Bruno Giorgini: Venezia e le grandi navi. Risposte a Indovina

| 16 Novembre 2013 | Comments (0)

 

 

 

All’intervento di Indovina sulle grandi navi a Venezia replica Bruno Giorgini con due pezzi scritti il 1 novembre e il 23 ottobre 2013 su q code. I disegni sono dal volume di Moebius: Venezia celeste

 

1. Le grandi navi  e l’onda del turismo a Venezia: è possibile uno sviluppo compatible con la bellezza

[1 novembre 2013]

 

Sabato 29 settembre, vado alla Giudecca, e sul canale che separa le Zattere dalla stessa, incontro l’enorme MSC Divina guidata e trainata da due rimorchiatori che cercano di tenerla in linea. Sono le 16.50 circa, poi alle 17.11 incrocia la Azamar – Club Cruises un po’ più piccola ma sempre grande troppo, infine alle 17.40 passa Oriana P&O Cruises, tre in poco meno di un’ora. Intanto divento di cattivo umore, sono sempre più brutte queste grandi navi, e basta osservare le difficoltà di manovra alla fine del canale, quando sfocia di fronte a S. Marco, per comprendere che il problema non è soltanto l’offesa, lo sfregio, che portano alla bellezza, ma anche l’insostenibilità del loro tonnellaggio rispetto al bacino d’acqua in cui galleggiano e si muovono, per non dire dei fumi che emanano a sporcare il cielo. D’altra parte c’era da aspettarselo: il ministro Orlando dopo le parole ha fatto seguire il niente, il decreto governativo che vieta il transito di navi oltre le 40.000 tonnellate rimanendo lettera morta una volta di più, mentre la lobby “grandi navi sì” si mobilita, dopo lo scacco subito il 21 settembre coi giovani in acqua a fare gli scudi umani proteggendo la laguna dall’invasione dei bastimenti da crociera, mobilitata.

In testa confindustria, manco a dirlo, e al fianco orgogliosa la CGIL, coi portuali in strada che se la prendono tra l’altro col sindaco Orsoni, reo di avere tmidamente ventilato la possibilità di tasferire le navi più grosse, offensive e inquinanti, allo scalo di Marghera. Apriti cielo, quasi avesse detto di spostare S. Marco a Bari, o lo scalo a New York, quando Marghera è a due passi in laguna, ormai deserto postindustriale a cui non farebbe male una qualche animazione non funebre, come sono i rimasugli del suo passato produttivo. Nella manifestazione spiccava un grande cartello con su scritto in rosso: il porto porta soldi.  Già, i soldi, l’ossessione dei poveri che hanno rinunciato a ribellarsi. Mala tempora currunt quando i lavoratori, persa ogni autonoma coscienza di classe, diventano pura e semplice forza lavoro cioè merce, senza libera volontà e ragione che non sia quella di piegare la schiena, implorando di essere comprati, e il sindacato, CGIL in testa, non solo si adegua ma promuove questa deriva che, prima di tutto, scancella la dignità delle persone che lavorano.  Facevano sul serio pena a sgolarsi assieme ai piccoli padroncini delle più varie corporazioni e ai più influenti albergatori e commercianti, da cui essi, gli scaricatori, raccolgono al più le briciole. Si parla di un indotto dovuto al passaggio delle grandi navi da crociera che ammonterebbe a circa cinquemila addetti, cinquemila posti di lavoro insomma, che, se lo scalo dovesse cambiare, andrebbero persi, o messi a rischio, in realtà è il ricatto di sempre fatto da chi vuole continuare a essere il padrone del vapore per esercitare in totale arbitrio lo sfruttamento di uomini e cose.

Comunque sembra così crearsi una contrapposizione tra chi vuole perservare la bellezza di Venezia e chi vuole preservare le attività che “portano soldi”, e in subordine, posti di lavoro, poco importa se siano lesive del paesaggio lagunare, se non addirittura distruttive. D’altra parte, rumoreggia la lobby “sì grandi navi”, che vuoi che sia qualche bastimento che passa per i canale della Giudecca di fronte ai 25 milioni di turisti l’anno. E infatti Orsoni risponde che anche lì bisognerà mettere un freno, magari introducendo il numero chiuso, il biglietto d’ingresso e quant’altro. Ora se il discrimine è tra chi vuole le grandi navi – e chi propugna Venezia come museo a cielo aperto, siamo di fronte a una scelta tra la padella e la brace, e i portuali affonderanno insieme ai critici d’arte e ai conservatori di musei.

Ma si potrebbe anche pensare Venezia un po’ in grande, come metropoli capitale mondiale della bellezza, e maestra nell’intelligenza del rapporto tra esseri umani e natura, in particolare con la dinamica delle acque. Basta leggere il rapporto del GIEC (Gruppo di Esperti Internazionali sull’Evoluzione del Clima) pubblicato venerdì 27 settembre, per rendersi conto di quanto l’innalzamento del mare peserà nei decenni a venire. Insiema è una buona guida “Venezia e le acque”, sottotitolo: una metafora planetaria, libro encomiabile dove Piero Bevilacqua racconta la millenaria discussione e azione dei cittadini veneziani per preservare e sviluppare la loro città nell’ambiente acquatico della laguna.

Venezia è in questo senso una città del futuro, non del passato. Il destino di Venezia di stare coi piedi a mollo, potrà essere in un tempo più o meno breve il destino di molte altre città, come New York per esempio. Viceversa per il cambiamento climatico indotto dall’immisione di gas serra nell’atmosfera, le grandi navi sono una esemplificazione e metafora eccezionalmente negativa, talchè credo senza esagerare che attorno alla interdizione delle stesse a navigare lungo il canale della Giudecca si giochi una partita esemplare a livello mondiale. Ma torniamo a un possibile orizzonte di sviluppo per Venezia che ne preservi e incrementi la bellezza, senza perderne la vitalità dovuta alle genti che lì vogliono vivere e lavorare, e a quella di quanti/e da ogni dove affluiscono per vederla e goderne le meraviglie.

Credo che bisogni operare un doppio cambiamento di punto di vista, sui luoghi e sugli esseri umani che li visitano.

Sui luoghi. Bisogna smetterla di pensare Venezia soltanto come il Canal Grande, S. Marco, Rialto e poco più. Insomma bisogna ampliare l’orizzonte oltre la cosidetta città storica. Il territorio di  Venezia è la laguna che va assunta e valorizzata intiera come un patrimonio inestimabile, con la sua biodiversità, con le sue acque e isole, non per dare un’occhiata di straforo a Burano, Murano, Torcello, ma per conoscere ad esempio S. Erasmo, la terra degli orti veneziani.

Non c’è città, se non Marsiglia, che io conosca con un’estensione di orti coltivati grande come S. Erasmo , una ricchezza proprio oggi quando si fa un gran parlare di agricoltura a chilometro zero o di prossimità, per non dire della passeggiata meravigliosa che si può fare, a piedi se si è buoni camminatori, o in bicicletta.  Se poi andiamo verso la terra, sui bordi a Marghera l’attuale deserto postindustriale potrebbe diventare uno straordinario luogo di bellezza, mi viene in mente il lavoro di riassetto fatto da Renzo Piano sul porto di Genova, ieri moribondo, oggi spazio pubblico vivissimo. E a Marghera ristrutturata certo le grandi navi da crociera (se ancora solcheranno i mari) e/o quelle più piccole e ragionevoli, potrebbero attraccare senza devastare la laguna e con soddisfazione estetica dei passeggeri. Ovviamente dovrebbe funzionare un sistema di trasporto verso la città storica efficiente e veloce, per esempio una sopraelevata che, se ben progettata, potrebbe essere un’opera anche sul serio bella. Sulla terra ferma poi  il ruolo di Mestre andrebbe rivalutato, intanto perchè ha luoghi belli come Piazza Ferretto, poi quale ponte tra civiltà della laguna e civiltà di terra. Quindi spostiamoci al Lido, un’isola piena di spazio che potrebbe essere pensata come la manhattan italica, anche coi grattacieli perchè no (sento qui le grida scandalizzate di molti amici dello IUAV, l’università di architettura, nonchè ecologisti, ma tant’è la città può svilupparsi anche in senso verticale, e sfido chiunque a negare di avere camminato a Manhattan con il naso all’aria per guardarli svettare da sotto in su), protendendosi fino a Chioggia. Un tale progetto,  darebbe respiro all’intera città, proiettandola nel nuovo secolo, senza perdere nulla anzi della sua secolare storia e vocazione, che non è mai stata quella di un museo, ma sempre quella di un crocevia delle genti  e culture del Mediterraneo d’Oriente ieri, di ogni dove oggi.

Inoltre dovrebbe avere Venezia una robusta iniezione di intelligenza tecnologica, per cui chi da Bangkok vuole venire a Venezia, magari solo per qualche giorno, può avere la possibilità da colà di farsi un individuale programma, un time table e/o road map da quando parte fino alle passeggiate in laguna, ecc. usufruendo di un data base e delle previsioni possibili sull’affollamento nel tale o tal’altro luogo alla tale o tal’altra ora, permettendo al singolo individuo o gruppo omogeneo risparmi di energie, stress e  tempo, nonchè una programmazione preventiva degli accessi da parte delle evarie entità veneziane coinvolte, musei, mostre, alberghi, ristoranti, aziende di trasporto, areroporto, stazione FS, ecc. Sinteticamente, la città mette a disposizione di ciascun visitatore potenziale una serie di dati e conoscenze facilmente accessibili online, mentre il singolo/a mette a disposizione della città la sua road map spaziotemporale, in un patto di convivenza civile fondato sul consenso e la libera condivisione tra la città e colui/colei che, venendo da una qualunque parte del mondo, per qualche ora o qualche giorno diventerà cittadino della stessa.

E le moderna ICT (Information Communication Tachnology) permette di costruire oggi un sistema siffatto, senza neppure spendere troppo. Certo che invece pesano i pregiudizi, in una città che ancora inalbera cartelli e frecce a tracciare percorsi ormai completamente obsoleti, ma che resistono in forza anche qui di corporazioni varie, per esempio quella dei ristoratori e negozianti i cui esercizi si trovano lungo le tratte indicate. Insomma Venezia abbisogna di una vera e propria rivoluzione culturale, di cui per ora segni non si vedono. Nel contempo vengono impiegate risorse finanziarie, e nemmeno poche, nonchè energie per un’opera come il Moses, le paratie che dovrebbero levarsi a impedire l’acqua alta che, oltre a innalzare il tasso di corruzione come testimoniano i recenti provvedimenti della magistratura,  è abbastanza inutile. Senza entrare in dettagli tecnici e nelle anomalie amministrativo gestionali, l’acqua alta di marea corrisponde all’increspatura su un mare calmo rispetto a una tempesta forza nove quale è quella forse in arrivo. Voglio dire che, per le acque alte nella norma , basta mettersi gli stivali, mentre se si avverassero le previsioni del sopra citato GIEC, il Moses avrà più o meno la stessa efficacia di una aspirina somministrata a un elefante ammalato di cancro.

Concludendo Venezia, se rimane tal quale, sarà tra non molto sottoposta a tensioni ambientali e sociali forti, dovute all’onda crescente del turismo di massa, che rischiano di lacerarla, degradarla e imbruttirla. Il che semplicemente sarrebbe cattiva cosa per l’umanità tutta intera. Soluzioni che, senza negare il diritto universale all’accesso e alla fruizione di questo patrimonio dell’umanità, esistono, sperando che ci sia su esse un dibattito pubblico di lunga lena. Per l’intanto portare a Marghera le grandi navi sarebbe già un primo passo.

 

 

 

2. Venezia e le grandi navi dell’idiozia umana: storia di una città infinita.

[23 ottobre 2013]

 

Venezia è una città di bellezza inaudita, unica al mondo. Per comprenderne la potenza basti pensare che i grandi malati, coloro appesi a un filo di vita che inesorabilmente s’assottiglia, notte e giorno quasi sempre a occhi aperti, apparentandosi il dormire al morire (Leopardi), a Venezia riescono spesso a ritrovare il sonno, e sogni sopportabili. Una bellezza cangiante secondo per secondo sia perchè la luce delle acque in complicità col cielo la bagna in modi sempre nuovi e diversi, sia perchè nelle acque si riflette un’altra città anch’essa cangiante, sia perchè bellezza vivente cioè abitata, frequentata, percorsa da esseri viventi, talchè possiamo dire essere Venezia un insieme di sfumature della bellezza che congiunge il finito, la personale finitezza delle cose umane, con l’infinito la cui tentazione da qualche parte alberga in noi. Quindi si comprende perchè essa nutra l’immaginario di milioni e milioni di umani (ma secondo me anche i gatti e certamente le pantegane), che sognano di poterla visitare almeno una volta, per poche ore o giorni, senza distinzione di censo, religione, ideologia, colore della pelle, età, sesso, tutti/e accomunati/e da questo desiderio di toccare con mano anche solo per un momento l’infinità della bellezza  costruita dall’essere umano.

Si badi, tale è la potenza di Venezia che anche la merda riversata nei canali diventa bellezza, o a volte il devastante odore che in estate le acque lagunari e dei canali emanano, o la fatica di camminare sulla pietra delle sue fondamenta e/o calli, e quei ponti che alla decima volta in cui sali e scendi, magari carico di borse della spesa o di valigie, ti vien voglia di maledire. Per questo, perchè la sua bellezza è materia vivente e cangiante, non si può neppure pensare di chiuderla ai visitatori, di far pagare balzelli per entrarvi e altre coglionate del genere che ogni tanto si ascoltano, sub specie che il troppo turismo potrebbe deturparla; farne una città chiusa vorrebbe dire ammazzarla. Venezia non è un museo a cielo aperto, come qualcuno ha scritto proprio in questi giorni, nè tantomeno è fragile, Venezia è una città paradigma vivente della bellezza, col rischio che sempre la vita corre di inciampare, deteriorarsi, inquinarsi e quant’altro, ma se togliamo a Venezia il vivente, i viventi, anche i turisti a frotte spesso volgari in una certa accezione un po’ con la puzza sotto il naso, ne facciamo una morta gora.

I viventi: sto sabato 21 all’ora di pranzo seduto lungo un canale non lontano dalle Zattere, ma discosto e appartato rispetto al flusso principale di turisti, e in rapida sequenza compaiono una coppia di cinesi palesemente nuovi ricchi, per il gusto italiano un po’ cafoni, col naso all’aria guardandosi intorno come Alice nel paese delle meraviglie, chissà perchè mi fanno venire in mente il gran khan descritto da Italo Calvino nelle città invisibili quando ascolta le narrazioni di Marco Polo; tre o quattro intellettuali anglosassoni, forse professori, anzi quasi certamente, di un qualche campus americano o inglese, che discutono accanitamente, suppongo di arte, magari invece di donne, ma comunque con un’aria assai culturale, impegnata; un gruppo chiassoso di giovani del continente indiano che mangiano pizza a quattro palmenti, ridono, giocano, corrono in qua e in là; una allegra brigata di ragazze arabiche rigorosamanete tutte in short e maglietta con una che legge a alta voce col tipico francese del Maghreb, o così sembra, da una guida e le altre che un po’ ascoltano un po’ hanno l’aria di prenderla in giro; una anziana signora veneziana che aiutandosi con un bastone cammina fino a una sedia dove s’accascia sacramentando contro i ponti che  a una certa età sono un tormento; già perchè a Venezia non assordati dal costante rombo in sottofondo del traffico, si possono sentire le intonazioni, se non ascoltare le parole di chi cammina intorno a noi, e in generale non essendo distratti dalle auomobili sempre incombenti, si è più attenti a colui colei coloro che ci camminano qualche passo al fianco o davanti o dietro.

Possiamo dirla così: il sound di Venezia è lo sciabordio delle acque intessuto di parole e suoni umani, già questo è meraviglioso e fa una bella differenza di qualità della percezione rispetto, che ne so, a Milano.

Ma Oggi 21 settembre 2013 è anche il giorno delle grandi navi da crociera che dovrebbero traversare il canale della Giudecca per arrivare di fronte a S. Marco. Si tratta di oggetti galleggianti che offendono insieme la natura, l’intelligenza e la bellezza. Descriviamone uno: la Msc Divina pesa 135mila tonnellate, è lunga oltre trecento metri, ha undici piani di cabine, più alta del campanile di S.Marco e vien voglia di affondarla soltanto a vederla. Quando poi si muove riempiendo il cielo di fumo nero e agitando le acque con onde da tempesta si arriva a odiarla. In tutto se ne contano diciotto (18), ovvero tra arrivi e partenze significa trentasei (36) passaggi nel canale della Giudecca. Se questi oggeti galleggianti li mettiamo in fila uno dopo l’altro otteniamo un muro di lamiera in ferro lungo tre (3) chilometri, alto dai quaranta (40) ai sessanta (60) metri e passa, e largo oltre trenta (30), con 772mila tonnellate di stazza complessive.

Stando qui sulla riva ci si rende conto a pelle trattarsi di una follia delirante, forse delirio di onnipotenza, forse rancore e invidia verso la bellezza della città della laguna della natura, forse avidità smodata di denaro, comunque un’offesa che va fermata. Infatti una cinquantina di giovani del comitato “no grandi navi” si butta in acqua a costruire una barriera umana, una diga di corpi contro questa brutale prepotenza, ci sono anche alcune barche con lo stesso ruolo di interdizione, mentre oltre un migliaio di cittadini li incoraggia dalla riva, innalza cartelli, grida slogan; sarebbe la solita manifestazione ma quei cinquanta in acqua che si distendono tra le Zattere e la Giudecca cambiano tutto, esercitano un diritto, chiamiamolo il diritto alla e della città, mettendo in gioco i loro corpi e impedendo per oggi fisicamente alle grandi navi di passare. Intanto un altro gruppo di militanti no grandi navi era andato all’aeroporto Marco Polo per smantellare letteralmente la cosidetta welcome area dei crocieristi, l’azione  battezzata stopo cruises, save the lagoon  è perfettamente riuscita, con sedie, poltrone, tavoli e altra mobilia accatastata fuori mentre il luogo veniva simbolicamente chiuso con un nastro bianco e rosso, col che ovviamente è arrivata senza tema del ridicolo l’associazione Clia Europe, che rappresenta gli armatori del settore crocieristico, a lanciare alti lai contro “i gravi episodi di violenza avvenuti ieri mattina all’area arrivi dell’aeroporto”.

Già l’associazione armatori e altre lobby, le quali esercitano un potere improprio che potremmo definire ai confini della legalità. Mi riferisco in modo preciso alla violazione, non si sa in base a quale salvacondotto, del decreto governativo Passera-Clini che vieta il passaggio lungo il canale della Giudecca per le navi che abbiano una stazza superiore alle 40.000 tonnellate. Insomma le cosidette grandi navi, che sono tutte ben oltre le 40.000 tonnellate, quando si muovono nel canale sono fuorilegge, seppure nessuno la legge fa rispettare. Salvo per qualche ora quei cinquanta giovani coraggiosi nuotatori e i natanti che li accompagnavano, i quali, in ossequio alla usuale farsa italica, pare saranno multati per duemila euro ciascuno avendo violato il divieto di balneazione, mentre alcuni conduttori degli scafi che inalberavano cartelli e stendardi no grandi navi sono stati identificati in vista di una possibile denuncia per manifestazione non autorizzata, a ulteriore testimonianza, se ce ne fosse ancora bisogno, che la situazione è spesso nel nostro paese “disperata ma non seria”.

Adesso tutti giurano che bisogna metter fine allo scempio, da Oliviero Toscani fotografo a Orlando ministro, staremo  a vedere se e quando alle parole seguiranno i fatti. Personalmente sono scettico forse per pregiudizio verso le promesse di ministri e altri politici, forse perchè la forza della lobby grandi navi sì, seppure in queste ore appaia interrata, continuerà certamente a scavare, e è capace di buchi belli grossi. Non bisogna pensare a grandi complotti e corruzioni morali e materiali, certamente ci sono pure queste ma funzionano anche lobby più casalinghe, ma non meno agguerrite, per esempio quella dei fioristi. Mi racconta un amico che quando le grandi navi arrivano alla Marittima di Venezia rinnovano il parco fiori per le cabine, e il fiorista, o il gruppo dei fioristi, incaricato guadagna più con un solo carico per una grande nave che in sei mesi, o giù di lì, di vendite in Venezia. Se l’attracco delle navi da crociera fosse spostato a Marghera come qualcuno propone, ecco che i fioristi veneziani perderebbero un consistente volume d’affari, così è per altri fornitori, insomma se adesso a chiunque tu chieda in Venezia troverai solo pubblici pareri no grandi navi, il vizio privato sì grandi navi è probabilmente più esteso di quanto sembri.

Per comprendere appieno il rischio strutturale, oltre a inquinamento dell’aria e della laguna, conseguente ai passaggi delle grandi navi che spostano enormi masse d’acqua (e quindi di energia), si pensi che i palazzi veneziani lungo il canal grande per esempio, sono costruiti su piloni di legno. Queste sono in gran parte le fondamenta della città, che un moto ondoso eccessivo, scaricando il suo carico energetico sui piloni, può incrinare fino alla rottura.  Venezia è a misura del passo umano e, per le vie d’acqua, di remo o vela, al massimo regge i vaporetti, non a caso “piccoli vapori”, tutto il resto è di troppo, anche le navi sotto le 40 mila tonnellate, pur permesse nell’attuale legislazione. Ma parlare delle grandi navi significa anche affrontare la questione del turismo. Già c’è chi, partendo dal necessario divieto d’attracco e passaggio delle navi da crociera, ritiene che la città non possa a lungo reggere gli attuali 25 milioni di visitatori l’anno, numero peraltro in prevedibile crescita. Discuteremo in maggior dettaglio del turismo di massa a Venezia in una seconda puntata. Qui basti dire che, come già accennato, pensare Venezia come un museo a cielo aperto, con tanto di biglietto d’ingresso e tariffario, ucciderebbe la città, cioè intiera la sua bellezza, che non è la somma delle opere d’arte pur eccelse che vi sono racchiuse, ma esattamente la sua dinamica/interazione tra popolazioni che la visitano vivendola sia pure per poco, e calli, campi, canali, palazzi, scorci meravigliosi, viste singolari, suoni solo qui udibili, colori solo qui visibili, geometrie solo qui percepibili.

Per capirlo basta una passeggiata con Italo Calvino a Smeraldina, città acquatica, un reticolo di canali e un reticolo di strade si sovrappongono e si intersecano. Per andare da un posto a un altro hai sempre la scelta tra il percorso terrestre e quello in barca: e poichè la linea più breve tra due punti a Smeraldina non è una retta ma uno zigzag che si ramifica in tortuose varianti, le vie che s’aprono a ogni passante non sono soltanto due ma molte, e ancora aumentano per chi alterna traghetti in barca e trasbordi all’asciutto. Così la noia a percorrere ogni giorno le stesse strade è risparmiata agli abitanti di Smeraldina. (..) Le vite più abitudinarie e tranquille a Smeraldina trascorrono senza ripetersi.

Venezia ha una vocazione antica, essere luogo cosmopolita crocevia delle genti. Questa missione tanto più vale oggi in tempi di globalizzazione, cioè detto in altro linguaggio credo che la bussola debba essere il diritto universale d’accesso a Venezia, rinforzandolo nella concezione che ogni visitatore è, anche solo per due ore, cittadino di Venezia. Cittadino e non consumatore, con diritti come quello di non essere taglieggiato da albergatori, osti, rapaci commercianti e altri appartenenti alla fauna nutrita da una sconsiderata avidità, e doveri come quello di rispettare la bellezza che la città gli offre in dono, di preservarla e curarla come fosse cosa propria, perchè è cosa propria, un bene comune dell’umanità intera, di ognuno di noi. Certo questo vuol dire fare una vera e propria rivoluzione culturale e anche tecnologica in città, costruire sul serio una città intelligente i bisogni e desideri dell’intero mondo. Non sarà facile ma è l’unica strada. L’altra, il museo col tagliando, è semplicemente un necrologio.

 


 

Category: Ambiente, Arte e Poesia, Osservatorio sulle città

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About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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