Le tartarughe delle Galapagos e i varani di Lombok stanno bene

| 16 Novembre 2014 | Comments (0)

 

 

Ho letto su la stampa.it del 16 novembre 2014 una notizia positiva riguardante le tartarughe delle Galapagos.”Stavano per estinguersi, ma ora il trend si è definitivamente invertito. Le tartarughe delle Galapagos continueranno a esistere: uno studio scientifico pubblicato su Plos One rivela come siano al sicuro dal rischio d’estinzione. Negli anni ’60 si erano ridotti a 15 esemplari, decimati dalle mutate condizioni del loro habitat devastato dalla presenza delle capre selvatiche. Poi, circa 40 anni fa, alcune tartarughe allevate in cattività vennero rilasciate sull’isola con lo scopo di ripopolare la zona. Oggi le tartarughe disponibili sono circa 1.000. La metà delle quali, stando alle ultime rilevazioni del 2007, risalirebbe proprio alle prime introduzioni degli anni ’70. Alcuni degli esemplari più giovani trovati negli ultimi 5-10 anni non sono stati allevati in cattività. «La loro popolazione può considerarsi molto sicura – commenta James Gibbs, biologo al SUNY College of Environmental Science and Forestry in Syracuse (New York) -. Probabilmente non servirà più alcun intervento umano».

Chi scrive, nel suo studio pieno di libri e di ricordi da molte parti del mondo, ha anche una statua di donna in legno di un metro e mezzo di altezza che proviene dall’Isola di Lombok (l’isola si trova vicina a quella di Komodo e insieme sono vicine alla più grande isola di Bali nell’arcipelago indonesiano) e che ho comperato più di trenta anni fa da due giovani che avevano cercato di aprire un punto di vendita di antiquariato in quella piazza che a Bologna oggi è chiamata Piazza Marco Biagi in ricordo dell’amico  giuslavorista assassinato dalle brigate rosse con cui ho lavorato insieme all’Osservatorio del mercato del lavoro della regione Emilia Romagna (Bersani era allora assessore alle attività produttive). Questa statua di donna scolpita nell’isola di Lombok   ha un’aria triste assorta con gli occhi che guardano in basso e in un qualche modo mi ha chiesto, visto che ero andato a vedere le tartarughe  alle Galapagos, come stavano i varani e cosa stava  succedendo nella sua isola. Ho cercato in rete e all’inizio ho dato alla mia statua risposte positive. Innanzi tutto i varani (chiamati affettuosamente “i draghi” che vivono sia a Komodo che a Lombok) stanno bene come le tartarughe nelle Galapagos e la foto recente di un varano in piena forma che passeggia  a Lombok lo dimostra.

 

Ho poi trovato un sito molto ricco di informazioni scritto da Maurizio Cecconi (www.puta.it) e trascrivo una sua valutazione di Lombok di quest’anno:

Lombok è paragonabile, per grandezza, a Bali. Altrettanto ricca di verde, di foreste, di risaie, di campi geometricamente coltivati. Le spiagge di Lombok sono più belle e vaste, pulite e deserte. L’acqua del mare è incantevole e non immonda come quella della zona di Kuta-Legian-Seminyak a Bali. Non è sovraffollata come la sua più famosa sorella e vanta un numero maggiore di isolotti corallini posti nelle sue vicinanze. Lombok non è deturpata da uno sviluppo edilizio senza freni, che invade e distrugge in nome del profitto. E’ di gran lunga meno inquinata, poco traffico, senza smog, senza fiumi maleodoranti colmi degli scarichi delle fogne. Gli abitanti sono altrettanto disponibili, sorridenti e positivi dei balinesi. Dunque: perché, nell’immaginario collettivo, Bali è presentata come un “paradiso” – parola chiave su cui tornerò – a discapito non solo di Lombok ma di qualunque altra destinazione raggiungibile in aereo in Indonesia?”

Tutto bene dunque? Posso far dormire sonni tranquilli alla mia statua di donna triste e pensosa? Non proprio perché  Maurizio Cecconi prosegue il suo testo e scrive:

“Il mito di Bali persiste e continua ad attrarre frotte di turisti – le ultime statistiche testimoniano di circa 12 milioni di visitatori all’anno. Una marea ininterrotta di sciocchi crapuloni, flaccidi e ciechi, che si guardano attorno, beati, senza nulla vedere. Senza vedere i camion scoperti dei caporali raccogliere migliaia e migliaia di lavoratori, pagati pochi euro al mese, e occupati a edificare qualunque cosa, senza protezioni, senza assicurazioni, sfruttati, sottomessi, buttati via alla prima seria ferita inflitta a un corpo che è solo strumento del profitto capitalista. Senza vedere l’assenza dello stato sociale, la carenza cronica di scuole pubbliche, il diffusissimo lavoro minorile. Evidentemente ai consumatori occidentali piace essere serviti da adolescenti e da bambini. Senza vedere gli stipendi da fame, l’assenza di diritti sindacali, lo schiavismo legalizzato che tanto entusiasma le multinazionali che delocalizzano. Senza vedere la corruzione delle poche e mal gestite Istituzioni pubbliche. Senza vedere l’assenza di ospedali e la sanità affidata ai privati e agli istituti di carità religiosi. Senza vedere l’esercizio di uno stato teocratico, che punisce con la reclusione gli atei e gli agnostici. Senza vedere gli effetti dell’inquinamento e della perenne congestione del traffico automobilistico. E’ tutto un gioco. Ai turisti e a tanti, troppi espatriati – come un secolo fa a quegli artisti europei – non piace registrare questi aspetti della vita balinese e indonesiana. Hanno speso migliaia di euro per arrivare in paradiso e non intendono farselo rovinare da qualche sciocca considerazione sociale e da qualche scrupolo di giustizia.”

Insomma confesso di aver cercato, come direttore di una rivista che appoggia esplicitamente la Fiom, di uscire dalle cupe notizie politiche del tran tran giornaliero e cercare sole e affetto nei mari delle Galapagos e di Lombok. Le tartarughe e i varani stanno bene ma, come scrive Cecconi da quelle isole, il paradiso non c’è: la follia neoliberista è un vento che penetra in ogni luogo. La mia statua che viene da Lombok di donna triste con gli occhi che guardano in basso l’aveva già capito da tempo.

 

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Category: Ambiente, Osservatorio internazionale

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About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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