Nello Rubattu: La Sardegna sta morendo, ma nessuno vuole accorgersene

| 20 Aprile 2015 | Comments (0)

 

“Come si va a disoccupazione in Sardegna? Bene grazie, siamo i primi”. La scritta si trova in un muro della città vecchia di Cagliari. Ma a Sassari, per non essere da meno, un’altra ricorda al mondo  “Se non avere un lavoro fosse una ricchezza saremo da coppa”. I ragazzi, quando non hanno niente da fare e molto tempo per andarsene in giro di notte in città come le nostre, una scritta scappa sempre.

Purtroppo quelle scritte saranno le ultime che faranno. La disoccupazione è sulla nostra isola così alta che quelli intorno ai trent’anni stanno pensando bene di scavarsi dalle balle di questo cimitero il  prima possibile “Se puoi, scappa!!!”, ricordano su un muro. Purtroppo hanno ragione.

Nessuno sembra intenzionato a voler bloccare questo pesante stillicidio di giovani che vanno via: a Sorso, un comune di diecimila abitanti, nel 2014, sono partiti in seicento, sempre di giovani.

Se non si è così ipocriti e si ha un minimo di senso della realtà, si dovrebbe sapere che per la Sardegna non si sta facendo assolutamente nulla. Non ci sono leggi in grado di contrastare seriamente il fenomeno. Un esempio, ma non è certamente il solo:

Seguiamo l’iter di formazione di una nuova cooperativa sociale che raggruppa disoccupati di lungo corso (dai tre ai cinque anni) e portatori di varie disabilità che si è formata all’inizio di quest’anno. Sono persone che non hanno proprio nessun reddito (e quando si dice “nessun reddito” vuol dire proprio questo). Al massimo, fra di loro si trova qualcuno che arriva a trecento euro al mese, frutto di qualche regalia statale, ma sono davvero pochi. Si chiama “Abbila” questa cooperativa ed è nata nel febbraio del 2015.

Ma già dal suo primo vagito, deve affrontare una pesante marea di costi sociali:  senza avere neanche uno straccio di speranza di lavoro, si devono sobbarcare in questi primi mesi almeno cinquemila euro di costi generali. Lo credete strano? Ecco l’elenco: le sole spese del notaio (che ha fatto loro un prezzo di favore, ammontano a 1500 euro, a cui si deve aggiungere la ritenuta d’acconto, intorno ai 300), A questi 1800 euro bisogna sommare due visite di controllo (per capire se rubano, a quanto pare) che nell’arco di un anno arriveranno a 1200 euro, una serie di bolli per un ammontare di 200 euro, l’iscrizione ad una centrale cooperativa del costo di 600 euro e le spese di un commercialista generoso che ne prende altri 600. Anche l’iscrizione ad uno speciale elenco per lavorare nei servizi ambientali, obbligatorio per concorrere a possibili sub-appalti comunali, regionali e simili, verrà loro a costare altri 500 euro.

Secondo voi, gli iscritti a questa nuova cooperativa, come riusciranno a cominciare a lavorare? Non sarebbe stato più opportuno fornire loro un servizio di entrata al lavoro in grado di togliergli almeno questo peso?

No, a quanto pare, il job acts non contempla niente di tutto questo e quando si parla di queste cose, semmai gli stessi che dovrebbero aiutarti, parlano del fatto che è giusto accollarsi almeno una parte  del rischio di impresa.

Nessuno sembra ancora capire che il vero rischio non è quello dell’impresa ma quello di vivere in queste condizioni. E per carità, non è retorica.

Perciò, i ragazzi, in genere dubitano molto sul fatto di partecipare a queste iniziative, lo farebbero, ma non sono quasi mai in grado di accollarsi spese che solo chi vive in una dimensione di ristrettezze estreme come quella che si stanno vivendo in Sardegna, può riuscire a capire. Perciò, se uno ha un minimo di sale in zucca, partire, faacendo la colletta fra amici e parenti e mandare a fare in culo un modello di Stato che riesce solo a aggiungere pesi a quelli già più che evidenti, è solo un indice di sanità mentale.

La nostra è una terra al tracollo e il fatto che somigli alle condizioni generali della Grecia, non è solo per un problema di mediterraneità. “Bambole non c’è Una lira”, ma chi suona lo abbiamo sempre in buone condizioni di salute. Chissà come mai.

Si può solo sottolineare che tutti, ma proprio tutti, i settori economici e industriali dell’isola sono alla frutta. Anche quelli a cui si pensa di meno.

In Sardegna, per esempio, stanno aumentando in maniera vertiginosa le persone che non pagano più le assicurazioni auto. Ci sono i furbi, ovviamente, ma sono davvero molto pochi. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che non hanno soldi sufficienti per accollarsi 700 euro di spese (nel migliore dei casi) e devono scegliere fra pagare le compagnie o la bolletta della luce o il gas.

Solo che della macchina, in Sardegna, se ne ha bisogno come il pane: semmai,  per recarsi a lavorare in luoghi lontani decine di chilometri non serviti da mezzi pubblici e semmai, per stipendi (basta farsi un giro nei grandi centri commerciali, ma è lo stesso in buona parte d’Italia), dove quando va bene si arriva a buste paga di 800 euro mensili. Semmai dati con pesanti ritardi o tramite acconti che solo dopo anni vengono totalmente saldati.

Non si contano in Sardegna le strutture private o convenzionate con il pubblico che lasciano senza stipendio i loro dipendenti per mesi. Sui giornali locali, in questo periodo, si scrive si dipendenti di case di cura, di istituti per anziani, di cooperative che stanno dietro alla raccolta delle immondizie e al verde, senza stipendi da quattro a sei mesi. A proposito: la Sardegna è la regione del centro Sud fra quelle più virtuose nella raccolta differenziata.

Ma torniamo alle assicurazioni.

Ad Alghero, una località turistica fra le più rinomate dell’isola, in una giornata di maglie strette da parte della polizia, di macchine sprovviste di bollo e assicurazione ne son state fermate 30; a Cagliari in un mese di normali controlli, ne sono state verbalizzate 120.

Per quanto si capisce dalle statistiche, la Sardegna ha la maglia nera dell’illegalità in questo settore.

Come ha la maglia nera nella voce delle auto abbandonate in campagna o lasciate in sosta perpetua sotto la propria abitazione per mancanza di assicurazione.

Ma per chi volesse capire l’entità del fenomeno, basta guardare i dati di vecchiaia delle auto che mentre nel resto d’Italia raggiunge l’8%, in Sardegna arriva al 10%.

Come intende reagire lo Stato a questo preoccupante fenomeno? Semplice: ha intenzione di digitalizzare tutte le assicurazioni e confrontarle con le targhe. I poliziotti, non dovranno più neanche istituire il solito posto di blocco per individuare gli automobilisti in effrazione. Insomma, siamo alle solite: invece che capire il fenomeno e trovare modelli di intervento sufficienti, si pensa a operazione di repressione. Inutile sottolineare che alla fine, non cambierà nulla. Probabilmente aumenteranno i verbali, ma nessuno li pagherà. Nessuno sull’isola ha soldi per stare dietro a queste fesserie. Quelle leggi, faranno semplicemente diventare un intero popolo un popolo di delinquenti. E in questa broda puteolenta, ci sguazzeranno i soliti che si lanceranno nelle loro solite blabla del cazzo.. Ma tutto finirà lì. Come si dice: “quando finisce la festa, ognuno a casa sua”

La Sardegna è povera, forse la regione in questo momento più povera d’Italia e lo sarà sempre più.

Basta andarsi a sfogliare un recente Report della Confindustria. Nel report, i formulatori, parlano di una “questione sociale Sardegna”. Sembra essere ritornati alle inchieste di inizio novecento sui mali dell’isola: i giovani sardi emigrano, la popolazione invecchia ed esplode la questione delle zone interne sempre più spopolate. Lo studio è stato realizzato con la Srm di Massimo De Andreis e proprio non lascia dubbi: secondo questo report, l’età media andrà progressivamente aumentando e il progressivo indice di invecchiamento accrescerà la necessità di un sistema di sicurezze adeguato alle nuove esigenze.

Il saldo emigratorio, cioè la differenza tra chi prende la residenza e chi la cancella, continua a essere negativo. Ma la Sardegna è in testa anche alla voce delle famiglie in cui, tra il 2013 e il 2014 almeno un componente (24 famiglie su 100), ha perduto il posto di lavoro. Ovviamente, sono le famiglie meridionali quelle piazzate peggio in questa classifica: dopo i sardi, naturalmente. Così si  trovano più sotto calabresi (23,3 famiglie su 100), pugliesi (22,2), siciliani (21), campani (20,9).

Ma sull’isola, a questa brutta posizione se ne aggiunge un’altra: è in Sardegna dove si ha il maggior numero di giovani che non studiano e non lavorano.

Questo pesante problema sui livelli di istruzione nella fascia di giovani, ha obbligato lo Stato italiano a dare vita al programma Garanzia giovani, rivolto proprio a coloro che non lavorano e non studiano. In Sardegna, al programma hanno aderito soltanto 21.203 sardi. Siamo in percentuale i primi.

Dopo la Sardegna, arriva la Campania e la Sicilia (con 46 mila e 44 mila adesioni) e quindi il Lazio (21.794 iscritti). A pensare che negli anni ottanta e novanta, le città e i paesi dell’isola, abbondavano di laureati e il grado di istruzione era pari a quello delle regioni del Nord italiano. Chissà com’è avvenuto l’attuale tracollo!

La realtà, segnalata in questo rapporto confindustriale è che cala continuamente il numero medio degli occupati e si tratta, in questo caso, di un lungo trend. Tra il 1995 e il 2002 l’andamento dell’occupazione nel Mezzogiorno era rimasto simile a quello registrato allora nel resto del Paese, ma dal 2003, la distanza del Mezzogiorno ha cominciato a crescere rispetto alle dinamiche del lavoro nel Centro Nord.

Anche la scelta dei corsi di studio universitari o specialistici scelti dai giovani è preoccupante e vede la Sardegna fanalino si coda. Pochi dei suoi giovani scelgono indirizzi scientifici: nelle università dell’isola, si è rimasti l’anno scorso a 8,9 studenti ogni mille abitanti. Molto inferiori persino alle percentuali calabresi (11 laureati in materia scientifiche ogni mille abitanti), a quelle dell’Abruzzo e della Campania, (10,7 ogni 1.000 abitanti).

Insomma, la sensazione è che i giovani sardi non credono di trovare lavoro con una buona istruzione e al massimo cercano una laurea purchessia. Forse per aggiungerla ai curriculum , in vista di una loro partecipazione a concorsi pubblici. Meglio un posto per guardia carceraria (quelle sarde sono una marea), in polizia, nell’esercito o nei carabinieri.Un modo come un altro per andarsene il più fretta possibile via dall’isola.

Questa isola, se qualcosa non cambia, diventerà semplicemente un isola di vecchi. Semmai centenari, ma vecchi.

Qualcuno, qualche forza politica ( e lasciamo perdere a quale schieramento ideologico appartengano), continua a polemizzare sulle cause di questo disastro umano. E’ giusto farlo, ma serve davvero poco disquisire sulle politiche sbagliate del Governo centrale e sulla eccessiva accondiscendenza dei poteri locali ai desideri dello Stato. Bisogna forse trovare altre strade. Sicuramente, è giusto sapere a chi dare le colpe, ma fino a questo momento questo blaterare al vento – e lo si fa ormai da vent’anni – non sembra incidere più di tanto.

Di certo, si nota da parte del “Continente” e di quelle forze oltreché sociali, “politiche”, una bassissima propensione a partecipare ai carichi dei problemi dell’isola. La realtà è che sembra li vogliano evitare

Basta un esempio fra tutti.

Recentemente, il tribunale di Cagliari ha messo in galera il management italiano della E.On, potente multinazionale tedesca dell’energia che in Sardegna ha gestito fino a questo momento la centrale di Fiume Santo, vicino a Porto Torres. Le prove in mano della magistratura, parlano del più grosso inquinamento mai accaduto in Italia da parte di un complesso industriale. Milioni e milioni di residui di materiali derivati dal petrolio, sono stati riversati nel terreno e dal terreno, per oltre quindici anni, sono arrivati in mare. Hanno distrutto, o perlomeno hanno pesantemente contribuito a distruggere, uno dei mari più pescosi del Mediterraneo. La situazione è così pericolosa che nelle intercettazioni i dirigenti arrestati parlavano fra di loro, di effetti simili a quelli di una bomba nucleare.

Il disastro di Fiume Santo, sarà ricordato nei libri di storia, come una delle peggiori porcate ambientali mai avvenute non solo in Italia ma in Europa. Ma questo problema per i nostri quotidiani, le nostre televisioni è meno importante di una polemichetta sulla legge elettorale. Nessuno ne ha parlato, nessuno è accorso in Sardegna per saperne di più. Tutti sembrano non capire neanche di cosa si stia parlando.

Sui nostri quotidiani, invece, si trovano numerosi articoli in cui si guarda con preoccupazione, all’assalto di un gruppo di tifosi del Cagliari in ritiro, perché la squadra sarebbee in procinto di scendere in B. Episodio interessante di cronaca, a quanto pare. La conclusione che se ne trae è che in Sardegna, è sempre meglio di parlare di un grappolo di coglioni che dei problemi reali di questa terra che investono ormai il 54% dei suoi abitanti. Un vero servizio sulle nostre disgrazie.

Su un muro della mia città, non so chi, ha lasciato una scritta molto amara: “Italiani, lasciateci morire in pace“. Spero davvero non sia così.


Category: Ambiente, Osservatorio Sardegna

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About Nello Rubattu: Nello Rubattu è nato a Sassari. Dopo gli studi a Bologna ha lavorato come addetto stampa per importanti organizzazioni e aziende italiane. Ha vissuto buona parte della sua vita all'estero ed è presidente di Su Disterru-Onlus che sta dando vita ad Asuni, un piccolo centro della Sardegna, ad un centro di documentazione sulle culture migranti. Ha scritto alcuni romanzi e un libro sul mondo delle cooperative agricole europee. Attualmente vive a Bologna

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