo Orlandi così suona: «Il lasciar perire le memorie de’ trapassati, qualunque elle sieno, è certamente inurbana cosa, se non sia anche peggiore». Che è appunto il massimo comune denominatore della disciplina storica. Ancora una volta, dunque, il lettore «se egli vorrà», per usare le parole del Curatore, può ben trovare, anche in una pubblicazione specializzata, prospettive di lettura consone alla sua sensibilità e ai suoi orizzonti.

E di certo perfettamente in tema non solo con la “lettera” del volume, ma anche con il suo “spirito”, è la ricerca sul gioco della tria – ricostruito da Chiara Bianchini – i cui segmenti sono incisi per ben tre volte nei marmi del chiostro. Lo è perché, accanto alla sua dimensione scientifica ed accademica, riporta ancora una volta l’attenzione sul versante della quotidianità, versante che è, come già sottolineato, valore inestimabile per ogni lavoro storico. Narrando così non solo la storia del chiostro, ma raccontando anche quella degli uomini che lo hanno fatto e frequentato.

Ma ciò è avvenuto, come mi sono sforzato di leggere, in tutto il XXV volume dell’” Annuario zenoniano”

Category: Arte e Poesia, Guardare indietro per guardare avanti, Osservatorio sulle città

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About Aldo Ridolfi: Aldo Ridolfi è nato e vive a Tregnago. Laureatosi in pedagogia ha esercitato la professione di insegnante effettuando con i suoi alunni numerose ricerche di carattere ambientale relative al proprio territorio. Ha prodotto diversi studi storico-geografici, tutti pubblicati su riviste locali; ha collaborato alla realizzazione di film e documentari, sempre di carattere locale; dal 2003 al 2008 è stato responsabile della Redazione della rivista Cimbri/Tzimbar. Ha collaborato a vario titolo alla realizzazione di libri e suoi racconti sono presenti su diverse antologie di premi letterari. Fa parte del GISM: Gruppo Italiano Scrittori di Montagna.

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