Umberto Rosa e Umberto Piscopo: Napoli. Fiume in piena, in corteo sotto la pioggia

| 16 Novembre 2013 | Comments (0)

 

 

Diffondiamo da Napoli Monitor del 16 novembre 2013

Parte con precisione svizzera il corteo convocato questo pomeriggio in piazza Mancini per protestare contro le politiche ambientali regionali degli ultimi anni, e proporre una via alternativa nella gestione del ciclo rifiuti oltre che la risoluzione dell’emergenza riguardante l’inquinamento da rifiuti tossici dei terreni. Sono decine di migliaia i partecipanti da tutta la Campania, ma anche quelli arrivati su pullman partiti da Abruzzo, Molise, Puglia, Sicilia e Calabria. I movimenti, i comitati, i gruppi che da vent’anni battagliano contro discariche e inceneritori ci sono tutti, e accanto a loro, da tutto il paese, chi in questo stesso periodo ha portato avanti lotte come quelle per l’acqua pubblica, contro le cosiddette grandi opere e le devastazioni dei territori, per la difesa e la riappropriazione di tutto ciò che secondo una nozione consolidatasi negli anni è da considerare “bene comune”. Tantissimi sono i cittadini della provincia e dell’entroterra campano, anzi l’impressione è che questa nuova ondata di proteste sia riuscita a trasferire il malcontento di chi dalla periferia dell’impero ha vissuto negli anni sulla propria pelle i disagi derivanti dalla scellerata gestione delle politiche ambientali, fino a fasce di cittadinanza del capoluogo che prima d’ora si erano sempre confrontate in maniera superficiale con le emergenze rifiuti.

La pioggia non concede tregua durante il tragitto, ma paziente e determinata la folla procede da piazza Mancini fino a piazza Plebiscito. La composizione sociale e l’anagrafe dei partecipanti è molto varia e ognuno combatte il maltempo nella maniera più idonea alla propria linea politica: enormi ombrelli colorati o a quadri, giacconi con cappuccio e scaldacollo, mantelline di ogni stoffa e dimensione, alcune nere con falce e martello, altre viola con il simbolo della Madonna e una grossa scritta Medjugorje. Camminando per il corteo è evidente come il passaparola non abbia risparmiato nessuno. Soprattutto negli ultimi giorni, anzi, ha dato vita a una corsa sfrenata al cavalcamento dell’onda (persino Città della Scienza, che occupando in deroga ai piani urbanistici un litorale pubblico contribuisce a impedirne la bonifica, ha avuto la faccia tosta di ospitare gli attivisti di #Fiumeinpiena) che – ma il fine giustifica i mezzi? – ha contribuito al grande risultato dell’evento. Così, mentre dalle lavagne luminose sulle fermate degli autobus l’ANM dichiara la propria vicinanza ai manifestanti, intorno alle diciassette la testa del corteo fa il suo ingresso in piazza Plebiscito, quando la coda è ancora in piazza Borsa. Man mano che il Plebiscito si riempie di folla i conteggi dei giornalisti si fanno più precisi, ma di fatto il balletto di cifre riguardante il numero di partecipanti andrà avanti fino a sera.

Che le persone scese in strada questo pomeriggio fossero quaranta (come dice la questura) o duecentomila (come qualcuno un po’ avventatamente ha gridato dal palco), la sostanza non cambia. Il movimento che si è consacrato quest’oggi sotto il nome di #Fiumeinpiena e al grido di #Stopbiocidio ha portato a casa almeno due grandi risultati, nonostante – o forse proprio grazie a – una terminologia elementare e semplicistica nelle sue parole d’ordine, ma estremamente efficace dal punto di vista comunicativo. Il primo merito è quello di essere riuscito a raggruppare tutti, a fungere da contenitore delle decine di gruppi che da anni lottano per la difesa del territorio campano dalla devastazione ambientale. Il secondo è di avere aggregato – attraverso una forza comunicativa che gli stessi comitati non sono riusciti a costruire negli anni, e sfruttando l’occasione di un tam tam mediatico senza precedenti sulla questione “roghi e rifiuti tossici” – decine di migliaia di persone che solo oggi cominciano a percepire queste questioni come qualcosa di vicino al proprio vivere quotidiano.

È un dato di fatto come alla manifestazione fossero presenti gruppi di ogni tipo, ognuno con le sue rivendicazioni, testimoniando che i campi contaminati e le discariche abusive non sono mali incidentali ma la punta di un iceberg, un nodo in cui si incontrano i diversi vizi strutturali di un sistema. La varietà delle rivendicazioni faceva presupporre un caos politico che avrebbe soltanto confuso le acque. Mentre i gruppi parrocchiali saltavano al ritmo di “vogliamo vivere”, i meridionalisti incolpavano con i loro striscioni l’unità d’Italia. I collettivi dell’area flegrea usavano lo stesso slogan utilizzato fin ora per la bonifica di Bagnoli: “Chi ha inquinato deve pagare”, ricordando che la questione ambientale non si limita a una sempre più mitizzata “terra dei fuochi” – apprezzabile l’intervento dal palco di una ragazza che ha dato la dignità di un nome proprio e non di una etichetta ai vari Caivano, Giugliano, Acerra, Frattaminore… – , ma a tutto il territorio e al sistema di produzione stesso.

Il rischio concreto, oggi, è proprio che a pagare possa non essere chi ha inquinato. I fondi per una bonifica potrebbero arrivare dall’Unione Europea, con il pericolo di arricchire ulteriormente le ditte e le istituzioni che finora hanno chiuso gli occhi o che hanno contribuito alla distruzione di ettari di terreni coltivabali (e coltivati). Roberta fa parte della Rete campana salute e ambiente, che coordina tanti dei di comitati che si sono costituiti negli ultimi dieci anni in Campania. Sottolinea che forse è proprio per questo che la questione ambientale è emersa concretamente soltanto ora: un movimento di base così ampio e condiviso è una carta in più da giocare per la richiesta di fondi europei, una eventualità che molti rappresentanti politici non esiterebbero a sfruttare.

Gli episodi repressivi delle proteste di venerdì, che hanno visto la polizia impegnata nell’inseguimento di studenti nemmeno ventenni fino all’interno degli edifici della facoltà di Giurisprudenza, potevano far presupporre disordini anche quest’oggi. Non è stato così. In piazza Plebiscito, stasera, i protagonisti di quelle che hanno chiamato “terre dei fuochi” si sono incontrati da vicino. Hanno constatato di poter riprendersi, prima di tutto, la narrazione della loro storia, per poi continuare su una strada difficile e tortuosa.

Il piano e la proposta politica della manifestazione si sono concretizzati quando sul palco hanno preso la parola i militanti dei comitati e dei movimenti di tutta la regione, quelli che negli anni – come ricorda il giornalista di Rai 3 che introduce gli interventi – sono stati accusati di essere il braccio armato di questo o quel gruppo camorristico piuttosto che espressione di un’esigenza e di un malcontento proveniente dal basso. È in quel momento che gli hashtag e i proclami si sono trasformati in idee più concrete. Idee che vanno dal no insindacabile al piano rifiuti regionale, alle discariche e agli inceneritori fino alla costruzione di organismi territoriali per il controllo sugli sversamenti abusivi; dal rifiuto di leggi emergenziali (che negli anni hanno creato ulteriori occasioni di speculazione e dissipamento di fondi europei) a un ciclo rifiuti moderno e assennato basato su riduzione della produzione, differenziata e compostaggio, capace di puntare in pochi anni alla politica dei Rifiuti Zero; dal controllo sull’evasione fiscale dell’industria campana a quello sugli attori che si candidano a effettuare la bonifica, passando, ovviamente, per l’istituzione di un registro tumori che possa provare scientificamente il nesso tra degrado ambientale e peggioramento delle condizioni di salute di decine di migliaia di abitanti della regione. Non si tratta insomma di sfoghi, ma del frutto di un lavoro di anni, di una proposta elaborata che sembra coinvolgere la folla, che comunque si lascia più facilmente trasportare quando c’è da fischiare o rumoreggiare perché dal palco qualcuno nomina Napolitano, il cardinale Sepe o Bassolino.

Dopo quasi due ore di interventi la piazza si svuota un po’. Nonostante il tempo avverso, in serata è previsto un concerto e una acampada notturna, in tenda da campeggio. Una parte dei partecipanti alla manifestazione è già di ritorno verso casa in pullman, qualcun altro è andato ad asciugarsi per qualche ora ed è pronto a tornare per il concerto. Comincia adesso, la vera grande sfida per questo nuovo movimento: riuscire a rendere complementari le diverse anime di chi fa parte di questo “fiume in piena”, fare in modo che i contenuti costruiti in tanti anni possano essere condivisi da chi con questo genere di partecipazione si sta confrontando per la prima volta. È indispensabile, però, farlo in breve tempo. La necessità primaria per poter combattere e magari vincere questa battaglia è che il grido lanciato oggi di pancia diventi di testa, e non rischiare che tra qualche mese ci si ricordi delle discese in strada dell’inverno 2013 come dell’occasionale frutto di un contagio da cancelletto.

 

 

 

 


 

 


 

 

 

Category: Ambiente, Osservatorio Sud Italia, Osservatorio sulle città

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