Michele Fumagallo: Caposele. La Capitale dell’acqua

| 17 marzo 2011 | Comments (0)

 

 

Diffondiamo da Il Manifesto del 17 marzo 2011 questo intervento  Michele Fumagallo

 

Caposele, piccolo comune dell’Irpinia, disseta due milioni di persone, tra la Puglia e la Campania. Eppure la gente del posto non ha mai beneficiato. Solo ora, grazie al referendum, riscopre la sua ricchezza.


Ci sono beni primari che dovrebbero sfuggire a qualsiasi uso mercantile e di scambio: uno di questi è l’acqua, che i popoli antichi provvidero infatti persino a “sacralizzare”. In un’epoca in cui esplode, e in modo drammatico, il problema dell’acqua, in tutti i sensi, sia come logica accaparratrice di risorse da parte di un capitalismo rapace, sia come uso perverso della risorsa stessa, non è forse inutile andare nei luoghi in cui le sorgenti nascono e nelle culture che dall’acqua hanno tratto costumi e abitudini. Caposele, piccolo comune dell’Alta Irpinia, è una delle capitali dell’acqua. Qui sono concentrate le sorgenti del fiume Sele (vedi immagine in alto), una riserva ricchissima che dà da bere a circa due milioni di persone delle pianure pugliese e campana. Tuttavia il rapporto dei caposelesi con l’acqua ha oscillato, almeno da un secolo a questa parte, da un legame positivo fatto di lavoro e progresso a un voltare le spalle all’acqua vissuta come problema e pericolo; fino all’atteggiamento di oggi, più spostato verso un recupero della risorsa in tutti i sensi, come cultura del posto, riappropriazione del bene e quindi autonomia del territorio.

 

Il terremoto dell’80
Caposele è stato uno dei comuni distrutti dal terremoto del 1980. C’è adesso un tentativo di ripresa, dopo la ricostruzione, ma pesa sul paese lo spartiacque di crisi storica che stiamo vivendo. Non si può più tornare indietro e agire come Comune singolo, nello stesso tempo non si riesce a mettere insieme i Comuni del territorio per un’azione non solo di lobby ma di nuovo municipio. Così, l’acqua e tante altre risorse di questa zona a partire da un’antica storia, da manufatti di valore, da un verde e un paesaggio del tutto particolare, insomma quella che potrebbe essere la prospettiva di un nuovo sviluppo del territorio, ancora non riesce a muovere i passi adeguati, nonostante una presa di coscienza maggiore dei propri diritti nei giovani e nella popolazione. Così il referendum sull’acqua che si avvicina acquista un valore maggiore qui perché più chiara è la posta in gioco. Soprattutto se si pensa al passato in cui la popolazione è stata del tutto espropriata di questo bene immenso. Naturalmente l’acqua è bene pubblico e universale in tutti i sensi, cioè con controlli e poteri ben al di là del luogo dove essa nasce (non sono ovviamente ammissibili accaparramenti localistici su di un bene così essenziale per tutti). Quindi non è una malintesa autonomia che può creare una cultura nuova del bene, e non è per questo che interessa oggi Caposele. Interessa piuttosto per capire il rapporto con una risorsa, il perché dell’alienazione da essa, e come si può fare per riprendere un cammino culturale comune con i beni che la natura ci offre. Insomma come può cambiare la cultura delle persone quando è attraversata da una ricchezza che ne domina la vita e i comportamenti.

 

Il prossimo referendum
Lo facciamo in compagnia di uno studioso che ha da poco terminato uno studio sull’acqua e sul rapporto con questo paese. Quando ci avviciniamo alle sorgenti del fiume Sele, a ridosso del centro abitato, è il piccolo museo dell’acqua ad essere la novità di questi ultimi tempi, espressione di una ritrovata radice delle proprie risorse. Non è ancora quello che ci si aspetterebbe da una delle capitali italiane della risorsa acqua, ma è un inizio che può far recuperare i ritardi del passato se, beninteso, c’è la capacità della popolazione e di quella dei Comuni vicini di riprendere in mano il proprio destino, e di riconoscere i guasti immensi di una cultura clientelare nemica dell’autonomia e quindi del progresso autentico. Segno dei tempi, in parte cambiati, è anche questo studio sull’acqua che un militante politico di sinistra di rilievo in paese e nel territorio come Alfonso Merola ha approntato.
Uno studio che «riporta la storia dentro l’acqua», essendo qualsiasi risorsa sempre preda di movimenti storici e interessi e mai libera di agire «come natura vuole». Nell’immediato post-sisma di 30 anni fa, si toccava con mano l’alienazione che aveva preso gran parte delle nuove generazioni. Quando capitava di chiedere ai giovani se sapessero che nelle strade dove camminavano e nei pressi dei luoghi dove svolgevano le loro discussioni e la loro vita c’era sotto un mare d’acqua e che tanti anni prima le generazioni precedenti vi avevano vissuto a contatto strettissimo, molti cadevano dalle nuvole e ignoravano la storia più significativa del paese.

 

La storia ignorata
Perché? Ma perché ogni potere e ogni classe dirigente, soprattutto se più rapace, non ha alcun interesse all’autonomia delle popolazioni, anzi ha quello opposto: di sviluppare una dipendenza da presunti esperti, magari venuti da lontano, e da presunte e miracolistiche “magnifiche sorti” che ovviamente non arrivano mai. Questa è stata anche la storia di Caposele e delle sue ricche sorgenti. Alfonso Merola è incazzato per la miseria politica che la sinistra italiana esprime ma non domato, anzi quando parla del suo paese e del suo territorio viene fuori la passione di sempre che l’ha portato in passato anche a condividere i destini amministrativi di questo borgo come sindaco. Per prima cosa gli chiedo se, quando ha scritto il suo rapporto «Annotazioni per una breve storia dell’acqua», ha avuto la consapevolezza che in tutti i territori ci sono ormai alcune cose che fanno da metafora per il futuro, cioè senza lo scioglimento in positivo di quei nodi, ogni progetto o discussione sul nuovo sviluppo e sul futuro autentico, è pura illusione e inganno. «Sì, certamente – inizia Merola – Se ci si sofferma, del resto, sulla storia dell’acqua, non possiamo non convenire su un fatto: l’acqua si è caratterizzata come un valore universale. Però va anche detto che è stata un valore sacro, un valore sociale e un valore economico, a seconda del periodo storico. Nell’antichità l’acqua fu considerata una divinità per lo più associata alla Salute e alla Vita. Sacre erano le sorgenti e le foci, i fiumi, i laghi, i mari e gli oceani. Non una sola fonte, presso gli Antichi, difettava di consacrazione. Alle fonti, trascinando i loro corpi malati, si recavano i pellegrini per pregare le divinità e cercare di ritrovare la salute. Sanitas era, infatti, l’altro appellativo della dea protettrice dell’acqua». Bene, ma la storia evolve, e non sempre a favore dei cittadini e dell’acqua come bene pubblico indiscutibile. «Sì, è ovvio – riprende Merola – L’acqua segue le vicissitudini della storia e degli interessi degli uomini. Ma, per quello che ci serve adesso (cioè la battaglia contro la privatizzazione dell’acqua), va detto che da lungo tempo, e in modo più evidente dopo l’Unità d’Italia, i poteri finanziati hanno sempre mostrato interesse per l’acqua business, prediligendo però situazioni di gestione mista i cui costi, cioè le perdite, erano sempre a carico dello Stato e i profitti per il capitale investito sempre e comunque garantiti. Parliamo del periodo post unitario governato dalla Destra storica. Anche per capire che la commistione dell’epoca di figure/capitani di finanza e di industria, saldamente radicati nelle istituzioni, ci conferma che certe emergenze attuali, più che di fantasia e di creatività, attingono a piene mani in un passato già collaudato. Solo con l’avvento della Sinistra storica si assiste ad un’evoluzione in senso pubblicistico della legislazione, anche se, a passo cadenzato (Legge 10/07/1884 n.2644). Fu questa evoluzione che permise, ad esempio, la nascita dell’Ente Acquedotto Pugliese».

 

L’Acquedotto pugliese
Che è stato causa di dissidi decennali tra le sorgenti a monte (in questo caso Caposele) e i consumatori a valle (in questo caso la Puglia), dissidi che continuano ancora oggi. E su cui chiedo un giudizio rapido a Merola, perché il discorso più dettagliatamente storico, per quanto riguarda le sorgenti del fiume Sele, lo lasciamo al suo studio. «Guarda – riprende Merola – ti faccio un esempio di cosa sono i rapporti fondati sull’esproprio dei territori. Quando facevo il consigliere di amministrazione dell’Acquedotto Pugliese nominato dalla Provincia di Avellino, in autunno era una pacchia perché si incassavano le bollette dell’estate. Cifre enormi perché si prendevano le bollette delle seconde case turistiche. Ebbene, di questi soldi non una lira arrivava in Irpinia. Praticamente significava che hanno preso l’acqua ma le frane e tutti i disagi dell’acqua sono rimasti qua, senza un briciolo di finanziamenti per gli interventi. Sia chiaro, l’Acquedotto Pugliese è stato anche un esempio di buon funzionamento delle cose. Oggi però la Puglia deve cominciare a fare politiche di risparmio del bene. Le sorgenti non sono eterne».

 

La liberalizzazione
Ma ritorniamo a discorsi più generali. Perché vorrei sapere come mai, dopo un periodo che va dalla fine dell’Ottocento ai primi del Novecento in cui ci fu una grande fioritura di lavori in paese attorno all’acqua (mulini, pastifici, oleifici, piccole centrali elettriche, tintorie), inizia una decadenza che porterà persino all’alienazione dalla conoscenza più minuta del territorio. «È una storia fatale per il Sud – riprende Merola – e per qualsiasi territorio che perde il possesso dei suoi beni. Il comune di Caposele molto sprovvedutamente nel 1888, ritenendosi a ragione proprietario delle Sorgenti Sanità del fiume Sele, dopo molte pressioni, vendeva le medesime con atto pubblico ad un imprenditore friulano, l’ingegnere Francesco Zampari, molto legato alla burocrazia ministeriale. Forte della proprietà delle acque l’ingegnere tentò di imporre la realizzazione di un acquedotto in Puglia non prima di aver strappato l’autorizzazione ministeriale a deviare le sorgenti dal loro alveo naturale. L’ingegnere Zampari era un precursore della finanza creativa, del project financing e delle concessioni in appalto all’incontrario. La sua idea era originale e alquanto malvagia: una serie di personalità coperte dal segreto assicuravano finanziamenti di banche inglesi, le amministrazioni pugliesi erano chiamate a garantire i consumi idrici, in nome e per conto delle popolazioni sitibonde, l’opera restava nelle mani delle cordate imprenditoriali per un tempo imprecisato durante il quale lo Stato garantiva, a sua volta, la liberalizzazione del costo dell’acqua. In effetti anche la Puglia protestò, ma invano e si vide soccombente nei riguardi dello Zampari spalleggiato da Giolitti e da un pool di senatori industriali del Nord: la legislazione vigente consentiva la concessione a deviare, primo caso assoluto in Italia, il corso del fiume, le cui sorgenti erano di proprietà comunale. Si vide però costretto a rinunciare per ragioni economiche alla realizzazione dell’opera, per cui risolse il contratto di vendita col Comune di Caposele che rientrò in possesso delle sorgenti. In quel preciso istante le province di Foggia e Bari rivolsero istanza al Ministero dei Lavori Pubblici per vedersi assegnare le medesime sorgenti e il Ministero non ebbe dubbi nel concedergliele, con buona pace del Comune di Caposele che, invano, invocava la sua patrimonialità delle acque transitata in numerosi atti e documenti storici». «Il comune di Caposele – prosegue Merola – aveva ben ragione di che lamentarsi, ma gli sfuggiva che erano maturi i tempi per il Consorzio idrico delle Province Pugliesi e che, ahimè, erano già pronte le cordate delle industrie nordiche che avrebbero fatto dire qualche anno più tardi a Salvemini che «Giolitti con l’Ente Acquedotto Pugliese aveva pensato più a dare da mangiare ai padani che a dar da bere ai pugliesi. Quando fu venduta l’acqua, all’inizio ci furono alcuni lavori a Caposele e molte persone furono assunte; contemporaneamente cominciavano a chiudere tutte le attività indigene e autonome, quindi ci fu la caduta e la crisi. E l’acqua riprese ad essere un bene controllato da altri, per interessi di altri. Non poteva che nascerne un distacco delle popolazioni e delle nuove generazioni. L’alienazione di cui tu parli ha questa origine».

E oggi, controversie a parte con l’Acquedotto Pugliese che continuano e su cui bisognerebbe tornare con un articolo specifico, secondo te che occorre fare per riprendere un rapporto corretto con il bene-acqua di cui si è in possesso, senza scadere in logiche proprietarie assurde ma anche senza essere espropriati dalla conoscenza e dall’uso di questo bene? «C’è un pensiero unico – continua Merola – che ancora non si riesce a scalfire e che ha il suo dogma nell’assioma: tutti i beni hanno un valore economico. Non è affatto così, e io penso che i gestori del pensiero unico non ci lasceranno in pace fin quando non saremo capaci e non si avrà il coraggio di sancire definitivamente che l’acqua è un bene comune, di tutta l’umanità. Il giorno in cui questa dichiarazione rivoluzionaria sarà resa nella sede più opportuna (e non come una grida manzoniana) si potranno contare quanti sono gli amici e i nemici dell’Acqua, bene comune, universale, individuale, ed imprescrittibile».

 

Category: Ambiente, Movimenti, Osservatorio Sud Italia

About Michele Fumagallo: Michele Fumagallo è un giornalista de Il Manifesto. Ha scritto con Michele Schiavino e Matteo de Cesare, il libro "Il corpo nella lotta" in cui viene associata la poetica di Pasolini alla morte di un attivista politico paganese, Tonino Esposito Ferraioli, ucciso dalla Camorra nell'agosto del 1978 per la sua attività sindacale (in GCIL) e quella politica (iscritto al PCI).

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